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domenica 1 febbraio 2026

IL LEZIONARIO DELLA MESSA

 



 

Il Lezionario della Messa (Ordo Lectionum Missae [OLM]) va venerato come la Parola di Dio: la liturgia stessa ce lo insegna, quando circonda il libro dei Vangeli con tanti segni di venerazione (incenso, bacio, intronizzazione sull’altare e sull’ambone).

Il Lezionario contiene la Parola che Dio rivolge a tutta l’assemblea. “I libri, dal quale si desumono le letture della Parola di Dio […] devono suscitare negli ascoltatori il senso della presenza di Dio che parla al suo popolo. Si deve quindi procurare che anche i libri, essendo nell’azione liturgica segni e simboli di realtà superiori, siano davvero degni, decorosi e belli” (OLM 35).

Il Lezionario è un mezzo in più, tra i gesti simbolici, per mostrare la nostra comprensione e stima della Parola di Dio. “Poiché la proclamazione del Vangelo costituisce sempre l’apice della Liturgia della Parola, la tradizione liturgica, sia occidentale che orientale, ha sempre fatto una certa distinzione fra i libri delle letture. Il libro dei Vangeli veniva infatti preparato e ornato con massina cura, ed era oggetto di venerazione più di ogni altro libro destinato alle letture” (OLM 36).

All’inizio della celebrazione della Messa il diacono porta solennemente il libro dei Vangeli. Questo gesto indica che la Parola di Dio convoca l’assemblea e illumina la sua fede. L’Evangeliario viene, poi, deposto, chiuso, sull’altare. Il vescovo che presiede bacia l’altare e l’Evangeliario al termine della processione di ingresso. Altare e libro: il nostro duplice incontro con Cristo, parola e alimento della comunità cristiana. Duplice mensa alla quale siamo invitati.

Al momento della proclamazione del Vangelo, il diacono prende l’Evangeliario dall’altare: come il pane e il vino eucaristici sono presi dall’altare perché i fedeli si nutrano del corpo di Cristo, così anche il Vangelo è preso dall’altare affinché i fedeli si nutrano dalla parola di Cristo. Poi, accompagnato da accoliti con incenso e candelieri, si pone in marcia la processione verso l’ambone. Lì il diacono apre il libro. Prima di proclamare la lettura, il libro del Vangelo viene incensato. La proclamazione inizia con il triplice segno della croce. Il diacono tocca prima il libro, tracciandovi un piccolo segno di croce. E poi lo fa su sé stesso: sulla fronte, sulle labbra e sul petto, a significare l’accesso della parola evangelica nelle facoltà fondamentali della persona (intelletto, linguaggio e volontà). È l’espressione di un desiderio: che questa Parola che risuona in mezzo a noi penetri nella nostra persona, e illumini veramente i nostri pensieri, le nostre parole, i nostri sentimenti e le nostre azioni. Finita la proclamazione, colui che ha proclamato il Vangelo prende il libro nelle sue mani e lo bacia: un bacio a Cristo che ci ha parlato. Nel frattempo, dice sottovoce: “la parola del Vangelo cancelli i nostri peccati”, chiede cioè che questo Vangelo sia strumento di salvezza per noi, distruggendo il male che sempre ci insidia. Nelle celebrazioni più solenni, il vescovo può impartire la benedizione al popolo con l’Evangeliario (cfr. Ordinamento generale del Messale Romano, n. 175).

Il Lezionario o l’Evangeliario rimane aperto sull’ambone. Chiuderlo non avrebbe significato. Il libro aperto, alla vista del popolo, continua ad illuminare il resto della celebrazione eucaristica e tutta la vita della comunità.

Il Messale italiano affianca all’antifona alla comunione dell’edizione tipica latina un’antifona proveniente dal vangelo del giorno. In questo modo si ricorda l’unicità della tavola del Cristo pane di vita che si offre come nutrimento ai credenti nel suo corpo scritturistico e nel suo corpo eucaristico.

Accanto all’altare, abbiamo l’ambone (che significa “luogo elevato”, da anabaínein, “salire”), luogo della proclamazione della Parola. Dopo secoli di oblio, il ritorno dell’ambone all’interno dello spazio liturgico è segno della riscoperta del valore della Parola di Dio nella vita della Chiesa. L’ambone è, nella prima parte della celebrazione – come l’altare nella seconda – il centro dell’attenzione di tutta l’assemblea.

venerdì 30 gennaio 2026

DOMENICA IV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 1 Febbraio 2026

 



 

 

Sof 2,3; 3,12-13; Sal 145 (149; 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12a

 

         

Nella prima lettura, il profeta Sofonia ci ricorda che il resto fedele di Israele sarà un popolo umile e povero capace di cercare il Signore. Nella seconda lettura san Paolo, invitando i Corinzi a considerare la vocazione cristiana, dice a loro, riferendosi alla croce di Cristo, che Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Infine, la lettura evangelica riporta il testo delle beatitudini che iniziano proclamando “beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Due concetti dobbiamo chiarire: che significato hanno le beatitudini nel vangelo e, in particolare, chi sono questi “poveri in spirito” proclamati beati.

 

Il brano del vangelo odierno inizia così: “vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo...” In questo modo solenne viene introdotto il cosiddetto discorso della montagna che rappresenta il cuore del vangelo di san Matteo e il modello di vita del cristiano. Come Mosè sul Sinai ricevette da Dio la legge fondamentale del suo popolo, così Gesù sale sulla montagna per proclamare la nuova legge che dà compimento alla legge antica. Le beatitudini sono il sunto di questa nuova legge, vera carta costituzionale del nuovo popolo di Dio. Esse hanno trovato in Cristo la perfetta attuazione. Le beatitudini diventano allora l’identikit del discepolo di Gesù che cerca di seguire il suo Maestro. Più che le singole affermazioni del testo delle beatitudini interessa rilevare il movimento che orienta la vita secondo un itinerario che va da un presente di croce verso un futuro di gloria: “Beati... perché saranno consolati... avranno in eredità la terra... saranno saziati... troveranno misericordia... vedranno Dio... saranno chiamati figli di Dio”. Questo programma trova riscontro nella vita di Gesù, soprattutto nella sua passione, morte e risurrezione. In sintesi, possiamo affermare che le beatitudini ci collocano di fronte alla presenza di Dio affinché riusciamo a misurare la nostra vita non secondo i valori del mondo e le possibilità di successo ad essi collegate ma secondo i valori di Dio e i doni che da lui ci vengono gratuitamente elargiti e che hanno trovato nell’esistenza di Gesù perfetta realizzazione.

 

La “povertà in spirito” è la prima beatitudine del vangelo, animatrice di ogni altra beatitudine. “Beati i poveri in spirito - dice Gesù - perché di essi è il regno dei cieli”. Che s’intende qui per poveri? I poveri non sono persone particolarmente virtuose, ma semplicemente persone particolarmente bisognose. La loro beatitudine significa quindi risposta al loro bisogno da parte di Dio che è ricco di misericordia. La condizione di povertà, poi, pone l’uomo davanti a Dio nella condizione del bisognoso. La povertà così intesa apre l’uomo alla fiducia semplice e docile nel Signore. A questo punto, è lecito dire che la povertà può diventare addirittura un ideale di vita, perché apre degli spazi per Dio, strappa dalle sicurezze mondane e orienta verso altri traguardi, altre gioie. In poche parole, la povertà in spirito significa una disposizione interiore globale di abbandono, di disponibilità a Dio, alla sua volontà, alla sua provvidenza.

 

domenica 25 gennaio 2026

LA PAROLA DI DIO NON È UN LIBRO

 



La Parola di Dio non è un libro, la Parola di Dio è Gesù. Quando sentiamo l’espressione “Parola i Dio” non dobbiamo pensare alla Bibbia, ma a Gesù. Papa Francesco, parlando ai membri della Pontificia commissione biblica, ha espresso in maniera semplice questa fede: “La Parola di Dio precede ed eccede la Bibbia. È per questo che la nostra fede non ha al centro soltanto un libro, ma una storia di salvezza e soprattutto una Persona, Gesù Cristo, Parola di Dio fatta carne”.

Cosa significa? Significa che la Bibbia va capita nella cornice della Rivelazione divina […] Per il cristianesimo Dio non ci ha dato una legge o delle norme: Dio ci ha dato sé stesso perché desidera farsi conoscere e vuole entrare in comunione con noi. Ecco, la Bibbia fa parte di questa rivelazione, ma non la esaurisce. Che vuol dire allora che “La Parola di Dio precede ed eccede la Bibbia?” Nel senso che esistono: una rivelazione naturale e cosmica che Dio offre agli uomini nelle cose create (il tramonto, le montagne, il mare, gli abissi, gli animali, i pianeti, il vento, il sole che scalda, la pioggia che bagna, tutta la meraviglia del creato sono Parola di Dio); una rivelazione di Dio nella storia, la quale segna le sorti di un dialogo tra Dio e gli uomini, fatta di tradizione orale, e tutta la Tradizione della Chiesa; infine, il punto più importante, la Parola di Dio è Gesù, una persona viva, incarnato, morto e risorto per me.

In questo c’è una grandissima differenza con gli ebrei, i musulmani e le altre religioni. Come spiega il teologo Henri Marie De Lubac: “Mani e Maometto hanno scritto dei libri, Gesù, invece, non ha scritto niente; Mosè e gli altri profeti hanno scritto di lui […] Il cristianesimo, propriamente parlando, non è affatto una religione del Libro: è la religione della Parola – ma non unicamente né principalmente della Parola sotto la sua forma scritta. Esso è la religione del Verbo, non di un verbo scritto e muto, ma di un Verbo incarnato e vivo. La Parola di Dio adesso è qui tra noi, in maniera tale che la si vede e la si tocca: Parola viva ed efficace, unica e personale, che unifica e sublima tutte le parole che le rendono testimonianza”.

 

Fonte: Nicola Commisso, Manco le basi. Piccolo manuale di introduzione alla fede cattolica. Prefazione di Costanza Mariano, Il Timone, Milano 2025, pp. 179-181.

venerdì 23 gennaio 2026

DOMENICA III DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 25 Gennaio 2026 Domenica della Parola

 



 

 

Is 8,23b-9,3; Sal 26 (27); 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

  

Il simbolismo della luce, che abbiamo già trovato nella domenica precedente nonché nella liturgia natalizia e ritroveremo in quella pasquale, esprime, nella Bibbia, la realtà della salvezza donata dal Signore per mezzo di Cristo. San Matteo, nel brano evangelico d’oggi, racconta gli inizi del ministero pubblico di Gesù che comincia dalla Galilea, dopo l’arresto di Giovanni. Gesù sceglie come punto di partenza della sua predicazione una regione religiosamente sottosviluppata, dove la religione d’Israele era a stretto contatto col paganesimo. Nel secolo VIII a. C. gli abitanti di Galilea erano stati deportati in esilio, “immersi nelle tenebre della schiavitù”. Ricordiamo che uno degli argomenti che verranno portati contro la messianicità di Gesù è appunto questo: “Il Cristo viene forse dalla Galilea?” (Gv 7,41). In questa scelta fatta da Gesù per iniziare l’annuncio del Regno di Dio e l’invito alla conversione, l’evangelista Matteo vede il compimento delle parole del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “...il popolo che cammina nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. La Galilea, terra di tenebra da dove la predicazione di Gesù inizia a irradiarsi come luce, è il simbolo del buio che avvolge la vita dell’uomo che non è stato illuminato dalla luce del Vangelo di Gesù.

 

La lieta novella che Gesù reca all’uomo è un messaggio di liberazione morale e fisica, perché rinnova l’uomo. Gesù predica il vangelo del Regno e guarisce ogni malattia e infermità mettendo l’uomo in grado di individuare e percorrere la strada che lo può realizzare, che è capace di dare senso alla propria vita, come i fratelli Simone e Andrea e Giacomo e Giovanni che, lasciata ogni cosa, seguono Gesù e trovano in lui il senso della loro esistenza. San Matteo sottolinea che i primi discepoli sono fratelli nel sangue per indicare l’effetto della conversione che conduce oltre, verso la fraternità in Cristo, la sola capace di non divenire mai esclusiva, ma comprensiva di ogni uomo. Convertirsi al Regno di Dio significa quindi scoprire anche i profondi rapporti che ci uniscono gli uni gli altri. Fare di Cristo il centro della vita vuol dire spezzare ogni barriera e ogni divisione. Perciò nella comunità di coloro che sono stati illuminati dal Vangelo di Gesù non hanno senso le discordie, le divisioni. È quanto ricorda san Paolo nella seconda lettura quando esorta i fratelli della comunità di Corinto ad essere “in perfetta unione di pensiero e di sentire”. Se Cristo non può essere diviso, nemmeno la comunità di Cristo, che è vero “corpo di Cristo”, può essere divisa. Le divisioni nella Chiesa sono lacerazioni di Cristo.

 

Riassumendo, possiamo affermare che negli inizi della sua predicazione Gesù annuncia la liberazione dall’oppressione in cui si trovano gli uomini che vivono nelle tenebre e nella schiavitù del peccato, perché essi, “illuminati” dalla luce che è Cristo, possano ritrovare il senso della loro esistenza nella comunione e solidarietà reciproca. Questo messaggio trova una sua realizzazione vera e paradigmatica nella partecipazione all’eucaristia, in cui per opera dello Spirito “diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito” (preghiera eucaristica III).

domenica 18 gennaio 2026

TRADIZIONE

 



La rivelazione, che è data una volta per sempre (cf. DV 4), è intrecciata con le sue condizioni culturali e quindi richiede di essere riscoperta, ripensata e riformulata in ogni nuova situazione. La non presa in carico della storicità della tradizione genera una paralisi della stessa, dato che viene sradicata dalla vita dei credenti e dalle sfide del presente.

Non è possibile identificare il vangelo con un solo contesto culturale, considerato come una sua sintesi insuperabile. L’intreccio tra il vangelo e i beneficiari e trasmettitori mostra perciò che non si può definire la rivelazione in se stessa, “oggettivamente”, e al di fuori della sua ricezione storica. Essa non prende il posto dell’esperienza di fede dei credenti. Il rischio altrimenti è quello di puntare all’applicazione di un insieme di dottrine, così da far rientrare l’esperienza credente dentro un sistema già preconfezionato. Il concetto della pastoralità della dottrina con cui Giovanni XXIII ha inaugurato il Vaticano II esprime bene questo collegamento tra la sostanza viva del vangelo e le culture che lo fanno proprio.

Nei decenni successivi al Vaticano II, tuttavia, si sono succeduti una serie di pronunciamenti magisteriali – ricapitolati infine nel motu proprio di Giovanni Paolo II Ad tuendam fidem (1998) – che hanno modificato l’architettura del magistero, inserendo un secondo livello di magistero tra quello infallibile e autentico. Il canone che recepisce questa “aggiunta” così recita: “Si devono pure fermamene accogliere e ritenere anche tutte e singole le cose che vengono proposte definitivamente dal magistero della Chiesa circa la fede e i costumi, quelle cioè che sono richieste per custodire santamente ed esporre fedelmente lo stesso deposito della fede; si oppone dunque alla dottrina della Chiesa cattolica chi rifiuta le medesime proposizioni da tenersi definitivamente” (can. 750 § 2).

Con questo secondo livello di magistero (che per comodità possiamo chiamare “definitivo”), si crea un nuovo sistema di dogma, non più legato in modo esclusivo alla rivelazione. La Nota dottrinale illustrativa, emanata poche settimane dopo il motu proprio, nel voler spiegare questo magistero, non solo elenca alcuni casi specifici (tra cui l’infallibilità del papa e la dottrina sull’ordinazione sacerdotale da riservarsi solo a persone di sesso maschile), ma canonizza anche alcuni dispositivi teorici (legge naturale, necessità di ragione, connessione storica di alcune dottrine), che sorreggerebbero tali esempi, quasi a voler blindare il pensiero teologico entro una previa griglia interpretativa immune da contaminazioni storiche e da cambiamenti futuri.

 

Fonte: Sintesi di: Giuseppe Guglielmi, Tradizione, in Andrea Grillo – Luigi Mariano Guzzo (edd.), “Intra omnes. Dal popolo di Dio al conclave”, Queriniana, Brescia 2025, pp. 151-156. Si raccomanda leggere l’intero articolo.

 

venerdì 16 gennaio 2026

DOMENICA II DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 18 Gennaio 2026

 

 


 


 

Is 49,3.5-6; Sal 39 (40); 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

 

In questa domenica, che viene dopo le feste natalizie, siamo invitati a contemplare Gesù, all’inizio della sua missione, quale fedele esecutore della volontà del Padre.

La prima lettura parla profeticamente di un misterioso “servo”, scelto da Dio dal seno materno per salvare Israele, anzi la missione di questo servo del Signore, chiamato “luce delle nazioni”, ha il compito di portare la salvezza “fino all’estremità della terra”. I cristiani dei tempi apostolici non hanno faticato e riconoscere nella vita di Gesù Cristo e nella missione della Chiesa le caratteristiche del “Servo del Signore” donato per la salvezza dell’umanità. Le attese di Israele trovano in Cristo il loro compimento. Nella lingua aramaica (parlata da Gesù e da Giovanni Battista) la parola talya significa “servo” e “agnello”. Con questa parola usata da Isaia, nel vangelo d’oggi vediamo che Giovanni Battista indica Gesù, annunciando che egli è il “servo di Dio”, che libera il mondo dal peccato: Gesù è “l’agnello [servo] di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”, strumento perfettamente docile nelle mani del Padre per compiere la salvezza del mondo. Attraverso la testimonianza del Battista viene consolidata la nostra fede in Gesù che è stato consacrato dallo Spirito Santo come Messia e nel quale siamo invitati a porre ogni fiducia e speranza perché non c’è altra salvezza se non quella che lui ci offre.

Credere in Gesù non significa fare un’esperienza personale puramente interiore e intimista. La Chiesa chiama Giovanni Battista “testimone della luce” (Secondi vespri, Ant. al Magn.). Come Giovanni Battista, tutti i seguaci di Gesù siamo chiamati ad essere decisamente e senza ambiguità testimoni di Cristo “luce delle nazioni” davanti al mondo. La testimonianza di Giovanni è frutto del vedere e del conoscere: ciascuno di noi dà di Cristo una testimonianza proporzionata alla vita di fede e di relazione che intrattiene con lui. Per san Paolo, di cui abbiamo letto il brano iniziale della prima lettera ai Corinzi, l’esperienza che egli ha avuto della fede è stata contemporaneamente consapevolezza della chiamata ad “essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio”. Queste parole riassumono l’esperienza della vocazione di Paolo e riflettono la coscienza che egli ha della propria missione. San Paolo si considera chiamato da Dio con il compito di far conoscere Gesù Cristo. Come in Giovanni Battista e come in Paolo, la testimonianza non si esaurisce nell’annuncio, ma comporta una vita coerente con quanto si crede e si annuncia. L’opera della salvezza attuata da Gesù continua ora attraverso l’impegno e la testimonianza di noi tutti.

Quando ci avviciniamo alla comunione eucaristica, ci viene presentata l’ostia santa con le parole di Giovanni Battista: “...Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Un agnello è facile da prendere, non c’è bisogno di andare a caccia per catturarlo; poiché piccolo e fragile non pone grande resistenza; da sempre il suo aspetto candido evoca l’immagine della purezza, dell’innocenza; ma, allo stesso tempo, la sua carne tenera e gustosa è un cibo prelibato. Ed è proprio così che Dio ha scelto di presentarsi al mondo degli uomini consegnandosi per sempre nelle loro mani.

L’eucaristia ci rende partecipi della salvezza portata a termine da Gesù nel sacrificio della croce, di cui la comunione e partecipazione sacramentale. Al tempo stesso, nella partecipazione all’eucaristia prendiamo coscienza di essere coinvolti con Cristo nella salvezza del mondo.

 

domenica 11 gennaio 2026

IL PRESBITERIO

 



Quello che ci siamo tutti abituati a chiamare “presbiterio”, che resta ancora nella prevalenza dei casi un’area plenaria nella quale la gran parte degli elementi liturgici finisce per convivere dentro un indifferenziato accumulo di funzioni, e oggi anche dentro una disinvolta circolazione di figure (anche in questo caso con l’ingenua intenzione di realizzare le condizioni di un’assemblea interamente celebrante). Il presbiterio, quindi, si presenta quasi sempre come un trafficato crocevia di funzioni e ruoli, in cui sede, altare, ambone, tabernacolo vengono indifferentemente affollati da celebranti, concelebranti, lettori, ministranti, spesso anche cantori, in un andirivieni che tendenzialmente azzera le differenze qualitative di spazio e di tempo che la liturgia chiede da predisporre. Insomma, presenza e movimento dall’inizio alla fine, soprattutto attorno all’altare, specie quando la sede del celebrante lo affianca di pochissimo, se non quando addirittura qualcuno ancora presiede dall’altare. Ecco, questo significa far morire i luoghi sotto il dominio delle funzioni. L’insieme delle funzioni che si realizzano nei vari ministeri, compresi quelli dei piccoli ministranti, non dovrebbe stare permanentemente insediato, dall’inizio alla fine, sul presbiterio. Tutti dovrebbero stare nei pressi dell’assemblea e muoversi verso i vari luoghi liturgici solo nel momento in cui sia richiesto, “presidente” compreso, per avere davanti agli occhi il puro segno dell’altare che li orienta, non il continuo agitarsi degli addetti ai lavori. In molti casi ancora oggi chi presiede l’eucaristia compare all’altare da dietro, come per uno strano privilegio di casta, che annulla totalmente le prossemiche e le simboliche in gioco, mentre anche il prete dovrebbe stare come tutti nei pressi dell’altare, per salirvi solo quando il suo ministero lo chiama alla preghiera eucaristica. Tranne che in quel momento, l’altare dovrebbe stare sempre solo, vuoto, libero, congedando – ma quando accadrà? – il modello di un presbiterio che contiene tutto il necessario per agire come la rappresentazione di una pièce che avviene su un palco di fronte al pubblico pagante.

 

Fonte: Giuliano Zanchi, Dare luogo alla grazia. Sugli spazi della liturgia, Vita e Pensiero, Milano 2025, pp. 94-95.  

La proposta di Zanchi è in linea con una visione sinodale della celebrazione liturgica (M. A.)