Gb 19,1.23-27; Sal 26 (27); Rm 5,5-11; Gv
6,37-40
La Commemorazione di tutti i fedeli defunti è
collocata dalla liturgia all’interno dello stesso orizzonte in cui si colloca
la solennità di tutti i Santi, celebrata ieri: la profonda ed essenziale
comunione in Cristo di tutti i credenti, cioè la comunione dei santi o
comunione di vita che unisce i battezzati. L’uso di celebrare tre messe in
questo giorno lo troviamo come tradizione locale alla fine del secolo XV. Nel
1915 Benedetto XV lo ampliò a tutti i sacerdoti della Chiesa universale. Le
letture, le orazioni e i canti delle tre messe sono caratterizzati dalla fede
nel mistero pasquale e dall’invocazione che i fedeli defunti ne diventino
partecipi. Ciascuno dei formulari di messa esprime però questa dottrina con
sottolineature diverse.
L’idea centrale del primo formulario di messa
possiamo riassumerla con le parole dell’antifona d’ingresso che, ispirandosi a
1Ts 4,14 e a 1Cor 15,22, dice: “Gesù e morto ed è risorto; così anche Dio, per
mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti...” Lo stesso afferma in
forma di supplica l’orazione colletta, quando chiede a Dio che “rafforzi la speranza
che i tuoi fedeli risorgeranno a vita nuova”. Con espressioni simili, anche le
altre orazioni della messa, il canto al vangelo e l’antifona alla comunione,
ribadiscono la speranza di partecipare alla Pasqua eterna del Risorto. In
seguito ci soffermiamo sul messaggio delle tre letture bibliche.
La prima lettura ci propone la figura di Giobbe
che, nel naufragio di tutte le speranze umane, ha ancora una speranza nel
cuore, che lo proietta al di là del sepolcro che ormai l’attende: “Io so che il
mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! […] Io lo vedrò,
io stesso, i miei occhi lo contempleranno”. Queste parole sono state
interpretate dalla tradizione ecclesiale, in particolare dalla liturgia, come
una dichiarazione di fede nella risurrezione. In questo senso orienta il
versetto del salmo responsoriale quando invita l’assemblea a ripetere: “Sono
certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi”.
Nel brano della lettera ai Romani, Paolo
illustra il perché della speranza nella vita futura: la nostra speranza poggia
sulla prova di amore che Cristo ci ha dato morendo per noi. Attraverso quel
sangue effuso per amore passa la nostra salvezza.
La lettura evangelica propone un brano del
discorso “eucaristico” pronunciato da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, dopo che
egli aveva moltiplicato i pani. Gesù prende occasione dei pani distribuiti per
parlare della vita nuova, principio di risurrezione immortale che egli è venuto
a inaugurare nel mondo. Chi crede nel Figlio ha già ora la vita eterna (cioè la
vita divina); essa sarà portata a pienezza nella risurrezione finale. La
comunione col Cristo nella fede e nell’eucaristia ci strappano dal morso della
morte e ci inseriscono nella stessa esistenza di Dio.
I cinque prefazi dei defunti, proposti dal
Messale, esprimono questa speranza in diversi modi. Così, ad esempio, il primo
prefazio dice: “In Cristo tuo Figlio, nostro salvatore, rifulge a noi la
speranza della beata risurrezione, e se ci rattrista la certezza di dover
morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura”.





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