La liturgia è “l’esercizio della funzione (munus) sacerdotale di Cristo” (SC 7); è anche opera della Chiesa, in cui “ciascuno, svolge il proprio ufficio (munus)” (SC 28). I pastori “esercitano in essa la funzione (munus) di dispensatori dei misteri di Dio” (SC 19). Partecipando alla liturgia il Signore “fa di noi stessi un’offerta (munus) eterna a lui” (SC 12). “Munus” può esprimere bene il mistero liturgico nella sua globalità.
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venerdì 31 luglio 2026
domenica 26 luglio 2026
RITUALITÀ E ALTRO
Vasco Brondi, Una cosa
spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte (Vele 269), Giulio Einaudi
editore, Torino 2026. 160 pp. (€ 13,00).
Una cosa spirituale è
un viaggio tra terreno e ultraterreno, una visione su come fare arte ai tempi
del materialismo. Vasco Brondi ci racconta la sua esperienza con la creatività,
i momenti in cui ha sentito che il flusso creativo non scorreva piú e i momenti
in cui l'ha ritrovato. Esplora e mette in relazione le esperienze e le pratiche
creative e spirituali di grandi artisti e di grandi mistici e tradizioni
contemplative: Nick Cave e i sufi, le cartomanti e Federico Fellini, i padri
del deserto e i CCCP, Marina Abramovic e i monaci tibetani, i sadhu e
David Lynch, Simone Weil e il regno dei cieli. Per scoprire e lasciarsi
ispirare dai processi creativi di registi, musicisti, scrittori, artisti visivi
e dal loro rapporto con l'invisibile. Vasco Brondi, che con le sue canzoni è
arrivato a tanti, ci suggerisce che l'arte, in quest'epoca materialista, non è
solo intrattenimento ma può metterci in contatto con le magie e i misteri del
nostro transito terrestre. In questo senso la creatività è una cosa spirituale.
(Quarta di copertina)
venerdì 24 luglio 2026
DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 26 luglio 2026
1Re 3,5.7-12; Sal 118
(119); Rm 8,28-30; Mt 13,44-52
Il Sal 118, il più lungo del Salterio, conserva
tracce indubbie di un amore profondo, quasi saporoso della legge, un vero e
proprio culto. Il salmista proclama beato colui che è fedele agli insegnamenti
del Signore “e lo cerca con tutto il cuore” (v.2). Il termine cuore appare più
volte nel testo salmico. Questo cuore è un cuore pronto a custodire i precetti
del Signore e appunto per questo è un cuore sapiente: “insegnami il gusto del
bene e la conoscenza, perché ho fiducia nei tuoi comandi” (v.66).
Non tutte le cose hanno la stessa importanza.
Nella nostra vita quindi ci sono delle priorità da difendere. Lo ha capito
Salomone, di cui parla la prima lettura. Egli, diventato re in giovane età, si
sente inadeguato al grande compito di governare il popolo di Dio. Nella sua
preghiera al Signore, Salomone non chiede né lunga vita, né ricchezze, né il
trionfo personale, ma ciò che egli crede sia più importante: “un cuore docile
perché sappia rendere giustizia” al popolo e “sappia distinguere il bene dal male”.
Salomone chiede insomma la “saggezza nel governare”. Il giovane re ha fatto una
scelta giusta, ha saputo discernere e scegliere ciò che è veramente
prioritario.
Tutta la nostra vita è una continua ricerca di
qualcosa di appagante e di stabile che non riusciamo però mai a trovare
pienamente e definitivamente. Tutto è precario e tutto invecchia assai
rapidamente. Cosa cerca veramente il nostro cuore? Nella prima parte del brano
evangelico d’oggi, Gesù parla di un bracciante che sta lavorando un campo e vi
trova un tesoro; e di un mercante, appassionato di perle, che trova la pietra
preziosa che aveva sognato per tutta la vita. Due esperienze diverse; la prima
casuale, la seconda preparata con una lunga ricerca. Ma l’effetto è lo stesso:
“va… vende tutti i suoi averi e compra quel campo…, compra la perla”. Sono
immagini eloquenti che intendono dare una risposta alla ricerca di senso che
pervade la nostra vita. Come l’uomo che ha trovato un tesoro nascosto o il
mercante che ha trovato una perla preziosa, il cristiano è collocato dalla sua
fede di fronte all’unico Salvatore di tutti, l’unico mediatore tra Dio e gli
uomini, l’unico Nome nel quale è dato agli uomini di essere salvi.
La parola di Dio in questa domenica ci invita a
scegliere la strada che conduce al tesoro nascosto, a quella perla il cui
grande valore non verrà mai meno per l’eternità. Come il re Salomone, anche noi
siamo incoraggiati a chiedere al Signore che ci dia un “cuore saggio e
intelligente” per saper discernere e scegliere i veri valori della vita, quelli
che non invecchiano mai. Si tratta di dire sì al Signore che, come afferma la
lettera ai Romani, vuol salvare gli uomini predestinandoli, chiamandoli, giustificandoli
e glorificandoli. Nella ricerca di Dio e del suo regno tanti sono gli
smarrimenti e tante le nostre debolezze. Ma san Paolo ci ricorda che per chi
ama Dio e lo cerca con cuore sincero, tutto finisce per concorrere al bene di
quella vita piena alla quale siamo chiamati in Cristo. Non si tratta di una
affermazione ottimistica di chi vuol vedere tutte le cose sotto un’angolazione
serena; è l’affermazione di fede di chi sa che la storia non sfugge al
controllo di Dio e, d’altra parte, sa che Dio ci ha amato fino a donare per noi
il suo Figlio.
L’eucaristia è dono di sapienza, certo
superiore a quello chiesto da Salomone. È “memoriale perpetuo” della passione
di Cristo, “dono del suo ineffabile amore… per la nostra salvezza” (preghiera
dopo la comunione).
domenica 19 luglio 2026
LA PAROLA DI DIO E L’EUCARISTIA
Il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione sottolinea il legame tra la Parola di Dio e l’Eucaristia adoperando sia per l’una che per l’altra lo stesso verbo “venerare”: “La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore …” (DV 21). Il Lezionario della Messa afferma, come fa anche la DV, che alla parola di Dio e al mistero eucaristico la Chiesa tributa la stessa “venerazione”, ma aggiunge precisando maggiormente il concetto: “anche se non lo stesso culto” (OLM 10: “Dei verbum et eucharisticum mysterium eadem veneratione etsi non eodem cultu …”). Quando in seguito si parla dei riti che accompagnano la proclamazione del Vangelo, si adopera sempre il sostantivo “venerazione”.
venerdì 17 luglio 2026
DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) –19 luglio 2026
Sap 12,13.16 –19; Sal
85 (86); Rm 8,26-27; Mt 13,24-43
La preghiera è un atteggiamento del cuore che
si apre al mistero di Dio. Pregare significa quindi cercare il volto di Dio. Il
Sal 85 è una preghiera piana e scorrevole, calda di fede e di senso religioso,
con cui il pio salmista ci conduce alla scoperta di un Dio grande e potente che
compie meraviglie, ma che soprattutto è lento all’ira, pieno di amore e pronto
nell’offrire il suo perdono a quanti si rivolgono a lui con cuore pentito. In
questa preghiera si sente già il dialogo amoroso e confidente del Vangelo:
chiedete ed otterrete. La tradizione cristiana ha interpretato questo salmo
come preghiera rivolta da Gesù al Padre, sia per sé, sia per le membra di quel
corpo mistico, di cui egli è il capo.
La prima lettura biblica, tratta dal libro
della Sapienza, parla di un Dio che pur essendo “padrone della forza”, governa
“con molta indulgenza” e concede dopo i peccati la possibilità di pentirsi.
Sulla stessa linea, la parabola del grano e della zizzania (gramigna),
riportata dalla lettura evangelica, ci mostra il volto di un Dio paziente,
capace di aspettare, pronto a darci la possibilità di scegliere, di crescere,
di maturare, e disposto sempre a perdonare. Dio rispetta la nostra libertà e i
nostri ritmi. Egli non vuole dei burattini, docili strumenti senza cuore. Dio
vuole l’amore della sua creatura e perciò rispetta la sua libertà. Le altre due
brevi parabole del granello di senape e del lievito, riportate dalla pagina
evangelica, adombrano la potenza di espansione del regno di Dio.
Siamo invitati a prendere coscienza con
realismo della presenza del male nel mondo e in ognuno di noi: “Tutti i membri
della Chiesa, compresi i suoi ministri, dobbiamo riconoscerci peccatori. In
tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora
mescolata al buon grano del Vangelo” (Catechismo
della Chiesa Cattolica, n. 827). Dinanzi a questa realtà bisogna evitare
due estremi: l’esserne succubi o il volerlo stroncare ad ogni costo e in tutte
le sue manifestazioni. Pretendere di cancellare radicalmente tutto il male che
c’è nel mondo è lo stesso che sopprimere la libertà dell’uomo con il rischio di
uccidere l’uomo stesso. Certamente la libertà non equivale al diritto di fare
il male, ma apre all’uomo la possibilità di orizzonti di bene. In ogni modo,
Dio non vuole limitare la nostra libertà anche se alla fine del nostro
pellegrinaggio chiederà conto dell’uso che ne avremo fatto. Gesù con le sue
parabole ci fa capire che il regno di Dio ha un inizio (il momento in cui il
seme viene seminato nel campo del cuore dell’uomo), una fine (il tempo della
mietitura), separati da un tempo di crescita. Non dobbiamo quindi essere
precipitosi, fare delle discriminazioni premature.
La tolleranza del padrone della messe stimola
anche noi a un comportamento di comprensione. La vera forza dell’uomo non si
manifesta nella vendetta, ma nel perdono. I sistemi del puritanesimo,
dell’integralismo, del rigorismo e del massimalismo sono estranei allo spirito
del Vangelo di Gesù. Se Dio è buono e perdona (cf. salmo responsoriale), anche
noi dobbiamo avere il coraggio del perdono. Come ci ricorda san Paolo nella
seconda lettura, nei nostri rapporti con Dio e con gli altri dobbiamo affidarci
allo Spirito che “viene in aiuto alla nostra debolezza”. Lo Spirito Santo opera
in modo continuo nel nostro cuore e orienta il nostro spirito perché sappiamo
crescere nella vitalità che viene dall’alto. Fonte di ogni bontà, Dio non è
direttamente né indirettamente causa del male. Rispettando la libertà della sua
creatura, Dio lo permette e, misteriosamente, egli sa trarre il bene anche dal
male.
domenica 12 luglio 2026
DIACONESSE
Preghiera per l’”ordinazione” di una diaconessa (Costituzioni Apostoliche, VIII, 19-20)
“O Dio eterno, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
Creatore dell’uomo e della donna,
che hai riempito di Spirito Maria, Debora, Anna e Hulda,
che non hai disdegnato che il tuo Figlio unigenito nascesse da una donna,
tu che nella tenda della testimonianza e nel tempio
hai stabilito donne custodi delle tue porte sante:
guarda ora anche questa tua serva,
destinata al ministero diaconale,
e donale lo Spirito Santo,
purificala da ogni impurità della carne e dello spirito,
affinché compia degnamente l’ufficio che le è affidato,
a tua gloria e lode del tuo Cristo,
con il quale a te sia gloria e adorazione,
nello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.”
In Rm 16,1 si legge: “Vi raccomando Febe che è al servizio
(diakonos) della Chiesa di Cencre”. Abbiamo testimonianza della loro
presenza soprattutto nei secoli III e IV, in particolare in Oriente. Le
diaconesse svolgevano diversi ruoli nel servizio pastorale, in particolare
nell’assistenza e cura verso altre donne.
venerdì 10 luglio 2026
DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 12 luglio 2026
Is 55,10-11; Sal 64
(65); Rm 8,18-23; Mt 13,1-23
Il discorso centrale delle letture bibliche
odierne verte sulla parola di Dio. Il breve brano della prima lettura, tratta
dal profeta Isaia, esalta la potenza della parola del Signore. Essa opera ciò
che il Signore desidera e compie ciò per cui egli l’ha mandata. Le parole umane
sono spesso vane e inconsistenti, non impegnano sempre chi le pronuncia, non
resistono alla prova del tempo. La parola di Dio, invece, non risuona mai
inutilmente sulla terra, non cade a vuoto, ma realizza qualcosa in chi si dispone
a riceverla. Venendo da Dio, porta la vitalità infinita di Dio ed è capace di
fecondare il mondo. Il profeta compara l’azione della Parola con quella della
pioggia e della neve che irrigano, fecondano e fanno germogliare la terra. Non
si tratta però di una parola magica. La parola di Dio non funziona in modo
automatico. Lo insegna Gesù nella parabola del seminatore che uscì a seminare,
parabola con la quale iniziamo la lettura del discorso sulle parabole del Regno
che ci accompagnerà anche nelle due domeniche seguenti. Gesù afferma che le
sorti della Parola sono anche legate alla nostra responsabilità e
collaborazione: occorrono certe condizioni di disponibilità, di attenzione;
occorre un terreno adatto, un cuore capace di ascolto perché la parola di Dio
dia frutto. Se il nostro cuore è come un terreno arido, la nostra vita sarà
sterile e incapace di essere rinnovata col messaggio della parola di Dio.
La seconda lettura ci ricorda che la parola di
Dio seminata abbondantemente nel decorso della storia, ne subisce tutti i
condizionamenti. Il brano paolino può aiutarci a comprendere l’attuale
travaglio della crescita del regno di Dio, e quindi anche della Parola che di
questo regno è annuncio. San Paolo ci invita alla speranza: la potenza della
parola di Dio apparirà in tutto il suo fulgore quando in ogni discepolo si
rivelerà la “gloria futura”, quando anche il corpo mortale dell’uomo sarà
trasfigurato e reso conforme al corpo glorioso del Signore. L’eventuale
incredulità degli ascoltatoti non farà fallire il progetto di Dio. La salvezza
in Cristo è una realtà presente (cf. 1Cor 15,1-2), ma la sua realizzazione
piena attraverso la risurrezione dei corpi deve ancora venire (cf. 1Cor
15,13-34). Con il nostro corpo l’uomo è in rapporto con tutto il creato.
Entrambi, noi e il cosmo, gemono nell’attesa di una manifestazione piena della
salvezza.
La parola di Dio, se accolta e custodita nel
cuore, è luce che ci guida a capire e interpretare il significato della nostra
vita nella scena di questo mondo. Questa parola, che ascoltiamo così sovente
nel decorso delle nostre celebrazioni liturgiche, in particolare ogni domenica
nella prima parte della celebrazione della messa, è come una semente che Dio
stesso sparge nel cuore d’ognuno di noi e che porta frutto a seconda
dell’ascolto e dell’accoglienza che ad essa noi offriamo. Como dice il canto al
vangelo, nella celebrazione eucaristica è Cristo stesso che semina il buon seme
della sua Parola.
domenica 5 luglio 2026
QUANDO IL SAGGIO INDICA LA LUNA LO STOLTO GUARDA IL DITO
Lo scorso 1° luglio, la
Fraternità sacerdotale Pio X ha ordinato, senza mandato apostolico, quattro
nuovi vescovi. Le reazioni a questo evento sono state numerose. Vorrei
ricordare qui brevemente quanto hanno detto tre personaggi del tradizionalismo
cattolico. Mons. Athanasius Schneider ha affermato che non si tratta di un atto
scismatico perché non lo è nelle intenzioni. Mons. Georg Gänswein, in una
intervista pubblicata sul Corriere della Sera, ha detto che papa
Francesco con la pubblicazione della Lettera Apostolica Traditionis custodes (16.07.2021)
non ha forse capito le conseguenze che le misure restrittive sull’uso della
liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, potevano produrre. Mons.
Nicola Bux si è augurato che il papa Leone XIV liberalizzi l’uso del Messale
anteriore alla riforma del Vaticano II; sarebbe un gesto accolto con favore dai
Lefebvriani.
L’ordinazione, senza mandato apostolico, dei quattro vescovi non è altro che la logica conseguenza delle posizioni dottrinali dei Lefebvriani che rifiutano le Dichiarazioni del Vaticano II : Dignitatis humanae sulla libertà religiosa; Nostra aetate sul rapporto della Chiesa con le altre religioni non cristiane; e criticano l’impostazione dottrinale della Costituzione Lumen Gentium. Bisogna poi aggiungere il rifiuto della riforma liturgica di Paolo VI nonché di diversi documenti magisteriali, in particolare di papa Francesco. Finalmente, nel rito della celebrazione dell’ordinazione, la risposta alla domanda del rituale: “Avete il mandato apostolico?”, è stata praticamente un atto di scomunica della Chiesa cattolica quando si è affermato tra l’altro: “…Tenendo presente che dal Concilio Vaticano II fino ai giorni nostri le autorità della Chiesa sono impregnate di uno spirito contrario a quello della fede...”
Non guardare solo l’atto scismatico, ma guardare tutto ciò che lo precede e l’accompagna. Le intenzioni dei Lefebvriani sono chiare e non si tratta solo di offrire un uso maggiore del Messale anteriore alla riforma di Paolo VI. Si potrebbe dire: “Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito”.
venerdì 3 luglio 2026
DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 5 luglio 2026
Zc 9,9-10; Sal 144 (145); Rm 8,9.11-13; Mt
11,25-30
Il salmo responsoriale (Sal 144) è una
celebrazione solenne della regalità di Dio. Il salmista celebra l’onnipotenza
del Signore svelata nelle grandi gesta della storia della salvezza. Ma la
potenza di Dio si manifesta nella bontà paziente, la sua forza nella tenerezza
compassionevole, la sua grandezza nel chinarsi sul bisognoso.
Il breve brano dell’Antico Testamento, proposto
come prima lettura, annuncia la venuta del Re di Sion: “Ecco, a te viene il tuo
re”. In queste parole emerge la promessa del nuovo Davide. Le parole profetiche
evocano anche qui l’immagine mite e umile di Gesù che cavalcando un asino fa il
suo trionfale ingresso in Gerusalemme. Come in altri scritti della tradizione
profetica, il Messia viene annunciato non come un potente guerriero, ma come un
messaggero umile e giusto che spezzerà i simboli di guerra e l’orgoglio
dell’umana superbia con la forza dirompente dell’amore che si manifesta nella
debolezza della croce.
Nel brano evangelico, Gesù si presenta come
colui che realizza in pienezza le promesse profetiche. Egli si propone alle
folle come alternativa di liberazione rispetto al potere opprimente dei loro
capi. Al posto dell’insopportabile peso della legge e dell’oppressivo potere
dei suoi interpreti, egli propone il proprio “giogo”, facile da portare. Gesù
promette di dare ristoro a tutti coloro che sono affaticati e oppressi, e li
invita a imparare da lui che è “mite e umile di cuore”. Gesù si presenta quindi
come colui che cammina davanti a noi invitandoci a mettere i nostri piedi sulle
sue orme. Dio si manifesta nel suo Figlio incarnato come un Dio umile che si
rivela agli umili abbassandosi sino alle dimensioni infime dell’umanità per
dare all’uomo stima di se stesso, nonché impulso e speranza di liberazione di
quanto ci umilia, ci disonora e ci opprime.
La seconda lettura spiega in cosa consista
seguire Gesù e portare il suo giogo. Paolo lo fa richiamando le due possibilità
di vita che si prospettano alla libertà dell’uomo: “vivere secondo la carne” o
“vivere secondo lo Spirito”. Carne e Spirito sono due principi contrapposti di
vita. La carne è l’uomo nella sua debolezza, caducità e fragilità. Non possiamo
pretendere di costruire la propria vita sulla nostra fragilità; abbiamo bisogno
dello Spirito di Dio. L’uomo che vive secondo la carne cerca se stesso e
rifiuta il giogo di Cristo. Invece, l’uomo che vive secondo lo Spirito si
lascia condurre dallo Spirito divino che lo libera dall’orgoglio accecante e
dall’egoismo paralizzante. Assoggettarsi al giogo di Cristo significa vivere
secondo lo Spirito. Infatti, la vita nello Spirito si configura come una
crescente esperienza della nostra progressiva trasfigurazione nel Signore,
della nostra appartenenza a Cristo, del dono della vita divina che, nel
Risorto, ci è stata comunicata. Questa esperienza raggiungerà il suo compimento
solo quando la potenza dello Spirito Santo trasfigurerà il nostro corpo mortale
per renderlo conforme al corpo glorioso del Signore.
lunedì 29 giugno 2026
IL RUOLO DELLE RUBRICHHE
Se da un lato il movimento liturgico
ha messo in luce i limiti di una tradizione latina – che molto aveva concesso a
una visione formale, razionale e intellettualistica del sacramento – e la
riforma liturgica ha introdotto di nuovo, nell’esperienza possibile della
chiesa cattolica, un programma rituale non in conflitto strutturale con la
domanda di concretezza e di attuazione vitale e vivace, era necessario
pervenire a un ulteriore passaggio, per notare la singolare coincidenza tra
questo programma di “ritorno alle fonti” e il recupero di una ragione plurale.
Il passaggio decisivo, in questa terza fase della coscienza liturgica comune,
può essere rappresentato dal modo di comprendere le rubriche. Una lunga stagione
ha pensato che queste ultime potessero essere lette come i “doveri del prete”:
un’intelligenza troppo semplificata le appiattiva sul versante giuridico-disciplinare.
La rilettura proposta dagli
sviluppi del movimento liturgico, mediante la riforma liturgica, fino alla
stagione del XXI secolo, può rielaborare l’esperienza della rubrica in una nuova
consapevolezza: si tratta di “attivare tutti i linguaggi della celebrazione”.
La rubrica non è altro che un “ponte
rosso”, tra il linguaggio verbale (in nero) e i linguaggi non-verbali (le
azioni del corpo). I linguaggi non verbali non sono semplicemente “espressioni
aggiuntive” di ciò che la parola comunica; sono bensì esperienze diverse, altre
forme d’intelligenza del mistero. Le rubriche sono precisamente i segnali, le
spie, di questa esigenza costitutiva di ogni celebrazione: offrire una
pluralità di mediazioni per arricchire l’esperienza del mistero e la sua intelligenza.
Fonte: Andrea Grillo, Un’intelligenza
liturgica al plurale, in “Rivista di Pastorale Liturgica", n. 374 (1/2026),
pp. 10-15, qui pp. 12-13.
domenica 28 giugno 2026
SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI – 29 giugno 2026 Messa del giorno
At 12,1-11; Sal 33; 2Tm
4,6-8.17-18; Mt 16,13-19
I santi Pietro e Paolo non sono soltanto degli
Apostoli e perciò, come tali, da venerare quale “fondamento” (cf. Ef 2,20)
della nostra fede al pari di tutti gli altri; ma sono i “principi degli
Apostoli” per le specifiche funzioni che Cristo ha loro affidato nella
fondazione e consolidamento della Chiesa: Pietro come “roccia” fondamentale
della Chiesa, Paolo come “maestro delle genti”. Nel prefazio della Messa sono
enumerati con parallelismo integrativo i tratti dei due apostoli Pietro e
Paolo, che con diversi doni hanno edificato l’unica Chiesa: “Pietro, che per
primo confessò la fede nel Cristo, Paolo, che illuminò le profondità del
mistero; il pescatore di Galilea, che costituì la Chiesa delle origini con i
giusti di Israele, il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le
genti”.
Nel brano di Paolo riportato nella seconda
lettura, l’Apostolo, abbandonato da tutti e al tramonto della vita, si rivolge
al suo discepolo Timoteo e con parole toccanti fa un bilancio della sua
esistenza. Paolo disegna l’itinerario della sua esperienza di vita cristiana:
“Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la
fede”. E guardando al futuro, si affida fiducioso al “Signore, il giudice
giusto”, a quel Signore che gli è stato sempre vicino perché potessi portare a
compimento la sua missione evangelizzatrice e da cui ora attende “la corona di
giustizia”. Ma le parole più importanti di questo brano si trovano all’inizio
quando l’Apostolo afferma: “io sto già per essere versato in offerta ed è
giunto il momento che io lasci questa vita”. Queste parole alludono chiaramente
alla morte violenta, che tra non molto gli verrà inflitta per ordine di Nerone.
Paolo ne parla adoperando un’immagine cultuale che richiama il rito della
“libagione”, quale si usava nei sacrifici ebraici e pagani sui quali si
spargevano vino, acqua ed olio, quasi per renderli più graditi alla divinità.
Paolo vede quindi la sua vita coronata dal martirio come una libagione
sacrificale offerta al Signore.
Il brano evangelico di Matteo propone la
confessione di Pietro. Le parole dell’Apostolo, in risposta alla domanda di
Gesù: “Voi chi dite che io sia?”, sono solenni: “Tu sei il Cristo, il Figlio
del Dio vivente”. Questa confessione di fede in Cristo è preceduta da una serie
di risposte che alcuni, tra la gente, danno all’identità di Gesù, che sarebbe
Giovanni il Battista, Elia, Geremia o qualcuno dei profeti. Dopo la confessione
di fede di Pietro troviamo, invece, un discorso di Gesù di carattere ecclesiologico,
costruito su tre simboli principali. Il primo è rappresentato dalla pietra: Simone diviene la roccia sulla
quale Gesù getta le basi di quell’edificio che è la Chiesa. Il secondo simbolo
sono le chiavi, segno di
responsabilità e di dominio su una casa: Pietro diventa il vicario di Cristo,
il suo fiduciario. Il terzo simbolo è presente nel binomio legare e sciogliere, espressione che riguarda soprattutto ai
permessi e alle proibizioni nell’ambito dell’insegnamento e della prassi
morale.
Pietro e Paolo, giustamente considerati le
“colonne” della Chiesa, testimoniano entrambi la ricchezza della grazia di Dio,
che si serve di persone diverse per origine, per formazione, per cultura, per
stile, e le invoglia alla realizzazione dello stesso progetto di salvezza. La
diversità di temperamenti e di culture, di tradizioni e di stili, rende viva e
vivace la comunità cristiana. È una grazia, non un pericolo. A patto che ci sia
unità nell’amore per Cristo e nell’impegno per il vangelo.
venerdì 26 giugno 2026
DOMENICA XIII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 28 giugno 2026
2Re 4,8-11.14-16a; Sal
88 (89); Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42
Dei brani della
Scrittura proposti oggi alla nostra attenzione si possono fare diverse letture.
Cercheremo di leggere i testi unitariamente sviluppando il tema del camminare
alla luce del volto del Signore, tema emerso già nel salmo responsoriale. Nella
prima lettura (2Re 4,8-11.14-16) si parla di un cammino che va dalla sterilità
alla fecondità: la vita di colui che accoglie il fratello, e con lui la visita
di Dio, diventa una vita feconda. Nella seconda lettura (Rm 6,3-4.8-11) san
Paolo ci propone un cammino che va dalla morte alla vita: nel battesimo siamo
stati sepolti con Cristo per camminare in una vita nuova, quella di Cristo
risorto. Si tratta di una partecipazione alla vita del Risorto che si sviluppa
nel pellegrinaggio terreno per giungere al suo definitivo compimento nella
gloria.
È però sulla lettura
evangelica che vorrei soffermarmi. Le parole di Gesù raccolte in questo brano
sono particolarmente dure ed esigenti. Il Signore ci propone il cammino
paradossale della croce, quello che egli stesso ha percorso: “Chi ama il padre
o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me
non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di
me”. Di fronte alla radicalità di queste
parole, è giusto domandarsi quale sia il loro vero significato. Gesù non chiede
di “sentire” più affetto per lui che per i propri familiari. Non si tratta di
sentimenti, ma di valori, di porre cioè Cristo e la sua volontà prima di ogni
altro valore e di ogni altra volontà. Non sarebbe un buon figlio chi, per far
contenti i propri genitori, diventasse un ladro o un criminale. Anzi, questa
maniera di agire sarebbe proprio il modo di disprezzare quella vita e quella
dignità che i genitori ci hanno dato come valore da custodire. San Benedetto ha
sintetizzato in modo giusto questa dottrina quando indirizzandosi ai monaci,
che hanno fatto una scelta radicale di Cristo, dice nella sua Regola: “Nulla anteporre all’amore di
Cristo” (4,21), e poi, quando più avanti afferma, parlando dell’obbedienza:
“Essa è propria di coloro che ritengono di non avere assolutamente nulla più
caro di Cristo” (5,2). Nessun vincolo umano e nessuna illusoria tentazione deve
quindi sottrarci dalla fedeltà al Signore. Il legame con Gesù e, attraverso lui
con il Padre deve costituire la priorità rispetto a tutti gli altri tipi di
legami umani e la sua sequela deve essere più importante della vita stessa.
Il nostro passaggio
sulla terra non è una passeggiata turistica, ma un faticoso cammino, che
tuttavia nasconde e nello stesso tempo rivela un grande mistero, quello del
Cristo morto e risorto. Alla fine del cammino c’è la partecipazione piena e
definitiva alla vita del Risorto.
domenica 21 giugno 2026
EVANGELIZZARE
Il Vangelo va annunciato ai
mondi reali che sono i vissuti concreti delle persone concrete così come sono.
Ci si pone quindi nella posizione opposta a quella difesa dal cardinal
Ottaviani davanti alla minaccia del pericoloso “andazzo” del Concilio Vaticano
II: Quod non est in codice non est in mundo / ciò che non si trova nel
codice non esiste nel mondo. Al contrario, tutto ciò che troviamo nel vissuto
delle persone dovrà, prima o poi, entrare e non solo essere tollerato, ma
persino codificato.
Non c’è nessun mondo, e nessun
modo di stare al mondo che non sia capace di Vangelo.
Fonte: Fratel MichaelDavide, La
Chiesa che morirà. L’arte di raccogliere i frammenti per impastare nuovo pane,
San Paolo, Cinisello Balsamo 202, p. 60.
venerdì 19 giugno 2026
DOMENICA XII DEL TEMPO ORDINARIO (A) – 21 giugno 2026
Ger 20,10-13; Sal 68 (69); Rm 5,12-15; Mt 10,26
- 33
Possiamo riassumere il contenuto delle letture
bibliche odierne con queste parole: la nostra fedeltà a Dio e al suo vangelo
esige talvolta un caro prezzo che, però, possiamo affrontare se abbiamo fiducia
nel Signore. La fede è un’attiva lotta contro la paura. La fede esige coraggio.
Infatti, nella prima lettura, vediamo che la parola del profeta Geremia è
scomoda a molti dei suoi contemporanei, incontra l’ostilità addirittura dei
suoi parenti e amici. Il profeta sente tutto il peso della trama ordita contro
di lui. Ciò nonostante, egli è fedele alla sua missione, perché sa che il
Signore non lo abbandona. Perciò affida a lui la sua causa, anzi esprime la
riconoscenza per l’aiuto ricevuto. L’insegnamento del brano del vangelo
s’inquadra perfettamente nel contesto della prima lettura. Per ben tre volte
Gesù ripete ai suoi discepoli inviati in missione il comando: “Non abbiate
paura degli uomini... non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo... non
abbiate dunque paura”. Ci possiamo domandare che senso abbiano oggi le parole
di Gesù? Infatti, noi viviamo in un ambiente che in genere non è minaccioso nei
confronti del testimone di Cristo, ma è semplicemente distratto e
disinteressato ai grandi ideali proclamati dal cristianesimo. In queste
circostanze ci vuole coraggio per testimoniare valori “forti”. Oggi le parole
di Gesù sono quindi un invito a non scoraggiarsi, a non gettare la spugna, a
continuare con fiducia la nostra testimonianza di vita cristiana anche quando
il messaggio che la nostra parola e le nostre opere intendono proclamare sembra
essere insignificante e lontano dagli interessi dei nostri simili. Dio ci sostiene
con la forza del suo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede.
Si potrebbe dire che il cristiano si distingue
dal non cristiano dal modo in cui vince la paura. L’alternativa cristiana al
dubbio, all’incertezza e alla paura si chiama fiducia in Dio. Il vero discepolo
di Gesù non cede alla tentazione di considerarsi dimenticato, di sentirsi
insignificante, ma impara piuttosto da Gesù a fidarsi del Padre, il quale se
provvede agli uccelli del cielo tanto più provvederà ai discepoli di Gesù.
Questa fiducia in Dio viene incoraggiata anche da san Paolo nel brano della seconda
lettura. Cristo non rimedia solo a una situazione catastrofica, conseguenza del
peccato che si è moltiplicato nel mondo. Infatti, in questo mondo immerso nel
peccato, sovrabbonda la grazia di Dio. Con Gesù Cristo, afferma l’Apostolo, i
doni di Dio “si sono riversati in abbondanza su tutti”. Si tratta di una
visione ottimistica dell’umanità, visione tipicamente cristiana. È l’umanità
ideale, quella del futuro, quella che nella storia, pur non essendo mai
pienamente raggiunta, deve rappresentare già ora il costante obiettivo del
nostro impegno quotidiano.
La partecipazione eucaristica, “sacrifico di
espiazione…” ci purifica dai nostri peccati e ci rinnova, perché tutta la
nostra vita sia accetta alla volontà del Signore (orazione sulle offerte).
domenica 14 giugno 2026
LITURGIA DELLA MORTE
Alexander Schmemann, Liturgia
della morte Rivelazione della Vita, Lipa, Roma 2025. XXVII +119 pp. (€ 15,00).
Il libro presenta alcune
conferenze di Alexander Schmemann che, partendo da considerazioni di ordine
culturale e storico-liturgico, vogliono essere una provocazione alla pastorale
e ai fedeli in genere riguardo all’evento della morte e al rapporto con essa
nella loro esistenza quotidiana, costatando come spesso nella visione cristiana
della vita vengano assunti la mentalità e l’ethos di una civiltà
post-cristiana.
Introduzione (Maria Campatelli)
1. Lo sviluppo dei riti funebri
cristiani.
2. Riti e pratiche funerarie.
3. La liturgia della morte e
la cultura contemporanea.
Appendice: il Rito delle
Esequie.
venerdì 12 giugno 2026
DOMENICA XI DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 14 giugno 2026
Es
19,2-6a; Sal 99 (100); Rm 5,6-11; Mt 9,36 -10,8
In questa domenica la parola di Dio ci invita a
contemplare alcuni aspetti del mistero della Chiesa, precisamente la sua
dimensione di “nuovo popolo di Dio” raccolto dall’amore di Gesù con la
cooperazione dei suoi discepoli. Prefigurata dall’elezione sinaitica, la Chiesa
è definita dalla comunione che vincola a Cristo i credenti in lui. A tal fine,
Gesù chiama a sé i dodici e li invia (apostoli appunto, cioè inviati) ad
annunciare il Vangelo e ad operare segni visibili che confermano la reale
presenza del regno di Dio tra gli uomini.
Vale la pena soffermarsi in modo particolare
sul racconto evangelico ed esaminare le parole e i sentimenti di Gesù.
Anzitutto, vediamo che Gesù sente “compassione”, non rimane indifferente di
fronte alle folle che lo seguono. Dio aveva provato compassione per il popolo
d’Israele quando, in Egitto, era sotto il peso dell’oppressione; Gesù prova ora
compassione per le folle che sono stanche e senza una guida. La compassione è
un’espressione dell’amore che vuole la vita dell’altro. Gesù poi invita a
pregare. In questo modo, egli fa capire ai suoi discepoli che solo Dio è in
grado di rispondere efficacemente ai bisogni dell’uomo. Finalmente, Gesù manda
i dodici apostoli in missione a guarire le infermità e ad annunziare che il
regno di Dio è vicino. In questo modo, Gesù fa capire che ormai il ruolo di
Israele è compiuto. Alle dodici tribù di Israele subentrano i dodici apostoli
scelti da Cristo e inviati a raccogliere gli uomini nel nuovo popolo di Dio.
All’inizio di questo nuovo popolo non stanno dodici fratelli legati tra loro da
vincoli di sangue, ma dodici persone unite solo dai vincoli della fede in
Cristo. Il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, non è una realtà etnica, ma una
realtà di fede. Attraverso la fede si stabilisce un forte legame con Gesù che
diventa un fortissimo legame con gli altri credenti. Nasce così la Chiesa,
nuovo popolo di Dio. Tutto ciò che nella prima lettura si afferma del popolo di
Israele, “regno di sacerdoti”, “nazione santa”, si compie pienamente nella
Chiesa. Ciò significa che la Chiesa è chiamata ad esprimere una presenza
profetica tra gli uomini, a testimoniare dentro alla storia le opere della
giustizia e della pace, frutto della riconciliazione con Dio ottenuta per mezzo
di Gesù Cristo morto e risorto per noi (cf. seconda lettura).
In sintesi, possiamo affermare che la
risurrezione di Cristo è il compimento della missione di Israele, perché nel
Signore risorto Dio offre a tutti gli uomini di partecipare al banchetto del
regno dei cieli. Di questa grazia i discepoli sono testimoni e dispensatori con
la gratuità stessa dell’amore di Dio. Cristo “chiama” ma per “inviare”; non
vuole creare gruppi elitari, sette di perfetti, ma un fermento per le masse,
una comunità di persone impegnate a lottare contro ogni forma di male. Questa è
stata la sua vita e così deve essere quella dei suoi discepoli.
L’eucaristia prefigura l’unione con Cristo e
realizza l’unità nella Chiesa (cf. l’orazione dopo la comunione).
domenica 7 giugno 2026
LA DUPLICE TRADIZIONE SINOTTICA E GIOVANNEA DELL’EUCARISTIA
Dell’istituzione eucaristica abbiamo nel Nuovo Testamento due tradizioni: quella dei vangeli sinottici più Paolo e quella del vangelo di Giovanni. Il gesto di Gesù che lava i piedi ai discepoli (Gv 13,1-17) svolge nella trama del quarto vangelo un ruolo simile a quello dell’eucaristia dell’ultima cena nei vangeli sinottici. La lavanda dei piedi avveniva sempre prima della cena. Invece Gesù lava i piedi durante la cena. Si tratta di un gesto del tutto insolito che suggerisce di osservarlo in modo del tutto nuovo. Si tratta di un gesto di rivelazione, non di un semplice servizio o di un gesto di ospitalità. Neppure si tratta semplicemente di un gesto di umiltà o di un buon esempio che insegna ai discepoli ad amarsi l’un l’altro. Con il suo gesto Gesù rende visibile la logica di amore e di dono che ha guidato tutta la sua vita; è servendo e donandosi che Cristo si rende disponibile nelle mani del Padre, divenendone l’immagine e la trasparenza. Anche nel racconto dell’ultima cena, Luca parla dell’eucaristia come dono: Gesù spezza il pane e lo offre ai discepoli dicendo: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi”, e dopo la cena prende il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi” (Lc 22,19-20). Il fatto che Gesù, alla vigilia della sua passione, abbia preso del pane e del vino e/o si sia cinto di un grembiule per lavare i piedi dei suoi discepoli è una memoria unica. In che senso?
L’attestazione evangelica della duplice tradizione sinottica e giovannea del gesto con cui Gesù ha voluto significare il suo dono pasquale deve lasciare aperta una sana tensione sacramentale e di conversione pastorale. I due racconti si interpretano e si autenticano a vicenda come liturgicamente la liturgia romana afferma con la scelta del vangelo della lavanda dei piedi nella Messa in Coena Domini del Giovedì santo. Non va dimenticato che il gesto del pane e del vino rischia di far regredire l’eucaristia ai suoi precedenti riti ebraici. Proprio la memoria dell’altro gesto – quello della lavanda dei piedi – ci aiuta a mantenere vivo il senso proprio dell’intero mistero pasquale. Il duplice gesto di Gesù per dire il segno del suo dono pasquale è la chiave per rinnovare il nostro stile eucaristico, perché la celebrazione nutra l’esistenza credente e ne renda affidabile la testimonianza.
venerdì 5 giugno 2026
SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (A) – 7 giugno 2026
Dt 8,2-3.14b-16a;
Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58
Della
molteplice ricchezza che racchiude il mistero eucaristico, le letture bibliche
odierne, come del resto fa l’intero Nuovo Testamento, mettono in evidenza in
modo particolare la dimensione di dono e di nutrimento. I segni del pane e del
vino esprimono prima di tutto e soprattutto il banchetto. La prima lettura fa
riferimento ai doni elargiti da Dio al suo popolo nel deserto, dove Israele ha
sperimentato la provvidenza paterna del Signore. Fra questi doni spicca la
manna, quel nutrimento misterioso considerato poi da Gesù nel brano del vangelo
d’oggi come prefigurazione o anticipazione del pane che Egli stesso dona a chi
crede in Lui e che, contrariamente al cibo del deserto, è nutrimento per la
vita eterna. Questo pane è Gesù stesso. Nella seconda lettura, san Paolo
afferma che questo cibo ha la forza di costruire la comunione fra tutti quelli
che lo mangiano: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo
corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”. L’eucaristia è vero
nutrimento spirituale per i singoli e per l’intera comunità.
Nel
deserto Dio ha nutrito il suo popolo con la manna, ma i doni del Signore sono
sempre solo il segno di quel dono che è Egli stesso. L’eucaristia proclama
quindi questa verità: Dio ci nutre con un pane che viene dal cielo; ma questo
pane non è solo un nutrimento materiale o spirituale; è Dio stesso che si dona
a noi nel suo Figlio: “il pane che io darò è la mia carne per la vita del
mondo”. Con queste parole, Gesù interpreta la sua vita come un dono capace di
procurare la salvezza agli uomini. Ciò si avvera nel momento in cui Gesù offre
la sua vita sulla croce. L’offerta di sé che Gesù ha consumato sul calvario, si
perpetua nell’eucaristia sotto forma di pane e di vino, di nutrimento messo a
nostra disposizione. Le parole di Gesù nell’ultima cena sono chiare al
riguardo: “Questo è il mio corpo, che è dato
per voi”. Il primo dei due prefazi
dell’eucaristia proposti dal Messale sviluppa in modo particolare questa
dimensione sacrificale dell’eucaristia, istituita da Cristo come “rito del
sacrificio perenne”.
Per
tutto il tempo del pellegrinaggio verso la terra promessa il popolo eletto è
stato sostenuto con la manna data da Dio. Così Israele ha imparato nel deserto
che l’uomo non ha bisogno solo di pane per nutrire il suo corpo ma anche del
dono di Dio per compiere il suo cammino e dare senso alla sua esistenza. Noi
sappiamo che questo dono di Dio è Dio stesso che si è donato per noi in Gesù
Cristo. Il dono di Cristo è presente per noi nell’eucaristia. Nella
partecipazione all’eucaristia riaffermiamo la nostra appartenenza a Cristo ed
entriamo in comunione con la sua esistenza offerta al Padre per noi. In questo modo, diventiamo
membra del corpo di Cristo e costituiamo una sola cosa con tutti i nostri
fratelli. L’orazione sulle offerte ribadisce questa dottrina quando afferma che
“i doni dell’unità e della pace” sono “misticamente significati nelle offerte
che presentiamo” al Signore. Nella messa di oggi, come si vede, la liturgia
della parola e la liturgia eucaristica si presentano in una unità strettissima.
domenica 31 maggio 2026
LITURGIA E SINODALITÀ
Elena Massimi, Liturgia e
sinodalità. La celebrazione cristiana: fonte e culmine della Chiesa sinodale (Dinamiche),
Queriniana, Brescia 2025. 96 pp. (€ 9.00).
Liturgia e sinodalità
condividono una connessione “connaturale”: separare questi elementi
comprometterebbe sia la profondità teologica della sinodalità, sia il ruolo
della liturgia come manifestazione della Chiesa. È attraverso la partecipazione
liturgica, culminante nell’eucaristia domenicale, che si forma la vera
comunione ecclesiale. L’ascolto comunitario della parola di Dio e la
celebrazione eucaristica costituiscono così il fondamento simbolico e concreto
della sinodalità.
La liturgia diventa
manifestazione di una Chiesa intrinsecamente sinodale attraverso due
dimensioni: la ministerialità plurale dell’assemblea, che esprime praticamente
la diversità dei doni dello Spirito, a servizio della comunità e della
missione, e i linguaggi liturgici, sia verbali sia non verbali, che armonizzano
e anzi valorizzano le differenze senza appiattirle, rivelando e costruendo il
corpo di Cristo.
In definitiva, il celebrare
plasma la Chiesa nella sua dimensione comunionale, vero orizzonte della
sinodalità.
(Dalla quarta di copertina)
venerdì 29 maggio 2026
SANTISSIMA TRINITA’ (A) – 31 maggio 2026
Es
34,4b-6.8-9; Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18
Nel salmo responsoriale, Anania, Azaria e Misaele, i tre giovani salvati miracolosamente dal fuoco della fornace, ci invitano ad esaltare il Signore, che è degno di lode e di gloria. A questo Dio grande e infinito, che nel Nuovo Testamento si è rivelato come uno e trino, che con la sua presenza riempie l’universo e che soprattutto ha voluto fare del cuore umano la sua dimora, eleviamo la nostra preghiera di lode.
Celebrare la solennità della Santissima Trinità, più che professare un dogma, significa celebrare la storia della nostra salvezza, di cui Dio è il principale protagonista, quel Dio che si è reso visibile nel suo Figlio fatto carne e che continua la sua opera in mezzo a noi attraverso l’azione dello Spirito Santo. Il mistero della santa Trinità ci appare così il mistero di un’infinita presenza che avvolge la nostra esistenza e le spalanca davanti le profondità della vita divina.
Le tre letture, che ci vengono proposte nella messa, tracciano come un itinerario di rivelazione progressiva del mistero di Dio uno e trino agli uomini: un Dio che si rivela come “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (prima lettura); un Dio che salva: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (vangelo); un Dio che rimane sempre con noi: “vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi” (seconda lettura). Dio ci si è rivelato nel Padre come creatore e Signore dell’universo, principio e fine di ogni cosa; nel Figlio incarnato come salvatore e redentore; e nello Spirito Santo, effuso nei nostri cuori, come forza e presenza santificante.
La festa odierna è riassuntiva di quanto abbiamo celebrato da Natale a Pasqua - Pentecoste; una festa in cui contempliamo tutto quanto Dio uno e trino ha fatto per noi, e per tutto ciò lo lodiamo e ringraziamo. La Scrittura non dice chi Dio sia, ma come Dio agisce. Non festeggiamo quindi direttamente quello che Dio è in se stesso, perché in fondo Egli rimane sempre invisibile e inafferrabile alla nostra comprensione, ma vogliamo semplicemente far festa globale delle tracce lasciate da Dio nel suo passaggio dentro la nostra storia. Adorare questo Dio presente nella storia è riconoscere la sua proposta di amore e riconfermare la nostra adesione gioiosa a lui con una vita coerente e impegnata nella testimonianza di questo amore. In un mondo secolarizzato, e più o meno indifferente e addirittura ateo, dobbiamo aver il coraggio di testimoniare la nostra fede in un Dio che si rivela e vuol incontrare l’uomo, per liberarlo dalle sue schiavitù, e condurlo, tramite Cristo, alla vita eterna, un Dio che vuol essere in mezzo a noi come dono di amore e di comunione. Solo Dio è la vera e perfetta unità, la vera e perfetta comunione: rendendoci trasparenti a lui, rendiamo la nostra comunione con le persone divine quasi il fondamento e il criterio della riunificazione interiore e della fraternità umana. Così la Trinità diventa il cuore dell’esperienza cristiana.
È famosa l’affermazione di Kant: “la dottrina sulla Santa Trinità non porta nessuna utilità nella vita quotidiana”, parole che esprimono forse l’opinione di molti cristiani. Invece per Gesù il mistero trinitario è la radice, il punto di riferimento della sua missione quando si rivolge al Padre con questa toccante preghiera: “perché tutti siano una cosa sola, come tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi […] siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e li hai amato come hai amato me” (Gv 17,21-23).
domenica 24 maggio 2026
LA PREGHIERA
Matta
El Meskin, dopo una lunga esperienza di vita solitaria, è diventato il
rinnovatore della vita monastica nel deserto di Wadi el Natrun in Egitto. È un
padre spirituale molto conosciuto e stimato dall'intera chiesa copta e da tutti
i cristiani presenti in Egitto. Dopo anni di vita eremitica ha inizio il suo
irradiamento, sono giunti molti discepoli e ora attorno a lui, al monastero di
S. Macario a Scete, cristiani di ogni estrazione accorrono per ascoltare il suo
insegnamento spirituale, frutto di contemplazione, di preghiera e di ascesi.
Ecco quanto afferma questo grande maestro spirituale: “Per quanto possiamo
parlarne, tutte le nostre parole a proposito della preghiera non potranno mai
eguagliare quel che l’esperienza insegna. La preghiera ha bisogno
dell’esperienza. Pregare è essenzialmente fare esperienza della Presenza
divina. Al di fuori di questa esperienza di Dio non c’è preghiera” (Matta El
Meskin, L’esperienza di Dio nella
preghiera, Qiqajon, Bose 1999, p. 371).
Nel Catechismo della Chiesa Cattolica (=
CCC), in concreto nella bellissima Parte IV, dedicata appunto alla preghiera,
dopo aver parlato della preghiera di Abramo e di Giacobbe, di Mosè, di Davide,
di Elia e dei profeti, si afferma: “L’evento della preghiera ci viene
pienamente rivelato nel Verbo che si è fatto carne e dimora in mezzo a noi…”
(CCC, n. 2598).
Ricordiamo,
poi, quanto afferma Origene: “Prega senza sosta colui che unisce la preghiera
ai necessari impegni e gli impegni alla preghiera. Soltanto così possiamo
mettere in pratica il precetto “Pregate sempre” (1Ts 5,17): se
consideriamo tutta l’esistenza cristiana come un’unica grande preghiera, della
quale ciò che siamo abituati a chiamare preghiera è solo una parte” (Origene, La preghiera 12,2).
La preghiera è una luce che illumina il cammino della nostra vita.
venerdì 22 maggio 2026
DOMENICA DI PENTECOSTE (A) – 24 maggio 2026 Messa del giorno
At 2,1-11; Sal 103 (104); 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23
La
Chiesa proclama che abitiamo in un mondo amico, nel quale possiamo contemplare
la presenza amorosa del Signore. La Pentecoste celebra la presenza dello
Spirito di Dio che rinnova mondo e uomini. Ecco perché siamo invitati a rendere
grazie al Signore e a cantare: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la
terra”.
La solennità di Pentecoste, che “porta a compimento il mistero pasquale” (prefazio), commemora il dono dello Spirito divino effuso sugli apostoli e su tutti noi. Lo Spirito è il dono più prezioso di Cristo risorto, principio di una nuova creazione, di una nuova realtà, è l’amore di Dio effuso nei nostri cuori per rinnovare la faccia della terra. Abbiamo sentito nel vangelo come Gesù appare agli apostoli e li saluta con queste parole: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Dopo aver detto questo, alita su di loro e dice: “Ricevete lo Spirito Santo...” La prima lettura ci racconta in dettaglio la scena della discesa dello Spirito sugli apostoli riuniti nel cenacolo cinquanta giorni dopo Pasqua. Ma la Pentecoste non è un evento isolato nel tempo; è un prodigio che si prolunga nella storia. Infatti, san Paolo nella seconda lettura ci ricorda che tutti noi abbiamo ricevuto lo stesso Spirito nel quale siamo stati battezzati. Lo Spirito è effuso su tutti ed è all’origine dei diversi doni che sono in noi non solo per l’utilità personale ma anche “per il bene comune”.
Possiamo soffermarci brevemente su quest’idea, che è centrale nell’insegnamento dell’apostolo Paolo. Egli illustra la sua dottrina con un’immagine eloquente, il corpo: tutti formiamo un solo corpo, ma in molte membra; membra diverse, ma unite a formare un unico organismo. Lo Spirito Santo è il garante dell’unità che tiene unita e ben compaginata la Chiesa come un corpo, in cui la diversità di funzione e ruolo delle varie membra è al servizio del bene dell’organismo intero. La prima lettura ci ricorda che san Pietro nel suo primo annuncio del Vangelo nel giorno di Pentecoste era capito nella propria lingua dai numerosi stranieri convenuti a Gerusalemme. Lo Spirito di Pentecoste è una forza unificatrice che si contrappone vittoriosamente alla logica di divisione della torre di Babele (cf. Gen 11). Lo Spirito è principio di unità nella varietà. Il progetto di Dio è un mondo ricco nella varietà e saldo nella comunione. La varietà dei doni che lo Spirito Santo elargisce generosamente per il bene comune, esige il mutuo riconoscimento della dignità dell’altro e la collaborazione reciproca. Ognuno di noi è parte integrante e insostituibile nel grandioso progetto di Dio sulla storia. Nessuno è superfluo in questa storia, ma ognuno, con la sua particolare vita, con i suoi eroismi e anche con le sue debolezze, è chiamato a mettersi generosamente al servizio degli altri perché il Regno di Dio si compia.
Nell’orazione sulle offerte chiediamo al Padre che mandi lo Spirito “perché riveli pienamente ai nostri cuori il mistero di questo sacrificio”. Lo Spirito Santo ci fa percepire il senso profondo della redenzione e, in particolare, la grandezza e il valore del mistero eucaristico.

















