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venerdì 2 ottobre 2026

DOMENICA XXVII DEL TEMPO ORDINARIO (A) – 4 ottobre 2026

 

 


Is 5,1-7; Sal 79 (80); Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

 

 

Al centro dei testi biblici di questa domenica ritorna l’immagine della vigna, molto usata sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Il Sal 79, salmo di lamentazione, è una specie di autobiografia di Israele nel momento in cui sente venir meno la luce del volto di Dio, fonte di luce e di speranza. Israele vuole ritornare ad essere la vigna di Dio, curata con premura dal grande vignaiolo. Ora invece, priva di difesa, è territorio di libera caccia e di preda. Alla fine del salmo, la supplica diventa pressante e piena di speranza: “... Signore, Dio degli eserciti, fa che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”. Anche noi, nonostante tutte le nostre infedeltà, continuiamo ad essere quella vigna per la quale Dio ha compiuto meraviglie.

 

L’immagine della vigna, sia nella prima lettura che nella parabola del vangelo, si riferisce al popolo d’Israele ed esprime un giudizio di sofferenza su un popolo molto amato, ma che ha deluso e tradito l’amore del proprio Dio. Il profeta Isaia, vissuto all’epoca nella quale, probabilmente, fu composto il salmo responsoriale, pare dare una risposta agli interrogativi posti dal salmista a Dio sulla sua vigna d’Israele. Il testo profetico è un rimprovero a un popolo che si accontenta di una religiosità superficiale, ma non preoccupato di andare oltre le pratiche del tempio per portare frutti nel contesto di una vita sociale segnata da maggior senso della giustizia e moralità nelle relazioni umane, in conformità al patto di alleanza che lega Dio al suo popolo. Tra Dio e il suo popolo non c’è solo un rapporto di possesso (proprietario e proprietà), ma anche e soprattutto un rapporto di amore; la vigna assume i caratteri della persona umana.

 

L’oscura minaccia, presente nell’allegoria della vigna, trova il suo definitivo riscontro al tempo di Gesù e si concretizza come passaggio della vigna, e cioè del regno di Dio, alle nazioni pagane. Il fallimento del popolo dell’antica alleanza non arresta il piano di Dio: esso continua presso tutti coloro che sono disponibili alla fede, pronti ad accogliere e vivere la parola di Dio. La parabola della vigna contiene un severo ammonimento anche per noi cristiani. Un motivo ricorrente nel vangelo di san Matteo è quello di “portare frutti” (Mt 3,8.10; 7,16-20; 12,33; ecc.). L’appartenenza al Regno non è un privilegio formale, ma un dovere, che impegna a professare con le opere la fede nel Signore Gesù. Ciò che abbiamo appartiene a Dio e ci è affidato in gestione; ma Dio appare talvolta lontano, tanto lontano che ci sembra di poter decidere della nostra vita senza fare i conti con lui. Riferendosi ai brani della Scrittura proclamati oggi (Is 5 e Mt 21), il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “La Chiesa è stata piantata dal celeste Agricoltore come vigna scelta. Cristo è la vera Vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui e senza di lui nulla possiamo fare” (n. 755).

 

Da quanto detto si deduce che se la Chiesa medita questi brani della Scrittura non è tanto per accusare l’antico popolo d’Israele, quanto per prendere coscienza della propria responsabilità e per invitare tutti ad aprire il proprio cuore al progetto di Dio sulla storia manifestatosi in Gesù Cristo. Nella seconda lettura, anche oggi come nella domenica scorsa, siamo invitati da san Paolo, che non è solo un maestro di dottrina ma un testimone di ciò che insegna, alla coerenza tra il pensare e l’agire e a non dimenticare il suo esempio: “Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica”. Facendo in questo modo, aggiunge l’Apostolo, “il Dio della pace sarà con voi”.      

domenica 27 settembre 2026

SACRAMENTO DELLA PENITENZA E POTERE

 



Il sacramento della penitenza è stato un “mezzo” per il controllo sociale e strumento di potere in modo particolare quando è divenuto confessione. Certamente il contesto storico si è dimostrato determinante; alla Chiesa apparteneva un certo potere temporale.

Oggi quale potere può esercitare il sacramento? Ormai è terminato il tempo in cui il cristianesimo esercitava una importante influenza sulle istituzioni sociali e sui comportamenti individuali. In tale contesto, dove l’autorità del ministro è fortemente ridotta. Tenendo anche in considerazione come oggi il “vero confessore” è lo psicologo, al quale molti confidano i “segreti” più profondi.

Però, in alcune forme di vita comunitaria, spesso di nuova fondazione e femminili, guidate da leader piuttosto carismatici, si constatano casi di abuso spirituale (non necessariamente nel sacramento della penitenza).

Uno degli ambiti nel quale, in alcuni casi, si verificano l’abuso spirituale e forme di potere, è quello legato al rapporto di subordinazione tra chierici/religiosi e religiose, con conseguenze negative sul piano della libertà, dell’autonomia di giudizio, della percezione della volontà e del volto di Dio, della dignità della donna, della formazione della coscienza, dell’assunzione di responsabilità (professionali o pastorali) ecc. tutte conseguenze di notevole gravità, fino ad arrivare e veri e propri abusi spirituali. In tali contesti il sacramento della penitenza può rappresentare un luogo di abuso e potere, scadendo in forma quali il “capitolo delle colpe”, che vede la confessione dei propri peccati a voce alta, oppure si vede violato il sigillo confessionale.

Quindi, si potrebbe concludere che oggi, in un contesto dove l’istituzione e l’autorità sono poco significative, difficilmente il sacramento della penitenza diviene mezzo per il controllo sociale e strumento di potere, tranne che in quei contesti comunitari “chiusi” ove sono già presenti forme di abuso.

 

Fonte: Elena Massimi, “Confessione, potere, controllo sociale”, in Paolo Tomatis (ed.), Rito e potere (“Caro salutis cardo” Contributi 41), CLV Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2026, pp. 83-126 (qui pp. 124-126). Si tratta di una sintesi del testo originale.

 

venerdì 25 settembre 2026

DOMENICA XXVI DEL TEMPO ORDINARIO (A) – 27 settembre 2026

 


 

Ez 18,25-28; Sal 24 (25); Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

 

 

Nella prima lettura, vediamo che Dio ammonisce i figli d’Israele, tramite il profeta Ezechiele, e li richiama al senso della responsabilità personale di fronte alle scelte della vita: l’uomo è responsabile delle sue azioni, e queste sono strettamente connesse con la giustizia. Perciò, se vogliamo una vita autentica, non possiamo sottrarci a far propri i valori che la determinano; dobbiamo semplicemente accettarli e viverli coerentemente. Anche dal brano evangelico emerge un forte richiamo alla coerenza della vita. Servendosi, come al solito, di una parabola, Gesù parla di due figli, ai quali il padre dà lo stesso ordine: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Il primo risponde con religioso rispetto e docilità, ma non va a lavorare nella vigna come aveva promesso; il secondo figlio, invece, risponde con arroganza e insolenza in senso negativo, ma alla fine si ravvede e va in campagna a lavorare nella vigna. La morale della storia è così chiara che Gesù vuole che siano i suoi stessi ascoltatori a ricavarla: “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”, domanda Gesù. Non c’è dubbio dicono tutti: l’ultimo. La parabola sottolinea il contrasto che esiste tra il dire e il fare, tra la parola e l’azione. Non basta la semplice conoscenza teorica del vangelo o l’adesione verbale ad esso, ma occorre una conversione totale in modo che l’insegnamento di Gesù sia tradotto in comportamento di vita. Il sì della bocca è insufficiente, quello decisivo è il sì dei fatti. Possiamo ben dire che non esiste affermazione di fede che non possa e non debba essere verificata nella prassi della vita quotidiana. Nel regno di Dio entra solo chi fa la volontà del Padre: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21).

 

Nella seconda lettura, san Paolo ci dà il punto di riferimento della nostra obbedienza al Padre. Siamo infatti invitati ad avere in noi “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione divina […] svuotò se stesso assumendo una condizione di servo […] umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. Il brano paolino sintetizza le varie tappe del mistero di Cristo: la sua preesistenza divina, l’abbassamento alla condizione di servo nel mistero dell’incarnazione e una ulteriore umiliazione fino alla morte di croce, alla quale fa seguito l’esaltazione. A noi interessa qui sottolineare che queste tappe sono percorse da Cristo sotto il segno dell’obbedienza al Padre.            

 

Nella celebrazione eucaristica noi comunichiamo sacramentalmente proprio con il mistero della morte di Cristo e quindi della sua umiliazione e obbedienza. Notiamo però che la partecipazione sacramentale esige una coerenza esistenziale che va al di là del momento strettamente rituale.

 

 

domenica 20 settembre 2026

OMELIA A TEMA?

 



 

L’omelia deve avere un particolare rapporto con la parola di Dio proclamata nel corso della celebrazione, deve in qualche modo prendere le mossa da essa o/e da altri testi dell’Ordinario o del Proprio della Messa del giorno; l’omelia deve svolgersi avendo presente che nel corso dell’Anno liturgico vengono presentati i diversi misteri della fede e le norme della vita cristiana; questi misteri della fede e norme della vita cristiana, però, essendo presentati soprattutto dal testo sacro, è a partire dai testi biblici ed eucologici che vengono ripresi e proposti nell’omelia; in ogni caso, fonte primaria dell’omelia rimane sempre il Lezionario, che può essere considerato giustamente “uno strumento pedagogico per incrementare la catechesi” (OLM, n. 61); l’omelia però non può essere dettata dal bisogno di fare catechesi, ma deve cogliere la linea storico – salvifica propria del Lezionario; è in questo modo che nell’omelia possono essere trattati tutti i grandi temi della fede. Infatti, il Lezionario basta per esplicitare la totalità del mistero di Cristo

         

A scanso di equivoci, la suddetta tematica, pur entrando a formar parte dell’omelia, non ne deve stravolgere la natura. D’altra parte, come afferma SC, n. 9, la liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa. C’è un prima: l’annuncio del messaggio della salvezza ai non credenti, e c’è poi l’impegno costante di predicazione che dispone i credenti alla celebrazione dei sacramenti e insegna loro ad osservare tutto ciò che Cristo ha comandato. Conseguentemente l’omelia non esaurisce tutte le forme di predicazione.

 

L’omelia è un discorso piano e familiare con il quale il ministro che presiede la celebrazione si rivolge all’assemblea perché accolga fruttuosamente la Parola proclamata, abbia a partecipare consapevolmente all’evento salvifico celebrato, comprendendone i doni e gli impegni, porti il tutto nel vissuto quotidiano e dia frutti di vita santa.

venerdì 18 settembre 2026

DOMENICA XXV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 20 settembre 2026

 

 

 

Is 55, 6-9; Sal 144 (145); Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16

 

 

Le letture bibliche di questa domenica propongono alla nostra riflessione il misterioso modo di agire di Dio nei nostri confronti. Dio non giudica gli uomini con il metro con cui noi non di rado giudichiamo i nostri simili. Perché, come dice il profeta Isaia nella prima lettura, i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri e le nostre vie non sono le sue vie: è un Dio che ha misericordia e perdona largamente. Questo particolar modo di agire di Dio è illustrato da Gesù nella parabola evangelica dei lavoratori della vigna, una parabola volutamente sconcertante, per indurre gli ascoltatori, e quindi anche noi, a rettificare eventualmente la nostra idea della giustizia divina e a interrogarci sul modo in cui comprendiamo e viviamo il nostro rapporto con Dio.

 

Possiamo interpretare la parabola come una risposta di Gesù alla domanda che Pietro e i suoi discepoli gli hanno rivolto poco prima: “Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito: che cosa ne ricaveremo?” (Mt 19,27). Il proprietario della vigna ricompensa ugualmente operai che hanno compiuto lavori di diversa durata: alcuni hanno lavorato una giornata intera, altri un poco meno, altri poi un’ora sola; tutti però vengono retribuiti in modo uguale. Il particolare dell’uguaglianza di retribuzione nella parabola, mira a sottolineare che non c’è proporzione fra ciò che fa l’uomo e ciò che dona Dio. Il padrone della parabola distribuisce i salari non secondo la misura delle prestazioni degli operai, ma in vista del loro benessere e della loro gioia. Dio, infatti, non è un padrone che dà un “salario”, ma un padre che elargisce un “dono”. Dio non è un compagno d’affari, con cui possiamo contrattare la nostra salvezza. La salvezza non va barattata, ma accettata come dono. Il procedere così generoso di Dio ha come unica spiegazione la sua bontà infinita e la sua iniziativa libera e spontanea; la grandezza di Dio non si può misurare: “senza fine è la sua grandezza” (cf. salmo responsoriale).

 

Dio sa donare giustizia e bontà lì dove l’uomo non sa fare altro che un avvilente calcolo matematico. Noi siamo inclini a definire i reciproci rapporti in base alla prestazione effettiva, parametro che inconsciamente trasferiamo alle vicende che riguardano anche i nostri rapporti con Dio. Il Signore invece agisce secondo criteri di gratuità. Davanti alla misericordia sconfinata di Dio ogni uomo, ciascuno di noi, si trova nella medesima posizione. La grettezza del nostro cuore fa sì che sia per noi difficile capire l’amore di un Dio sempre pronto a perdonare, sempre pronto ad accogliere chiunque apra il cuore alla sua grazia, in ogni momento. Se siamo veramente discepoli di Cristo sapremo interpretare la nostra vita secondo criteri di gratuità e di donazione agli altri, i valori che nel Cristo hanno incarnato l’autentico volto del Padre.

 

L’Eucaristia esprime in modo sublime il mistero del donarsi gratuito di Dio a noi. Presentiamo al Signore un po’ di pane e di vino e abbiamo in dono un “cibo di vita eterna” e una “bevanda di salvezza”.

 

 

domenica 13 settembre 2026

RITO E POTERE

 



 

Paolo Tomatis (ed.), Rito e potere (“Caro salutis cardo” Contributi 41), CLV Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2026. 274 pp. (€ 35,00).

La relazione tra rito e potere è al contempo naturale e problematica. Naturale, perché – come ogni pratica sociale – anche il rito mette in scena il potere e ha un suo potere di azione e trasformazione. Problematica, perché – pensando al rito cristiano – occorre riconoscere il rischio che il rito diventi luogo di dominazione e di controllo, anziché di servizio e di perdita di controllo, così che sia Dio e non l’uomo a esercitare il suo singolare potere di grazia e di comunione. Con il suo consueto approccio di tipo antropologico e pastorale, la riflessione dell’Istituto di Liturgia pastorale di Santa Giustina offre il proprio contributo ad un tema che si mostra di particolare attualità. In questo tempo segnato dal cammino della Chiesa sulla sinodalità e sulla lotta contro gli abusi.

(Quarta di copertina)

 

Introduzione (Paolo Tomatis)

I rapporti tra rito e potere in una prospettiva antropologica (Pietro Scardelli)

Il potere nelle ritualità non religiose (Roberto Marchisio)

“Quod solus possi tuti imperialibus insignis” (Riccardo Saccenti)

Confessione, potere, controllo sociale (Elena Massimi)

Il conferimento del potere nei riti di ordinazione (Angelo Lameri)

Rito, potere e servizio in Gv 13,1-20 (Stefano Romanello)

Potere del rito, potere sul rito. La questione dell’autorità indivisa, ma differenziata (Andrea Grillo)

Pratiche di condivisione del potere liturgico (Paolo Tomatis)

Presidenza e assemblea. Forme di potere? (Luigi Gerardi)

 

 

venerdì 11 settembre 2026

DOMENICA XXIV DEL TEMPO ORDINARIO (A) – 13 settembre 2026

 



 

 

Sir 27,33-28,9; Sal 102 (103); Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

 

                                                    

Il Sal 102 è un inno pieno di affetto ed entusiasmo alla misericordia di Dio; il salmista, ricordando che ha peccato ma che è stato perdonato da Dio, alla fine della sua intensa preghiera invita tutte le creature a lodare con lui il Signore. Il “Dio è amore” della prima lettera di Giovanni (4,8) trova in questa preghiera un’autentica anticipazione. L’atmosfera in cui si muove questo inno è piena di amorevolezza, serenità e luminosità. Nella liturgia della Chiesa, questo salmo è diventato un inno a Gesù Cristo; in lui si sono realizzati per noi tutti i benefici divini ricordati dal salmista. Riassume bene il tema della domenica il ritornello del salmo responsoriale: “Il Signore è buono e grande nell’amore”.

 

Il brano del Siracide ci ricorda che se conserviamo nel nostro cuore rancore, non potremo ottenere il perdono di Dio. Ecco il perché del pressante invito del saggio israelita: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati”. Non possiamo chiedere ci venga applicata una logica di perdono e nello stesso tempo rifiutarci di usare questa medesima logica verso i nostri simili. Il racconto evangelico sviluppa lo stesso tema. San Pietro si rivolge a Gesù e gli domanda quante volte si deve perdonare al fratello, ci sono dei limiti? La domanda non è oziosa. Infatti, i maestri d’Israele di quel tempo affermavano generalmente che si doveva perdonare fino a tre volte. San Pietro è più generoso, e domanda: “fino a sette volte?” Ma Gesù dimostra nella sua risposta l’infinita misericordia di Dio quando afferma con un gioco di parole: “fino a settanta volte sette”, cioè sempre. E per imprimere nella mente dei discepoli questa volontà di perdono, ecco che Gesù narra, come è sua abitudine, una significativa parabola.

 

Noi ci troviamo nella condizione descritta dalla seconda scena della parabola: in mezzo alla strada, di fronte ad altri servi come noi del padrone. Come dobbiamo comportarci? Ricordando che prima di ogni nostra scelta abbiamo ricevuto da Dio il perdono gratuito di un debito impagabile. Se questo ricordo rimarrà e sarà operante nel cuore, il nostro comportamento verso gli altri sarà necessariamente fatto di perdono e di gratuità. Se invece dimentichiamo quello che Dio ha fatto per noi, allora rientreremo nella logica della stretta parità e il rapporto con gli altri tenderà a diventare uno scambio commerciale.

 

Anche il breve brano della lettera ai Romani, proposto come seconda lettura, ci invita ad assumere una logica di fede nei rapporti con gli altri. Da dove viene la difficoltà per perdonare? Dal porre se stessi al centro, dal valutarci più di quanto noi siamo. San Paolo ci ricorda che nessuno vive per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, siamo del Signore. Si tratta di entrare con chiarezza in questo modo di ragionare proprio della fede. La parola di Dio illumina la nostra fede, ci esorta a non lasciarci travolgere dai sentimenti di odio e di vendetta, ma a vincere il male con il bene.