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lunedì 29 giugno 2026

IL RUOLO DELLE RUBRICHHE

 



Se da un lato il movimento liturgico ha messo in luce i limiti di una tradizione latina – che molto aveva concesso a una visione formale, razionale e intellettualistica del sacramento – e la riforma liturgica ha introdotto di nuovo, nell’esperienza possibile della chiesa cattolica, un programma rituale non in conflitto strutturale con la domanda di concretezza e di attuazione vitale e vivace, era necessario pervenire a un ulteriore passaggio, per notare la singolare coincidenza tra questo programma di “ritorno alle fonti” e il recupero di una ragione plurale. Il passaggio decisivo, in questa terza fase della coscienza liturgica comune, può essere rappresentato dal modo di comprendere le rubriche. Una lunga stagione ha pensato che queste ultime potessero essere lette come i “doveri del prete”: un’intelligenza troppo semplificata le appiattiva sul versante giuridico-disciplinare.

La rilettura proposta dagli sviluppi del movimento liturgico, mediante la riforma liturgica, fino alla stagione del XXI secolo, può rielaborare l’esperienza della rubrica in una nuova consapevolezza: si tratta di “attivare tutti i linguaggi della celebrazione”.

La rubrica non è altro che un “ponte rosso”, tra il linguaggio verbale (in nero) e i linguaggi non-verbali (le azioni del corpo). I linguaggi non verbali non sono semplicemente “espressioni aggiuntive” di ciò che la parola comunica; sono bensì esperienze diverse, altre forme d’intelligenza del mistero. Le rubriche sono precisamente i segnali, le spie, di questa esigenza costitutiva di ogni celebrazione: offrire una pluralità di mediazioni per arricchire l’esperienza del mistero e la sua intelligenza.

 

Fonte: Andrea Grillo, Un’intelligenza liturgica al plurale, in “Rivista di Pastorale Liturgica", n. 374 (1/2026), pp. 10-15, qui pp. 12-13.