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domenica 17 marzo 2019

LA LITURGIA E I SUOI SPAZI






Giuliano Zanchi, Luoghi della grazia. La liturgia e i suoi spazi (Grammatica della liturgia), Cinisello Balsamo, San Paolo 2018. 157 pp. (€ 15,00).



Dopo una breve Introduzione, il libro è diviso in otto capitoli:

-Il corpo. Toccare la carne, modellare lo spirito.

-L’assemblea. Il secondo corpo umano di Gesù.

-Le soglie. Entrare nel mistero cristiano.

-L’ambone. La rivelazione che risuona nel presente.

-L’altare. Cristo presente nella Chiesa.

-Il battistero. Rinascere dallo Spirito.

-La luce. Profezia del corpo spirituale.

-Le immagini. Stare nel sensibile, vedere l’invisibile.

Chiude il tutto una ricca bibliografia sul tema.

venerdì 15 marzo 2019

DOMENICA II DI QUARESIMA (C) – 17 Marzo 2019






Gn 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36



Vale la pena fidarsi di Dio perché egli è fedele alle sue promesse. Questo messaggio riprende e sviluppa uno degli aspetti del messaggio della domenica scorsa invitandoci ad una fede che si apre alla speranza.

Un nomade dell’antico Oriente non poteva avere desiderio maggiore di una dimora fissa e di una numerosa discendenza. Sono le grandi aspirazioni di Abramo, di cui parla la prima lettura. Dio gli promette un figlio e una sconfinata discendenza, ma egli è anziano e sua moglie Sara è sterile; Dio gli promette una terra, ma la terra su cui Abramo cammina è occupata dai cananei. La fede di Abramo non ha un appiglio umano a cui potersi attaccare. Ciò nonostante, “egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”. San Paolo ha chiamato Abramo “padre di tutti noi” (Rm 4,16), cioè capostipite di tutti noi che crediamo e che per mezzo della fede veniamo giustificati da Dio.
         
Il vangelo riporta il brano della trasfigurazione. Gesù offre ai tre discepoli prediletti una visione anticipata della sua gloria di risorto, che culmina nella testimonianza del Padre che rivela l’identità profonda di Gesù: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. E’ da sottolineare l’invito all’ascolto, ripreso dalla colletta del giorno. Come ricorda il prefazio, poco prima dell’evento della trasfigurazione, Gesù fa il primo annuncio della sua passione e morte e, in seguito, indica le condizioni per seguirlo: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23). In questo contesto, l’invito ad ascoltare Gesù acquista un senso preciso e particolare: ascoltate Gesù perché è mio Figlio; ascoltatelo nonostante le parole che dice siano paradossali. Fidatevi anche se vi propone un cammino di sofferenza; seguitelo anche se dovete passare per sentieri stretti e disagevoli. La trasfigurazione è la grande rivelazione di Gesù, la scoperta piena della sua realtà a cui si è invitati attraverso l’ingresso nell’oscurità della fede che ci conduce attraverso la via della croce, sorretti dalla speranza, all’esperienza della risurrezione.

La seconda lettura è un’esortazione alla speranza, non in una terra o in una discendenza, come per Abramo, ma in Dio stesso che si pone come terra promessa, come futuro capace di appagare pienamente le nostre attese: “La nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”. La contemplazione anticipata della gloria di Gesù non ci risparmia lo scandalo della croce, ma lo sostiene nella speranza.

La pienezza perpetua e stabile della nostra trasfigurazione in Cristo avverrà nella vita eterna, ma si prepara e anticipa qui e ora. La celebrazione eucaristica è prefigurazione e anticipazione del banchetto eterno nel quale contempleremo il volto glorioso del Cristo, quel volto trasfigurato di cui i discepoli Pietro, Giovanni e Giacomo ebbero sul monte Tabor un saggio transitorio. 

domenica 10 marzo 2019

QUALE LINGUAGGIO NELLA LITURGIA?






Nel servizio religioso non si deve evitare soltanto il linguaggio sacro impettito, 
altisonante, ma anche il gergo della strada, le smancerie intellettuali e la boria modernistica. Qui il linguaggio deve essere sobrio e insieme commovente, tale da esprimere l’esperienza della comunità orante alla presenza di Dio. Ciò può avvenire, a seconda del tempo, del luogo e della situazione, in base a un valido formulario prestabilito o mediante la preghiera libera. Entrambi i modi possono essere utili. Milioni di persone dicono il Padre nostro, e ciascuna vi immette quanto le è più proprio. Il Kyrie, il Gloria, il Sanctus della messa romana rendono possibili stati d’animo comuni e possono raggiungere un’attualità e risonanza, che manca a certi testi spontanei. In alcune ore il singolo è felice di servirsi di preghiere già formulate come la comunità di servirsi di preghiere spontanee. In ogni caso nel servizio religioso della comunità non deve venire vietata la preghiera libera, spontanea, e ciò pienamente nel senso di Paolo, che alla comunità della greca Tessalonica scriveva: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono” (1Ts 5,19-21).

Le preghiere libere e tradizionali possono perciò fecondarsi reciprocamente, e in un buon servizio religioso staranno indubbiamente entrambe in un giusto rapporto.



Fonte: Hans Küng, La preghiera e il problema di Dio, Morcelliana Brescia 2018, p. 66.


venerdì 8 marzo 2019

DOMENICA I DI QUARESIMA (C) – 10 Marzo 2019





Dt 26,4-10; Sal 90; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13
Le letture odierne sono incentrate sulla fede, che è anche un atteggiamento interiore di fiducia nelle promesse divine. Il brano del Deuteronomio riporta una lunga preghiera che, per ordine di Mosè, l’israelita doveva pronunciare nel momento in cui egli offriva le primizie dei frutti del suolo per ringraziare il Signore di avergli donato la terra. Questa preghiera è la più antica professione di fede in Dio del popolo d’Israele, in un Dio fedele alle sue promesse. Infatti il dono della terra è visto come l’ultimo di una serie di doni, di interventi salvifici che Dio ha compiuto lungo la storia del suo popolo, da Abramo in poi. Con il gesto dell’offerta delle primizie e la professione di fede che l’accompagna, Israele riconosce che tutto quanto è e possiede è dono di Dio. Anche il brano di san Paolo è una professione di fede, in questo caso di fede cristiana in Gesù quale “Signore”, fonte di salvezza per tutti: chi riconosce e proclama che Gesù Cristo, il crocifisso, è il Signore risorto dai morti, approda alla salvezza che è il dono di Dio promesso ai credenti.

L’evento delle tentazioni di Gesù, riportato dal vangelo, episodio che tradizionalmente apre la Quaresima, può anch’esso essere considerato una vera professione di fede. La fede è messa alla prova dalla tentazione, la quale non risparmia neppure il Cristo. Ma vediamo come egli affronta questa prova. Tutte le risposte che Gesù dà al tentatore sono ispirate nelle parole della Scrittura. Satana cerca in modo subdolo, usando anche lui le parole della Scrittura, di indurre Gesù a fare delle scelte personali e comode contrarie al disegno di Dio su di lui. Ma Gesù, rispettando la libertà sovrana del disegno salvifico, al cui compimento è votato, pronuncia il suo “sì” definitivo al Padre e si abbandona totalmente al suo destino. In questo modo, “vincendo le insidie dell’antico tentatore” (prefazio), Gesù diventa per noi l’emblema luminoso della fede in Dio, cioè dell’adesione piena e totale a Dio e al suo piano tracciato nel cosmo e nella storia. “La vittoria di Gesù sul tentatore nel deserto anticipa la vittoria della passione, suprema obbedienza del suo amore filiale per il Padre” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 539). Come per Cristo, anche la nostra strada di fedeltà alla parola di Dio è cosparsa di ostacoli e tentazioni. Dio però ci assicura il suo aiuto e la sua forza per superare ogni prova. Abbiamo la certezza che Cristo ha vinto le forze del male e la sua vittoria è anche di tutti coloro che si uniscono a lui per mezzo della fede e dei sacramenti.

La Quaresima si apre con un forte appello alla riscoperta della purezza della fede liberata da tutte le ignoranze, i surrogati e le escrescenze abitudinarie e magiche. Bisogna prendere chiara coscienza di tutto ciò che nella nostra vita contraddice la scelta fondamentale fatta nel battesimo abbracciando i valori del vangelo, scelta che deve orientare l’intero corso della nostra esistenza. Di fronte alla tentazione costante, che per la nostra naturale fragilità avvertiamo, di emanciparci da Dio e di prostituirci agli “idoli”, occorre riaffermare la fedeltà alla parola di Dio e la fede nella potenza salvatrice del Signore.

domenica 3 marzo 2019

L’ISTANTE DELLA CONSACRAZIONE COME TEMPO SACRAMENTALE




 


Tra le tesi che figurano nei manuali di teologia scolastica ve n’è una che afferma l’istantaneità della transustanziazione. La possiamo leggere nella formulazione stessa di san Tommaso: “[…] questa trasformazione si compie per mezzo delle parole di Cristo pronunciate dal sacerdote, di modo che l’ultimo istante in cui sono pronunciate le parole è il primo istante in cui il corpo di Cristo è presente nel sacramento […]; è allora infatti che si completa il significato delle parole, che è efficace nelle forme dei sacramenti. Da ciò consegue che questa trasformazione non avviene in maniera successiva” (Sum. Theol. 3, q. 75, a. 7, ad 1 et 3).


Qui san Tommaso è preoccupato di mettere in guardia contro la tentazione di concepire la transustanziazione sulla falsariga di un’eclissi dove, a misura che un corpo celeste svanisce ai nostri occhi, un altro ne perde il posto. Se così avviene per la trasformazione eucaristica questa progressiva sostituzione tra due sostanze comprenderebbe inevitabilmente, sia pure per un breve momento, la compresenza di entrambe, con il conseguente rischio di cadere nella teoria della consustanziazione. Ma non è così per la presenza eucaristica. Questa infatti si compie in un istante, che san Tommaso coerente con l’assolutizzazione esclusiva dell’efficacia delle parole istituzionali, fa culminare con l’ultimo istante in cui si completa la loro proclamazione.


Un’analoga riflessione sull’istante della trasformazione eucaristica, ma interiore di vari secoli a quella di Tommaso d’Aquino, si trova già in quell’antesignano della teoria ortodossa che fu Babai il Grande (+ 628). Nel suo trattato di cristologia nestoriana così egli afferma: “[…] all’invocazione del sacerdote, nella supplica sopra i misteri della nostra salvezza, quando il sacerdote dice: ‘Venga la grazia dello Spirito Santo e dimori sopra questo pane e sopra questo calice, e li faccia corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo’, allora, alla voce del sacerdote, subito, in  un batter d’occhio, crediamo che il sacramento esiste, e che la grazia dello Spirito Santo dimora e porta a pienezza i misteri della nostra salvezza, affinché siano il corpo e il sangue di Cristo […]”.


Pur prendendo atto che la trasformazione che la trasformazione eucaristica avviene in un istante, resta il fatto che qui gli istanti sono due: quello cattolico delle parole istituzionali e quello ortodosso dell’epiclesi, peraltro esclusivi l’uno dell’altro. Rinunciando a contrapporre questi due istanti, preferiamo tentare la via della composizione, prendendo spunto da un autorevole pronunciamento tridentino. Nel caso nostro dovremo avvalerci, rispetto alla categoria tempo, di una considerazione analoga a quella che, in riferimento alla categoria spazio, il Concilio di Trento fa intervenire per spiegare i due modi della presenza di Cristo, sempre assiso alla destra del Padre e nondimeno realmente presente sui nostri altari (cfr DS 1636). Al fisicista, che in nome della sua logica sarebbe tentato di ribellarsi all’idea di due distinte presenze reali di un medesimo corpo, la fede tridentina risponde dicendo che la categoria di spazio fisico è inadeguata per spiegare il mistero, giacché in questo caso non si tratta di due presenze fisiche, bensì di due diversi modi dell’unica reale presenza di Cristo: quella fisica o naturale alla destra del Padre e quella sacramentale sui nostri altari.


Analogamente, se vogliamo comprendere come l’efficacia assoluta delle parole della consacrazione si componga con l’efficacia dell’epiclesi consacratoria e viceversa, dobbiamo riconoscere che qui non si tratta di due trasformazioni successive e distinte nel tempo, bensì di due momenti congiunti e reciprocamente ordinati dell’unica transustanziazione. In altri termini: come la categoria di spazio fisico è inadeguata per spiegare la modalità della presenza sacramentale, così pure la categoria di tempo fisico è inadeguata per spiegare la produzione del corpo sacramentale.


Perciò, in analogia con Trento, che respinge l’alternativa “o tutto in cielo o tutto sull’altare”, diremo: non vi è alcuna contraddizione nell’affermare che il mistero della transustanziazione si compie tutto quanto nel momento delle parole istituzionali e tutto quanto nel momento dell’epiclesi, giacché il tempo sacramentale non è un tempo fisico, bensì è tempo meta ta physika, un tempo cioè che sfugge alle misurazioni del cronometro. Inoltre, sempre in analogia con Trento, di questo tempo sacramentale diremo: anche se a stento lo possiamo esprimere con parole, tuttavia con una riflessione illuminata dalla fede lo possiamo riconoscere come possibile a Dio, e dobbiamo fermamente credere nella modalità operativa ad esso propria.


 


Fonte: Cesare Giraudo S.I., Preghiera eucaristica e teologia. Per una soluzione della controversia sull’epiclesi, in “La Civiltà Cattolica”, n. 4017 (2/16 febbraio 2019), pp. 236-249 (qui, pp. 244-246).  


 

venerdì 1 marzo 2019

DOMENICA VIII DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 3 Marzo 2019



Sir 27,5-8; Sal 91; 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45


L’inizio del Sal 91 è un inno di lode al Signore per il suo amore e la sua fedeltà. Il seguito del testo è, invece, occupato da un confronto tra il giusto e l’empio davanti a Dio. Di questo confronto la liturgia odierna ci propone solo gli ultimi versetti del salmo in cui viene tracciato il ritratto del giusto. Questi versetti sono ripresi frequentemente dalla liturgia della Chiesa per celebrare la gloria dei Santi. La robustezza, la fecondità e la longevità dei cedri e delle palme, le piante più rigogliose della Palestina, sono un simbolo espressivo della ricchezza della vita interiore degli uomini giusti.


La liturgia odierna è un pressante invito a rientrare in se stessi per arricchire il cuore e trasformare la propria vita in un “albero di frutti buoni”. Il breve brano del libro del Siracide, proposto come prima lettura (Sir 27,4-7) mette in risalto l’importanza e la funzione della parola: essa prova quanto valga una persona e rivela i sentimenti più intimi del suo cuore. Soltanto chi ha un cuore ricco di Dio potrà dire parole di vero amore che infondano gioia e speranza.


Nel brano evangelico (Lc 6,39-45) Gesù con un linguaggio semplice e concreto, a portata di coloro che lo ascoltano, allarga il discorso e parla della vera ricchezza dell’uomo che, radicata nel suo cuore, e si manifesta nelle sue opere: “L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore”. Parole, intenzioni, programmi, non bastano. Si richiedono i frutti, che a loro volta rivelano la natura buona o cattiva dell’albero. Per l’uomo quello che conta è il cuore, il centro dei suoi pensieri e delle sue scelte, dove la libertà esprime se stessa: il cuore “è il luogo della decisione… È il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n.2563). Quando le parole e le opere non sono in sintonia, allora il nostro cuore è diviso. E’ l’ipocrisia di cui parla Gesù. L’epiteto “ipocrita” nella lingua classica greca designa l’attore che recita una parte mettendosi la maschera. Chi si comporta con la presunzione di condannare gli altri si rivela un ipocrita, che per dissimulare le proprie miserie si mostra zelante della perfezione altrui. Dio solo è il giudice perché soltanto lui conosce veramente le profondità del cuore umano. All’ipocrisia si oppone la sincerità del cuore.


In una società, come la nostra, fondata sulla comunicazione orale, le parole non mancano mai. Possiamo ben dire però che oggi troppe parole si vendono a buon mercato. E’ un chiasso assordante! Si ha poi la sensazione che le parole non hanno valore per quel che esprimono ma per come si dicono. Sembra addirittura che abbia ragione chi grida di più. La parola è svalutata perché non è in armonia col cuore e con la vita. La parola ritroverà tutto il suo valore a condizione che diventi espressiva di fatti, di autentici valori di vita, e ciò è possibile solo se la nostra parola viene ricollegata alla Parola di verità che è Cristo. Si tratta di accogliere questa Parola nel cuore e attuarla nella vita. E’ un impegno quotidiano del discepolo di Gesù, una fatica che, come dice san Paolo nella seconda lettura (1Cor 15,54-58) non è vana, perché nel Signore Gesù Cristo Dio ci dà la vittoria.






domenica 24 febbraio 2019

L’INCENSO





Silvio Barbata, Un simbolo “in-vita”. L’incenso, Jouvence, Milano 2018. 169 pp.



La parola “incenso” richiama subito alla mente paesi lontani e atmosfere orientali carichi di fascino e di mistero. Questa resina odorosa è conosciuta fin dalla più remota antichità. Se in principio venne utilizzata per scopi pratici dettati dalle circostanze della vita (profumazione degli ambienti, spesso maleodoranti, specie nelle società agro-pastorali); presto la sua adozione entrò nei riti del culto religioso.

Le grandi religioni ne hanno fatto un abbondante impiego. La presenza dell’incenso ha segnato la nascita e il consolidarsi dell’antico Egitto, dell’Ebraismo, di quella pagana dell’area ellenica e latina. Solo più tardi (IV sec.) fu assunto dal Cristianesimo con una funzione nuova, ricca di significato simbolico riferito a Gesù Cristo.

Nella liturgia l’incenso connota la differenza simbolica fra la tradizione della Chiesa Bizantina e quella della Chiesa Latina: nella prima il suo utilizzo e abbondante e regolare; nella seconda la prassi lo ha selezionato come elemento caratterizzante le solennità dell’anno liturgico o il rito relativo a circostanze particolari.

Il presente studio affronta il tema suddividendolo in quattro ambiti: a) denominazione della resina nelle varie culture e descrizione della sua origine naturale; b) l’uso nel mondo pagano; c) l’uso nell’Ebraismo; d) l’uso nel Cristianesimo. L’intento è di offrire al lettore la possibilità di approfondire la conoscenza, soprattutto sul piano simbolico e liturgico, del praticare l’incensazione.

(Dalla Premessa, pp. 9-10)




Nota.-  Il libro presenta alcuni limiti . Ci sono dei piccoli errori, come quando si afferma che il cantico evangelico dei Vespri è il Nunc dimittis (p. 52). Se da una parte, l’autore spiega in nota molte cose (cos’è il Liber pontificalis, chi è Evagrio Pontico, ecc.), a p. 47 cita il Sacramentario di Ratoldo, del secolo IX, senza indicare l’area geografica a cui appartiene. Ma soprattutto è deludente la parte dedicata all’uso dell’incenso nella Messa della Liturgia romana (p. 50); sembra che l’autore non conosca l’opera classica di J. A, Jungmann (Missarum sollemnia), dove troviamo ampia informazione sull’uso e significato dell’incenso nei diversi momenti della celebrazione della Messa romana.  Da notare anche una tendenza a prendere spunto dei riti dell'incenso per parlare di tutto con tono moraleggiante.