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domenica 4 ottobre 2026

L’ORDINE PRESBITERALE DAL POTERE AL SERVIZIO

 

   


 

Nell’ordinazione dei presbiteri ( editio typica altera 1990) è stato sì mantenuto il gesto della consegna del calice e della patena, più precisamente, secondo la nuova formulazione, del pane e del vino, ma, modificando la formula che lo accompagna, se ne è radicalmente mutato il significato: “Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai. Imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore” (OVPD, 150). Come si può notare si passa dal linguaggio del conferimento di un potere a quello del servizio. Ciò che si riceve non sono tanto degli “strumenti” per l’esercizio del ministero della liturgia, simboli del potere sul corpo sacramentale di Cristo e in relazione ad esso su quello ecclesiale, ma le offerte del popolo santo. A sottolineare questo aspetto è anche il linguaggio non verbale. Il vescovo consegna il pane e il vino che ha ricevuto dai fedeli. Sono essi, infatti, che processionalmente hanno portato al vescovo le offerte per la celebrazione dell’Eucaristia. Emerge qui la relazione tra sacerdozio comune, proprio di ogni battezzato, e il sacerdozio ministeriale: essi sono ordinati l’uno all’altro (LG 10). In particolare, per il presbitero la relazione con il sacerdozio dei fedeli assume la cifra del servizio. SC 48 afferma infatti che i fedeli offrono “la vittima senza macchia non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui”. Proprio questo insieme porta l’Ordinamento Generale del Messale Romano a connotare così il compito della presidenza del presbitero: “Pertanto, quando celebra l’Eucaristia, deve servire Dio e il popolo con umiltà e, nel modo di comportarsi e di pronunciare le parole divine, deve far percepire la presenza viva di Cristo” (n. 93). Il presbitero, infatti, è segno-presenza di Colui che raduna e al tempo stesso luogo di comunione di ogni assemblea liturgica con la Chiesa tutta. In altre parole, è un segno esteriore della sottrazione del Sacramento al nostro disporre e del suo carattere relativo alla Chiesa universale.

 

Fonte: Angelo Lameri, “Il conferimento del potere nei riti di ordinazione”, in Paolo Tomatis (ed.), Rito e potere (“Caro salutis cardo” Contributi 41), CLV Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2026, pp. 127-151 (qui pp. 149-151).

venerdì 2 ottobre 2026

DOMENICA XXVII DEL TEMPO ORDINARIO (A) – 4 ottobre 2026

 

 


Is 5,1-7; Sal 79 (80); Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

 

 

Al centro dei testi biblici di questa domenica ritorna l’immagine della vigna, molto usata sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Il Sal 79, salmo di lamentazione, è una specie di autobiografia di Israele nel momento in cui sente venir meno la luce del volto di Dio, fonte di luce e di speranza. Israele vuole ritornare ad essere la vigna di Dio, curata con premura dal grande vignaiolo. Ora invece, priva di difesa, è territorio di libera caccia e di preda. Alla fine del salmo, la supplica diventa pressante e piena di speranza: “... Signore, Dio degli eserciti, fa che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”. Anche noi, nonostante tutte le nostre infedeltà, continuiamo ad essere quella vigna per la quale Dio ha compiuto meraviglie.

 

L’immagine della vigna, sia nella prima lettura che nella parabola del vangelo, si riferisce al popolo d’Israele ed esprime un giudizio di sofferenza su un popolo molto amato, ma che ha deluso e tradito l’amore del proprio Dio. Il profeta Isaia, vissuto all’epoca nella quale, probabilmente, fu composto il salmo responsoriale, pare dare una risposta agli interrogativi posti dal salmista a Dio sulla sua vigna d’Israele. Il testo profetico è un rimprovero a un popolo che si accontenta di una religiosità superficiale, ma non preoccupato di andare oltre le pratiche del tempio per portare frutti nel contesto di una vita sociale segnata da maggior senso della giustizia e moralità nelle relazioni umane, in conformità al patto di alleanza che lega Dio al suo popolo. Tra Dio e il suo popolo non c’è solo un rapporto di possesso (proprietario e proprietà), ma anche e soprattutto un rapporto di amore; la vigna assume i caratteri della persona umana.

 

L’oscura minaccia, presente nell’allegoria della vigna, trova il suo definitivo riscontro al tempo di Gesù e si concretizza come passaggio della vigna, e cioè del regno di Dio, alle nazioni pagane. Il fallimento del popolo dell’antica alleanza non arresta il piano di Dio: esso continua presso tutti coloro che sono disponibili alla fede, pronti ad accogliere e vivere la parola di Dio. La parabola della vigna contiene un severo ammonimento anche per noi cristiani. Un motivo ricorrente nel vangelo di san Matteo è quello di “portare frutti” (Mt 3,8.10; 7,16-20; 12,33; ecc.). L’appartenenza al Regno non è un privilegio formale, ma un dovere, che impegna a professare con le opere la fede nel Signore Gesù. Ciò che abbiamo appartiene a Dio e ci è affidato in gestione; ma Dio appare talvolta lontano, tanto lontano che ci sembra di poter decidere della nostra vita senza fare i conti con lui. Riferendosi ai brani della Scrittura proclamati oggi (Is 5 e Mt 21), il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “La Chiesa è stata piantata dal celeste Agricoltore come vigna scelta. Cristo è la vera Vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui e senza di lui nulla possiamo fare” (n. 755).

 

Da quanto detto si deduce che se la Chiesa medita questi brani della Scrittura non è tanto per accusare l’antico popolo d’Israele, quanto per prendere coscienza della propria responsabilità e per invitare tutti ad aprire il proprio cuore al progetto di Dio sulla storia manifestatosi in Gesù Cristo. Nella seconda lettura, anche oggi come nella domenica scorsa, siamo invitati da san Paolo, che non è solo un maestro di dottrina ma un testimone di ciò che insegna, alla coerenza tra il pensare e l’agire e a non dimenticare il suo esempio: “Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica”. Facendo in questo modo, aggiunge l’Apostolo, “il Dio della pace sarà con voi”.      

domenica 27 settembre 2026

SACRAMENTO DELLA PENITENZA E POTERE

 



Il sacramento della penitenza è stato un “mezzo” per il controllo sociale e strumento di potere in modo particolare quando è divenuto confessione. Certamente il contesto storico si è dimostrato determinante; alla Chiesa apparteneva un certo potere temporale.

Oggi quale potere può esercitare il sacramento? Ormai è terminato il tempo in cui il cristianesimo esercitava una importante influenza sulle istituzioni sociali e sui comportamenti individuali. In tale contesto, dove l’autorità del ministro è fortemente ridotta. Tenendo anche in considerazione come oggi il “vero confessore” è lo psicologo, al quale molti confidano i “segreti” più profondi.

Però, in alcune forme di vita comunitaria, spesso di nuova fondazione e femminili, guidate da leader piuttosto carismatici, si constatano casi di abuso spirituale (non necessariamente nel sacramento della penitenza).

Uno degli ambiti nel quale, in alcuni casi, si verificano l’abuso spirituale e forme di potere, è quello legato al rapporto di subordinazione tra chierici/religiosi e religiose, con conseguenze negative sul piano della libertà, dell’autonomia di giudizio, della percezione della volontà e del volto di Dio, della dignità della donna, della formazione della coscienza, dell’assunzione di responsabilità (professionali o pastorali) ecc. tutte conseguenze di notevole gravità, fino ad arrivare e veri e propri abusi spirituali. In tali contesti il sacramento della penitenza può rappresentare un luogo di abuso e potere, scadendo in forma quali il “capitolo delle colpe”, che vede la confessione dei propri peccati a voce alta, oppure si vede violato il sigillo confessionale.

Quindi, si potrebbe concludere che oggi, in un contesto dove l’istituzione e l’autorità sono poco significative, difficilmente il sacramento della penitenza diviene mezzo per il controllo sociale e strumento di potere, tranne che in quei contesti comunitari “chiusi” ove sono già presenti forme di abuso.

 

Fonte: Elena Massimi, “Confessione, potere, controllo sociale”, in Paolo Tomatis (ed.), Rito e potere (“Caro salutis cardo” Contributi 41), CLV Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2026, pp. 83-126 (qui pp. 124-126). Si tratta di una sintesi del testo originale.

 

venerdì 25 settembre 2026

DOMENICA XXVI DEL TEMPO ORDINARIO (A) – 27 settembre 2026

 


 

Ez 18,25-28; Sal 24 (25); Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

 

 

Nella prima lettura, vediamo che Dio ammonisce i figli d’Israele, tramite il profeta Ezechiele, e li richiama al senso della responsabilità personale di fronte alle scelte della vita: l’uomo è responsabile delle sue azioni, e queste sono strettamente connesse con la giustizia. Perciò, se vogliamo una vita autentica, non possiamo sottrarci a far propri i valori che la determinano; dobbiamo semplicemente accettarli e viverli coerentemente. Anche dal brano evangelico emerge un forte richiamo alla coerenza della vita. Servendosi, come al solito, di una parabola, Gesù parla di due figli, ai quali il padre dà lo stesso ordine: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Il primo risponde con religioso rispetto e docilità, ma non va a lavorare nella vigna come aveva promesso; il secondo figlio, invece, risponde con arroganza e insolenza in senso negativo, ma alla fine si ravvede e va in campagna a lavorare nella vigna. La morale della storia è così chiara che Gesù vuole che siano i suoi stessi ascoltatori a ricavarla: “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”, domanda Gesù. Non c’è dubbio dicono tutti: l’ultimo. La parabola sottolinea il contrasto che esiste tra il dire e il fare, tra la parola e l’azione. Non basta la semplice conoscenza teorica del vangelo o l’adesione verbale ad esso, ma occorre una conversione totale in modo che l’insegnamento di Gesù sia tradotto in comportamento di vita. Il sì della bocca è insufficiente, quello decisivo è il sì dei fatti. Possiamo ben dire che non esiste affermazione di fede che non possa e non debba essere verificata nella prassi della vita quotidiana. Nel regno di Dio entra solo chi fa la volontà del Padre: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21).

 

Nella seconda lettura, san Paolo ci dà il punto di riferimento della nostra obbedienza al Padre. Siamo infatti invitati ad avere in noi “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione divina […] svuotò se stesso assumendo una condizione di servo […] umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. Il brano paolino sintetizza le varie tappe del mistero di Cristo: la sua preesistenza divina, l’abbassamento alla condizione di servo nel mistero dell’incarnazione e una ulteriore umiliazione fino alla morte di croce, alla quale fa seguito l’esaltazione. A noi interessa qui sottolineare che queste tappe sono percorse da Cristo sotto il segno dell’obbedienza al Padre.            

 

Nella celebrazione eucaristica noi comunichiamo sacramentalmente proprio con il mistero della morte di Cristo e quindi della sua umiliazione e obbedienza. Notiamo però che la partecipazione sacramentale esige una coerenza esistenziale che va al di là del momento strettamente rituale.

 

 

domenica 20 settembre 2026

OMELIA A TEMA?

 



 

L’omelia deve avere un particolare rapporto con la parola di Dio proclamata nel corso della celebrazione, deve in qualche modo prendere le mossa da essa o/e da altri testi dell’Ordinario o del Proprio della Messa del giorno; l’omelia deve svolgersi avendo presente che nel corso dell’Anno liturgico vengono presentati i diversi misteri della fede e le norme della vita cristiana; questi misteri della fede e norme della vita cristiana, però, essendo presentati soprattutto dal testo sacro, è a partire dai testi biblici ed eucologici che vengono ripresi e proposti nell’omelia; in ogni caso, fonte primaria dell’omelia rimane sempre il Lezionario, che può essere considerato giustamente “uno strumento pedagogico per incrementare la catechesi” (OLM, n. 61); l’omelia però non può essere dettata dal bisogno di fare catechesi, ma deve cogliere la linea storico – salvifica propria del Lezionario; è in questo modo che nell’omelia possono essere trattati tutti i grandi temi della fede. Infatti, il Lezionario basta per esplicitare la totalità del mistero di Cristo

         

A scanso di equivoci, la suddetta tematica, pur entrando a formar parte dell’omelia, non ne deve stravolgere la natura. D’altra parte, come afferma SC, n. 9, la liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa. C’è un prima: l’annuncio del messaggio della salvezza ai non credenti, e c’è poi l’impegno costante di predicazione che dispone i credenti alla celebrazione dei sacramenti e insegna loro ad osservare tutto ciò che Cristo ha comandato. Conseguentemente l’omelia non esaurisce tutte le forme di predicazione.

 

L’omelia è un discorso piano e familiare con il quale il ministro che presiede la celebrazione si rivolge all’assemblea perché accolga fruttuosamente la Parola proclamata, abbia a partecipare consapevolmente all’evento salvifico celebrato, comprendendone i doni e gli impegni, porti il tutto nel vissuto quotidiano e dia frutti di vita santa.

venerdì 18 settembre 2026

DOMENICA XXV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 20 settembre 2026

 

 

 

Is 55, 6-9; Sal 144 (145); Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16

 

 

Le letture bibliche di questa domenica propongono alla nostra riflessione il misterioso modo di agire di Dio nei nostri confronti. Dio non giudica gli uomini con il metro con cui noi non di rado giudichiamo i nostri simili. Perché, come dice il profeta Isaia nella prima lettura, i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri e le nostre vie non sono le sue vie: è un Dio che ha misericordia e perdona largamente. Questo particolar modo di agire di Dio è illustrato da Gesù nella parabola evangelica dei lavoratori della vigna, una parabola volutamente sconcertante, per indurre gli ascoltatori, e quindi anche noi, a rettificare eventualmente la nostra idea della giustizia divina e a interrogarci sul modo in cui comprendiamo e viviamo il nostro rapporto con Dio.

 

Possiamo interpretare la parabola come una risposta di Gesù alla domanda che Pietro e i suoi discepoli gli hanno rivolto poco prima: “Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito: che cosa ne ricaveremo?” (Mt 19,27). Il proprietario della vigna ricompensa ugualmente operai che hanno compiuto lavori di diversa durata: alcuni hanno lavorato una giornata intera, altri un poco meno, altri poi un’ora sola; tutti però vengono retribuiti in modo uguale. Il particolare dell’uguaglianza di retribuzione nella parabola, mira a sottolineare che non c’è proporzione fra ciò che fa l’uomo e ciò che dona Dio. Il padrone della parabola distribuisce i salari non secondo la misura delle prestazioni degli operai, ma in vista del loro benessere e della loro gioia. Dio, infatti, non è un padrone che dà un “salario”, ma un padre che elargisce un “dono”. Dio non è un compagno d’affari, con cui possiamo contrattare la nostra salvezza. La salvezza non va barattata, ma accettata come dono. Il procedere così generoso di Dio ha come unica spiegazione la sua bontà infinita e la sua iniziativa libera e spontanea; la grandezza di Dio non si può misurare: “senza fine è la sua grandezza” (cf. salmo responsoriale).

 

Dio sa donare giustizia e bontà lì dove l’uomo non sa fare altro che un avvilente calcolo matematico. Noi siamo inclini a definire i reciproci rapporti in base alla prestazione effettiva, parametro che inconsciamente trasferiamo alle vicende che riguardano anche i nostri rapporti con Dio. Il Signore invece agisce secondo criteri di gratuità. Davanti alla misericordia sconfinata di Dio ogni uomo, ciascuno di noi, si trova nella medesima posizione. La grettezza del nostro cuore fa sì che sia per noi difficile capire l’amore di un Dio sempre pronto a perdonare, sempre pronto ad accogliere chiunque apra il cuore alla sua grazia, in ogni momento. Se siamo veramente discepoli di Cristo sapremo interpretare la nostra vita secondo criteri di gratuità e di donazione agli altri, i valori che nel Cristo hanno incarnato l’autentico volto del Padre.

 

L’Eucaristia esprime in modo sublime il mistero del donarsi gratuito di Dio a noi. Presentiamo al Signore un po’ di pane e di vino e abbiamo in dono un “cibo di vita eterna” e una “bevanda di salvezza”.

 

 

domenica 13 settembre 2026

RITO E POTERE

 



 

Paolo Tomatis (ed.), Rito e potere (“Caro salutis cardo” Contributi 41), CLV Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2026. 274 pp. (€ 35,00).

La relazione tra rito e potere è al contempo naturale e problematica. Naturale, perché – come ogni pratica sociale – anche il rito mette in scena il potere e ha un suo potere di azione e trasformazione. Problematica, perché – pensando al rito cristiano – occorre riconoscere il rischio che il rito diventi luogo di dominazione e di controllo, anziché di servizio e di perdita di controllo, così che sia Dio e non l’uomo a esercitare il suo singolare potere di grazia e di comunione. Con il suo consueto approccio di tipo antropologico e pastorale, la riflessione dell’Istituto di Liturgia pastorale di Santa Giustina offre il proprio contributo ad un tema che si mostra di particolare attualità. In questo tempo segnato dal cammino della Chiesa sulla sinodalità e sulla lotta contro gli abusi.

(Quarta di copertina)

 

Introduzione (Paolo Tomatis)

I rapporti tra rito e potere in una prospettiva antropologica (Pietro Scardelli)

Il potere nelle ritualità non religiose (Roberto Marchisio)

“Quod solus possi tuti imperialibus insignis” (Riccardo Saccenti)

Confessione, potere, controllo sociale (Elena Massimi)

Il conferimento del potere nei riti di ordinazione (Angelo Lameri)

Rito, potere e servizio in Gv 13,1-20 (Stefano Romanello)

Potere del rito, potere sul rito. La questione dell’autorità indivisa, ma differenziata (Andrea Grillo)

Pratiche di condivisione del potere liturgico (Paolo Tomatis)

Presidenza e assemblea. Forme di potere? (Luigi Gerardi)