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domenica 12 luglio 2026

DIACONESSE

 




Preghiera per l’”ordinazione” di una diaconessa (Costituzioni Apostoliche, VIII, 19-20)

“O Dio eterno, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

Creatore dell’uomo e della donna,

che hai riempito di Spirito Maria, Debora, Anna e Hulda,
che non hai disdegnato che il tuo Figlio unigenito nascesse da una donna,
tu che nella tenda della testimonianza e nel tempio
hai stabilito donne custodi delle tue porte sante:

guarda ora anche questa tua serva,
destinata al ministero diaconale,
e donale lo Spirito Santo,
purificala da ogni impurità della carne e dello spirito,
affinché compia degnamente l’ufficio che le è affidato,
a tua gloria e lode del tuo Cristo,
con il quale a te sia gloria e adorazione,
nello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.”

 

In Rm 16,1 si legge: “Vi raccomando Febe che è al servizio (diakonos) della Chiesa di Cencre”. Abbiamo testimonianza della loro presenza soprattutto nei secoli III e IV, in particolare in Oriente. Le diaconesse svolgevano diversi ruoli nel servizio pastorale, in particolare nell’assistenza e cura verso altre donne.

 

 

venerdì 10 luglio 2026

DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 12 luglio 2026

 



 

 

Is 55,10-11; Sal 64 (65); Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

 

 

Il discorso centrale delle letture bibliche odierne verte sulla parola di Dio. Il breve brano della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, esalta la potenza della parola del Signore. Essa opera ciò che il Signore desidera e compie ciò per cui egli l’ha mandata. Le parole umane sono spesso vane e inconsistenti, non impegnano sempre chi le pronuncia, non resistono alla prova del tempo. La parola di Dio, invece, non risuona mai inutilmente sulla terra, non cade a vuoto, ma realizza qualcosa in chi si dispone a riceverla. Venendo da Dio, porta la vitalità infinita di Dio ed è capace di fecondare il mondo. Il profeta compara l’azione della Parola con quella della pioggia e della neve che irrigano, fecondano e fanno germogliare la terra. Non si tratta però di una parola magica. La parola di Dio non funziona in modo automatico. Lo insegna Gesù nella parabola del seminatore che uscì a seminare, parabola con la quale iniziamo la lettura del discorso sulle parabole del Regno che ci accompagnerà anche nelle due domeniche seguenti. Gesù afferma che le sorti della Parola sono anche legate alla nostra responsabilità e collaborazione: occorrono certe condizioni di disponibilità, di attenzione; occorre un terreno adatto, un cuore capace di ascolto perché la parola di Dio dia frutto. Se il nostro cuore è come un terreno arido, la nostra vita sarà sterile e incapace di essere rinnovata col messaggio della parola di Dio.

 

La seconda lettura ci ricorda che la parola di Dio seminata abbondantemente nel decorso della storia, ne subisce tutti i condizionamenti. Il brano paolino può aiutarci a comprendere l’attuale travaglio della crescita del regno di Dio, e quindi anche della Parola che di questo regno è annuncio. San Paolo ci invita alla speranza: la potenza della parola di Dio apparirà in tutto il suo fulgore quando in ogni discepolo si rivelerà la “gloria futura”, quando anche il corpo mortale dell’uomo sarà trasfigurato e reso conforme al corpo glorioso del Signore. L’eventuale incredulità degli ascoltatoti non farà fallire il progetto di Dio. La salvezza in Cristo è una realtà presente (cf. 1Cor 15,1-2), ma la sua realizzazione piena attraverso la risurrezione dei corpi deve ancora venire (cf. 1Cor 15,13-34). Con il nostro corpo l’uomo è in rapporto con tutto il creato. Entrambi, noi e il cosmo, gemono nell’attesa di una manifestazione piena della salvezza.

 

La parola di Dio, se accolta e custodita nel cuore, è luce che ci guida a capire e interpretare il significato della nostra vita nella scena di questo mondo. Questa parola, che ascoltiamo così sovente nel decorso delle nostre celebrazioni liturgiche, in particolare ogni domenica nella prima parte della celebrazione della messa, è come una semente che Dio stesso sparge nel cuore d’ognuno di noi e che porta frutto a seconda dell’ascolto e dell’accoglienza che ad essa noi offriamo. Como dice il canto al vangelo, nella celebrazione eucaristica è Cristo stesso che semina il buon seme della sua Parola.

 

 

domenica 5 luglio 2026

QUANDO IL SAGGIO INDICA LA LUNA LO STOLTO GUARDA IL DITO

 



 

Lo scorso 1° luglio, la Fraternità sacerdotale Pio X ha ordinato, senza mandato apostolico, quattro nuovi vescovi. Le reazioni a questo evento sono state numerose. Vorrei ricordare qui brevemente quanto hanno detto tre personaggi del tradizionalismo cattolico. Mons. Athanasius Schneider ha affermato che non si tratta di un atto scismatico perché non lo è nelle intenzioni. Mons. Georg Gänswein, in una intervista pubblicata sul Corriere della Sera, ha detto che papa Francesco con la pubblicazione della Lettera Apostolica Traditionis custodes (16.07.2021) non ha forse capito le conseguenze che le misure restrittive sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, potevano produrre. Mons. Nicola Bux si è augurato che il papa Leone XIV liberalizzi l’uso del Messale anteriore alla riforma del Vaticano II; sarebbe un gesto accolto con favore dai Lefebvriani.

L’ordinazione, senza mandato apostolico, dei quattro vescovi non è altro che la logica conseguenza delle posizioni dottrinali dei Lefebvriani che rifiutano le Dichiarazioni del Vaticano II : Dignitatis humanae sulla libertà religiosa; Nostra aetate sul rapporto della Chiesa con le altre religioni non cristiane; e criticano l’impostazione dottrinale della Costituzione Lumen Gentium. Bisogna poi aggiungere il rifiuto della riforma liturgica di Paolo VI nonché di diversi documenti magisteriali, in particolare di papa Francesco. Finalmente, nel rito della celebrazione dell’ordinazione, la risposta alla domanda del rituale: “Avete il mandato apostolico?”, è stata praticamente un atto di scomunica della Chiesa cattolica quando si è affermato tra l’altro: “…Tenendo presente che dal Concilio Vaticano II fino ai giorni nostri le autorità della Chiesa sono impregnate di uno spirito contrario a quello della fede...”

Non guardare solo l’atto scismatico, ma guardare tutto ciò che lo precede e l’accompagna. Le intenzioni dei Lefebvriani sono chiare e non si tratta solo di offrire un uso maggiore del Messale anteriore alla riforma di Paolo VI. Si potrebbe dire: “Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito”.

 


venerdì 3 luglio 2026

DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 5 luglio 2026

 



 

 

Zc 9,9-10; Sal 144 (145); Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

 

 

Il salmo responsoriale (Sal 144) è una celebrazione solenne della regalità di Dio. Il salmista celebra l’onnipotenza del Signore svelata nelle grandi gesta della storia della salvezza. Ma la potenza di Dio si manifesta nella bontà paziente, la sua forza nella tenerezza compassionevole, la sua grandezza nel chinarsi sul bisognoso.

 

Il breve brano dell’Antico Testamento, proposto come prima lettura, annuncia la venuta del Re di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re”. In queste parole emerge la promessa del nuovo Davide. Le parole profetiche evocano anche qui l’immagine mite e umile di Gesù che cavalcando un asino fa il suo trionfale ingresso in Gerusalemme. Come in altri scritti della tradizione profetica, il Messia viene annunciato non come un potente guerriero, ma come un messaggero umile e giusto che spezzerà i simboli di guerra e l’orgoglio dell’umana superbia con la forza dirompente dell’amore che si manifesta nella debolezza della croce.

 

Nel brano evangelico, Gesù si presenta come colui che realizza in pienezza le promesse profetiche. Egli si propone alle folle come alternativa di liberazione rispetto al potere opprimente dei loro capi. Al posto dell’insopportabile peso della legge e dell’oppressivo potere dei suoi interpreti, egli propone il proprio “giogo”, facile da portare. Gesù promette di dare ristoro a tutti coloro che sono affaticati e oppressi, e li invita a imparare da lui che è “mite e umile di cuore”. Gesù si presenta quindi come colui che cammina davanti a noi invitandoci a mettere i nostri piedi sulle sue orme. Dio si manifesta nel suo Figlio incarnato come un Dio umile che si rivela agli umili abbassandosi sino alle dimensioni infime dell’umanità per dare all’uomo stima di se stesso, nonché impulso e speranza di liberazione di quanto ci umilia, ci disonora e ci opprime.

 

La seconda lettura spiega in cosa consista seguire Gesù e portare il suo giogo. Paolo lo fa richiamando le due possibilità di vita che si prospettano alla libertà dell’uomo: “vivere secondo la carne” o “vivere secondo lo Spirito”. Carne e Spirito sono due principi contrapposti di vita. La carne è l’uomo nella sua debolezza, caducità e fragilità. Non possiamo pretendere di costruire la propria vita sulla nostra fragilità; abbiamo bisogno dello Spirito di Dio. L’uomo che vive secondo la carne cerca se stesso e rifiuta il giogo di Cristo. Invece, l’uomo che vive secondo lo Spirito si lascia condurre dallo Spirito divino che lo libera dall’orgoglio accecante e dall’egoismo paralizzante. Assoggettarsi al giogo di Cristo significa vivere secondo lo Spirito. Infatti, la vita nello Spirito si configura come una crescente esperienza della nostra progressiva trasfigurazione nel Signore, della nostra appartenenza a Cristo, del dono della vita divina che, nel Risorto, ci è stata comunicata. Questa esperienza raggiungerà il suo compimento solo quando la potenza dello Spirito Santo trasfigurerà il nostro corpo mortale per renderlo conforme al corpo glorioso del Signore. 

 

lunedì 29 giugno 2026

IL RUOLO DELLE RUBRICHHE

 



Se da un lato il movimento liturgico ha messo in luce i limiti di una tradizione latina – che molto aveva concesso a una visione formale, razionale e intellettualistica del sacramento – e la riforma liturgica ha introdotto di nuovo, nell’esperienza possibile della chiesa cattolica, un programma rituale non in conflitto strutturale con la domanda di concretezza e di attuazione vitale e vivace, era necessario pervenire a un ulteriore passaggio, per notare la singolare coincidenza tra questo programma di “ritorno alle fonti” e il recupero di una ragione plurale. Il passaggio decisivo, in questa terza fase della coscienza liturgica comune, può essere rappresentato dal modo di comprendere le rubriche. Una lunga stagione ha pensato che queste ultime potessero essere lette come i “doveri del prete”: un’intelligenza troppo semplificata le appiattiva sul versante giuridico-disciplinare.

La rilettura proposta dagli sviluppi del movimento liturgico, mediante la riforma liturgica, fino alla stagione del XXI secolo, può rielaborare l’esperienza della rubrica in una nuova consapevolezza: si tratta di “attivare tutti i linguaggi della celebrazione”.

La rubrica non è altro che un “ponte rosso”, tra il linguaggio verbale (in nero) e i linguaggi non-verbali (le azioni del corpo). I linguaggi non verbali non sono semplicemente “espressioni aggiuntive” di ciò che la parola comunica; sono bensì esperienze diverse, altre forme d’intelligenza del mistero. Le rubriche sono precisamente i segnali, le spie, di questa esigenza costitutiva di ogni celebrazione: offrire una pluralità di mediazioni per arricchire l’esperienza del mistero e la sua intelligenza.

 

Fonte: Andrea Grillo, Un’intelligenza liturgica al plurale, in “Rivista di Pastorale Liturgica", n. 374 (1/2026), pp. 10-15, qui pp. 12-13.  

   

domenica 28 giugno 2026

SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI – 29 giugno 2026 Messa del giorno

 



 

At 12,1-11; Sal 33; 2Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

 

I santi Pietro e Paolo non sono soltanto degli Apostoli e perciò, come tali, da venerare quale “fondamento” (cf. Ef 2,20) della nostra fede al pari di tutti gli altri; ma sono i “principi degli Apostoli” per le specifiche funzioni che Cristo ha loro affidato nella fondazione e consolidamento della Chiesa: Pietro come “roccia” fondamentale della Chiesa, Paolo come “maestro delle genti”. Nel prefazio della Messa sono enumerati con parallelismo integrativo i tratti dei due apostoli Pietro e Paolo, che con diversi doni hanno edificato l’unica Chiesa: “Pietro, che per primo confessò la fede nel Cristo, Paolo, che illuminò le profondità del mistero; il pescatore di Galilea, che costituì la Chiesa delle origini con i giusti di Israele, il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti”.  

 

Nel brano di Paolo riportato nella seconda lettura, l’Apostolo, abbandonato da tutti e al tramonto della vita, si rivolge al suo discepolo Timoteo e con parole toccanti fa un bilancio della sua esistenza. Paolo disegna l’itinerario della sua esperienza di vita cristiana: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. E guardando al futuro, si affida fiducioso al “Signore, il giudice giusto”, a quel Signore che gli è stato sempre vicino perché potessi portare a compimento la sua missione evangelizzatrice e da cui ora attende “la corona di giustizia”. Ma le parole più importanti di questo brano si trovano all’inizio quando l’Apostolo afferma: “io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita”. Queste parole alludono chiaramente alla morte violenta, che tra non molto gli verrà inflitta per ordine di Nerone. Paolo ne parla adoperando un’immagine cultuale che richiama il rito della “libagione”, quale si usava nei sacrifici ebraici e pagani sui quali si spargevano vino, acqua ed olio, quasi per renderli più graditi alla divinità. Paolo vede quindi la sua vita coronata dal martirio come una libagione sacrificale offerta al Signore.

 

Il brano evangelico di Matteo propone la confessione di Pietro. Le parole dell’Apostolo, in risposta alla domanda di Gesù: “Voi chi dite che io sia?”, sono solenni: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Questa confessione di fede in Cristo è preceduta da una serie di risposte che alcuni, tra la gente, danno all’identità di Gesù, che sarebbe Giovanni il Battista, Elia, Geremia o qualcuno dei profeti. Dopo la confessione di fede di Pietro troviamo, invece, un discorso di Gesù di carattere ecclesiologico, costruito su tre simboli principali. Il primo è rappresentato dalla pietra: Simone diviene la roccia sulla quale Gesù getta le basi di quell’edificio che è la Chiesa. Il secondo simbolo sono le chiavi, segno di responsabilità e di dominio su una casa: Pietro diventa il vicario di Cristo, il suo fiduciario. Il terzo simbolo è presente nel binomio legare e sciogliere, espressione che riguarda soprattutto ai permessi e alle proibizioni nell’ambito dell’insegnamento e della prassi morale.

 

Pietro e Paolo, giustamente considerati le “colonne” della Chiesa, testimoniano entrambi la ricchezza della grazia di Dio, che si serve di persone diverse per origine, per formazione, per cultura, per stile, e le invoglia alla realizzazione dello stesso progetto di salvezza. La diversità di temperamenti e di culture, di tradizioni e di stili, rende viva e vivace la comunità cristiana. È una grazia, non un pericolo. A patto che ci sia unità nell’amore per Cristo e nell’impegno per il vangelo.

 

 

venerdì 26 giugno 2026

DOMENICA XIII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 28 giugno 2026

 



 

2Re 4,8-11.14-16a; Sal 88 (89); Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42

 

Dei brani della Scrittura proposti oggi alla nostra attenzione si possono fare diverse letture. Cercheremo di leggere i testi unitariamente sviluppando il tema del camminare alla luce del volto del Signore, tema emerso già nel salmo responsoriale. Nella prima lettura (2Re 4,8-11.14-16) si parla di un cammino che va dalla sterilità alla fecondità: la vita di colui che accoglie il fratello, e con lui la visita di Dio, diventa una vita feconda. Nella seconda lettura (Rm 6,3-4.8-11) san Paolo ci propone un cammino che va dalla morte alla vita: nel battesimo siamo stati sepolti con Cristo per camminare in una vita nuova, quella di Cristo risorto. Si tratta di una partecipazione alla vita del Risorto che si sviluppa nel pellegrinaggio terreno per giungere al suo definitivo compimento nella gloria.

 

È però sulla lettura evangelica che vorrei soffermarmi. Le parole di Gesù raccolte in questo brano sono particolarmente dure ed esigenti. Il Signore ci propone il cammino paradossale della croce, quello che egli stesso ha percorso: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”.  Di fronte alla radicalità di queste parole, è giusto domandarsi quale sia il loro vero significato. Gesù non chiede di “sentire” più affetto per lui che per i propri familiari. Non si tratta di sentimenti, ma di valori, di porre cioè Cristo e la sua volontà prima di ogni altro valore e di ogni altra volontà. Non sarebbe un buon figlio chi, per far contenti i propri genitori, diventasse un ladro o un criminale. Anzi, questa maniera di agire sarebbe proprio il modo di disprezzare quella vita e quella dignità che i genitori ci hanno dato come valore da custodire. San Benedetto ha sintetizzato in modo giusto questa dottrina quando indirizzandosi ai monaci, che hanno fatto una scelta radicale di Cristo, dice nella sua Regola: “Nulla anteporre all’amore di Cristo” (4,21), e poi, quando più avanti afferma, parlando dell’obbedienza: “Essa è propria di coloro che ritengono di non avere assolutamente nulla più caro di Cristo” (5,2). Nessun vincolo umano e nessuna illusoria tentazione deve quindi sottrarci dalla fedeltà al Signore. Il legame con Gesù e, attraverso lui con il Padre deve costituire la priorità rispetto a tutti gli altri tipi di legami umani e la sua sequela deve essere più importante della vita stessa.

 

Il nostro passaggio sulla terra non è una passeggiata turistica, ma un faticoso cammino, che tuttavia nasconde e nello stesso tempo rivela un grande mistero, quello del Cristo morto e risorto. Alla fine del cammino c’è la partecipazione piena e definitiva alla vita del Risorto.