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domenica 5 aprile 2026

L’UOVO DI PASQUA

 



 

L’uovo considerato come contenente un germe a partire al quale si svilupperà la manifestazione è un simbolo universale che si spiega di per sé. La nascita del mondo a partire di un uovo è un’idea comune a molti antichi popoli.

L’uovo appare come uno dei simboli del rinnovamento periodico della natura. Il simbolo che l’uovo incarna non si ricollega tanto alla nascita quanto alla rinascita.

L'uovo somiglia a un sasso e appare privo di vita, così come il sepolcro di pietra nel quale era stato sepolto Gesù. Dentro l'uovo c'è però una nuova vita pronta a sbocciare da ciò che sembrava morto. In questo modo, l'uovo diventa quindi un simbolo di risurrezione.

 

Fonte: Jean Chevalier – Alain Cheerbrant, Dizionario dei simboli. Miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri (Bur saggi), Rizzoli 201512, pp.1081-1085.

 

sabato 4 aprile 2026

DOMENICA DI PASQUA: RISURREZIONE DEL SIGNORE – MESSA DEL GIORNO 5 aprile 2026

 



 

 

At 10,34a.37-43; Sal 117 (118); Col 3,1-4 (oppure: 1Cor 5,6b-8); Gv 20,1-9 (oppure: Mt 28,1-10; oppure Lc 24,13-35).

 

 

La liturgia della domenica di Pasqua ci ricorda che il nostro agnello pasquale è Cristo (cf. seconda lettura alternativa, sequenza, prefazione pasquale I e antifona alla comunione); nel mistero della sua risurrezione dai morti si compiono tutte le speranze di salvezza dell’umanità: è questo il giorno di Cristo Signore.

 

La risurrezione di Cristo dai morti rappresenta il centro del mistero cristiano, è la base e la sostanza della nostra fede. “Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1Cor 15,14). Con queste parole l’apostolo Paolo esprime il cuore di tutto il messaggio cristiano. Il vangelo narra l’evento storico della risurrezione di Gesù, ripensato e raccontato a scopo di fede: Giovanni sottolinea che si tratta di una vera risurrezione, ma l’interesse prevalente dell’evangelista sembra essere di carattere ecclesiale; egli, infatti, sottolinea anzitutto l’itinerario di fede dei discepoli nel Cristo risorto. Nella prima lettura, ascoltiamo san Pietro che annuncia con decisione al popolo il mistero della risurrezione del Signore di cui egli e gli altri apostoli sono testimoni. Nella seconda lettura, san Paolo trae da questo evento le conseguenze per una vita cristiana rinnovata.

 

Ci possiamo soffermare brevemente sulla seconda lettura alternativa, tratta dalla prima lettera ai Corinzi, dove l’affermazione centrale del brano è: “Cristo, nostra Pasqua è stato immolato!”, parole riprese poi dall’antifona alla comunione. Il prefazio pasquale I parla di Cristo “vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo”. La sequenza adopera l’espressione: “vittima pasquale”, riferita sempre a Cristo, e aggiunge: “L’agnello ha redento il suo gregge”. Nell’Antico Testamento l’immolazione dell’agnello era l’elemento essenziale della celebrazione della Pasqua (cf. Es 12). Il Nuovo Testamento, e particolarmente il vangelo di Giovanni, hanno considerato l’agnello pasquale come figura di Gesù. Egli muore sulla croce nella Parasceve, nell’ora in cui nel tempio si immolavano gli agnelli per la celebrazione della cena pasquale. Lo stesso apostolo Giovanni nell’Apocalisse descrive la glorificazione dell’Agnello: “L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione […] A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli” (Ap 5, 12-13). L’agnello sgozzato e glorificato è la nostra Pasqua!

 

Giovanni Crisostomo, parlando dell’eucaristia, dice: “Noi offriamo sempre il medesimo Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa ragione il sacrificio è sempre uno solo […] Anche ora noi offriamo quella vittima, che allora fu offerta e che mai si consumerà” (Omelie sulla Lettera agli Ebrei 17,3). Compiendo il rito pasquale gli Israeliti sono stati partecipi, di generazione in generazione, della stessa liberazione e salvezza sperimentata dai loro padri nella notte in cui il Signore li fece uscire dall’Egitto. Celebrando l’eucaristia, i cristiani siamo partecipi dell’Agnello pasquale, del “corpo donato” e del “sangue versato” di Cristo, quale evento decisivo della liberazione di tutta l’umanità dalla forza del peccato e dal potere della morte.

 

La fede nella risurrezione, che è il cuore della fede cristiana, non coincide con una semplice fiducia nella vita, concetto caro ad una certa cultura odierna, ma credere nella vita che nasce dalla morte grazie alla forza dell’amore di Cristo. Essa consente di entrare nelle situazioni di morte guardando oltre la morte e vivendo la risurrezione, ovvero amando e cercando di amare come Cristo ha amato noi. 

 

venerdì 3 aprile 2026

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA – 5 aprile 2026

 



 

 

Gen 1,1-2,2; Gen 22,1-18; Es 14,15-15,1; Is 54,5-14; Is 55,1-11; Bar 3,9-15.32-4,4; Ez 36,16-17a.18-28; Rm 6,3-11; dal Sal 117 (118); Mt 28,1-10.

 

La celebrazione della Veglia pasquale si divide in quattro parti: la liturgia della luce o “lucernario”, la liturgia della Parola, la liturgia battesimale e la liturgia eucaristica. I diversi momenti celebrativi della Veglia hanno un filo conduttore: l’unità del disegno salvifico di Dio che si compie nella Pasqua di Cristo per noi.

 

L’antico testo dell’Annuncio pasquale è percorso da una profonda coscienza teologica di tipo sapienziale e contemplativo, che si nutre di stupore e di adorazione, di lode e di ringraziamento e in tale linguaggio si esprime: si parte dalla contemplazione della storia delle opere salvifiche compiute da Dio, il cui primo atto è la creazione del cosmo e dell’uomo, per arrivare alla nuova creazione dell’uomo in Cristo morto e risorto: “il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti”. Ciò che l’annuncio pasquale proclama con accenti lirici, viene in seguito ripreso dalle letture bibliche, che in modo progressivo introducono i partecipanti nella contemplazione dei principali eventi della storia salvifica: la creazione (Gen 1,1-2,2); il sacrificio di Abramo (Gen 22,1-18); il passaggio del Mar Rosso (Es 14,15-15,1); la Gerusalemme nuova, ricostruita dopo l’esilio (Is 54,5-14); la chiamata ad una alleanza eterna (Is 55,1-11); la guida splendente della luce del Signore (Bar 3,9-15.32,4-4); la promessa di un’acqua pura e purificatrice (Ez 36,16-28); il battesimo, mistero pasquale (Rm 6,3-11); l’annuncio della Risurrezione (Mt 28,1-10). Più che una descrizione storica in senso moderno, la storia della salvezza, tratteggiata dalle letture bibliche, è da interpretarsi come una confessione di fede nell’azione salvifica di Dio e quindi come storia unitaria che trova in Cristo senso pieno e compimento.

 

Le orazioni che si recitano dopo le singole letture anticotestamentarie interpretano questi brani in chiave cristologica, ecclesiale e sacramentale. Così siamo invitati a passare: dalla prima creazione alla “creazione nuova”, più mirabile ancora, che si opera nella nostra redenzione; dal gesto sacrificale di Abramo sul figlio Isacco al sacrificio di Cristo; dalla liberazione del popolo di Dio attraverso il Mar Rosso al battesimo sacramento della nostra liberazione; dalla Gerusalemme nuova, ricostruita dopo l’esilio, alla Chiesa nuovo popolo di Dio; dalla chiamata ad una alleanza eterna alla realtà di questa alleanza sigillata nella Pasqua di Cristo e partecipata nei sacramenti; dall’invito a camminare illuminati dalla Sapienza divina alla luce dello Spirito che ci è stata elargita nel battesimo; dalla promessa di un’acqua pura e purificatrice all’acqua battesimale che ci purifica e ci trasforma.

 

Dopo le letture bibliche segue la liturgia battesimale che ci immerge nella morte di Gesù per una vita nuova nello Spirito. Finalmente, la celebrazione eucaristica, momento culminante della Veglia, che è in modo pieno il sacramento della Pasqua, cioè memoriale del sacrificio della Croce e presenza del Cristo risorto, completamento dell’iniziazione cristiana, pregustazione della Pasqua eterna. La celebrazione della Pasqua significa quindi per noi tutti la ripresa di un programma di vita che si realizza in un impegno permanente di rinnovamento mai pienamente raggiunto. Questo è il frutto della Pasqua indicato dalla colletta della messa: che “tutti i tuoi figli, rinnovati nel corpo e nell’anima, siano sempre fedeli al tuo servizio”. Solo la nostra morte vissuta “in Cristo” potrà compiere il senso dell’esistenza cristiana. Nel frattempo, si tratta di rimanere fedeli a quel germe di vita nuova che abbiamo ricevuto nel battesimo e cresce e si consolida nella eucaristia  fino al compiersi in noi della Pasqua definitiva.

giovedì 2 aprile 2026

VENERDI’ SANTO: PASSIONE DEL SIGNORE – 3 aprile 2026

 



 

Is 52,13-53,12; Sal 30 (31); Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42

 

 

Le tre letture bibliche di questo Venerdì santo accentuano la dimensione gloriosa della croce, anche se non manca il simbolismo della croce – scandalo. Nel racconto della passione secondo Giovanni e, in genere nel quarto vangelo, la croce è già la gloria di Dio anticipata. Vediamolo più in dettaglio soffermandoci su alcune caratteristiche del racconto della passione nel vangelo di san Giovanni, in particolare nell’arresto di Gesù e nel momento della sua morte.

 

Una prima caratteristica è la consapevolezza. Gesù è pienamente consapevole di tutto ciò che sta per accadere contro di lui. La consapevolezza di Gesù nei confronti della passione e morte è segnalata tre volte nel vangelo di Giovanni (13,1; 18,4; 19,28). E in tutti e tre i casi è adoperato un verbo greco (oida) che indica una consapevolezza piena, chiara e stabile. Dopo la consapevolezza, il secondo tratto è la libertà. Giovanni racconta che Gesù “uscì fuori”, andando lui stesso incontro a coloro che venivano ad arrestarlo. Gesù non è un uomo impotente nelle mani dei suoi aguzzini, ma un uomo che si consegna da sé.  Gesù si preoccupa addirittura dei suoi discepoli e dice a coloro che vengono ad arrestarlo: “se cercate me, lasciate che questi se ne vadano”. È sempre Lui che domina e dirige tutta la scena. Quando Pietro colpisce con la spada Malco, il servo del sommo sacerdote, la risposta di Gesù al gesto di Pietro è un secco rifiuto di ogni tipo di resistenza: “Rimetti la spada nel fodero”. La ragione è la volontà del Padre, alla quale Gesù non intende in alcun modo sottrarsi.

 

Se ora ci spostiamo alla fine del racconto, nei momenti vicini alla morte di Gesù, notiamo che anche qui Egli è pienamente consapevole degli eventi tragici di cui è protagonista, eventi che Gesù gestisce appunto come vero protagonista. In questa parte del racconto, ricorre tre volte il verbo “compiere”. Che cosa è compiuto? Dopo aver preso l’aceto, Gesù dice “E’ compiuto”, che non significa semplicemente che la fine è giunta. Bensì: l’opera che il Padre ha affidato a Gesù, è compiuta, realizzata fino in fondo; Gesù ha condotto fino al limite estremo il suo amore (“li amò sino alla fine”, leggevamo ieri nel vangelo). Le Scritture si sono compiute. La Croce non è un compimento come gli altri, ma il termine a cui tutta la Scrittura, e dunque il disegno di Dio tendeva. Subito dopo Giovanni descrive la morte di Gesù dicendo che Egli “consegnò lo spirito”. Gesù muore cosciente e consenziente: è Lui che china il capo e rende lo spirito. Gesù conclude la sua opera in un atto di serena consapevolezza e nell’atteggiamento che gli è stato abituale lungo tutta la vita: il dono.

 

Un soldato trafigge il fianco di Gesù con la lancia e “subito ne uscì sangue e acqua”, dice Giovanni. Perché il sangue e l’acqua? Il sangue è il segno del valore redentore del sacrificio di Gesù, e l’acqua è il simbolo dello Spirito Santo e della vita che di quel sacrificio sono il frutto. Dalla Croce del Venerdì santo scaturiscono per tutta l’umanità questi doni che durano per sempre.

 

martedì 31 marzo 2026

GIOVEDI SANTO: MESSA VESPERTINA “IN CENA DOMINI” 2 aprile 2026

 





 

 

Es 12,1-8.11-14; Sal 115 (116); 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

 

Il brano evangelico d’oggi inizia con queste parole: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”.  La sera del Giovedì Santo celebriamo l’ora di Gesù, l’ora in cui egli manifesta pienamente sé stesso facendosi dono per noi. Nell’eucaristia facciamo memoria di Gesù, del suo dono personale in nostro favore e siamo inviati ai nostri fratelli per farli partecipi della “pienezza di carità e di vita” (cf. colletta della messa) attinta dal mistero eucaristico.

 

Nel racconto fondatore dell’eucaristia riportato da san Paolo (cf. seconda lettura) si pone nelle labbra di Gesù per ben due volte, dopo le parole sul pane e quelle sul calice, l’ordine: “fate questo in memoria di me”. Cosa significa fare, ripetere questi gesti “in memoria” di Gesù? Per cogliere il significato di questa espressione bisogna risalire all’istituzione della Pasqua ebraica, di cui ci parla la prima lettura; dopo le prescrizioni rituali riportate dal testo, il brano conclude con queste parole: “Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore…” Nella cultura giudeo-cristiana, ricordare o fare memoria esprime la convinzione che l’evento salvifico si attualizza nella storia. In questo senso, l’eucaristia non è un ricordo solo interiore o un segno senza riscontro nella realtà, ma ripresentazione efficace nel sacramento del sacrificio di Cristo nell’oggi della Chiesa in tensione verso la realtà gloriosa del Cristo risorto.  

 

La memoria di Gesù è dinamica: essa proietta in avanti la Chiesa che in questo modo ha preso contatto con il suo Signore e che deve esprimere nell’esistenza ordinaria quello che Gesù ha vissuto sulla terra, vale a dire l’amore a Dio a agli uomini “sino alla fine”. Questo è il senso della lavanda dei piedi (cf. vangelo), tramandata solo da Giovani al posto dell’istituzione eucaristica. In questo modo, san Giovanni presenta l’eucaristia come il sacramento dell’abbassamento, dell’obbedienza, del sacrificio spirituale e dell’amore di Cristo, del dono totale di sé per la salvezza di noi tutti.

 

Possiamo concludere affermando che il messaggio del Giovedì Santo è tutto qui: vivere, ad esempio di Cristo, la nostra fede come dono di noi stessi al servizio dei nostri fratelli, nella obbedienza a Dio Padre. Questo è il senso dell’eucaristia, questa è la missione fondamentale del sacerdozio ministeriale nella Chiesa e questo è il nocciolo della vita cristiana sintetizzata nel comandamento nuovo dato da Gesù quando dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Gv 15,12).

 

venerdì 27 marzo 2026

DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE (A) 29 marzo 2026

 


 

Is 50,4-7; Sal 21(22); Fil 2,6-11; Mt 26,14 – 27,66

 

 

Questa domenica introduce nella celebrazione del mistero pasquale di Gesù, mistero di morte e di vita. Ecco perché la liturgia ci presenta questi due quadri: l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme in cui la folla lo acclama re benedetto dal Signore e le ore tragiche del tradimento, della solitudine e della passione e morte in croce. Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione. Al tempo stesso che noi commemoriamo questo evento, chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per partecipare della sua risurrezione (cf. colletta).

 

La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, parla di un giusto sempre disponibile all’ascolto della parola di Dio e alla proclamazione del messaggio di salvezza a favore degli oppressi, e quindi proprio per questo perseguitato. Questo servo giusto e fedele di Dio trova il suo pieno riscontro nel Cristo che deve pagare con la morte la sua volontà di liberare l’uomo dalla oppressione che lo tiene in soggezione. Il racconto della passione, che leggiamo nel vangelo di Matteo, descrive questo dramma. Infine, san Paolo nella seconda lettura ci ricorda che in questo modo Cristo è giunto alla vita e ha aperto a noi le porte della vita. Il prefazio della messa proclama sinteticamente: “Con la sua morte lavò le nostre colpe e con la sua risurrezione ci acquistò la salvezza”.

 

La passione e morte di Gesù è raccontata dai quattro evangelisti con diversità di accentuazioni. Ogni evangelista pur raccontando lo stesso avvenimento, esprime la propria personalità, soffermandosi sull’uno o sull’altro particolare, cosicché i quattro racconti presi insieme offrono una visione plurima e diversificata dell’unico evento.

 

Le caratteristiche fondamentali del modo con cui Matteo presenta la figura di Gesù negli eventi della passione si possono riassumere attorno a tre temi fondamentali: - Gesù subisce l’oltraggio degli uomini, ma lo fa in modo pienamente consapevole e non passivo, rimanendo pieno padrone della propria sorte. La morte non è stata per lui una fatalità ineluttabile a cui rassegnarsi, ma una scelta sofferta e consapevole di coerente fedeltà. Alla luce di questa consapevolezza vengono ridimensionati gli sforzi di Giuda e i complotti dei suoi avversari per arrestarlo – In verità, ciò che nella passione si compie è il disegno di Dio manifestato nelle Scritture. La passione e morte di Gesù è il compimento delle Scritture e quindi delle promesse di salvezza fatte da Dio al popolo d’Israele. Matteo, insistendo sulla realizzazione delle Scritture, ci fa capire che il progetto di Dio e l’obbedienza del Figlio a Lui vanno avanti nonostante l’incomprensione e l’ostilità dell’uomo, anzi, paradossalmente proprio attraverso di esse. La morte di Gesù è presentata come un evento definitivo nella storia dell’umanità. Con il suo sacrificio, Gesù inaugura un nuovo periodo della storia, i cosiddetti tempi ultimi, i tempi in cui ha inizio il dominio di Dio sul mondo. Gli sconvolgimenti tellurici, la terra che trema e le rocce che si spezzano, ne sono un segno. Tutto viene sconvolto da quell’ultimo respiro che, invece di dire morte, ridona la vita e apre alla totale comunione con Dio, dato che non c’è più un velo che separa la dimora di Dio da quella degli uomini.

 

Nel dramma di Gesù si compie il dramma di ciascuno di noi. La sofferenza che proviene dalla coerenza e dalla fedeltà a Dio, alla verità, alla giustizia, apparentemente porta alla sconfitta, al fallimento, addirittura alla morte; in realtà però, essa conduce alla vita. Così è stato in Cristo, e così è in noi.

 

 

domenica 22 marzo 2026

GESU’ CRISTO NEL CORANO

 



Il Corano parla frequentemente di Gesù. Lo chiama “figlio di Maria” (Sura II, III, IV, V, XXIII, XLIII, LVII, LXI), “Cristo” (Sura III, IV, IX), “Messaggero di Dio” (Sura IV), “Messia” (Sura IV, V, IX).

Nella Sura IV, si afferma, parlando degli Ebrei, “li abbiamo maledetti per via della loro incredulità e perché dissero contro Maria: Abbiamo ucciso il Cristo Gesù figlio di Maria, il Messaggero di Dio! Invece non lo uccisero né lo crocifissero, ma così parve loro”.  Più avanti si dice: “il Messia Gesù figlio di Maria non è altro che un Messaggero di Dio, una Sua parola che Egli depose in Maria, uno Spirito da Lui proveniente”. E nella Sura V si aggiunge: “Sono certamente infedeli quelli che dicono: Dio è il Messia figlio di Maria”. E più avanti: “il Cristo, figlio di Maria, non era che un Messaggero. Altri ve ne furono prima di lui, e sua madre era una santa”. Nella Sura IX si parla dello stesso tema: “I cristiani dicono: Il Messia è figlio di Dio. Questo dicono con le loro bocche. Ripetono le parole di quanti già prima di loro furono miscredenti. Li maledica Dio. Quanto sono fuorvianti! Hanno preso i loro dottori, i loro monaci e il Cristo figlio di Maria, come signori all’infuori di Dio, mentre era stato loro ordinato di adorare un Dio solo”.

 

Fonte: Il Corano (Grandi classici), Crescere Edizioni, Vedano Olona (VA) 2024