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venerdì 24 luglio 2026

DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 26 luglio 2026

 

 

 

1Re 3,5.7-12; Sal 118 (119); Rm 8,28-30; Mt 13,44-52

 

Il Sal 118, il più lungo del Salterio, conserva tracce indubbie di un amore profondo, quasi saporoso della legge, un vero e proprio culto. Il salmista proclama beato colui che è fedele agli insegnamenti del Signore “e lo cerca con tutto il cuore” (v.2). Il termine cuore appare più volte nel testo salmico. Questo cuore è un cuore pronto a custodire i precetti del Signore e appunto per questo è un cuore sapiente: “insegnami il gusto del bene e la conoscenza, perché ho fiducia nei tuoi comandi” (v.66).

 

Non tutte le cose hanno la stessa importanza. Nella nostra vita quindi ci sono delle priorità da difendere. Lo ha capito Salomone, di cui parla la prima lettura. Egli, diventato re in giovane età, si sente inadeguato al grande compito di governare il popolo di Dio. Nella sua preghiera al Signore, Salomone non chiede né lunga vita, né ricchezze, né il trionfo personale, ma ciò che egli crede sia più importante: “un cuore docile perché sappia rendere giustizia” al popolo e “sappia distinguere il bene dal male”. Salomone chiede insomma la “saggezza nel governare”. Il giovane re ha fatto una scelta giusta, ha saputo discernere e scegliere ciò che è veramente prioritario.  

 

Tutta la nostra vita è una continua ricerca di qualcosa di appagante e di stabile che non riusciamo però mai a trovare pienamente e definitivamente. Tutto è precario e tutto invecchia assai rapidamente. Cosa cerca veramente il nostro cuore? Nella prima parte del brano evangelico d’oggi, Gesù parla di un bracciante che sta lavorando un campo e vi trova un tesoro; e di un mercante, appassionato di perle, che trova la pietra preziosa che aveva sognato per tutta la vita. Due esperienze diverse; la prima casuale, la seconda preparata con una lunga ricerca. Ma l’effetto è lo stesso: “va… vende tutti i suoi averi e compra quel campo…, compra la perla”. Sono immagini eloquenti che intendono dare una risposta alla ricerca di senso che pervade la nostra vita. Come l’uomo che ha trovato un tesoro nascosto o il mercante che ha trovato una perla preziosa, il cristiano è collocato dalla sua fede di fronte all’unico Salvatore di tutti, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini, l’unico Nome nel quale è dato agli uomini di essere salvi.

  

La parola di Dio in questa domenica ci invita a scegliere la strada che conduce al tesoro nascosto, a quella perla il cui grande valore non verrà mai meno per l’eternità. Come il re Salomone, anche noi siamo incoraggiati a chiedere al Signore che ci dia un “cuore saggio e intelligente” per saper discernere e scegliere i veri valori della vita, quelli che non invecchiano mai. Si tratta di dire sì al Signore che, come afferma la lettera ai Romani, vuol salvare gli uomini predestinandoli, chiamandoli, giustificandoli e glorificandoli. Nella ricerca di Dio e del suo regno tanti sono gli smarrimenti e tante le nostre debolezze. Ma san Paolo ci ricorda che per chi ama Dio e lo cerca con cuore sincero, tutto finisce per concorrere al bene di quella vita piena alla quale siamo chiamati in Cristo. Non si tratta di una affermazione ottimistica di chi vuol vedere tutte le cose sotto un’angolazione serena; è l’affermazione di fede di chi sa che la storia non sfugge al controllo di Dio e, d’altra parte, sa che Dio ci ha amato fino a donare per noi il suo Figlio.

 

L’eucaristia è dono di sapienza, certo superiore a quello chiesto da Salomone. È “memoriale perpetuo” della passione di Cristo, “dono del suo ineffabile amore… per la nostra salvezza” (preghiera dopo la comunione).

 

domenica 19 luglio 2026

LA PAROLA DI DIO E L’EUCARISTIA


 


Il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione sottolinea il legame tra la Parola di Dio e l’Eucaristia adoperando sia per l’una che per l’altra lo stesso verbo “venerare”: “La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore …” (DV 21). Il Lezionario della Messa afferma, come fa anche la DV, che alla parola di Dio e al mistero eucaristico la Chiesa tributa la stessa “venerazione”, ma aggiunge precisando maggiormente il concetto: “anche se non lo stesso culto” (OLM 10: “Dei verbum et eucharisticum mysterium eadem veneratione etsi non eodem cultu …”). Quando in seguito si parla dei riti che accompagnano la proclamazione del Vangelo, si adopera sempre il sostantivo “venerazione”.

  

venerdì 17 luglio 2026

DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) –19 luglio 2026

 

 

 

Sap 12,13.16 –19; Sal 85 (86); Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

 

La preghiera è un atteggiamento del cuore che si apre al mistero di Dio. Pregare significa quindi cercare il volto di Dio. Il Sal 85 è una preghiera piana e scorrevole, calda di fede e di senso religioso, con cui il pio salmista ci conduce alla scoperta di un Dio grande e potente che compie meraviglie, ma che soprattutto è lento all’ira, pieno di amore e pronto nell’offrire il suo perdono a quanti si rivolgono a lui con cuore pentito. In questa preghiera si sente già il dialogo amoroso e confidente del Vangelo: chiedete ed otterrete. La tradizione cristiana ha interpretato questo salmo come preghiera rivolta da Gesù al Padre, sia per sé, sia per le membra di quel corpo mistico, di cui egli è il capo.

 

La prima lettura biblica, tratta dal libro della Sapienza, parla di un Dio che pur essendo “padrone della forza”, governa “con molta indulgenza” e concede dopo i peccati la possibilità di pentirsi. Sulla stessa linea, la parabola del grano e della zizzania (gramigna), riportata dalla lettura evangelica, ci mostra il volto di un Dio paziente, capace di aspettare, pronto a darci la possibilità di scegliere, di crescere, di maturare, e disposto sempre a perdonare. Dio rispetta la nostra libertà e i nostri ritmi. Egli non vuole dei burattini, docili strumenti senza cuore. Dio vuole l’amore della sua creatura e perciò rispetta la sua libertà. Le altre due brevi parabole del granello di senape e del lievito, riportate dalla pagina evangelica, adombrano la potenza di espansione del regno di Dio.

 

Siamo invitati a prendere coscienza con realismo della presenza del male nel mondo e in ognuno di noi: “Tutti i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, dobbiamo riconoscerci peccatori. In tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 827). Dinanzi a questa realtà bisogna evitare due estremi: l’esserne succubi o il volerlo stroncare ad ogni costo e in tutte le sue manifestazioni. Pretendere di cancellare radicalmente tutto il male che c’è nel mondo è lo stesso che sopprimere la libertà dell’uomo con il rischio di uccidere l’uomo stesso. Certamente la libertà non equivale al diritto di fare il male, ma apre all’uomo la possibilità di orizzonti di bene. In ogni modo, Dio non vuole limitare la nostra libertà anche se alla fine del nostro pellegrinaggio chiederà conto dell’uso che ne avremo fatto. Gesù con le sue parabole ci fa capire che il regno di Dio ha un inizio (il momento in cui il seme viene seminato nel campo del cuore dell’uomo), una fine (il tempo della mietitura), separati da un tempo di crescita. Non dobbiamo quindi essere precipitosi, fare delle discriminazioni premature.

 

La tolleranza del padrone della messe stimola anche noi a un comportamento di comprensione. La vera forza dell’uomo non si manifesta nella vendetta, ma nel perdono. I sistemi del puritanesimo, dell’integralismo, del rigorismo e del massimalismo sono estranei allo spirito del Vangelo di Gesù. Se Dio è buono e perdona (cf. salmo responsoriale), anche noi dobbiamo avere il coraggio del perdono. Come ci ricorda san Paolo nella seconda lettura, nei nostri rapporti con Dio e con gli altri dobbiamo affidarci allo Spirito che “viene in aiuto alla nostra debolezza”. Lo Spirito Santo opera in modo continuo nel nostro cuore e orienta il nostro spirito perché sappiamo crescere nella vitalità che viene dall’alto. Fonte di ogni bontà, Dio non è direttamente né indirettamente causa del male. Rispettando la libertà della sua creatura, Dio lo permette e, misteriosamente, egli sa trarre il bene anche dal male.

 

domenica 12 luglio 2026

DIACONESSE

 




Preghiera per l’”ordinazione” di una diaconessa (Costituzioni Apostoliche, VIII, 19-20)

“O Dio eterno, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

Creatore dell’uomo e della donna,

che hai riempito di Spirito Maria, Debora, Anna e Hulda,
che non hai disdegnato che il tuo Figlio unigenito nascesse da una donna,
tu che nella tenda della testimonianza e nel tempio
hai stabilito donne custodi delle tue porte sante:

guarda ora anche questa tua serva,
destinata al ministero diaconale,
e donale lo Spirito Santo,
purificala da ogni impurità della carne e dello spirito,
affinché compia degnamente l’ufficio che le è affidato,
a tua gloria e lode del tuo Cristo,
con il quale a te sia gloria e adorazione,
nello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.”

 

In Rm 16,1 si legge: “Vi raccomando Febe che è al servizio (diakonos) della Chiesa di Cencre”. Abbiamo testimonianza della loro presenza soprattutto nei secoli III e IV, in particolare in Oriente. Le diaconesse svolgevano diversi ruoli nel servizio pastorale, in particolare nell’assistenza e cura verso altre donne.

 

 

venerdì 10 luglio 2026

DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 12 luglio 2026

 



 

 

Is 55,10-11; Sal 64 (65); Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

 

 

Il discorso centrale delle letture bibliche odierne verte sulla parola di Dio. Il breve brano della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, esalta la potenza della parola del Signore. Essa opera ciò che il Signore desidera e compie ciò per cui egli l’ha mandata. Le parole umane sono spesso vane e inconsistenti, non impegnano sempre chi le pronuncia, non resistono alla prova del tempo. La parola di Dio, invece, non risuona mai inutilmente sulla terra, non cade a vuoto, ma realizza qualcosa in chi si dispone a riceverla. Venendo da Dio, porta la vitalità infinita di Dio ed è capace di fecondare il mondo. Il profeta compara l’azione della Parola con quella della pioggia e della neve che irrigano, fecondano e fanno germogliare la terra. Non si tratta però di una parola magica. La parola di Dio non funziona in modo automatico. Lo insegna Gesù nella parabola del seminatore che uscì a seminare, parabola con la quale iniziamo la lettura del discorso sulle parabole del Regno che ci accompagnerà anche nelle due domeniche seguenti. Gesù afferma che le sorti della Parola sono anche legate alla nostra responsabilità e collaborazione: occorrono certe condizioni di disponibilità, di attenzione; occorre un terreno adatto, un cuore capace di ascolto perché la parola di Dio dia frutto. Se il nostro cuore è come un terreno arido, la nostra vita sarà sterile e incapace di essere rinnovata col messaggio della parola di Dio.

 

La seconda lettura ci ricorda che la parola di Dio seminata abbondantemente nel decorso della storia, ne subisce tutti i condizionamenti. Il brano paolino può aiutarci a comprendere l’attuale travaglio della crescita del regno di Dio, e quindi anche della Parola che di questo regno è annuncio. San Paolo ci invita alla speranza: la potenza della parola di Dio apparirà in tutto il suo fulgore quando in ogni discepolo si rivelerà la “gloria futura”, quando anche il corpo mortale dell’uomo sarà trasfigurato e reso conforme al corpo glorioso del Signore. L’eventuale incredulità degli ascoltatoti non farà fallire il progetto di Dio. La salvezza in Cristo è una realtà presente (cf. 1Cor 15,1-2), ma la sua realizzazione piena attraverso la risurrezione dei corpi deve ancora venire (cf. 1Cor 15,13-34). Con il nostro corpo l’uomo è in rapporto con tutto il creato. Entrambi, noi e il cosmo, gemono nell’attesa di una manifestazione piena della salvezza.

 

La parola di Dio, se accolta e custodita nel cuore, è luce che ci guida a capire e interpretare il significato della nostra vita nella scena di questo mondo. Questa parola, che ascoltiamo così sovente nel decorso delle nostre celebrazioni liturgiche, in particolare ogni domenica nella prima parte della celebrazione della messa, è come una semente che Dio stesso sparge nel cuore d’ognuno di noi e che porta frutto a seconda dell’ascolto e dell’accoglienza che ad essa noi offriamo. Como dice il canto al vangelo, nella celebrazione eucaristica è Cristo stesso che semina il buon seme della sua Parola.

 

 

domenica 5 luglio 2026

QUANDO IL SAGGIO INDICA LA LUNA LO STOLTO GUARDA IL DITO

 



 

Lo scorso 1° luglio, la Fraternità sacerdotale Pio X ha ordinato, senza mandato apostolico, quattro nuovi vescovi. Le reazioni a questo evento sono state numerose. Vorrei ricordare qui brevemente quanto hanno detto tre personaggi del tradizionalismo cattolico. Mons. Athanasius Schneider ha affermato che non si tratta di un atto scismatico perché non lo è nelle intenzioni. Mons. Georg Gänswein, in una intervista pubblicata sul Corriere della Sera, ha detto che papa Francesco con la pubblicazione della Lettera Apostolica Traditionis custodes (16.07.2021) non ha forse capito le conseguenze che le misure restrittive sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, potevano produrre. Mons. Nicola Bux si è augurato che il papa Leone XIV liberalizzi l’uso del Messale anteriore alla riforma del Vaticano II; sarebbe un gesto accolto con favore dai Lefebvriani.

L’ordinazione, senza mandato apostolico, dei quattro vescovi non è altro che la logica conseguenza delle posizioni dottrinali dei Lefebvriani che rifiutano le Dichiarazioni del Vaticano II : Dignitatis humanae sulla libertà religiosa; Nostra aetate sul rapporto della Chiesa con le altre religioni non cristiane; e criticano l’impostazione dottrinale della Costituzione Lumen Gentium. Bisogna poi aggiungere il rifiuto della riforma liturgica di Paolo VI nonché di diversi documenti magisteriali, in particolare di papa Francesco. Finalmente, nel rito della celebrazione dell’ordinazione, la risposta alla domanda del rituale: “Avete il mandato apostolico?”, è stata praticamente un atto di scomunica della Chiesa cattolica quando si è affermato tra l’altro: “…Tenendo presente che dal Concilio Vaticano II fino ai giorni nostri le autorità della Chiesa sono impregnate di uno spirito contrario a quello della fede...”

Non guardare solo l’atto scismatico, ma guardare tutto ciò che lo precede e l’accompagna. Le intenzioni dei Lefebvriani sono chiare e non si tratta solo di offrire un uso maggiore del Messale anteriore alla riforma di Paolo VI. Si potrebbe dire: “Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito”.

 


venerdì 3 luglio 2026

DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 5 luglio 2026

 



 

 

Zc 9,9-10; Sal 144 (145); Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

 

 

Il salmo responsoriale (Sal 144) è una celebrazione solenne della regalità di Dio. Il salmista celebra l’onnipotenza del Signore svelata nelle grandi gesta della storia della salvezza. Ma la potenza di Dio si manifesta nella bontà paziente, la sua forza nella tenerezza compassionevole, la sua grandezza nel chinarsi sul bisognoso.

 

Il breve brano dell’Antico Testamento, proposto come prima lettura, annuncia la venuta del Re di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re”. In queste parole emerge la promessa del nuovo Davide. Le parole profetiche evocano anche qui l’immagine mite e umile di Gesù che cavalcando un asino fa il suo trionfale ingresso in Gerusalemme. Come in altri scritti della tradizione profetica, il Messia viene annunciato non come un potente guerriero, ma come un messaggero umile e giusto che spezzerà i simboli di guerra e l’orgoglio dell’umana superbia con la forza dirompente dell’amore che si manifesta nella debolezza della croce.

 

Nel brano evangelico, Gesù si presenta come colui che realizza in pienezza le promesse profetiche. Egli si propone alle folle come alternativa di liberazione rispetto al potere opprimente dei loro capi. Al posto dell’insopportabile peso della legge e dell’oppressivo potere dei suoi interpreti, egli propone il proprio “giogo”, facile da portare. Gesù promette di dare ristoro a tutti coloro che sono affaticati e oppressi, e li invita a imparare da lui che è “mite e umile di cuore”. Gesù si presenta quindi come colui che cammina davanti a noi invitandoci a mettere i nostri piedi sulle sue orme. Dio si manifesta nel suo Figlio incarnato come un Dio umile che si rivela agli umili abbassandosi sino alle dimensioni infime dell’umanità per dare all’uomo stima di se stesso, nonché impulso e speranza di liberazione di quanto ci umilia, ci disonora e ci opprime.

 

La seconda lettura spiega in cosa consista seguire Gesù e portare il suo giogo. Paolo lo fa richiamando le due possibilità di vita che si prospettano alla libertà dell’uomo: “vivere secondo la carne” o “vivere secondo lo Spirito”. Carne e Spirito sono due principi contrapposti di vita. La carne è l’uomo nella sua debolezza, caducità e fragilità. Non possiamo pretendere di costruire la propria vita sulla nostra fragilità; abbiamo bisogno dello Spirito di Dio. L’uomo che vive secondo la carne cerca se stesso e rifiuta il giogo di Cristo. Invece, l’uomo che vive secondo lo Spirito si lascia condurre dallo Spirito divino che lo libera dall’orgoglio accecante e dall’egoismo paralizzante. Assoggettarsi al giogo di Cristo significa vivere secondo lo Spirito. Infatti, la vita nello Spirito si configura come una crescente esperienza della nostra progressiva trasfigurazione nel Signore, della nostra appartenenza a Cristo, del dono della vita divina che, nel Risorto, ci è stata comunicata. Questa esperienza raggiungerà il suo compimento solo quando la potenza dello Spirito Santo trasfigurerà il nostro corpo mortale per renderlo conforme al corpo glorioso del Signore.