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domenica 25 ottobre 2026

LA LITURGIA IN PROSPETTIVA FENOMENOLOGICA

 



 

GIROLAMO G. M. PUGLIESI, La realtà della liturgia. La correlazione tra rito e sacro in prospettiva fenomenologico-trascendentale (“Caro salutis cardo”. Studi 27), CLV-Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia Santa Giustina, Padova 2026. 356 pp. (€ 42,00).

 

La liturgia può essere riconosciuta come via adeguata ed efficace di esperienza e di conoscenza di Do? A partire da questa domanda, il volume propone una ricerca che, integrando prospettive fenomenologico-trascendentale e teologia, indaga le condizioni di possibilità dell’esperienza del sacro e della liturgia, acclarando, nello stesso tempo, come il rito – fondamentale sia per la dimensione del sacro sia per l’esperienza liturgica – manifesti un radicamento profondo nella struttura “trascendentale” del soggetto, e come sia strutturale anche nei processi conoscitivi in generale. Tutto ciò ha una ricaduta epistemologica non marginale: in virtù del suo radicamento liturgico, la teologia – che è riflessione della e sulla esperienza religiosa (sempre rituale) non può apparire come secondaria né derivata; essa, pur restando una disciplina peculiare, indaga il reale e il suo senso, alle stesse condizioni di ogni altro campo conoscitivo.  

 

(Quarta di copertina)

venerdì 23 ottobre 2026

DOMENICA XXX DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 25 ottobre 2026

 


 

Es 22,20-26; Sal 17 (18); 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40

 

 

Se vogliamo sintetizzare le prescrizioni del brano dell’Esodo, riportate dalla prima lettura, possiamo dire che Dio si prende cura con molto amore e tenerezza del povero e del debole ed ascolta i loro giusti lamenti. Ecco perché il Signore condanna lo sfruttamento e l’oppressione delle persone deboli e indifese, e ricorda che il valore della persona è sempre superiore alle cose.

 

Nel brano del vangelo d’oggi alla domanda di un dottore della legge su quali sia il più grande comandamento della legge, Gesù risponde: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore...” Ma aggiunge subito dopo: “Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso”. E conclude affermando che da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti. Gesù parla quindi dell’amore come dimensione globale dell’esistenza, di un amore che abbraccia appunto tutta l’esistenza ed è proiettato in modo inseparabile verso Dio e verso i nostri simili. Questa unità dei due comandamenti non comporta certamente la loro totale identificazione, ma significa che essi sono intrinsecamente associati e interconnessi. Noi siamo tentati di scindere le due cose, dando talvolta il primato a Dio e trascurando il prossimo. Il messaggio evangelico invece ci invita a coniugare i due amori, anzi ad unirli in modo che diventino una medesima esperienza di vita. L’esperienza dell’amore di Dio deve passare attraverso l’amore del prossimo, e viceversa. Questa sintesi è la vera novità cristiana in rapporto al messaggio dell’Antico Testamento. Per il cristianesimo la legge dell’amore diventa la suprema norma a cui tutto va orientato e da cui tutto si fa dipendere.

 

Se Dio ama la creatura umana, chiunque voglia amare Dio deve collocarsi sulla sua stessa lunghezza d’onda, deve amare anche i suoi simili. D’altra parte, come la creatura umana è unitaria, così le sue scelte di fede e di amore devono essere realtà unitarie. Sulla stessa linea, san Paolo nella seconda lettura ci ricorda che accogliere la parola di Dio significa abbandonare ogni idolatria per diventare seguaci, imitatori di Cristo e testimoni della sua carità.

 

L’amore è fatto non solo di parole, ma di cose concrete, di attenzione e sensibilità verso l’altro, soprattutto se questo è in condizione di debolezza ed è indifeso e proprio per questo, esposto maggiormente all’ingiustizia, allo sfruttamento e alla povertà.

 

L’eucaristia a cui partecipiamo è memoriale del sacrificio di Cristo, ed è quindi segno concreto ed espressivo nel segno sacramentale di un Dio che ci ama: “Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore” (antifona alla comunione - Ef 5,2).

 

domenica 18 ottobre 2026

IL SILENZIO

 



 

Nelle fonti della liturgia romana sollemnitas indica generalmente la celebrazione liturgica in sé come un tutto. C’è quindi solennità quando la celebrazione liturgica si esprime con tutti i suoi elementi, in modo unitario e nel rispetto della “natura” delle sue diverse parti ed elementi: letture, preghiere, acclamazioni, gesti, canti, silenzi, ecc.

Il silenzio, in quanto parte integrante del rito, non può essere ridotto ad una semplice pausa. L’Istruzione Musicam sacram, al n. 17, afferma: “Si osservi anche, a tempo debito, il sacro silenzio (cf. SC, n. 30), per esso, infatti, i fedeli non sono ridotti a partecipare all’azione liturgica come estranei e muti spettatori, ma si inseriscono più intimamente nel mistero che si celebra, in forza delle disposizioni interne, che derivano dalla Parola di Dio che si ascolta, dai canti e dalle preghiere che si pronunziano, e dall’unione spirituale con il sacerdote che proferisce le parti a lui spettanti”.

Il silenzio è un viaggio nell’intimo di se stessi e nella realtà più profonda di ciò che si celebra. Si celebra quindi anche attraverso il silenzio. Perciò, se c’è solennità quando la celebrazione liturgica si esprime con tutti i suoi elementi, i momenti di silenzio contribuiscono a dare alla celebrazione quel carattere di solennità sostantiva che gli è dovuta. Giustamente i medioevali chiamavano il silenzio “pulcherrima caeremonia” (Citato da Consuetudini medievali in L. Leloir, Deserto e comunione, Gribaudi, Torino 1982, 119).

 

venerdì 16 ottobre 2026

DOMENICA XXIX DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 18 ottobre 2026

 



 

Is 45,1.4-6; Sal 95 (96); 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21

 

Dio ha scelto l’imperatore persiano Ciro il Grande per far ritornare gli Ebrei in patria (cf. prima lettura) ridando in questo modo libertà e dignità al popolo di Dio. Il re persiano Ciro, che era un despota e non conosceva il vero Dio, diventa in questo modo strumento della misericordia del Signore. Il profeta intende dimostrare che Dio è presente e agisce nella storia, facendo notare come operi in e per mezzo di persone che vivono al di fuori del suo popolo. Ciò ci insegna che Dio è alla guida della storia e sceglie con libertà le vie e i mezzi più opportuni per realizzare il suo progetto. In questo modo il profeta fa una interpretazione della storia alla luce della fede.

 

La nostra fede però, pur avendo il diritto di contemplare l’intervento di Dio nella storia e di dare la propria valutazione dei fatti, non può per questo negare o sottovalutare la responsabilità e i compiti che spettano a ciascuno di noi. Nel vangelo d’oggi ce lo ricorda Gesù con la sua famosa affermazione: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, l’unico pronunciamento ‘politico’ esplicito di Gesù. Poche sentenze del Vangelo hanno avuto la fortuna di questa che ci viene oggi ricordata. Non sempre però è stata capita in modo giusto. Gesù, nella risposta al tranello che gli tendono i farisei e gli erodiani, non si schiera né con la reazione né con la rivoluzione. Un “sì” o un “no” sulla legittimità di pagare il tributo a Cesare poteva essere un valido pretesto per screditare Gesù presso l’autorità politica o presso quella religiosa su un tema molto dibattuto. Nella sua risposta, Gesù riconosce il potere romano come dominazione di fatto, anche se non entra in merito alla sua legittimità o meno. La risposta di Gesù suppone implicitamente che quando un cittadino paga le tasse non per questo sottrae qualcosa a Dio; anzi, proprio operando in questo modo egli obbedisce a Dio. Infatti, della volontà divina fa parte anche l’ordine economico, sociale, politico che è chiamato a governare secondo giustizia i rapporti tra gli uomini. Insomma, Dio e la politica si collocano su livelli diversi di esperienza, ma non si tratta di livelli contrapposti. Ciò non toglie la possibilità di conflitti che l’esperienza storica mostrerà ben frequenti. È compito di ogni credente discernere se un tipo di obbedienza richiestogli si collochi coerentemente entro la sua obbedienza a Dio oppure no. La persona umana non è un “animale” meramente politico, così come non è un “animale” meramente religioso. Le due dimensioni devono stare insieme per raggiungere i loro fini propri a beneficio della stessa persona umana, che è un essere indivisibile.

 

In ogni caso, non si può relegare Dio entro una sfera puramente interiore, tentazione frequente nei nostri giorni. Dobbiamo far emergere nella nostra vita personale e nei nostri rapporti con gli altri i valori in cui crediamo: la fede operosa, la carità matura e la speranza costante in Gesù Cristo. Così insegna san Paolo ai cristiani di Tessalonica (cf. seconda lettura). Dobbiamo sempre e in ogni circostanza servire il Signore “con cuore sincero”.

domenica 11 ottobre 2026

RINUNCIARE PER SCEGLIERE

 



 

La Chiesa dei nostri giorni è giustamente proiettata a vari livelli e su molti fronti nell’elaborare nuove scelte per fare spazio a nuovi scenari di vita ad intra e di testimonianza ad extra. La significativa sfida del cammino sinodale lanciato da papa Francesco è l’estremo tentativo di una ricezione dal basso di tutte le sue provocazioni magisteriali con cui ha stimolato – dall’alto – la vita della Chiesa. Indubbiamente è una grande scommessa e un processo di discernimento a dir poco entusiasmante.

Nondimeno, ha volte si ha l’impressione di una gran voglia di compiere scelte nuove e di arrischiare cammini inediti – urgentemente necessari – senza mettere in conto l’inevitabile rinuncia. Senza una concreta disponibilità a saper rinunciare, nulla di seriamente nuovo potrà davvero accadere nella Chiesa e per la Chiesa. La lex orandi – strettamente legata alla lex credendi e alla lex vivendi – ci ricorda nel solenne momento delle promesse battesimali dei catecumeni e della comunità che li rinnova, celebrando la Veglia pasquale, un principio basilare: non si può dire “Credo” senza aver avuto il coraggio e la lucidità di dire “Rinuncio”. La forma rituale conserva e trasmette la forma vitale perché si possa procedere nella propria fedeltà discepolare senza smarrirsi, ma pure senza illudersi: la rinuncia è premessa ineludibile per mettersi in un cammino di novità di vita.  

 

Fonte: Fratel MichaelDavide, La Chiesa che morirà. L’arte di raccogliere i frammenti per impastare nuovo pane, San Paolo, Cinisello Balsamo 202, pp. 38-39.

venerdì 9 ottobre 2026

DOMENICA XXVIII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 11 ottobre 2026

 


 

Is 25,6-10a; Sal 22 (23); Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

 

Con questa domenica, mentre l’anno liturgico volge verso la fine, i testi della liturgia cominciano a mettere l’accento sui temi delle ultime realtà. Ciò viene fatto oggi adoperando l’immagine biblica ben conosciuta del “banchetto”. Il banchetto è una concreta espressione di gioiosa convivialità. I profeti, soprattutto Isaia, paragonano volentieri la felicità degli eletti a quella dei convitati chiamati da Dio a partecipare a un sontuoso banchetto. La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, servendosi dell’immagine del banchetto preparato dal Signore “per tutti i popoli” vuole darci l’idea della salvezza universale. Grazie anche alla dura esperienza del deserto, Israele ha imparato a interpretare la storia come continua tensione verso un futuro di salvezza. Ciò gli dà la possibilità di vedere la provvisorietà e l’incompiutezza del presente, di sentirsi sempre in cammino verso la stabilizzazione della salvezza universale, e di vivere quindi il presente nella gioiosa speranza del compimento delle promesse divine.

 

Se leggiamo il brano evangelico di Matteo alla luce del testo d’Isaia, il banchetto nuziale di cui parla Gesù nella parabola non va inteso come un semplice momento di festa, ma come il segno del compiersi del dono messianico di Dio, il compimento delle sue promesse che annunciano vita e luce e consolazione. Gesù, riprendendo l’immagine e la speranza del profeta, avvicina i tempi e vede già nell’oggi il compimento delle promesse. Il regno di Dio è giunto nella persona di Gesù, attorno alla quale avviene la convocazione universale. Tutti siamo invitati alla festa di nozze del figlio del re. Le nozze sono quelle di Gesù con l’umanità nel mistero della sua Incarnazione.  

 

La storia cammina verso una conclusione positiva: il dono della salvezza che Dio offre a tutti senza distinzione. Siamo già ora partecipi di questo dono, ma solo in parte. Nell’accoglienza o meno dei suoi valori decidiamo già oggi della nostra sorte, del nostro futuro. La salvezza è decisa dalle scelte di ogni istante. Siamo in cammino, pellegrini nel mondo, protesi verso le realtà definitive, che conosceranno l’eliminazione di ogni sofferenza e la comunione definitiva con Dio. Nelle fatiche di questo cammino lungo e difficile ci guida il Signore Gesù. Perciò anche noi possiamo ripetere con san Paolo (cf. seconda lettura): “Tutto posso in colui che mi dà la forza”.

 

La celebrazione eucaristica è il segno sacramentale del banchetto eterno. In essa Cristo si dona con il suo corpo e il suo sangue e apre a noi il cammino verso il Padre (cf. Preghiera eucaristica V/C).

domenica 4 ottobre 2026

L’ORDINE PRESBITERALE DAL POTERE AL SERVIZIO

 

   


 

Nell’ordinazione dei presbiteri ( editio typica altera 1990) è stato sì mantenuto il gesto della consegna del calice e della patena, più precisamente, secondo la nuova formulazione, del pane e del vino, ma, modificando la formula che lo accompagna, se ne è radicalmente mutato il significato: “Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai. Imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore” (OVPD, 150). Come si può notare si passa dal linguaggio del conferimento di un potere a quello del servizio. Ciò che si riceve non sono tanto degli “strumenti” per l’esercizio del ministero della liturgia, simboli del potere sul corpo sacramentale di Cristo e in relazione ad esso su quello ecclesiale, ma le offerte del popolo santo. A sottolineare questo aspetto è anche il linguaggio non verbale. Il vescovo consegna il pane e il vino che ha ricevuto dai fedeli. Sono essi, infatti, che processionalmente hanno portato al vescovo le offerte per la celebrazione dell’Eucaristia. Emerge qui la relazione tra sacerdozio comune, proprio di ogni battezzato, e il sacerdozio ministeriale: essi sono ordinati l’uno all’altro (LG 10). In particolare, per il presbitero la relazione con il sacerdozio dei fedeli assume la cifra del servizio. SC 48 afferma infatti che i fedeli offrono “la vittima senza macchia non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui”. Proprio questo insieme porta l’Ordinamento Generale del Messale Romano a connotare così il compito della presidenza del presbitero: “Pertanto, quando celebra l’Eucaristia, deve servire Dio e il popolo con umiltà e, nel modo di comportarsi e di pronunciare le parole divine, deve far percepire la presenza viva di Cristo” (n. 93). Il presbitero, infatti, è segno-presenza di Colui che raduna e al tempo stesso luogo di comunione di ogni assemblea liturgica con la Chiesa tutta. In altre parole, è un segno esteriore della sottrazione del Sacramento al nostro disporre e del suo carattere relativo alla Chiesa universale.

 

Fonte: Angelo Lameri, “Il conferimento del potere nei riti di ordinazione”, in Paolo Tomatis (ed.), Rito e potere (“Caro salutis cardo” Contributi 41), CLV Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2026, pp. 127-151 (qui pp. 149-151).