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domenica 1 agosto 2021

INTERPRETAZIONE LITURGICA DELLA BIBBIA

 



 

Renato L. De Zan, “Unius verbi Dei multiplices thesauri”. La lettura liturgica della Bibbia: appunti per un metodo (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” “Subsidia” 196), CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2021. 243 pp. (€ 28,00).

L’argomento di questo volume poteva essere affrontato solo da un liturgista che fosse al tempo stesso un biblista. Il Prof. De Zan ha conseguito il dottorato in liturgia e il dottorato in Sacra Scrittura, ed ha una lunga esperienza di docenza. La liturgia ha un modo proprio di interpretare la Bibbia, cosa talvolta dimenticata dai biblisti che commentano le pericopi bibliche del Lezionario, commenti esegeticamente ineccepibili, ma con una certa frequenza liturgicamente distonici.

L’autore ci offre un’opera di carattere metodologico con competenza, precisione e chiarezza. Ecco i titoli dei 9 capitoli del libro:

1. L’interpretazione liturgica della Scrittura: quasi una epistemologia.

2. “Sarà per voi un memoriale”.

3. “Fate questo in memoria di me”.

4. I testi della liturgia della Parola nella storia.

5. Dai Praenotanda al metodo.

6. Il Testo.

7. L’Esegesi.

8, Il contesto letterario.

9. Il contesto celebrativo.

venerdì 30 luglio 2021

DOMENICA XVIII DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 01 Agosto 2021

 



 

Es 16,2-4.12-15; Sal 77; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35

Noi credenti siamo talvolta tentati di trattare Dio come colui che può e magari deve risolvere i nostri piccoli o grandi problemi quotidiani. E’ ciò che è capitato ad Israele nel deserto. La prima lettura ci racconta un momento di tensione vissuto dal popolo d’Israele dopo la liberazione dall’Egitto. Inoltrati nel deserto, gli israeliti devono affrontare l’incertezza del sostentamento quotidiano. E’ in qualche modo naturale che in una tale circostanza sorga il rimpianto della situazione precedente che se non offriva la libertà, garantiva almeno un cibo sicuro, un’esistenza in qualche modo tranquilla. Dio viene incontro al suo popolo con il nutrimento misterioso della manna. Si tratta di un cibo però che è dato giorno per giorno e quindi non garantisce il domani. Israele resta nella provvisorietà e nell’incertezza, non è dispensato del quotidiano impegno per la sopravvivenza.

 

Nel vangelo d’oggi Gesù si rivolge alla folla che lo seguiva perché aveva visto il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. A questa folla il Signore rimprovera di non aver capito il significato del gesto da lui compiuto: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Anche questa gente ha la tentazione di confondere la religione con un modo comodo di risolvere i problemi quotidiani. Gesù cerca di indirizzare i suoi ascoltatori verso un cibo che “rimane per la vita eterna”. E lo fa contrapponendo alla manna che gli israeliti hanno mangiato nel deserto il vero cibo che dà la vita al mondo: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete mai!”. Ecco quindi che il Signore sposta l’attenzione dei suoi ascoltatori dal pane quotidiano alla sua persona, alla sua parola, al suo insegnamento. Come disse Egli stesso al tentatore: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (canto al vangelo, Mt 4,4b). Il cibo che alimenta la vita del corpo finisce con la morte ed è quindi precario e di poco conto. Quello vero “rimane”, perché nutre in noi i valori eterni dello spirito. In altre parole, ciò che dobbiamo cercare in Gesù non è la soluzione dei problemi quotidiani, ma la forza per affrontare questi problemi e per costruire una vita che non perisca. Gesù si rivela come il dono di Dio che soddisfa in modo pieno e definitivo le esigenze vitali dell’essere umano rappresentate dal mangiare e bere.

 

San Paolo, nella seconda lettura, offre un insegnamento simile quando rivolgendosi ai cristiani di Efeso li invita a rinunciare a un comportamento da pagani, a una vita vana, che prescinde dal riferimento e dalle certezze provenienti da Cristo: “secondo la verità che è in Gesù”. Dobbiamo sforzarci di progredire, giorno dopo giorno, sulla strada che il Cristo ha aperto, ma il cui itinerario non è fissato a priori. In questo cammino ci nutre l’eucaristia, “il pane del cielo” (orazione dopo la comunione).

martedì 27 luglio 2021

UN MANTRA PER CONVINCERSI DI STARE DALLA PARTE GIUSTA

 



 

Tra le numerose reazioni alla pubblicazione del Motu proprio Traditionis custodes di Papa Francesco, mi ha colpito quella, particolarmente violenta, del Prof. Roberto De Mattei, dal titolo “Traditionis custodes: una guerra sull’orlo dell’abisso”, testo pubblicato nel sito “Corrispondenza Romana” il 19 luglio 2021. Secondo Roberto De Mattei, “l’intento del Motu proprio di Papa Francesco Traditionis custodes, del 16 luglio 2921, “è quello di voler reprimere ogni espressione di fedeltà alla liturgia tradizionale, ma il risultato sarà quello di accendere una guerra che si concluderà inevitabilmente con il trionfo della Tradizione della Chiesa”. E alla fine del lungo post, De Mattei rincara la dose: “Se la violenza è l’uso illegittimo della forza, il Motu proprio di Papa Francesco è un atto oggettivamente violento perché prepotente e abusivo”.

https://www.corrispondenzaromana.it/traditionis-custodes-una-guerra-sullorlo-dellabisso/

Meraviglia, poi, che un eminente professore di storia del cristianesimo affermi che l’ordinamento liturgico anteriore al Vaticano II sia l’autentica espressione della “liturgia tradizionale” e, in particolare, che l’Ordo Missae del Messale del 1962, sia la “Messa tradizionale”, la “Messa di sempre” che risale alla “tradizione apostolica” e perciò espressione della “lex orandi tradizionale” anzi della “immutabile lex orandi della Chiesa”. E che quindi “nessun Papa ha il diritto di abrogare o mutare un rito che risale alla Tradizione apostolica”. Non c’è da meravigliarsi, continuando la lettura del testo, che nel parlare della comunione in mano, la si consideri una “dissacrazione”, con buona pace di tutti coloro che si sono comunicato in questo modo durante i primi otto secoli. Naturalmente, per il professore, l’ordinamento liturgico anteriore al Vaticano II “non è stato mai giuridicamente abrogato”. Si tratta di affermazioni gravi e gratuite, tutte da provare, che i gruppi del cosiddetto “usus antiquior” ripetono da tempo come un mantra per convincere se stessi di trovarsi dalla parte giusta. Chi reagisce in questo modo “violento” dimostra di non sentirsi sicuro nella propria posizione e al tempo stesso “giustifica” abbondantemente il deciso intervento di Papa Francesco.

 

sabato 24 luglio 2021

LE APORIE DI “SUMMORUM PONTIFICUM”

 





 

In questo blog e altrove, ho più volte segnalato i punti deboli o, mi si permetta di chiamarli, le “aporie” del Motu proprio “Summorum Pontificum” [SP] con la Lettera ai vescovi che l’accompagna. Dopo la pubblicazione del Motu proprio “Traditionis custodes”, queste aporie acquistano una maggior evidenza.

1. Si afferma che il Messale del 1962 “non fu mai giuridicamente abrogato”. E’ un’affermazione che contraddice quanto ripetutamente aveva detto Paolo VI. D’altra parte, esiste il Pontificio Consiglio per i testi legislativi, “la cui funzione consiste soprattutto nella interpretazione delle leggi della Chiesa”, e non consta che questo Consiglio si abbia pronunciato al riguardo.

2. Si riconosce, citando SC 22, che “ogni vescovo è il moderatore della liturgia nella propria diocesi”. D’altra parte però si sottrae al vescovo la possibilità di regolare l’uso del Messale del 1962. A tal punto che la Conferenza dei vescovi della Francia nella risposta al formulario sull’applicazione del Motu proprio SP inviato dalla Congregazione per la dottrina della fede, dice, tra l’altro, che “l’autorità dei vescovi su queste comunità (che celebrano col Messale del 1962) è quasi nulla”.

3. SP introduce accanto alla “forma ordinaria” del rito romano (la riforma di Paolo VI) una “forma straordinaria” dello stesso rito romano (la liturgia del 1962). Rimane incomprensibile come due Liturgie, con ordinamento di letture diverso, calendari differenti, testi diversi nei Tempi centrali dell’Anno liturgico, come cioè due forme espressive diverse della lex orandi possano realmente armonizzarsi con una lex credendi della Chiesa. Ciò si può sostenere soltanto se non è il rito in se ma il significato del rito a confrontarsi con la lex orandi. In questo modo verrebbe meno una visione teologica che è maturata nel corso del Movimento liturgico e svanirebbe una fattiva acquisizione della teologia liturgica postconciliare.

4. Si afferma che “le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda”. Affermazione ambigua che qualche anno fa ha ispirato ad un Emmo. Cardinale la proposta di aggiungere nell’offertorio del Messale paolino le preghiere (ad libitum) dell’offertorio del Messale del 1962.

5. “Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande”. Questa solenne affermazione, come è stato notato anche recentemente, è un principio che scatena una vera e propria anarchia, perché si può applicare non solo al Messale del 1962, ma ad altre espressioni rituali precedenti. Infatti, è noto che alcuni gruppi che adoperano il Messale del 1962 non accettano il Triduo pasquale riformato da Pio XII in esso inserito e, nell’occasione, adoperano una edizione del Messale anteriore a tale riforma.

6. Sembra chiaro che i criteri con cui la Lettera del 7 luglio 2007 giustifica il ripristino della liturgia del 1962 sono di carattere soggettivo (desiderio, forma a loro cara, sentirsi attirati, forma appropriata per loro…). Diverso è il criterio che il card. Joseph Ratzinger nel 2001, al tempo Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, esprimeva quando affermava: “Se l'ecclesialità diventa una questione di libera scelta, se ci sono nella Chiesa delle chiese rituali scelte secondo un criterio soggettivo, questo diventa un problema. La Chiesa è costruita sui vescovi secondo la successione apostolica, nella forma di Chiese locali, quindi con un criterio oggettivo. Io mi trovo in questa Chiesa locale e non cerco i miei amici, incontro i miei fratelli e le mie sorelle; i fratelli e le sorelle non si cercano, si incontrano” (Autour de la question liturgique. Avec le Cardinal Ratzinger, Actes des Journées liturgiques de Fontgombault 22-24 Juillet 2001, Association Petrus a Stella, Fontgombault, 2001). Permettere di scegliere “à la carte” la propria tradizione rituale è un modo di ferire gravemente l’unità e la struttura della Chiesa. Il problema non è solo rituale, ma ecclesiologico.

 

 

 

venerdì 23 luglio 2021

DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 25 Luglio 2021

 



2Re 4,42-44; Sal 144; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

 

La prima lettura ci racconta come il profeta Eliseo ha sfamato con pochi una ventina di pani un gruppo di cento persone. Il brano evangelico parla di un prodigio simile, ma di proporzioni molto maggiori, compiuto da Gesù, il quale sfama una grande folla che lo seguiva, circa cinquemila uomini, con solo cinque pani d’orzo e due pesci. La folla, visto il prodigio della moltiplicazione dei pani e dei pesci compiuto da Gesù, cominciò a dire: “Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo”. Ecco quindi che il miracolo accende le speranze messianiche della moltitudine. Malgrado ciò l’equivoco è enorme: la gente cerca Gesù perché era stata saziata, non perché aveva capito il messaggio del suo gesto. Infatti, sia la moltiplicazione dei pani compiuta da Eliseo sia la moltiplicazione dei pani e dei pesci compiuta da Gesù sono dei gesti profetici (“segni”) che nell’ambiente in cui sono sorti e nella mentalità degli scrittori che li narrano hanno un valore simbolico: i due racconti intendono proclamare l’intervento di Dio - mediante i suoi messaggeri - nei momenti del bisogno umano, la potenza della sua parola, la credibilità dei suoi profeti. Ecco perché la liturgia d’oggi ci invita nel salmo responsoriale a ripetere: “Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente”. San Giovanni parla per simboli: la luce, la vita, il pane, l’acqua, il pastore. Sono simboli universali, di ogni cultura. L’evangelista utilizza questi simboli e li applica tutti a Cristo. Gesù è la vera luce, il vero pane, il vero pastore.

 

L’evento della moltiplicazione dei pani quindi ha anche un significato simbolico, in questo caso eucaristico. Giovanni annota che “era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei”. Gesù quella volta non vi partecipò. Lì sul monte egli non mangia l’agnello ma imbandisce un banchetto in cui si distribuisce e si spezza insieme il pane. L’allusione al banchetto eucaristico è già evidente, ma si accresce ancor più se pensiamo che, a differenza dei racconti di moltiplicazione dei pani raccontati dagli altri evangelisti (Matteo, Marco, Luca), in cui anche i discepoli sono attivi, qui, come nei racconti dell’ultima Cena, solo Gesù agisce: egli stesso prende il pane, rende grazie, lo dà e distribuisce.

 

Non mancano oggi situazioni umane di autentica necessità, di fame vera e propria, in cui tutti possiamo in qualche modo intervenire secondo i mezzi nostri e le nostre possibilità. I nostri fratelli e le nostre sorelle bisognosi hanno diritto a trovare in ciascuno di noi qualcosa dell’abbondanza di Dio che si è manifestata nel gesto di Gesù che ha sfamato le folle. Nella seconda lettura, san Paolo inizia con questa esortazione: “Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi   esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto”. Comportarsi in modo coerente con la chiamata ricevuta significa per Paolo anzitutto “conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace”. La realizzazione di questo ideale di unità e di comunione richiede la disponibilità alla condivisione anche dei beni terreni.

 

Oggi ancora, come un giorno sul monte, Gesù spezza il pane per noi, anzi in quel pane egli dona a noi tutto se stesso, caparra della nostra eterna comunione con lui.

 

 

venerdì 16 luglio 2021

MOTU PROPRIO DI PAPA FRANCESCO SULL’USO DELLA LITURGIA ROMANA ANTERIORE ALLA RIFORMA DEL 1970

 



 

In data odierna, 16 luglio 2021, è stata pubblicata la Lettera Apostolica in forma di Motu proprio “Traditionis custodes” sull’uso della Liturgia romana anteriore alla riforma del 1970.

Scompare la terminologia “forma ordinaria” e “forma straordinaria del rito romano”. Infatti, si afferma che l’unica espressione della lex orandi del Rito romano sono i libri liturgici promulgati dopo il Vaticano II.

Viene sottolineata l’autorità del vescovo di regolare le celebrazioni liturgiche nella propria diocesi. Al vescovo diocesano compete autorizzare l’uso del Missale Romanum del 1962 nella propria diocesi, seguendo gli orientamenti della Santa Sede.

Si danno norme precise sui gruppi che celebrano secondo i Messale antecedente alla riforma del 1970.

Il vescovo avrà cura di non autorizzare la costituzione di nuovi gruppi.

La Congregazione per la dottrina della fede non è più incaricata di regolare questi gruppi. Infatti, il Motu proprio afferma che la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti e la Congregazione per la vita consacrata e le società di vita apostolica, per le materie di loro competenza, eserciteranno l’autorità della Santa Sede sull’osservanza delle nuove disposizioni.

Papa Francesco con la pubblicazione di questa Lettera Apostolica intende proseguire nella costante ricerca della comunione ecclesiale, ferita, aggiungo io, dalla situazione creatasi in questi ultimi anni.

 

https://www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/20210716-motu-proprio-traditionis-custodes.html

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2021/07/16/0469/01015.html

 

 

DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 18 Luglio 2021

 



 

Ger 23,1-6; Sal 22; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34
                      
Il brano evangelico di questa domenica lascia intravedere uno spaccato di umanità del Figlio di Dio. Gesù rivolgendosi agli apostoli, che ritornano dalla missione a cui erano stati mandati, li invita a riposarsi un po’: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. Gesù vuole rimanere solo con i suoi apostoli dopo la loro prima esperienza missionaria. Egli si prende cura dei suoi discepoli, della loro fatica, della loro stanchezza. Più avanti ancora, ci viene raccontato che la folla cui Gesù con i suoi discepoli si era sottratto, lo segue nella solitudine. Vedendo la gran folla che accorreva da lui, Gesù “ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”. Gesù si commuove e mette a disposizione di questa gente il suo insegnamento, anzi mette se stesso a disposizione di quanti hanno bisogno di lui. L’atteggiamento di Gesù nei confronti della folla sta a significare che la misericordia di Dio è offerta a tutti.
 
Nella seconda lettura, san Paolo sottolinea che fonte di pace, di vita autentica dell’uomo con Dio e dell’uomo con l’uomo non è più la legge ma una persona che si è data senza riserve per gli altri, Cristo Gesù: “Egli infatti è la nostra pace”: perché “è colui che di due (popoli) ha fatto una cosa sola”, perché la sua logica porta ad eliminare ogni squilibrio, a distruggere ciò che è “muro di separazione”, fonte di “inimicizia”, in una parola ciò che oppone uomo a uomo, popolo a popolo. In Gesù si compie la parola profetica di Geremia (cf. prima lettura), il quale, dopo la denuncia contro i pastori malvagi del suo tempo che hanno condotto il popolo di Dio alla rovina, annuncia che Dio invierà un re giusto per far ripartire la storia dell’alleanza con il suo popolo. Il nome di questo re è “Signore-nostra-giustizia”, cioè nostra salvezza. Gesù Cristo, il buon pastore, mandato come re e salvatore, è la parola divina di pace rivolta a tutti gli uomini, mediatore della nostra pace con Dio, punto d’incontro di noi con Dio e dell’uomo con l’uomo.
 
Come gli apostoli al ritorno della loro faticosa missione e come la grande folla che seguiva Gesù, anche noi non possiamo fare a meno della “compassione” del Maestro nelle nostre ricerche e nelle nostre fatiche; non possiamo gestire autonomamente i nostri progetti; abbiamo bisogno di riposare in qualcuno che possa dare sicurezza e consistenza al nostro quotidiano impegno, abbiamo bisogno della parola illuminata e illuminante del Signore. Tutti abbiamo bisogno di riposo, di qualche forma di vacanza, di trovare ogni tanto uno spazio di silenzio, ma abbiamo anche grande bisogno di preghiera, di autentico incontro con Dio e con i fratelli per non smarrire il senso profondo della nostra vita, del nostro agire e del nostro sperare. La celebrazione eucaristica domenicale è un momento in cui ci è dato di realizzare questo vero incontro con Dio e con i fratelli. Non sprechiamolo!