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venerdì 24 aprile 2026

DOMENICA IV DI PASQUA (A) – 26 aprile 2026

 



 

At 2,14a.36-41; Sal 22 (23); 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10

 

 

Nel brano del vangelo, Gesù si autodefinisce “buon pastore”. L’attesa di un “pastore” che sapesse guidare con giustizia il popolo era sempre stata viva in Israele (cf. Sal 22; Ez 34). Appropriandosi di questa immagine, Gesù intende presentarsi come il Messia atteso, autentica guida, in grado di salvare l’uomo, a differenza di qualsiasi altro, “ladro” e “brigante”. Gesù usa poi un’altra immagine di cui pure si appropria: “io sono la porta delle pecore”. Il tema della “porta” che dà accesso alle realtà celesti era frequente nella tradizione giudaica (cf., ad esempio, Gen 28,17). Gesù è quindi l’unica porta attraverso cui abbiamo accesso alla gloria: egli ci guida “ai pascoli eterni del cielo” (orazione dopo la comunione).

 

Gesù non fa derivare la sua autorità sull’uomo dal ricatto o da imposizioni di qualsiasi genere, ma, come dice san Pietro nella seconda lettura, dall’esempio che egli dà e dalla positività dei valori che propone: “Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme”. Il pastore cammina davanti alle sue pecore (cf. Gv 10,4), si pone alla loro testa e le guida dentro la realtà della storia.

 

Come si entra a far parte del gregge o della comunità di Gesù? Ce lo spiega la prima lettura, tratta dal discorso in cui san Pietro annuncia alla folla di Gerusalemme il Cristo morto e risorto. Alla domanda degli ascoltatori a Pietro e agli apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”, Pietro risponde indicando la triplice via che introduce nella Chiesa di Gesù: “Convertitevi”. Il pentimento o la conversione è la richiesta fondamentale. “Ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo”. L’essere battezzati nel nome di Gesù Cristo equivale ad essere inseriti nel mistero della sua persona e della sua opera. Dopo “riceverete il dono dello Spirito Santo”. Dal Signore risorto che dona lo Spirito nasce la comunità dei risorti. All’annuncio del vangelo, fa seguito la conversione, il battesimo e il dono dello Spirito. Solo così si forma parte della Chiesa. Di questa Chiesa, Cristo è porta di accesso ed è pastore che la guida. Quando, dopo la risurrezione, Gesù affida a Pietro la guida della sua comunità gli chiede, come unica condizione: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?” (Gv 21,15). Solo chi ama Gesù e agisce sotto il suo impulso può guidare correttamente la comunità cristiana verso i pascoli della vita. Non si tratta di un amore – sentimento, ma di un modo di pensare e di agire dove Gesù è il centro, la sorgente e lo scopo.

 

Cristo risorto esercita le sue funzioni di buon pastore soprattutto nell’eucaristia. Qui viene in mezzo a noi, ci nutre col pascolo della sua parola e soprattutto, con il suo corpo e il suo sangue. Qui ci dona l’abbondanza della vita.

 

domenica 19 aprile 2026

LA RIFORMA LITURGICA

 



 

Papa Leone XIV, attraverso il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha inviato una lettera, in occasione dell’assemblea plenaria di primavera della Conférence des Évêques de France (Lourdes, 23-27 marzo), nella quale invita a trovare “soluzioni concrete che permettano di includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo, nel rispetto delle linee guida stabilite dal Concilio Vaticano II in materia di Liturgia”. 

Nota: la legislazione non cambia. E' sempre quella stabilita dalla Lettera Apostolica Traditionis custodes (16 luglio 2021). Mi domando, poi, come si fa a celebrare con il cosiddetto Vetus Ordo “nel rispetto delle linee guida stabilite dal Concilio Vaticano II in materia di Liturgia”.

 

venerdì 17 aprile 2026

DOMENICA III DI PASQUA (A) – 19 aprile 2026

 



 

At 2,14a.22-33; Sal 15 (16); 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

 

Tra le letture che abbiamo ascoltato campeggia la stupenda pagina del vangelo di san Luca. Gesù si fa compagno di viaggio di due dei suoi discepoli che si allontanano da Gerusalemme dove hanno visto morire Gesù e fallire le loro aspettative. Sconfortati, fanno ritorno alla cittadina di Emmaus. Essi non hanno capito il mistero della croce. Avviliti e delusi, lasciano Gerusalemme e con essa ogni speranza in colui che fu il loro Maestro e che hanno fin qui seguito con grande entusiasmo. Le vicende dei giorni dolorosi della passione li hanno profondamente trasformati. Non capiscono e non credono più nelle parole di Gesù. Ma ecco che nel cammino si fa loro compagno di strada un misterioso personaggio senza rivelare la propria identità. È Gesù, il quale, dopo aver ascoltato le perplessità dei due discepoli, li guida attraverso una rilettura dei libri della Scrittura ad una comprensione degli avvenimenti dolorosi dei giorni passati. Le parole e la compagnia di Gesù riempiono il cuore dei discepoli di gioia e calore. Per questo essi pregano il loro compagno di viaggio di trattenersi con loro. Seduti a tavola, nel momento dello spezzare il pane, i due discepoli riconoscono in quel personaggio il loro Signore. Scomparso Gesù dalla loro presenza, i discepoli di Emmaus ritrovano la voglia di continuare insieme con gli altri compagni rimasti a Gerusalemme una vita di testimonianza e di annuncio del vangelo di Gesù.

 

La prima e la seconda lettura riprendono brani del discorso di san Pietro, in cui l’apostolo annuncia il mistero di Cristo morto e risorto. Passato il momento dello smarrimento, Pietro e gli altri discepoli annunciano con coraggio il vangelo di Gesù e le sue implicazioni nella vita di coloro che accolgono questo messaggio di salvezza. “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni”. In questo mistero noi tutti siamo stati redenti affinché, liberati “dalla nostra vuota condotta”, cioè da una esistenza priva di significato e di valore, ritroviamo in Dio la nostra speranza.

 

Nei discepoli di Emmaus possiamo riconoscere noi stessi in continua ricerca della comprensione del mistero di Gesù. Come loro, anche noi siamo invitati a ripercorrere un cammino di fede attraverso l’ascolto della Parola che ci conduca a riconoscere il Risorto presente in mezzo a noi, in modo particolare nella partecipazione all’eucaristia, e, una volta riconosciuto, a far partecipi i nostri fratelli di questa esperienza.

 

La celebrazione eucaristica ripercorre ritualmente l’itinerario pedagogico scelto da Gesù per farsi riconoscere dai due discepoli delusi: Egli ci raccoglie attorno all’ascolto della Parola e spezza il pane per noi, perché sappiamo riconoscerlo e annunciarlo ai fratelli:

domenica 12 aprile 2026

IL LEZIONARIO DELLA MESSA NEL TEMPO PASQUALE

 



Più volte mi è stato chiesto perché nel tempo pasquale non si leggono testi dell’Antico Testamento. Il criterio che ha guidato il lavoro del Coetus XI per la riforma del Lezionario della Messa è doppio: pastorale, per promuovere “quella soave e viva conoscenza della sacra Scrittura” di cui parla la Costituzione Sacrosanctum Concilium, al n. 24; storico, che ha portato a tenere in considerazione le pericopi lette nella Messa nel corso dei secoli e nelle diverse tradizioni liturgiche. Nel nostro caso, il criterio scelto è stato quello storico, ovvero si è cercato di mantenere la scelta delle pericopi bibliche operata nel corso della storia delle varie tradizioni liturgiche.

La lettura degli Atti degli Apostoli al posto della lettura dell’Antico Testamento come prima lettura nel tempo pasquale è fondata nella tradizione occidentale (ambrosiana e ispano-visigotica o mozarabica) nonché in quella orientale, tradizione che manifesta bene come tutta la vita della Chiesa abbia inizio con la Pasqua.    

 

Per approfondire, cfr. Maurizio Barba – Elena Massimi, L’”Ordo Lectionum Missae” del Concilio Vaticano II. Storia della redazione attraverso studi e documenti inediti del “Coetus XI” (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” “Subsidia 208), pp. 203-209.

venerdì 10 aprile 2026

DOMENICA II DI PASQUA (A) – 12 aprile 2026 o della Divina Misericordia

 



 

At 2,42-47; Sal 117 (118); 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

 

 

Il brano evangelico parla di Tommaso che ha visto, ha contemplato i segni della passione sul corpo glorificato del Signore. Possiamo dire che in questi segni l’apostolo ha contemplato le meraviglie dell’amore misericordioso di Dio che, compiute nella storia antica, si riassumono tutte nell’evento mirabile della risurrezione del Signore.

 

Alla professione di fede nel Signore risorto si giunge attraverso un cammino che per i primi discepoli, in particolare per san Tommaso, è stato un cammino “difficile”. In questo contesto, siamo condotti a riscoprire e rinvigorire la nostra fede nella presenza del Risorto in mezzo a noi. Notiamo che l’apostolo Tommaso approda alla fede nella risurrezione del Signore quando ritrova la comunità, il gruppo dei discepoli. Da parte sua, la Chiesa è chiamata a rendere visibile la presenza di Cristo risorto testimoniando una vita di comunione a tutti i livelli, come la primitiva comunità cristiana di Gerusalemme di cui ci parla la prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli: in essa “l’unione fraterna” si esprime non solo nell’ascolto dell’insegnamento degli apostoli e nei momenti della preghiera e della celebrazione eucaristica, ma anche e inseparabilmente negli altri settori della vita. Vediamo infatti che coloro che erano venuti alla fede stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune. Diventiamo testimoni del Risorto nella misura in cui siamo capaci di stabilire con gli altri rapporti di comunione, di dedizione, di solidarietà a tutti i livelli. Non il prodigio, ma l’amore che si fa dono, condivisione, pane spezzato, è il vero miracolo che testimonia la presenza del Signore risorto nella storia degli uomini.

 

La seconda lettura è una esortazione alla perseveranza nella fede gioiosa, che ci fa pregustare la meta della nostra salvezza. Questa gioia è dono del Risorto. Nel giorno di Pasqua i discepoli sono passati dalla paura che li ha dispersi alla gioia che li ha rinsaldati nella comunione: san Tommaso (come prima i due discepoli di Emmaus) ritrova con la fede in Cristo la gioia della comunione con gli altri. La confessione di fede di Tommaso non esprime soltanto il riconoscimento ma l’appartenenza, la gioia, lo slancio e l’amore. Non dice “Signore Dio”, ma “il mio Signore e il mio Dio”.

 

Le parole di Gesù “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” danno un particolare rilievo alla scena, la quale assume grande importanza, divenendo il punto di passaggio dalla visione alla testimonianza, dai segni all’annuncio. Si apre sul tempo della Chiesa. Credente è ora chi, superato il dubbio e la pretesa di toccare e vedere, accetta la testimonianza autorevole di chi ha veduto. Di fronte a Tommaso che vuol toccare e vedere per credere, Cristo Risorto non si tira indietro e lancia a noi la sfida: quanto la nostra vita di credenti, quanto la nostra vita di consacrati è credibile, tangibile? Le obiezioni del Tommaso di ieri come dei Tommaso di oggi sono ragionevoli, ci interpellano, vanno prese sul serio,

 

La celebrazione eucaristica ci dovrebbe aiutare a riconoscere Cristo presente nella comunità e a testimoniarlo ai fratelli con una degna condotta di vita. Il Risorto è con noi, verità fondamentale e fondante della nostra fede. Egli continua ad ammaestrarci mediante l’insegnamento degli apostoli, ritorna presente in mezzo a noi nella “frazione del pane”. A nostra volta noi lo incontriamo “nella preghiera” e gli rendiamo testimonianza mediante la comunione fraterna. Incontrare Cristo Risorto significa, in fondo, incontrare il proprio fratello, col quale Cristo ha voluto identificarsi.

 

domenica 5 aprile 2026

L’UOVO DI PASQUA

 



 

L’uovo considerato come contenente un germe a partire al quale si svilupperà la manifestazione è un simbolo universale che si spiega di per sé. La nascita del mondo a partire di un uovo è un’idea comune a molti antichi popoli.

L’uovo appare come uno dei simboli del rinnovamento periodico della natura. Il simbolo che l’uovo incarna non si ricollega tanto alla nascita quanto alla rinascita.

L'uovo somiglia a un sasso e appare privo di vita, così come il sepolcro di pietra nel quale era stato sepolto Gesù. Dentro l'uovo c'è però una nuova vita pronta a sbocciare da ciò che sembrava morto. In questo modo, l'uovo diventa quindi un simbolo di risurrezione.

 

Fonte: Jean Chevalier – Alain Cheerbrant, Dizionario dei simboli. Miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri (Bur saggi), Rizzoli 201512, pp.1081-1085.

 

sabato 4 aprile 2026

DOMENICA DI PASQUA: RISURREZIONE DEL SIGNORE – MESSA DEL GIORNO 5 aprile 2026

 



 

 

At 10,34a.37-43; Sal 117 (118); Col 3,1-4 (oppure: 1Cor 5,6b-8); Gv 20,1-9 (oppure: Mt 28,1-10; oppure Lc 24,13-35).

 

 

La liturgia della domenica di Pasqua ci ricorda che il nostro agnello pasquale è Cristo (cf. seconda lettura alternativa, sequenza, prefazione pasquale I e antifona alla comunione); nel mistero della sua risurrezione dai morti si compiono tutte le speranze di salvezza dell’umanità: è questo il giorno di Cristo Signore.

 

La risurrezione di Cristo dai morti rappresenta il centro del mistero cristiano, è la base e la sostanza della nostra fede. “Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1Cor 15,14). Con queste parole l’apostolo Paolo esprime il cuore di tutto il messaggio cristiano. Il vangelo narra l’evento storico della risurrezione di Gesù, ripensato e raccontato a scopo di fede: Giovanni sottolinea che si tratta di una vera risurrezione, ma l’interesse prevalente dell’evangelista sembra essere di carattere ecclesiale; egli, infatti, sottolinea anzitutto l’itinerario di fede dei discepoli nel Cristo risorto. Nella prima lettura, ascoltiamo san Pietro che annuncia con decisione al popolo il mistero della risurrezione del Signore di cui egli e gli altri apostoli sono testimoni. Nella seconda lettura, san Paolo trae da questo evento le conseguenze per una vita cristiana rinnovata.

 

Ci possiamo soffermare brevemente sulla seconda lettura alternativa, tratta dalla prima lettera ai Corinzi, dove l’affermazione centrale del brano è: “Cristo, nostra Pasqua è stato immolato!”, parole riprese poi dall’antifona alla comunione. Il prefazio pasquale I parla di Cristo “vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo”. La sequenza adopera l’espressione: “vittima pasquale”, riferita sempre a Cristo, e aggiunge: “L’agnello ha redento il suo gregge”. Nell’Antico Testamento l’immolazione dell’agnello era l’elemento essenziale della celebrazione della Pasqua (cf. Es 12). Il Nuovo Testamento, e particolarmente il vangelo di Giovanni, hanno considerato l’agnello pasquale come figura di Gesù. Egli muore sulla croce nella Parasceve, nell’ora in cui nel tempio si immolavano gli agnelli per la celebrazione della cena pasquale. Lo stesso apostolo Giovanni nell’Apocalisse descrive la glorificazione dell’Agnello: “L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione […] A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli” (Ap 5, 12-13). L’agnello sgozzato e glorificato è la nostra Pasqua!

 

Giovanni Crisostomo, parlando dell’eucaristia, dice: “Noi offriamo sempre il medesimo Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa ragione il sacrificio è sempre uno solo […] Anche ora noi offriamo quella vittima, che allora fu offerta e che mai si consumerà” (Omelie sulla Lettera agli Ebrei 17,3). Compiendo il rito pasquale gli Israeliti sono stati partecipi, di generazione in generazione, della stessa liberazione e salvezza sperimentata dai loro padri nella notte in cui il Signore li fece uscire dall’Egitto. Celebrando l’eucaristia, i cristiani siamo partecipi dell’Agnello pasquale, del “corpo donato” e del “sangue versato” di Cristo, quale evento decisivo della liberazione di tutta l’umanità dalla forza del peccato e dal potere della morte.

 

La fede nella risurrezione, che è il cuore della fede cristiana, non coincide con una semplice fiducia nella vita, concetto caro ad una certa cultura odierna, ma credere nella vita che nasce dalla morte grazie alla forza dell’amore di Cristo. Essa consente di entrare nelle situazioni di morte guardando oltre la morte e vivendo la risurrezione, ovvero amando e cercando di amare come Cristo ha amato noi.