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lunedì 29 giugno 2026

IL RUOLO DELLE RUBRICHHE

 



Se da un lato il movimento liturgico ha messo in luce i limiti di una tradizione latina – che molto aveva concesso a una visione formale, razionale e intellettualistica del sacramento – e la riforma liturgica ha introdotto di nuovo, nell’esperienza possibile della chiesa cattolica, un programma rituale non in conflitto strutturale con la domanda di concretezza e di attuazione vitale e vivace, era necessario pervenire a un ulteriore passaggio, per notare la singolare coincidenza tra questo programma di “ritorno alle fonti” e il recupero di una ragione plurale. Il passaggio decisivo, in questa terza fase della coscienza liturgica comune, può essere rappresentato dal modo di comprendere le rubriche. Una lunga stagione ha pensato che queste ultime potessero essere lette come i “doveri del prete”: un’intelligenza troppo semplificata le appiattiva sul versante giuridico-disciplinare.

La rilettura proposta dagli sviluppi del movimento liturgico, mediante la riforma liturgica, fino alla stagione del XXI secolo, può rielaborare l’esperienza della rubrica in una nuova consapevolezza: si tratta di “attivare tutti i linguaggi della celebrazione”.

La rubrica non è altro che un “ponte rosso”, tra il linguaggio verbale (in nero) e i linguaggi non-verbali (le azioni del corpo). I linguaggi non verbali non sono semplicemente “espressioni aggiuntive” di ciò che la parola comunica; sono bensì esperienze diverse, altre forme d’intelligenza del mistero. Le rubriche sono precisamente i segnali, le spie, di questa esigenza costitutiva di ogni celebrazione: offrire una pluralità di mediazioni per arricchire l’esperienza del mistero e la sua intelligenza.

 

Fonte: Andrea Grillo, Un’intelligenza liturgica al plurale, in “Rivista di Pastorale Liturgica", n. 374 (1/2026), pp. 10-15, qui pp. 12-13.  

   

domenica 28 giugno 2026

SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI – 29 giugno 2026 Messa del giorno

 



 

At 12,1-11; Sal 33; 2Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

 

I santi Pietro e Paolo non sono soltanto degli Apostoli e perciò, come tali, da venerare quale “fondamento” (cf. Ef 2,20) della nostra fede al pari di tutti gli altri; ma sono i “principi degli Apostoli” per le specifiche funzioni che Cristo ha loro affidato nella fondazione e consolidamento della Chiesa: Pietro come “roccia” fondamentale della Chiesa, Paolo come “maestro delle genti”. Nel prefazio della Messa sono enumerati con parallelismo integrativo i tratti dei due apostoli Pietro e Paolo, che con diversi doni hanno edificato l’unica Chiesa: “Pietro, che per primo confessò la fede nel Cristo, Paolo, che illuminò le profondità del mistero; il pescatore di Galilea, che costituì la Chiesa delle origini con i giusti di Israele, il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti”.  

 

Nel brano di Paolo riportato nella seconda lettura, l’Apostolo, abbandonato da tutti e al tramonto della vita, si rivolge al suo discepolo Timoteo e con parole toccanti fa un bilancio della sua esistenza. Paolo disegna l’itinerario della sua esperienza di vita cristiana: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. E guardando al futuro, si affida fiducioso al “Signore, il giudice giusto”, a quel Signore che gli è stato sempre vicino perché potessi portare a compimento la sua missione evangelizzatrice e da cui ora attende “la corona di giustizia”. Ma le parole più importanti di questo brano si trovano all’inizio quando l’Apostolo afferma: “io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita”. Queste parole alludono chiaramente alla morte violenta, che tra non molto gli verrà inflitta per ordine di Nerone. Paolo ne parla adoperando un’immagine cultuale che richiama il rito della “libagione”, quale si usava nei sacrifici ebraici e pagani sui quali si spargevano vino, acqua ed olio, quasi per renderli più graditi alla divinità. Paolo vede quindi la sua vita coronata dal martirio come una libagione sacrificale offerta al Signore.

 

Il brano evangelico di Matteo propone la confessione di Pietro. Le parole dell’Apostolo, in risposta alla domanda di Gesù: “Voi chi dite che io sia?”, sono solenni: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Questa confessione di fede in Cristo è preceduta da una serie di risposte che alcuni, tra la gente, danno all’identità di Gesù, che sarebbe Giovanni il Battista, Elia, Geremia o qualcuno dei profeti. Dopo la confessione di fede di Pietro troviamo, invece, un discorso di Gesù di carattere ecclesiologico, costruito su tre simboli principali. Il primo è rappresentato dalla pietra: Simone diviene la roccia sulla quale Gesù getta le basi di quell’edificio che è la Chiesa. Il secondo simbolo sono le chiavi, segno di responsabilità e di dominio su una casa: Pietro diventa il vicario di Cristo, il suo fiduciario. Il terzo simbolo è presente nel binomio legare e sciogliere, espressione che riguarda soprattutto ai permessi e alle proibizioni nell’ambito dell’insegnamento e della prassi morale.

 

Pietro e Paolo, giustamente considerati le “colonne” della Chiesa, testimoniano entrambi la ricchezza della grazia di Dio, che si serve di persone diverse per origine, per formazione, per cultura, per stile, e le invoglia alla realizzazione dello stesso progetto di salvezza. La diversità di temperamenti e di culture, di tradizioni e di stili, rende viva e vivace la comunità cristiana. È una grazia, non un pericolo. A patto che ci sia unità nell’amore per Cristo e nell’impegno per il vangelo.

 

 

venerdì 26 giugno 2026

DOMENICA XIII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 28 giugno 2026

 



 

2Re 4,8-11.14-16a; Sal 88 (89); Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42

 

Dei brani della Scrittura proposti oggi alla nostra attenzione si possono fare diverse letture. Cercheremo di leggere i testi unitariamente sviluppando il tema del camminare alla luce del volto del Signore, tema emerso già nel salmo responsoriale. Nella prima lettura (2Re 4,8-11.14-16) si parla di un cammino che va dalla sterilità alla fecondità: la vita di colui che accoglie il fratello, e con lui la visita di Dio, diventa una vita feconda. Nella seconda lettura (Rm 6,3-4.8-11) san Paolo ci propone un cammino che va dalla morte alla vita: nel battesimo siamo stati sepolti con Cristo per camminare in una vita nuova, quella di Cristo risorto. Si tratta di una partecipazione alla vita del Risorto che si sviluppa nel pellegrinaggio terreno per giungere al suo definitivo compimento nella gloria.

 

È però sulla lettura evangelica che vorrei soffermarmi. Le parole di Gesù raccolte in questo brano sono particolarmente dure ed esigenti. Il Signore ci propone il cammino paradossale della croce, quello che egli stesso ha percorso: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”.  Di fronte alla radicalità di queste parole, è giusto domandarsi quale sia il loro vero significato. Gesù non chiede di “sentire” più affetto per lui che per i propri familiari. Non si tratta di sentimenti, ma di valori, di porre cioè Cristo e la sua volontà prima di ogni altro valore e di ogni altra volontà. Non sarebbe un buon figlio chi, per far contenti i propri genitori, diventasse un ladro o un criminale. Anzi, questa maniera di agire sarebbe proprio il modo di disprezzare quella vita e quella dignità che i genitori ci hanno dato come valore da custodire. San Benedetto ha sintetizzato in modo giusto questa dottrina quando indirizzandosi ai monaci, che hanno fatto una scelta radicale di Cristo, dice nella sua Regola: “Nulla anteporre all’amore di Cristo” (4,21), e poi, quando più avanti afferma, parlando dell’obbedienza: “Essa è propria di coloro che ritengono di non avere assolutamente nulla più caro di Cristo” (5,2). Nessun vincolo umano e nessuna illusoria tentazione deve quindi sottrarci dalla fedeltà al Signore. Il legame con Gesù e, attraverso lui con il Padre deve costituire la priorità rispetto a tutti gli altri tipi di legami umani e la sua sequela deve essere più importante della vita stessa.

 

Il nostro passaggio sulla terra non è una passeggiata turistica, ma un faticoso cammino, che tuttavia nasconde e nello stesso tempo rivela un grande mistero, quello del Cristo morto e risorto. Alla fine del cammino c’è la partecipazione piena e definitiva alla vita del Risorto.

 

domenica 21 giugno 2026

EVANGELIZZARE

 



 

Il Vangelo va annunciato ai mondi reali che sono i vissuti concreti delle persone concrete così come sono. Ci si pone quindi nella posizione opposta a quella difesa dal cardinal Ottaviani davanti alla minaccia del pericoloso “andazzo” del Concilio Vaticano II: Quod non est in codice non est in mundo / ciò che non si trova nel codice non esiste nel mondo. Al contrario, tutto ciò che troviamo nel vissuto delle persone dovrà, prima o poi, entrare e non solo essere tollerato, ma persino codificato.

Non c’è nessun mondo, e nessun modo di stare al mondo che non sia capace di Vangelo.

Fonte: Fratel MichaelDavide, La Chiesa che morirà. L’arte di raccogliere i frammenti per impastare nuovo pane, San Paolo, Cinisello Balsamo 202, p. 60.

venerdì 19 giugno 2026

DOMENICA XII DEL TEMPO ORDINARIO (A) – 21 giugno 2026

 

 

 

Ger 20,10-13; Sal 68 (69); Rm 5,12-15; Mt 10,26 - 33

 

 

Possiamo riassumere il contenuto delle letture bibliche odierne con queste parole: la nostra fedeltà a Dio e al suo vangelo esige talvolta un caro prezzo che, però, possiamo affrontare se abbiamo fiducia nel Signore. La fede è un’attiva lotta contro la paura. La fede esige coraggio. Infatti, nella prima lettura, vediamo che la parola del profeta Geremia è scomoda a molti dei suoi contemporanei, incontra l’ostilità addirittura dei suoi parenti e amici. Il profeta sente tutto il peso della trama ordita contro di lui. Ciò nonostante, egli è fedele alla sua missione, perché sa che il Signore non lo abbandona. Perciò affida a lui la sua causa, anzi esprime la riconoscenza per l’aiuto ricevuto. L’insegnamento del brano del vangelo s’inquadra perfettamente nel contesto della prima lettura. Per ben tre volte Gesù ripete ai suoi discepoli inviati in missione il comando: “Non abbiate paura degli uomini... non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo... non abbiate dunque paura”. Ci possiamo domandare che senso abbiano oggi le parole di Gesù? Infatti, noi viviamo in un ambiente che in genere non è minaccioso nei confronti del testimone di Cristo, ma è semplicemente distratto e disinteressato ai grandi ideali proclamati dal cristianesimo. In queste circostanze ci vuole coraggio per testimoniare valori “forti”. Oggi le parole di Gesù sono quindi un invito a non scoraggiarsi, a non gettare la spugna, a continuare con fiducia la nostra testimonianza di vita cristiana anche quando il messaggio che la nostra parola e le nostre opere intendono proclamare sembra essere insignificante e lontano dagli interessi dei nostri simili. Dio ci sostiene con la forza del suo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede.

 

Si potrebbe dire che il cristiano si distingue dal non cristiano dal modo in cui vince la paura. L’alternativa cristiana al dubbio, all’incertezza e alla paura si chiama fiducia in Dio. Il vero discepolo di Gesù non cede alla tentazione di considerarsi dimenticato, di sentirsi insignificante, ma impara piuttosto da Gesù a fidarsi del Padre, il quale se provvede agli uccelli del cielo tanto più provvederà ai discepoli di Gesù. Questa fiducia in Dio viene incoraggiata anche da san Paolo nel brano della seconda lettura. Cristo non rimedia solo a una situazione catastrofica, conseguenza del peccato che si è moltiplicato nel mondo. Infatti, in questo mondo immerso nel peccato, sovrabbonda la grazia di Dio. Con Gesù Cristo, afferma l’Apostolo, i doni di Dio “si sono riversati in abbondanza su tutti”. Si tratta di una visione ottimistica dell’umanità, visione tipicamente cristiana. È l’umanità ideale, quella del futuro, quella che nella storia, pur non essendo mai pienamente raggiunta, deve rappresentare già ora il costante obiettivo del nostro impegno quotidiano.

 

La partecipazione eucaristica, “sacrifico di espiazione…” ci purifica dai nostri peccati e ci rinnova, perché tutta la nostra vita sia accetta alla volontà del Signore (orazione sulle offerte).

 

domenica 14 giugno 2026

LITURGIA DELLA MORTE

 





 

Alexander Schmemann, Liturgia della morte Rivelazione della Vita, Lipa, Roma 2025. XXVII +119 pp. (€ 15,00).

Il libro presenta alcune conferenze di Alexander Schme­mann che, partendo da considerazioni di ordine culturale e storico-liturgico, vogliono essere una provocazione alla pastorale e ai fedeli in genere riguardo all’evento della morte e al rapporto con essa nella loro esistenza quotidiana, costatando come spesso nella visione cristiana della vita vengano assunti la mentalità e l’ethos di una civiltà post-cristiana.

Introduzione (Maria Campatelli)

1. Lo sviluppo dei riti funebri cristiani.

2. Riti e pratiche funerarie.

3. La liturgia della morte e la cultura contemporanea.

Appendice: il Rito delle Esequie.

venerdì 12 giugno 2026

DOMENICA XI DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 14 giugno 2026

 



 

 

Es 19,2-6a; Sal 99 (100); Rm 5,6-11; Mt 9,36 -10,8

 

In questa domenica la parola di Dio ci invita a contemplare alcuni aspetti del mistero della Chiesa, precisamente la sua dimensione di “nuovo popolo di Dio” raccolto dall’amore di Gesù con la cooperazione dei suoi discepoli. Prefigurata dall’elezione sinaitica, la Chiesa è definita dalla comunione che vincola a Cristo i credenti in lui. A tal fine, Gesù chiama a sé i dodici e li invia (apostoli appunto, cioè inviati) ad annunciare il Vangelo e ad operare segni visibili che confermano la reale presenza del regno di Dio tra gli uomini. 

 

Vale la pena soffermarsi in modo particolare sul racconto evangelico ed esaminare le parole e i sentimenti di Gesù. Anzitutto, vediamo che Gesù sente “compassione”, non rimane indifferente di fronte alle folle che lo seguono. Dio aveva provato compassione per il popolo d’Israele quando, in Egitto, era sotto il peso dell’oppressione; Gesù prova ora compassione per le folle che sono stanche e senza una guida. La compassione è un’espressione dell’amore che vuole la vita dell’altro. Gesù poi invita a pregare. In questo modo, egli fa capire ai suoi discepoli che solo Dio è in grado di rispondere efficacemente ai bisogni dell’uomo. Finalmente, Gesù manda i dodici apostoli in missione a guarire le infermità e ad annunziare che il regno di Dio è vicino. In questo modo, Gesù fa capire che ormai il ruolo di Israele è compiuto. Alle dodici tribù di Israele subentrano i dodici apostoli scelti da Cristo e inviati a raccogliere gli uomini nel nuovo popolo di Dio. All’inizio di questo nuovo popolo non stanno dodici fratelli legati tra loro da vincoli di sangue, ma dodici persone unite solo dai vincoli della fede in Cristo. Il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, non è una realtà etnica, ma una realtà di fede. Attraverso la fede si stabilisce un forte legame con Gesù che diventa un fortissimo legame con gli altri credenti. Nasce così la Chiesa, nuovo popolo di Dio. Tutto ciò che nella prima lettura si afferma del popolo di Israele, “regno di sacerdoti”, “nazione santa”, si compie pienamente nella Chiesa. Ciò significa che la Chiesa è chiamata ad esprimere una presenza profetica tra gli uomini, a testimoniare dentro alla storia le opere della giustizia e della pace, frutto della riconciliazione con Dio ottenuta per mezzo di Gesù Cristo morto e risorto per noi (cf. seconda lettura).

 

In sintesi, possiamo affermare che la risurrezione di Cristo è il compimento della missione di Israele, perché nel Signore risorto Dio offre a tutti gli uomini di partecipare al banchetto del regno dei cieli. Di questa grazia i discepoli sono testimoni e dispensatori con la gratuità stessa dell’amore di Dio. Cristo “chiama” ma per “inviare”; non vuole creare gruppi elitari, sette di perfetti, ma un fermento per le masse, una comunità di persone impegnate a lottare contro ogni forma di male. Questa è stata la sua vita e così deve essere quella dei suoi discepoli.

         

L’eucaristia prefigura l’unione con Cristo e realizza l’unità nella Chiesa (cf. l’orazione dopo la comunione).

 

domenica 7 giugno 2026

LA DUPLICE TRADIZIONE SINOTTICA E GIOVANNEA DELL’EUCARISTIA

 


Dell’istituzione eucaristica abbiamo nel Nuovo Testamento due tradizioni: quella dei vangeli sinottici più Paolo e quella del vangelo di Giovanni. Il gesto di Gesù che lava i piedi ai discepoli (Gv 13,1-17) svolge nella trama del quarto vangelo un ruolo simile a quello dell’eucaristia dell’ultima cena nei vangeli sinottici. La lavanda dei piedi avveniva sempre prima della cena. Invece Gesù lava i piedi durante la cena. Si tratta di un gesto del tutto insolito che suggerisce di osservarlo in modo del tutto nuovo. Si tratta di un gesto di rivelazione, non di un semplice servizio o di un gesto di ospitalità. Neppure si tratta semplicemente di un gesto di umiltà o di un buon esempio che insegna ai discepoli ad amarsi l’un l’altro. Con il suo gesto Gesù rende visibile la logica di amore e di dono che ha guidato tutta la sua vita; è servendo e donandosi che Cristo si rende disponibile nelle mani del Padre, divenendone l’immagine e la trasparenza. Anche nel racconto dell’ultima cena, Luca parla dell’eucaristia come dono: Gesù spezza il pane e lo offre ai discepoli dicendo: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi”, e dopo la cena prende il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi” (Lc 22,19-20). Il fatto che Gesù, alla vigilia della sua passione, abbia preso del pane e del vino e/o si sia cinto di un grembiule per lavare i piedi dei suoi discepoli è una memoria unica. In che senso?

L’attestazione evangelica della duplice tradizione sinottica e giovannea del gesto con cui Gesù ha voluto significare il suo dono pasquale deve lasciare aperta una sana tensione sacramentale e di conversione pastorale. I due racconti si interpretano e si autenticano a vicenda come liturgicamente la liturgia romana afferma con la scelta del vangelo della lavanda dei piedi nella Messa in Coena Domini del Giovedì santo. Non va dimenticato che il gesto del pane e del vino rischia di far regredire l’eucaristia ai suoi precedenti riti ebraici.  Proprio la memoria dell’altro gesto – quello della lavanda dei piedi – ci aiuta a mantenere vivo il senso proprio dell’intero mistero pasquale. Il duplice gesto di Gesù per dire il segno del suo dono pasquale è la chiave per rinnovare il nostro stile eucaristico, perché la celebrazione nutra l’esistenza credente e ne renda affidabile la testimonianza.

venerdì 5 giugno 2026

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (A) – 7 giugno 2026

 



 

 

Dt  8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

 

Della molteplice ricchezza che racchiude il mistero eucaristico, le letture bibliche odierne, come del resto fa l’intero Nuovo Testamento, mettono in evidenza in modo particolare la dimensione di dono e di nutrimento. I segni del pane e del vino esprimono prima di tutto e soprattutto il banchetto. La prima lettura fa riferimento ai doni elargiti da Dio al suo popolo nel deserto, dove Israele ha sperimentato la provvidenza paterna del Signore. Fra questi doni spicca la manna, quel nutrimento misterioso considerato poi da Gesù nel brano del vangelo d’oggi come prefigurazione o anticipazione del pane che Egli stesso dona a chi crede in Lui e che, contrariamente al cibo del deserto, è nutrimento per la vita eterna. Questo pane è Gesù stesso. Nella seconda lettura, san Paolo afferma che questo cibo ha la forza di costruire la comunione fra tutti quelli che lo mangiano: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”. L’eucaristia è vero nutrimento spirituale per i singoli e per l’intera comunità.

 

Nel deserto Dio ha nutrito il suo popolo con la manna, ma i doni del Signore sono sempre solo il segno di quel dono che è Egli stesso. L’eucaristia proclama quindi questa verità: Dio ci nutre con un pane che viene dal cielo; ma questo pane non è solo un nutrimento materiale o spirituale; è Dio stesso che si dona a noi nel suo Figlio: “il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Con queste parole, Gesù interpreta la sua vita come un dono capace di procurare la salvezza agli uomini. Ciò si avvera nel momento in cui Gesù offre la sua vita sulla croce. L’offerta di sé che Gesù ha consumato sul calvario, si perpetua nell’eucaristia sotto forma di pane e di vino, di nutrimento messo a nostra disposizione. Le parole di Gesù nell’ultima cena sono chiare al riguardo: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi”.  Il primo dei due prefazi dell’eucaristia proposti dal Messale sviluppa in modo particolare questa dimensione sacrificale dell’eucaristia, istituita da Cristo come “rito del sacrificio perenne”.

 

Per tutto il tempo del pellegrinaggio verso la terra promessa il popolo eletto è stato sostenuto con la manna data da Dio. Così Israele ha imparato nel deserto che l’uomo non ha bisogno solo di pane per nutrire il suo corpo ma anche del dono di Dio per compiere il suo cammino e dare senso alla sua esistenza. Noi sappiamo che questo dono di Dio è Dio stesso che si è donato per noi in Gesù Cristo. Il dono di Cristo è presente per noi nell’eucaristia. Nella partecipazione all’eucaristia riaffermiamo la nostra appartenenza a Cristo ed entriamo in comunione con la sua esistenza offerta al Padre per noi. In questo modo, diventiamo membra del corpo di Cristo e costituiamo una sola cosa con tutti i nostri fratelli. L’orazione sulle offerte ribadisce questa dottrina quando afferma che “i doni dell’unità e della pace” sono “misticamente significati nelle offerte che presentiamo” al Signore. Nella messa di oggi, come si vede, la liturgia della parola e la liturgia eucaristica si presentano in una unità strettissima.

 

 

domenica 31 maggio 2026

LITURGIA E SINODALITÀ

 



Elena Massimi, Liturgia e sinodalità. La celebrazione cristiana: fonte e culmine della Chiesa sinodale (Dinamiche), Queriniana, Brescia 2025. 96 pp. (€ 9.00).

Liturgia e sinodalità condividono una connessione “connaturale”: separare questi elementi comprometterebbe sia la profondità teologica della sinodalità, sia il ruolo della liturgia come manifestazione della Chiesa. È attraverso la partecipazione liturgica, culminante nell’eucaristia domenicale, che si forma la vera comunione ecclesiale. L’ascolto comunitario della parola di Dio e la celebrazione eucaristica costituiscono così il fondamento simbolico e concreto della sinodalità.

La liturgia diventa manifestazione di una Chiesa intrinsecamente sinodale attraverso due dimensioni: la ministerialità plurale dell’assemblea, che esprime praticamente la diversità dei doni dello Spirito, a servizio della comunità e della missione, e i linguaggi liturgici, sia verbali sia non verbali, che armonizzano e anzi valorizzano le differenze senza appiattirle, rivelando e costruendo il corpo di Cristo.

In definitiva, il celebrare plasma la Chiesa nella sua dimensione comunionale, vero orizzonte della sinodalità.

 

(Dalla quarta di copertina)   

venerdì 29 maggio 2026

SANTISSIMA TRINITA’ (A) – 31 maggio 2026

 



 

Es 34,4b-6.8-9; Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18

 

Nel salmo responsoriale, Anania, Azaria e Misaele, i tre giovani salvati miracolosamente dal fuoco della fornace, ci invitano ad esaltare il Signore, che è degno di lode e di gloria. A questo Dio grande e infinito, che nel Nuovo Testamento si è rivelato come uno e trino, che con la sua presenza riempie l’universo e che soprattutto ha voluto fare del cuore umano la sua dimora, eleviamo la nostra preghiera di lode.

Celebrare la solennità della Santissima Trinità, più che professare un dogma, significa celebrare la storia della nostra salvezza, di cui Dio è il principale protagonista, quel Dio che si è reso visibile nel suo Figlio fatto carne e che continua la sua opera in mezzo a noi attraverso l’azione dello Spirito Santo. Il mistero della santa Trinità ci appare così il mistero di un’infinita presenza che avvolge la nostra esistenza e le spalanca davanti le profondità della vita divina.

Le tre letture, che ci vengono proposte nella messa, tracciano come un itinerario di rivelazione progressiva del mistero di Dio uno e trino agli uomini: un Dio che si rivela come “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (prima lettura); un Dio che salva: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (vangelo); un Dio che rimane sempre con noi: “vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi” (seconda lettura). Dio ci si è rivelato nel Padre come creatore e Signore dell’universo, principio e fine di ogni cosa; nel Figlio incarnato come salvatore e redentore; e nello Spirito Santo, effuso nei nostri cuori, come forza e presenza santificante.

La festa odierna è riassuntiva di quanto abbiamo celebrato da Natale a Pasqua - Pentecoste; una festa in cui contempliamo tutto quanto Dio uno e trino ha fatto per noi, e per tutto ciò lo lodiamo e ringraziamo. La Scrittura non dice chi Dio sia, ma come Dio agisce. Non festeggiamo quindi direttamente quello che Dio è in se stesso, perché in fondo Egli rimane sempre invisibile e inafferrabile alla nostra comprensione, ma vogliamo semplicemente far festa globale delle tracce lasciate da Dio nel suo passaggio dentro la nostra storia. Adorare questo Dio presente nella storia è riconoscere la sua proposta di amore e riconfermare la nostra adesione gioiosa a lui con una vita coerente e impegnata nella testimonianza di questo amore. In un mondo secolarizzato, e più o meno indifferente e addirittura ateo, dobbiamo aver il coraggio di testimoniare la nostra fede in un Dio che si rivela e vuol incontrare l’uomo, per liberarlo dalle sue schiavitù, e condurlo, tramite Cristo, alla vita eterna, un Dio che vuol essere in mezzo a noi come dono di amore e di comunione. Solo Dio è la vera e perfetta unità, la vera e perfetta comunione: rendendoci trasparenti a lui, rendiamo la nostra comunione con le persone divine quasi il fondamento e il criterio della riunificazione interiore e della fraternità umana. Così la Trinità diventa il cuore dell’esperienza cristiana.

 Dio non si presenta con potenza o con pretese di dominio o sudditanza, ma come colui che ama e genera comunione, quel legame, cioè, di intimità e unità che solo l’amore conosce e può diffondere, Il mistero trinitario offre l’immagine di un Dio ricco di rapporti in sé e come tale rivelatosi operante nella storia. Il fatto quindi che Dio sia ricco di relazioni, uno nella distinzione delle persone in pienezza di vita, ha delle conseguenze inimmaginabili per la comprensione dell’uomo, del mondo e della società. Tutto ciò si esprime nella dimensione della comunione e del dialogo.

È famosa l’affermazione di Kant: “la dottrina sulla Santa Trinità non porta nessuna utilità nella vita quotidiana”, parole che esprimono forse l’opinione di molti cristiani. Invece per Gesù il mistero trinitario è la radice, il punto di riferimento della sua missione quando si rivolge al Padre con questa toccante preghiera: “perché tutti siano una cosa sola, come tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi […] siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e li hai amato come hai amato me” (Gv 17,21-23).

 

domenica 24 maggio 2026

LA PREGHIERA

 



                                                                                        

Matta El Meskin, dopo una lunga esperienza di vita solitaria, è diventato il rinnovatore della vita monastica nel deserto di Wadi el Natrun in Egitto. È un padre spirituale molto conosciuto e stimato dall'intera chiesa copta e da tutti i cristiani presenti in Egitto. Dopo anni di vita eremitica ha inizio il suo irradiamento, sono giunti molti discepoli e ora attorno a lui, al monastero di S. Macario a Scete, cristiani di ogni estrazione accorrono per ascoltare il suo insegnamento spirituale, frutto di contemplazione, di preghiera e di ascesi. Ecco quanto afferma questo grande maestro spirituale: “Per quanto possiamo parlarne, tutte le nostre parole a proposito della preghiera non potranno mai eguagliare quel che l’esperienza insegna. La preghiera ha bisogno dell’esperienza. Pregare è essenzialmente fare esperienza della Presenza divina. Al di fuori di questa esperienza di Dio non c’è preghiera” (Matta El Meskin, L’esperienza di Dio nella preghiera, Qiqajon, Bose 1999, p. 371).

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica (= CCC), in concreto nella bellissima Parte IV, dedicata appunto alla preghiera, dopo aver parlato della preghiera di Abramo e di Giacobbe, di Mosè, di Davide, di Elia e dei profeti, si afferma: “L’evento della preghiera ci viene pienamente rivelato nel Verbo che si è fatto carne e dimora in mezzo a noi…” (CCC, n. 2598).

Ricordiamo, poi, quanto afferma Origene: “Prega senza sosta colui che unisce la preghiera ai necessari impegni e gli impegni alla preghiera. Soltanto così possiamo mettere in pratica il precetto “Pregate sempre” (1Ts 5,17): se consideriamo tutta l’esistenza cristiana come un’unica grande preghiera, della quale ciò che siamo abituati a chiamare preghiera è solo una parte” (Origene, La preghiera 12,2).

La preghiera è una luce che illumina il cammino della nostra vita.


 

venerdì 22 maggio 2026

DOMENICA DI PENTECOSTE (A) – 24 maggio 2026 Messa del giorno



 

 At 2,1-11; Sal 103 (104); 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

 

La Chiesa proclama che abitiamo in un mondo amico, nel quale possiamo contemplare la presenza amorosa del Signore. La Pentecoste celebra la presenza dello Spirito di Dio che rinnova mondo e uomini. Ecco perché siamo invitati a rendere grazie al Signore e a cantare: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra”.

La solennità di Pentecoste, che “porta a compimento il mistero pasquale” (prefazio), commemora il dono dello Spirito divino effuso sugli apostoli e su tutti noi. Lo Spirito è il dono più prezioso di Cristo risorto, principio di una nuova creazione, di una nuova realtà, è l’amore di Dio effuso nei nostri cuori per rinnovare la faccia della terra. Abbiamo sentito nel vangelo come Gesù appare agli apostoli e li saluta con queste parole: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Dopo aver detto questo, alita su di loro e dice: “Ricevete lo Spirito Santo...”  La prima lettura ci racconta in dettaglio la scena della discesa dello Spirito sugli apostoli riuniti nel cenacolo cinquanta giorni dopo Pasqua. Ma la Pentecoste non è un evento isolato nel tempo; è un prodigio che si prolunga nella storia. Infatti, san Paolo nella seconda lettura ci ricorda che tutti noi abbiamo ricevuto lo stesso Spirito nel quale siamo stati battezzati. Lo Spirito è effuso su tutti ed è all’origine dei diversi doni che sono in noi non solo per l’utilità personale ma anche “per il bene comune”.

Possiamo soffermarci brevemente su quest’idea, che è centrale nell’insegnamento dell’apostolo Paolo. Egli illustra la sua dottrina con un’immagine eloquente, il corpo: tutti formiamo un solo corpo, ma in molte membra; membra diverse, ma unite a formare un unico organismo. Lo Spirito Santo è il garante dell’unità che tiene unita e ben compaginata la Chiesa come un corpo, in cui la diversità di funzione e ruolo delle varie membra è al servizio del bene dell’organismo intero. La prima lettura ci ricorda che san Pietro nel suo primo annuncio del Vangelo nel giorno di Pentecoste era capito nella propria lingua dai numerosi stranieri convenuti a Gerusalemme. Lo Spirito di Pentecoste è una forza unificatrice che si contrappone vittoriosamente alla logica di divisione della torre di Babele (cf. Gen 11). Lo Spirito è principio di unità nella varietà. Il progetto di Dio è un mondo ricco nella varietà e saldo nella comunione. La varietà dei doni che lo Spirito Santo elargisce generosamente per il bene comune, esige il mutuo riconoscimento della dignità dell’altro e la collaborazione reciproca. Ognuno di noi è parte integrante e insostituibile nel grandioso progetto di Dio sulla storia. Nessuno è superfluo in questa storia, ma ognuno, con la sua particolare vita, con i suoi eroismi e anche con le sue debolezze, è chiamato a mettersi generosamente al servizio degli altri perché il Regno di Dio si compia.

Nell’orazione sulle offerte chiediamo al Padre che mandi lo Spirito “perché riveli pienamente ai nostri cuori il mistero di questo sacrificio”. Lo Spirito Santo ci fa percepire il senso profondo della redenzione e, in particolare, la grandezza e il valore del mistero eucaristico.

  

domenica 17 maggio 2026

LA CELEBRAZIONE EUCARISTICA E L’UNITA’ DELLA CHIESA

 



 

Come afferma il Vaticano II, nell’eucaristia “l’unità della chiesa viene sia significata sia prodotta” [unitas ecclesiae et sigificatur et efficitur]  (Unitatis redintegratio 2). Possiamo affermare che a livello di segno, il rito della celebrazione eucaristica anteriore alla riforma del Vaticano II esprime una visione di chiesa diversa di quella che esprime l’eucaristia celebrata col rito riformato e promulgato da Paolo VI. Da una ecclesiologia “clericale” (Trento) si è passato ad una ecclesiologia del “popolo di Dio” (Vaticano II).

Noto che il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1329), tra i nomi dati all'Eucaristia, cita quello di "Assemblea eucaristica [sinassi], in quanto l'Eucaristia viene celebrata nell'assemblea dei fedeli, espressione visibile della Chiesa". Il servizio dei ministri non va inteso separatamente o al di sopra di quello di tutta l'assemblea, ma va inteso in una visione unitaria e globale: nella Chiesa riunita che celebra, ciascuno interviene secondo ruoli diversi (cfr. 1 Cor 12,4-11.28-30; Rm 12,6-8). Il ministero ordinato, nella comunità e davanti alla comunità, non esiste come struttura parallela rispetto alla ministerialità di alcuni e alla partecipazione di tutti. È giusto, anzi necessario, distinguere le rispettive competenze, ma allo stesso tempo va sottolineata l'unità dell'azione rituale.

Se si accetta l’ecclesiologia del Vaticano II, coerentemente si dovrebbe accettare il Messale di Paolo VI. La Fraternità Sacerdotale San Pio X (i Lefebvriani) e coerente quando rifiuta il Messale di Paolo VI dato che rifiuta anche l’ecclesiologia del Vaticano II. Non sono coerenti invece coloro che pur accettando il Vaticano II celebrano col Messale tridentino. IL PROBLEMMA E’ ECCLESIOLOGICO!

 

venerdì 15 maggio 2026

ASCENSIONE DEL SIGNORE (A) – 17 maggio 2026 Messa del giorno

 



 

 

At 1,1-11; Sal 46 (47); Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

 

 

L’ascensione di Cristo al cielo è il momento culminante della Pasqua del Signore: il suo trionfo e la sua glorificazione personale dopo l’apparente disfatta della morte in croce. Con la sua ascensione, Cristo è stabilito re dei secoli, Signore dell’universo, sacerdote e mediatore unico tra Dio e gli uomini, capo del suo corpo mistico (cf. seconda lettura).

 

Il racconto dell’evento dell’ascensione del Signore è affidato alla prima lettura, costituita dai versetti iniziali degli Atti degli Apostoli. Tuttavia, la preoccupazione maggiore dei brani della Scrittura che vengono proposti oggi alla nostra attenzione è di dare indicazioni sul senso del tempo che noi stiamo vivendo tra l’ascensione del Signore e il suo ritorno alla fine dei tempi. San Paolo nella seconda lettura parla della speranza che l’ascensione di Cristo inaugura. Cristo, entrando nel mondo di Dio, rende accessibili a tutti noi le realtà divine. Guidati da questa speranza, siamo in grado di valutare in modo giusto le realtà terrene. Gesù è passato in mezzo a tutte queste realtà del mondo tenendo fisso lo sguardo verso il Padre, senza deviare dalla strada della sua missione. La solennità dell’Ascensione è certamente un invito a guardare in alto e lontano, oltre le lotte e i limiti del tempo presente, ma non certo per restare inoperosi nella contemplazione di quel mondo che è oltre il tempo e lo spazio. Il “cielo” è una nostalgia giusta, una promessa sicura, perché Cristo lo ha reso accessibile, ma non per questo deve far dimenticare il cammino che dobbiamo percorrere perché diventi una concreta realtà per tutti noi. Il cielo diventa alienazione e inganno se ci distoglie dalle sue premesse nella storia, dai nostri compiti attuali. Il messaggio cristiano non è evasione religiosa, disimpegno del quotidiano, fuga dalla realtà. Il messaggio cristiano è il lievito che deve trasformare la realtà quotidiana indirizzandola verso il traguardo di Dio. Perciò questo messaggio è destinato ad essere annunciato a tutti gli uomini.

 

Infatti, Gesù congedandosi dei discepoli, li invia in missione. Il breve brano del vangelo d’oggi è tutto incentrato su queste parole di Gesù: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque a fare discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Se il fatto della missione rende la Chiesa apostolica, cioè inviata nel mondo, i destinatari la rendono cattolica, cioè universale. Una caratteristica quest’ultima che si rende visibile quando la comunità cristiana non appare chiusa in sé stessa, autoreferenziale, ma aperta a tutti, veramente incarnata in ogni situazione e travaglio umano, totalmente presente al mondo per il suo servizio. Solo allora il termine cattolica acquista il suo pieno senso. La missione della Chiesa ha il compito di incontrare l’uomo e di condurlo al di là di sé stesso, a Cristo. Il ritorno di Cristo al Padre inaugura quindi il cammino della Chiesa e della sua missione nel mondo per condurre tutti gli uomini con Cristo al Padre.

 

Nell’eucaristia la Chiesa pellegrina sulla terra riaccende continuamente la speranza della patria eterna (cf. orazione dopo la comunione).

 

domenica 10 maggio 2026

LA PREGHIERA LITURGICA

 



La Chiesa trasmette a ciascuno la lingua materna cristiana e, con essa, la preghiera che ha ricevuto dal Signore con tutto ciò che questo comporta. In questo modo si fa riferimento al rito della "traditio" o consegna al catecumeno del Padrenostro, come simbolo e compendio della preghiera della Chiesa. Questo rito ricorda che i cristiani, che hanno ricevuto lo spirito di adozione a figli, possono indirizzarsi a Dio Padre con il "noi" ecclesiale.

Autocomprendersi nel momento della preghiera come Chiesa, significa aprirsi ad un orizzonte più ampio di quello semplicemente individuale e soggettivo. Certamente, la preghiera liturgica non esige la rinuncia al proprio io, alla propria storia e originalità personali, richiede però che il credente si sappia situare in un orizzonte più ampio e in atteggiamento di apertura e di dialogo. Si può affermare che quando il soggetto si esprime con il "noi" tipico della liturgia, allora vive la dimensione completa di se stesso: solo nella comunione egli è fino in fondo se stesso autenticamente. La celebrazione cristiana, al tempo stesso che rispetta il nostro "io", ci educa a crescere nella dimensione del "noi" comunitario.

 

venerdì 8 maggio 2026

DOMENICA VI DI PASQUA (A) – 10 maggio 2026

 


 

 

At 8,5-8.14-17; Sal 65 (66); 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21


La domenica odierna comincia a preparare la solennità della Pentecoste, annunciando il dono dello Spirito Santo. Gesù, tornando al Padre, non lascia soli coloro che credono in Lui. Rimane tra loro in una forma nuova, tramite “un altro Paraclito”, “lo Spirito della verità” (vangelo). Questo Spirito è comunicato mediante il ministero degli apostoli a coloro che credono in Cristo (prima lettura), perché li sostenga e li animi edificandoli in comunità viva, capace di rendere ragione della propria fede (seconda lettura).

Gesù risorto non rinnega la solidarietà con gli uomini. La sua morte e risurrezione segnano il passaggio da una presenza visibile ma esteriore a una presenza interiore, meno palpabile dai sensi ma non per questo meno reale ed efficace. Questa presenza è realizzata dallo Spirito Santo, dono del Padre, che rimane con i discepoli di Gesù per sempre. Il compito dello Spirito viene indicato dai due nomi che nel vangelo d’oggi riceve: “Paraclito”, che in greco significa “Consolatore”, e “Spirito della verità”.

Cominciamo dal secondo titolo: “Spirito della verità”. La verità che lo Spirito dona non è certamente un insieme di affermazioni categoriche o un elenco dottrinario, ma quella verità che emerge dall’amore. La verità di cui parla il vangelo di san Giovanni è la rivelazione dell’amore del Padre per noi, che si concretizza nello stesso Gesù. È Lui la verità! Lo Spirito appare quindi come colui che introduce nella piena conoscenza di Cristo, che ci insegna ad amarlo e a servirlo. Chi non crede che Gesù è la rivelazione dell’amore del Padre, rimane nel suo cuore ermeticamente chiuso ad ogni influsso dello Spirito Santo. Coloro invece che credono in Gesù, con il dono dello Spirito, sono chiamati ad una intimità ancora maggior con Gesù: Egli non solo è “vicino” a loro, ma è veramente “in loro”.  Questo Spirito, poi, è il “Paraclito”. Il termine proviene dal linguaggio giuridico greco e indica uno che viene “chiamato vicino” ad un accusato perché lo aiuti e lo difenda. Da questo significato proviene quello derivato di “Consolatore”. Solo san Giovanni usa questo termine per indicare sia lo Spirito Santo (14,16.26; 15,26; 16,7) sia Gesù stesso (1Gv 2,1). Quindi il Paraclito è, al pari di Gesù, un “altro Consolatore”. Lo Spirito Santo è quindi dato a nostra difesa, a sostegno cioè del nostro compito di testimonianza nel mondo, affinché siamo sempre pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi (cf. 1Pt 3,15).      

Caratteristica propria dello Spirito Santo è quella di essere “il dono” per eccellenza. L’azione dello Spirito è essenzialmente “dono di sé”. Rendersi perciò conto della sua presenza in noi significa prendere coscienza che la nostra esistenza è avvolta dalla presenza premurosa di Dio e questo fatto, se viene recepito a fondo, è capace di trasfigurare profondamente la vita intera. La dolcezza e la tenerezza che furono del Cristo sono anche dello Spirito che spesso nella tradizione è stato evocato con immagini materne. L’azione dello Spirito è quella di creare in noi una sorgente di vita per gli altri, capace di generare e dare vita.

 

 

domenica 3 maggio 2026

LA VITA INTERIORE

 



 

Quando parlo di vita interiore non parlo dei flussi gastrointestinali, tanto meno di psiche e suoi derivati, per quanto importanti. Mi riferisco alla parte più interiore del nostro essere, quella spirituale. L’uomo, nella prospettiva cristiana, come spiega san Paolo, è corpo, anima e spirito, ma l’ultimo (in particolare da Cartesio in poi) non lo consideriamo minimamente…, è la dimensione più intima e decisiva del nostro essere, dove prendiamo le scelte più importanti e dove solo Dio può parlarci. E allora la mia vita di fede non ha a che fare solo con ciò che faccio, ma anche e soprattutto con ciò che penso. I miei pensieri – intesi nel senso più profondo del termine – sono importantissimi. Un poeta dei nostri giorni, Franco Arminio diceva: “Il nero dell’Italia di oggi non è il fascismo, ma la depressione. Ci sono milioni di italiani in pigiama. C’è gente che finisce la sua giornata prima di cominciarla. Esistono lavori usuranti, ma esistono anche riposi usuranti. Abbiamo milioni di pensionati in buona salute, a cui nessuno sa cosa chiedere. Milioni di giovani senza lavoro e molto spesso senza utopie. […] Basta guardare le facce che ci sono in giro. È come se fosse sceso un velo sulle facce. La scontentezza fa più danni del colesterolo”.

Perché siamo così scontenti? In una generazione che ha ereditato la morte di Dio, la risposta sembrerebbe scontata. Eppure, nemmeno i cristiani se la passano bene: persino fra moltissimi praticanti quel velo spesso resta, manifestazione di una tristezza strisciante che svuota, spegne, indebolisce, immobilizza. Quasi a dire: “Gesù è risorto, ok… ma io sto a pezzi!”.

Chiamati a essere dei re, assomigliamo molto a Théoden de Il Signore degli anelli: sembriamo invecchiati, impauriti e immobili sul nostro tono quotidiano, ascoltando continuamente il nostro personalismo Vermilinguo con i suoi suggerimenti mortiferi, che sono i nostri pensieri ossessivi di giudizio, condanna, disperazione.

 

Fonte: Nicola Commisso, Manco le basi. Piccolo manuale di introduzione alla fede cattolica. Prefazione di Costanza Mariano, Il Timone, Milano 2025, pp. 188-189.

venerdì 1 maggio 2026

DOMENICA V DI PASQUA (A) – 3 maggio 2026

 



 

 

At 6,1-7; Sal 32 (33); 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

 

La lettura evangelica propone un brano del discorso di addio pronunciato da Gesù nel contesto dell’ultima Cena. Gesù parla della sua dipartita da questo mondo e del suo ritorno alla casa del Padre, dove va a preparare un posto anche per i suoi discepoli. San Tommaso desidera conoscere la via per arrivare al luogo dove Gesù afferma che sta per andare. Gesù risponde di essere lui stesso la via, ma non solo: egli aggiunge che è anche la verità e la vita. Queste parole non devono essere interpretate in modo astratto. Gesù propone la propria persona, il proprio messaggio come ciò che rende “vero” il nostro sguardo su di noi stessi, che dà autenticità ai nostri desideri più profondi, che dona cioè senso e vigore alla vita e la riempie di speranza e di un orizzonte aperto, duraturo, eterno e per questo degno di essere ricercato e perseguito.  Gesù morto e risorto è la via unica che conduce al Padre, la verità che illumina, la vita eterna che ci viene donata già ora nel nostro cammino verso la gloria definitiva. Insomma, Gesù è la via per giungere alla vera vita, ossia alla verità della vita.

 

Dinanzi a questi discorsi, Filippo taglia corto e dice a Gesù: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. La risposta di Gesù è sorprendente: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Filippo cerca una visione, una apparizione. Gesù gli ricorda che solo lui, nella sua concreta umanità, è il luogo in cui si può scorgere la realtà di Dio. In lui il Dio invisibile si è fatto visibile, conoscibile raggiungibile. È dunque osservando l’umanità di Gesù (parole e opere) che si può comprendere chi è Dio.

 

La seconda lettura riprende e sviluppa la stessa dottrina della centralità di Cristo nella nostra vita; lo fa adoperando un’altra immagine, quella della “pietra”. San Pietro paragona la comunità dei credenti ad un “edificio spirituale, per un sacerdozio santo…”, fondato su Cristo “pietra d’angolo” dell’edificio. Con la sua risurrezione, Cristo si è mostrato davanti agli uomini come roccia su cui fondare l’edificio di una nuova comunità, quella dei credenti in Lui, che sono a loro volta chiamati “pietre vive”. Per coloro invece che rifiutano Cristo quale pietra angolare, essa diventa “sasso d’inciampo e pietra di scandalo”.

 

Della nuova comunità fondata su Cristo, che è la Chiesa, e dei suoi primi passi nella storia, parla la prima lettura. Si tratta di una comunità che, pur nelle sue contraddizioni e tensioni, vive in atteggiamento di “servizio” (servizio della Parola e servizio dei poveri) ad esempio di colui che ha detto: “Il Figlio dell’uomo non è venuto a farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). In questo modo, la Chiesa, quale strumento di salvezza, è chiamata a rendere presente ed operante, nel tempo e nel mondo, la grazia del Risorto, di colui che è il solo Salvatore, la via unica che conduce al Padre.

 

La funzione mediatrice di Cristo e il carisma sacerdotale della Chiesa trovano il loro esercizio privilegiato nella celebrazione eucaristica. Qui avviene il misterioso scambio di doni che rende possibile la comunione con Dio, unico e sommo bene. Nella celebrazione eucaristica si verifica quel processo che ci fa passare “dalla nativa fragilità umana alla vita nuova nel Cristo risorto” (orazione dopo la comunione).

 

domenica 26 aprile 2026

DALLA MENSA A L’ALTARE

 



I discepoli di Gesù, scrive Minucio Felice nell’Ottavio, non hanno “né templi né altari ma assemblee e mense”. Agli occhi del cristianesimo antico un ‘altare’ è proprio l’elemento emblematico di una religione idolatrica e sacrificale. La logica dello scambio simbolico, che fonda il senso originario del sacrificio, può sempre trasformarsi in un sistema della contropartita. Gesù, in corrispondenza alla sua morte e in occasione di una cena, ha compiuto qualcosa che ha cambiato completamente di segno quella vecchia logica sacrificale.

Il sacrifico non è più quello che l’uomo deve accettare di perdere per rimanere nel gradimento divino, ma tutto quello che Dio accetta di impegnare pur di mantenere viva la sua amicizia con l’uomo.

La libertà religiosa dopo Costantino e le contestuali campagne edilizie che ‘istituzionalizzano’, pur con le sue varianti, la forma basilicale dell’edificio di culto cristiano assestano la mensa cristiana in una sua forma tipica, che progressivamente non si ha più paura a chiamare nuovamente ‘altare’. L’altare cristiano è luogo di quel sacrificio pasquale che lo stesso Cristo ha simbolizzato ritualmente nella grammatica del pasto liturgico. La vecchia ara del sacrificio e la mensa del pasto rituale sono perfettamente congiunti in una nuova concezione teologica.

L’altare è Cristo. Su di esso si rinnova un sacrificio trasmutato in convivio, segno di una dedizione disposta a perdere pur di salvare.

 

Fonte: Giuliano Zanchi, Dare luogo alla grazia. Sugli spazi della liturgia, Vita e Pensiero, Milano 2025, sintesi delle pp. 79-85.

venerdì 24 aprile 2026

DOMENICA IV DI PASQUA (A) – 26 aprile 2026

 



 

At 2,14a.36-41; Sal 22 (23); 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10

 

 

Nel brano del vangelo, Gesù si autodefinisce “buon pastore”. L’attesa di un “pastore” che sapesse guidare con giustizia il popolo era sempre stata viva in Israele (cf. Sal 22; Ez 34). Appropriandosi di questa immagine, Gesù intende presentarsi come il Messia atteso, autentica guida, in grado di salvare l’uomo, a differenza di qualsiasi altro, “ladro” e “brigante”. Gesù usa poi un’altra immagine di cui pure si appropria: “io sono la porta delle pecore”. Il tema della “porta” che dà accesso alle realtà celesti era frequente nella tradizione giudaica (cf., ad esempio, Gen 28,17). Gesù è quindi l’unica porta attraverso cui abbiamo accesso alla gloria: egli ci guida “ai pascoli eterni del cielo” (orazione dopo la comunione).

 

Gesù non fa derivare la sua autorità sull’uomo dal ricatto o da imposizioni di qualsiasi genere, ma, come dice san Pietro nella seconda lettura, dall’esempio che egli dà e dalla positività dei valori che propone: “Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme”. Il pastore cammina davanti alle sue pecore (cf. Gv 10,4), si pone alla loro testa e le guida dentro la realtà della storia.

 

Come si entra a far parte del gregge o della comunità di Gesù? Ce lo spiega la prima lettura, tratta dal discorso in cui san Pietro annuncia alla folla di Gerusalemme il Cristo morto e risorto. Alla domanda degli ascoltatori a Pietro e agli apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”, Pietro risponde indicando la triplice via che introduce nella Chiesa di Gesù: “Convertitevi”. Il pentimento o la conversione è la richiesta fondamentale. “Ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo”. L’essere battezzati nel nome di Gesù Cristo equivale ad essere inseriti nel mistero della sua persona e della sua opera. Dopo “riceverete il dono dello Spirito Santo”. Dal Signore risorto che dona lo Spirito nasce la comunità dei risorti. All’annuncio del vangelo, fa seguito la conversione, il battesimo e il dono dello Spirito. Solo così si forma parte della Chiesa. Di questa Chiesa, Cristo è porta di accesso ed è pastore che la guida. Quando, dopo la risurrezione, Gesù affida a Pietro la guida della sua comunità gli chiede, come unica condizione: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?” (Gv 21,15). Solo chi ama Gesù e agisce sotto il suo impulso può guidare correttamente la comunità cristiana verso i pascoli della vita. Non si tratta di un amore – sentimento, ma di un modo di pensare e di agire dove Gesù è il centro, la sorgente e lo scopo.

 

Cristo risorto esercita le sue funzioni di buon pastore soprattutto nell’eucaristia. Qui viene in mezzo a noi, ci nutre col pascolo della sua parola e soprattutto, con il suo corpo e il suo sangue. Qui ci dona l’abbondanza della vita.