Translate

domenica 22 marzo 2026

GESU’ CRISTO NEL CORANO

 



Il Corano parla frequentemente di Gesù. Lo chiama “figlio di Maria” (Sura II, III, IV, V, XXIII, XLIII, LVII, LXI), “Cristo” (Sura III, IV, IX), “Messaggero di Dio” (Sura IV), “Messia” (Sura IV, V, IX).

Nella Sura IV, si afferma, parlando degli Ebrei, “li abbiamo maledetti per via della loro incredulità e perché dissero contro Maria: Abbiamo ucciso il Cristo Gesù figlio di Maria, il Messaggero di Dio! Invece non lo uccisero né lo crocifissero, ma così parve loro”.  Più avanti si dice: “il Messia Gesù figlio di Maria non è altro che un Messaggero di Dio, una Sua parola che Egli depose in Maria, uno Spirito da Lui proveniente”. E nella Sura V si aggiunge: “Sono certamente infedeli quelli che dicono: Dio è il Messia figlio di Maria”. E più avanti: “il Cristo, figlio di Maria, non era che un Messaggero. Altri ve ne furono prima di lui, e sua madre era una santa”. Nella Sura IX si parla dello stesso tema: “I cristiani dicono: Il Messia è figlio di Dio. Questo dicono con le loro bocche. Ripetono le parole di quanti già prima di loro furono miscredenti. Li maledica Dio. Quanto sono fuorvianti! Hanno preso i loro dottori, i loro monaci e il Cristo figlio di Maria, come signori all’infuori di Dio, mentre era stato loro ordinato di adorare un Dio solo”.

 

Fonte: Il Corano (Grandi classici), Crescere Edizioni, Vedano Olona (VA) 2024

venerdì 20 marzo 2026

DOMENICA V DI QUARESIMA ( A ) – 22 marzo 2026

 



 

Ez 37,12-14; Sal 129 (130); Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

 

 

Questa domenica contiene un messaggio unitario, un messaggio di vita, di quella vita nuova che, ricevuta nel battesimo, si rinnova continuamente nel processo di conversione e nel segno sacramentale della riconciliazione. La vita promessa da Dio agli esuli a Babilonia attraverso gli oracoli del profeta Ezechiele, di cui parla la prima lettura, e concretamente offerta a Lazzaro nell’ultimo dei miracoli di Gesù narrato da san Giovanni nel vangelo d’oggi, è simbolo e profezia di questa vita nuova. Si tratta della stessa vita di cui parla san Paolo nella seconda lettura, una vita che è frutto della giustificazione. È questa l’interpretazione che fa il testo del prefazio della messa: Cristo, Dio Signore della vita, che richiamò Lazzaro dal sepolcro, “oggi estende a tutta l’umanità la sua misericordia, e con i suoi sacramenti ci fa passare dalla morte alla vita”.

 

Nel lungo brano del vangelo d’oggi, il centro di tutto il racconto non è tanto la descrizione del miracolo della risurrezione di Lazzaro, quanto l’autoproclamazione di Gesù che dice: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. La risurrezione di Lazzaro è quindi segno e garanzia di una realtà di vita più sublime: Gesù promette una vita che va aldilà della morte. Anche Lazzaro, dopo la risurrezione miracolosa operata da Gesù, rimarrà sottoposto alla legge della morte biologica. Non è questa però che ci deve spaventare. La vera morte è quella di colui che non accoglie il messaggio di Gesù e, chiudendosi nel suo peccato, rende vana l’azione di Dio che offre la salvezza attraverso suo Figlio. Oltre la morte del nostro corpo, c’è ancora la vita, c’è la risurrezione. Questa vita definitiva non è solo una realtà futura, è già inizialmente presente in noi e cresce nella misura in cui siamo fedeli agli impegni del battesimo col quale siamo stati introdotti nel regno della vita vera e definitiva.

 

La Scrittura compara il peccato alla morte. Così anche san Paolo ci ricorda oggi che il “corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia”. Possiamo spiegare questa affermazione con altre parole: nel corpo morto a causa del peccato viene ad abitare mediante la fede e il battesimo lo Spirito che è vita, cioè un nuovo dinamismo interiore che attinge alla forza di Dio e ci libera dalla tirannide del peccato e della morte. Dobbiamo quindi interrogarci su questa “vita” che è in noi, la vita dello Spirito, la quale è già vita definitiva e risorta che culminerà alla fine nella risurrezione dei nostri corpi. Se veramente crediamo in questo mistero che è in noi, la nostra esistenza si aprirà al dono di Dio e cercherà di sintonizzare sulla sua santa volontà. La parola di Dio in questa domenica di Quaresima ci invita ad aprire il sepolcro dei nostri egoismi, delle nostre cattiverie, del nostro peccato, affinché possa irrompere in noi la vita di Cristo.

 

L’eucaristia è nutrimento e garanzia di questa vita. Ha detto Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54).

domenica 15 marzo 2026

 


IL CULTO DEI SANTI

 

Ci sono alcune reliquie di improbabile autenticità esposte alla devozione dei fedeli, come: Il  Velo della Madonna (conservato in diverse località, come Assisi e Roma) e la Sana Cintola (a Prato, Italia); la reliquia del piede di Maria Maddalena, tradizionalmente identificato come il piede sinistro, è conservata a Roma nella Basilica di San Giovanni dei Fiorentini; la reliquia del dito di San Tommaso apostolo è tradizionalmente conservata a Roma nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme; ecc.

Non possiamo fare a meno di notare la grande differenza che spesso esiste tra la concezione che molti cristiani hanno della venerazione dei santi e delle loro reliquie e le motivazioni teologiche autentiche che sono alla base di questa venerazione. Osservando il modo concreto in cui il culto dei Santi è tal volta praticato nelle nostre comunità, è ragionevole chiedersi fino a che punto si comprenda l'eccezionale ricchezza di mediazione spirituale che questi eroi della fede possono esercitare come modelli di vita autenticamente cristiana nel cammino del Popolo di Dio verso il compimento del Regno. I Santi sono coloro che hanno vissuto pienamente il mistero pasquale di Cristo e, per questo motivo, sono esempi di vita cristiana e validi intercessori del Popolo di Dio. Le feste liturgiche dei santi, con i loro ritmi celebrativi e i loro testi, possono essere uno strumento pedagogico efficace per recuperare una solida devozione ai Santi, libera da pratiche superstiziose o semplicemente di sapore folcloristico e ricca, invece, di frutti di vita cristiana.   

 

venerdì 13 marzo 2026

DOMENICA IV DI QUARESIMA ( A ) – 15 marzo 2026

 



 

 

1Sam 16,1b.6-7.10-13; Sal 22 (23); Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

 

 

Gesù e i discepoli incontrano un uomo cieco, ma lo guardano con occhi molto diversi. I discepoli, seguendo la mentalità del tempo, vedono in lui un uomo punito per i suoi peccati, mentre Gesù vede nella malattia di quell’uomo una occasione perché si manifesti l’azione salvifica di Dio. Stessa persona, sguardo diametralmente opposto. Chi vediamo vedendo un malato? Che cosa vediamo nella sofferenza dell’altro o dell’altra? Lo sguardo colpevolizzante dei discepoli si oppone allo sguardo di solidarietà di Gesù.

 

Il racconto della guarigione del cieco nato operata da Gesù è un miracolo in due tempi caratterizzati da due incontri dell’uomo cieco con Gesù: nel primo incontro Gesù, dopo aver spalmato del fango sugli occhi del cieco, lo invia a lavarsi alla piscina di Siloe. Quegli va, si lava e torna che ci vede. L’uomo ormai guarito della cecità ha un secondo incontro con Gesù. Questo nuovo incontro è collocato alla fine di un itinerario di prove e di incomprensioni che porta il nostro uomo a riscoprire un’altra luce, quella di Cristo che egli esprime con la professione di fede: “Credo, Signore”, e con il gesto dell’adorazione: “E si prostrò dinanzi a lui”. Nel racconto di san Giovanni, il dono della vista del corpo è simbolo del dono della fede. Notiamo che nei due casi è Gesù che ha l’iniziativa: è lui che, passando, vede il cieco; ed è ancora lui che, avendo saputo che era stato cacciato dai farisei, lo incontra per guidarlo alla fede.

 

Il racconto della guarigione miracolosa del cieco nato, ci fa capire che la fede è un itinerario. Il cieco, come il catecumeno, arriverà ad essa per tappe. Il progressivo avvicinarsi del cieco alla luce è in parallelo contrasto con la progressiva cecità dei farisei. Il cieco dichiara di non sapere chi sia Gesù (v. 25). I farisei invece dichiarano di sapere che Gesù “non viene da Dio” (v. 16), anzi affermano che è un peccatore: è questa pretesa di sapere che giustifica il duro giudizio nei loro confronti (v. 41). I farisei presumono di sé, sono chiusi nella loro verità, credono di avere già la luce: per questo non sono aperti alla novità di Gesù.

 

Come il cieco del racconto, possiamo e dobbiamo approfondire sempre di più il nostro incontro con Cristo. Si tratta di un itinerario impegnativo. Confessare la propria adesione a Cristo può comportare l’opposizione del mondo, come nel caso del cieco nato, che non viene difeso neppure dai suoi parenti ed è escluso dalla comunità. Questo itinerario laborioso e impegnativo lo si compie guidati dallo stesso Cristo che, per primo, si rivela a noi. Illuminati dalla luce che è Cristo, la nostra esistenza diventa luminosa e siamo capaci di interpretare le vicende della vita con gli occhi della fede. L’eucaristia a cui partecipiamo è “mistero della fede”. Il cammino di fede iniziato nel battesimo ci conduce all’eucaristia, come al suo termine logico. È nell’eucaristia che viviamo in pienezza il nostro incontro con Cristo e con i fratelli.

 

 

domenica 8 marzo 2026

LA NOBILE SEMPLICITÀ (SC, n. 34)

 



 

La nobiltà esprime il senso del rispetto dell’uomo nei confronti del divino, che si disvela nell’esperienza rituale. Quando quella è, invece, nell’ordine della sciatteria o della pomposità esteriore, non viene colta nella sua essenzialità, che è appunto il rimando all’Altro.

Se, da una parte, “il rito esprime, a livello fenomenologico una logica dell’attesa, dell’indugiare, del ‘l’asciar essere gli esseri’, in quanto concede una dilazione al mondo, trattenendo il tempo”, dall’altra, però, l’uomo vive e gestisce il proprio tempo, che è sempre limitato, e non gli è permesso quindi di abusarne.

La brevità, che nelle orazioni latine era garantita dal cursus e dalla concinnitas o armonia del periodo, esprime un’altra caratteristica essenziale della simbolicità. Se quest’ultima, infatti, è un “mettere insieme”, allora l’esperienza liturgica deve possedere i connotati della concentrazione, cioè dell’intensità dell’esperienza, e perciò del gusto, del pathos, senza lungaggini e inutili stiracchiature.

Si può allora affermare che la vera bellezza è il gusto dell’amore salvifico: “Li amò sino alla fine… Prese il pane”. Per questo il gesto è bello. La Chiesa, nel ripetere il gesto di Cristo, lo trova bello perché riconosce nel gesto l’amore del suo Signore. Il senso estetico, il senso del bello nella liturgia non dipende in primo luogo dall’arte, ma dall’amore. In quest’ottica si comprende ancora meglio il riferimento di SC alla nobile semplicità, indice della “verità” dell’amore con cui si celebra.

 

Fonte: Gianni Cavagnoli, Bellezza e stupore dell’evento liturgico, Centro eucaristico, Ponteranica 2025, pp. 104-105 (senza le note a piè pagina).  

 

 

venerdì 6 marzo 2026

DOMENICA III DI QUARESIMA ( A ) – 8 marzo 2026

 



 

Es 17,3-7; Sal 94 (95); Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

 

 

La liturgia di questa domenica e delle due successive ci invita a rivivere le grandi tappe attraverso le quali i catecumeni erano (e sono) condotti alla riscoperta delle esigenze profonde della conversione a Cristo per mezzo dei simboli dell’acqua, della luce e della vita. In questa domenica ci viene proposta l’immagine di Gesù come acqua viva capace di dissetare ogni desiderio umano e di donare la vita piena ed eterna a coloro che chiedono di attingere alla sua fonte.

 

La sete di Israele nel deserto, di cui parla la prima lettura, e la sete di Gesù a Sicar, di cui parla il brano evangelico, ci illustrano il tormento dell’umanità che cerca la verità, che cerca Dio. Nel dialogo con la Samaritana Gesù promette un’acqua che disseta per sempre. Attraverso l’immagine dell’acqua viva, cioè di sorgente, Gesù intende sottolineare la sua capacità di comunicare all’uomo reali valori di vita, che siano in grado di salvarlo. Infatti, la sete, come la fame e forse di più, oltre ad essere uno specifico bisogno corporale dell’uomo, rappresenta un “simbolo” totalizzante dei diversi e numerosi desideri e aspirazioni uomane. In ciascuno di noi ci sono molteplici desideri, bisogni, aspirazioni. Si potrebbe dire che la nostra vita è fatta più da desideri che da realtà possedute. Ci portiamo dentro un vuoto che non riusciamo a riempire. Naturalmente, non è sbagliato avere dei desideri; sbagliato è restringere i desideri del nostro cuore a oggetti troppo limitati, meschini. Dio ci offre un dono, l’unico in grado di appagare la nostra sete di felicità.

 

Gesù ci toglie la nostra sete rinnovando i rapporti interpersonali, insegnandoci la verità del nostro rapporto con Dio e donandoci lo Spirito che rende autentici l’uno e gli altri. La vita e la salvezza che dona Gesù crescono in noi nella misura in cui accogliamo la sua parola. D’altra parte, l’Apostolo Paolo ci ricorda, nella seconda lettura, il carattere assolutamente gratuito del dono della salvezza, da noi immeritata, ma ora a nostra piena disposizione se accolta nella fede. Nel dialogo con la Samaritana, Gesù cerca di condurre la sua interlocutrice a questa stessa consapevolezza quando le dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: dammi da bere!” Conoscere il dono di Dio significa che al di là dei nostri bisogni immediati e dei nostri desideri c’è qualcosa di più grande che possiamo solo ricevere come un dono dalla mano di Dio.

 

La sete di salvezza si soddisfa nell’eucaristia. San Giovanni Crisostomo afferma: “Mosè percosse la roccia e ne ricavò torrenti d’acqua, (Cristo) tocca la mensa eucaristica, batte la tavola spirituale e fa scaturire le fonti dello Spirito” (Catechesi II).

 

domenica 1 marzo 2026

L’OBBEDIENZA AL’ORDO

 



 

Nella celebrazione liturgica, l’obbedienza all’Ordo custodisce la relazione comunionale tra i fedeli partecipanti. Osservando disciplinatamente l’Ordo non mettiamo davanti le nostre opere, la nostra volontà, ma dischiudiamo uno spazio al farsi presente e sperimentabile del Mistero: “La forma rituale è insostituibile proprio perché ha come nota qualificante la sospensione dell’agire a partire da se stessi. In forza di tale interruzione si crea un posto per l’agire di Colui che proviene dall’Alto e si libera lo spazio per la presenza attiva di altri oltre a noi stessi”.

Quanto questo sia salutare per trovare vie pratiche per camminare insieme, per vivere la sinodalità, per la partecipazione di tutti alla missione evangelizzatrice della Chiesa, è evidente da sé.


Fonte: Elena Massimi, Liturgia e sinodalità. La celebrazione cristiana: fonte e culmine della Chiesa sinodale (Dinamiche), Queriniana, Brescia 2025, p. 42. Il testo tra virgolette, l’autrice lo prende da uno studio di G. Basani, La liturgia forma la comunità ed è forma della comunità.