Se da un lato il movimento liturgico
ha messo in luce i limiti di una tradizione latina – che molto aveva concesso a
una visione formale, razionale e intellettualistica del sacramento – e la
riforma liturgica ha introdotto di nuovo, nell’esperienza possibile della
chiesa cattolica, un programma rituale non in conflitto strutturale con la
domanda di concretezza e di attuazione vitale e vivace, era necessario
pervenire a un ulteriore passaggio, per notare la singolare coincidenza tra
questo programma di “ritorno alle fonti” e il recupero di una ragione plurale.
Il passaggio decisivo, in questa terza fase della coscienza liturgica comune,
può essere rappresentato dal modo di comprendere le rubriche. Una lunga stagione
ha pensato che queste ultime potessero essere lette come i “doveri del prete”:
un’intelligenza troppo semplificata le appiattiva sul versante giuridico-disciplinare.
La rilettura proposta dagli
sviluppi del movimento liturgico, mediante la riforma liturgica, fino alla
stagione del XXI secolo, può rielaborare l’esperienza della rubrica in una nuova
consapevolezza: si tratta di “attivare tutti i linguaggi della celebrazione”.
La rubrica non è altro che un “ponte
rosso”, tra il linguaggio verbale (in nero) e i linguaggi non-verbali (le
azioni del corpo). I linguaggi non verbali non sono semplicemente “espressioni
aggiuntive” di ciò che la parola comunica; sono bensì esperienze diverse, altre
forme d’intelligenza del mistero. Le rubriche sono precisamente i segnali, le
spie, di questa esigenza costitutiva di ogni celebrazione: offrire una
pluralità di mediazioni per arricchire l’esperienza del mistero e la sua intelligenza.
Fonte: Andrea Grillo, Un’intelligenza
liturgica al plurale, in “Rivista di Pastorale Liturgica", n. 374 (1/2026),
pp. 10-15, qui pp. 12-13.
