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venerdì 12 giugno 2026

DOMENICA XI DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 14 giugno 2026

 



 

 

Es 19,2-6a; Sal 99 (100); Rm 5,6-11; Mt 9,36 -10,8

 

In questa domenica la parola di Dio ci invita a contemplare alcuni aspetti del mistero della Chiesa, precisamente la sua dimensione di “nuovo popolo di Dio” raccolto dall’amore di Gesù con la cooperazione dei suoi discepoli. Prefigurata dall’elezione sinaitica, la Chiesa è definita dalla comunione che vincola a Cristo i credenti in lui. A tal fine, Gesù chiama a sé i dodici e li invia (apostoli appunto, cioè inviati) ad annunciare il Vangelo e ad operare segni visibili che confermano la reale presenza del regno di Dio tra gli uomini. 

 

Vale la pena soffermarsi in modo particolare sul racconto evangelico ed esaminare le parole e i sentimenti di Gesù. Anzitutto, vediamo che Gesù sente “compassione”, non rimane indifferente di fronte alle folle che lo seguono. Dio aveva provato compassione per il popolo d’Israele quando, in Egitto, era sotto il peso dell’oppressione; Gesù prova ora compassione per le folle che sono stanche e senza una guida. La compassione è un’espressione dell’amore che vuole la vita dell’altro. Gesù poi invita a pregare. In questo modo, egli fa capire ai suoi discepoli che solo Dio è in grado di rispondere efficacemente ai bisogni dell’uomo. Finalmente, Gesù manda i dodici apostoli in missione a guarire le infermità e ad annunziare che il regno di Dio è vicino. In questo modo, Gesù fa capire che ormai il ruolo di Israele è compiuto. Alle dodici tribù di Israele subentrano i dodici apostoli scelti da Cristo e inviati a raccogliere gli uomini nel nuovo popolo di Dio. All’inizio di questo nuovo popolo non stanno dodici fratelli legati tra loro da vincoli di sangue, ma dodici persone unite solo dai vincoli della fede in Cristo. Il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, non è una realtà etnica, ma una realtà di fede. Attraverso la fede si stabilisce un forte legame con Gesù che diventa un fortissimo legame con gli altri credenti. Nasce così la Chiesa, nuovo popolo di Dio. Tutto ciò che nella prima lettura si afferma del popolo di Israele, “regno di sacerdoti”, “nazione santa”, si compie pienamente nella Chiesa. Ciò significa che la Chiesa è chiamata ad esprimere una presenza profetica tra gli uomini, a testimoniare dentro alla storia le opere della giustizia e della pace, frutto della riconciliazione con Dio ottenuta per mezzo di Gesù Cristo morto e risorto per noi (cf. seconda lettura).

 

In sintesi, possiamo affermare che la risurrezione di Cristo è il compimento della missione di Israele, perché nel Signore risorto Dio offre a tutti gli uomini di partecipare al banchetto del regno dei cieli. Di questa grazia i discepoli sono testimoni e dispensatori con la gratuità stessa dell’amore di Dio. Cristo “chiama” ma per “inviare”; non vuole creare gruppi elitari, sette di perfetti, ma un fermento per le masse, una comunità di persone impegnate a lottare contro ogni forma di male. Questa è stata la sua vita e così deve essere quella dei suoi discepoli.

         

L’eucaristia prefigura l’unione con Cristo e realizza l’unità nella Chiesa (cf. l’orazione dopo la comunione).

 

domenica 7 giugno 2026

LA DUPLICE TRADIZIONE SINOTTICA E GIOVANNEA DELL’EUCARISTIA

 


Dell’istituzione eucaristica abbiamo nel Nuovo Testamento due tradizioni: quella dei vangeli sinottici più Paolo e quella del vangelo di Giovanni. Il gesto di Gesù che lava i piedi ai discepoli (Gv 13,1-17) svolge nella trama del quarto vangelo un ruolo simile a quello dell’eucaristia dell’ultima cena nei vangeli sinottici. La lavanda dei piedi avveniva sempre prima della cena. Invece Gesù lava i piedi durante la cena. Si tratta di un gesto del tutto insolito che suggerisce di osservarlo in modo del tutto nuovo. Si tratta di un gesto di rivelazione, non di un semplice servizio o di un gesto di ospitalità. Neppure si tratta semplicemente di un gesto di umiltà o di un buon esempio che insegna ai discepoli ad amarsi l’un l’altro. Con il suo gesto Gesù rende visibile la logica di amore e di dono che ha guidato tutta la sua vita; è servendo e donandosi che Cristo si rende disponibile nelle mani del Padre, divenendone l’immagine e la trasparenza. Anche nel racconto dell’ultima cena, Luca parla dell’eucaristia come dono: Gesù spezza il pane e lo offre ai discepoli dicendo: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi”, e dopo la cena prende il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi” (Lc 22,19-20). Il fatto che Gesù, alla vigilia della sua passione, abbia preso del pane e del vino e/o si sia cinto di un grembiule per lavare i piedi dei suoi discepoli è una memoria unica. In che senso?

L’attestazione evangelica della duplice tradizione sinottica e giovannea del gesto con cui Gesù ha voluto significare il suo dono pasquale deve lasciare aperta una sana tensione sacramentale e di conversione pastorale. I due racconti si interpretano e si autenticano a vicenda come liturgicamente la liturgia romana afferma con la scelta del vangelo della lavanda dei piedi nella Messa in Coena Domini del Giovedì santo. Non va dimenticato che il gesto del pane e del vino rischia di far regredire l’eucaristia ai suoi precedenti riti ebraici.  Proprio la memoria dell’altro gesto – quello della lavanda dei piedi – ci aiuta a mantenere vivo il senso proprio dell’intero mistero pasquale. Il duplice gesto di Gesù per dire il segno del suo dono pasquale è la chiave per rinnovare il nostro stile eucaristico, perché la celebrazione nutra l’esistenza credente e ne renda affidabile la testimonianza.

venerdì 5 giugno 2026

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (A) – 7 giugno 2026

 



 

 

Dt  8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

 

Della molteplice ricchezza che racchiude il mistero eucaristico, le letture bibliche odierne, come del resto fa l’intero Nuovo Testamento, mettono in evidenza in modo particolare la dimensione di dono e di nutrimento. I segni del pane e del vino esprimono prima di tutto e soprattutto il banchetto. La prima lettura fa riferimento ai doni elargiti da Dio al suo popolo nel deserto, dove Israele ha sperimentato la provvidenza paterna del Signore. Fra questi doni spicca la manna, quel nutrimento misterioso considerato poi da Gesù nel brano del vangelo d’oggi come prefigurazione o anticipazione del pane che Egli stesso dona a chi crede in Lui e che, contrariamente al cibo del deserto, è nutrimento per la vita eterna. Questo pane è Gesù stesso. Nella seconda lettura, san Paolo afferma che questo cibo ha la forza di costruire la comunione fra tutti quelli che lo mangiano: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”. L’eucaristia è vero nutrimento spirituale per i singoli e per l’intera comunità.

 

Nel deserto Dio ha nutrito il suo popolo con la manna, ma i doni del Signore sono sempre solo il segno di quel dono che è Egli stesso. L’eucaristia proclama quindi questa verità: Dio ci nutre con un pane che viene dal cielo; ma questo pane non è solo un nutrimento materiale o spirituale; è Dio stesso che si dona a noi nel suo Figlio: “il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Con queste parole, Gesù interpreta la sua vita come un dono capace di procurare la salvezza agli uomini. Ciò si avvera nel momento in cui Gesù offre la sua vita sulla croce. L’offerta di sé che Gesù ha consumato sul calvario, si perpetua nell’eucaristia sotto forma di pane e di vino, di nutrimento messo a nostra disposizione. Le parole di Gesù nell’ultima cena sono chiare al riguardo: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi”.  Il primo dei due prefazi dell’eucaristia proposti dal Messale sviluppa in modo particolare questa dimensione sacrificale dell’eucaristia, istituita da Cristo come “rito del sacrificio perenne”.

 

Per tutto il tempo del pellegrinaggio verso la terra promessa il popolo eletto è stato sostenuto con la manna data da Dio. Così Israele ha imparato nel deserto che l’uomo non ha bisogno solo di pane per nutrire il suo corpo ma anche del dono di Dio per compiere il suo cammino e dare senso alla sua esistenza. Noi sappiamo che questo dono di Dio è Dio stesso che si è donato per noi in Gesù Cristo. Il dono di Cristo è presente per noi nell’eucaristia. Nella partecipazione all’eucaristia riaffermiamo la nostra appartenenza a Cristo ed entriamo in comunione con la sua esistenza offerta al Padre per noi. In questo modo, diventiamo membra del corpo di Cristo e costituiamo una sola cosa con tutti i nostri fratelli. L’orazione sulle offerte ribadisce questa dottrina quando afferma che “i doni dell’unità e della pace” sono “misticamente significati nelle offerte che presentiamo” al Signore. Nella messa di oggi, come si vede, la liturgia della parola e la liturgia eucaristica si presentano in una unità strettissima.

 

 

domenica 31 maggio 2026

LITURGIA E SINODALITÀ

 



Elena Massimi, Liturgia e sinodalità. La celebrazione cristiana: fonte e culmine della Chiesa sinodale (Dinamiche), Queriniana, Brescia 2025. 96 pp. (€ 9.00).

Liturgia e sinodalità condividono una connessione “connaturale”: separare questi elementi comprometterebbe sia la profondità teologica della sinodalità, sia il ruolo della liturgia come manifestazione della Chiesa. È attraverso la partecipazione liturgica, culminante nell’eucaristia domenicale, che si forma la vera comunione ecclesiale. L’ascolto comunitario della parola di Dio e la celebrazione eucaristica costituiscono così il fondamento simbolico e concreto della sinodalità.

La liturgia diventa manifestazione di una Chiesa intrinsecamente sinodale attraverso due dimensioni: la ministerialità plurale dell’assemblea, che esprime praticamente la diversità dei doni dello Spirito, a servizio della comunità e della missione, e i linguaggi liturgici, sia verbali sia non verbali, che armonizzano e anzi valorizzano le differenze senza appiattirle, rivelando e costruendo il corpo di Cristo.

In definitiva, il celebrare plasma la Chiesa nella sua dimensione comunionale, vero orizzonte della sinodalità.

 

(Dalla quarta di copertina)   

venerdì 29 maggio 2026

SANTISSIMA TRINITA’ (A) – 31 maggio 2026

 



 

Es 34,4b-6.8-9; Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18

 

Nel salmo responsoriale, Anania, Azaria e Misaele, i tre giovani salvati miracolosamente dal fuoco della fornace, ci invitano ad esaltare il Signore, che è degno di lode e di gloria. A questo Dio grande e infinito, che nel Nuovo Testamento si è rivelato come uno e trino, che con la sua presenza riempie l’universo e che soprattutto ha voluto fare del cuore umano la sua dimora, eleviamo la nostra preghiera di lode.

Celebrare la solennità della Santissima Trinità, più che professare un dogma, significa celebrare la storia della nostra salvezza, di cui Dio è il principale protagonista, quel Dio che si è reso visibile nel suo Figlio fatto carne e che continua la sua opera in mezzo a noi attraverso l’azione dello Spirito Santo. Il mistero della santa Trinità ci appare così il mistero di un’infinita presenza che avvolge la nostra esistenza e le spalanca davanti le profondità della vita divina.

Le tre letture, che ci vengono proposte nella messa, tracciano come un itinerario di rivelazione progressiva del mistero di Dio uno e trino agli uomini: un Dio che si rivela come “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (prima lettura); un Dio che salva: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (vangelo); un Dio che rimane sempre con noi: “vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi” (seconda lettura). Dio ci si è rivelato nel Padre come creatore e Signore dell’universo, principio e fine di ogni cosa; nel Figlio incarnato come salvatore e redentore; e nello Spirito Santo, effuso nei nostri cuori, come forza e presenza santificante.

La festa odierna è riassuntiva di quanto abbiamo celebrato da Natale a Pasqua - Pentecoste; una festa in cui contempliamo tutto quanto Dio uno e trino ha fatto per noi, e per tutto ciò lo lodiamo e ringraziamo. La Scrittura non dice chi Dio sia, ma come Dio agisce. Non festeggiamo quindi direttamente quello che Dio è in se stesso, perché in fondo Egli rimane sempre invisibile e inafferrabile alla nostra comprensione, ma vogliamo semplicemente far festa globale delle tracce lasciate da Dio nel suo passaggio dentro la nostra storia. Adorare questo Dio presente nella storia è riconoscere la sua proposta di amore e riconfermare la nostra adesione gioiosa a lui con una vita coerente e impegnata nella testimonianza di questo amore. In un mondo secolarizzato, e più o meno indifferente e addirittura ateo, dobbiamo aver il coraggio di testimoniare la nostra fede in un Dio che si rivela e vuol incontrare l’uomo, per liberarlo dalle sue schiavitù, e condurlo, tramite Cristo, alla vita eterna, un Dio che vuol essere in mezzo a noi come dono di amore e di comunione. Solo Dio è la vera e perfetta unità, la vera e perfetta comunione: rendendoci trasparenti a lui, rendiamo la nostra comunione con le persone divine quasi il fondamento e il criterio della riunificazione interiore e della fraternità umana. Così la Trinità diventa il cuore dell’esperienza cristiana.

 Dio non si presenta con potenza o con pretese di dominio o sudditanza, ma come colui che ama e genera comunione, quel legame, cioè, di intimità e unità che solo l’amore conosce e può diffondere, Il mistero trinitario offre l’immagine di un Dio ricco di rapporti in sé e come tale rivelatosi operante nella storia. Il fatto quindi che Dio sia ricco di relazioni, uno nella distinzione delle persone in pienezza di vita, ha delle conseguenze inimmaginabili per la comprensione dell’uomo, del mondo e della società. Tutto ciò si esprime nella dimensione della comunione e del dialogo.

È famosa l’affermazione di Kant: “la dottrina sulla Santa Trinità non porta nessuna utilità nella vita quotidiana”, parole che esprimono forse l’opinione di molti cristiani. Invece per Gesù il mistero trinitario è la radice, il punto di riferimento della sua missione quando si rivolge al Padre con questa toccante preghiera: “perché tutti siano una cosa sola, come tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi […] siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e li hai amato come hai amato me” (Gv 17,21-23).

 

domenica 24 maggio 2026

LA PREGHIERA

 



                                                                                        

Matta El Meskin, dopo una lunga esperienza di vita solitaria, è diventato il rinnovatore della vita monastica nel deserto di Wadi el Natrun in Egitto. È un padre spirituale molto conosciuto e stimato dall'intera chiesa copta e da tutti i cristiani presenti in Egitto. Dopo anni di vita eremitica ha inizio il suo irradiamento, sono giunti molti discepoli e ora attorno a lui, al monastero di S. Macario a Scete, cristiani di ogni estrazione accorrono per ascoltare il suo insegnamento spirituale, frutto di contemplazione, di preghiera e di ascesi. Ecco quanto afferma questo grande maestro spirituale: “Per quanto possiamo parlarne, tutte le nostre parole a proposito della preghiera non potranno mai eguagliare quel che l’esperienza insegna. La preghiera ha bisogno dell’esperienza. Pregare è essenzialmente fare esperienza della Presenza divina. Al di fuori di questa esperienza di Dio non c’è preghiera” (Matta El Meskin, L’esperienza di Dio nella preghiera, Qiqajon, Bose 1999, p. 371).

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica (= CCC), in concreto nella bellissima Parte IV, dedicata appunto alla preghiera, dopo aver parlato della preghiera di Abramo e di Giacobbe, di Mosè, di Davide, di Elia e dei profeti, si afferma: “L’evento della preghiera ci viene pienamente rivelato nel Verbo che si è fatto carne e dimora in mezzo a noi…” (CCC, n. 2598).

Ricordiamo, poi, quanto afferma Origene: “Prega senza sosta colui che unisce la preghiera ai necessari impegni e gli impegni alla preghiera. Soltanto così possiamo mettere in pratica il precetto “Pregate sempre” (1Ts 5,17): se consideriamo tutta l’esistenza cristiana come un’unica grande preghiera, della quale ciò che siamo abituati a chiamare preghiera è solo una parte” (Origene, La preghiera 12,2).

La preghiera è una luce che illumina il cammino della nostra vita.


 

venerdì 22 maggio 2026

DOMENICA DI PENTECOSTE (A) – 24 maggio 2026 Messa del giorno



 

 At 2,1-11; Sal 103 (104); 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

 

La Chiesa proclama che abitiamo in un mondo amico, nel quale possiamo contemplare la presenza amorosa del Signore. La Pentecoste celebra la presenza dello Spirito di Dio che rinnova mondo e uomini. Ecco perché siamo invitati a rendere grazie al Signore e a cantare: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra”.

La solennità di Pentecoste, che “porta a compimento il mistero pasquale” (prefazio), commemora il dono dello Spirito divino effuso sugli apostoli e su tutti noi. Lo Spirito è il dono più prezioso di Cristo risorto, principio di una nuova creazione, di una nuova realtà, è l’amore di Dio effuso nei nostri cuori per rinnovare la faccia della terra. Abbiamo sentito nel vangelo come Gesù appare agli apostoli e li saluta con queste parole: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Dopo aver detto questo, alita su di loro e dice: “Ricevete lo Spirito Santo...”  La prima lettura ci racconta in dettaglio la scena della discesa dello Spirito sugli apostoli riuniti nel cenacolo cinquanta giorni dopo Pasqua. Ma la Pentecoste non è un evento isolato nel tempo; è un prodigio che si prolunga nella storia. Infatti, san Paolo nella seconda lettura ci ricorda che tutti noi abbiamo ricevuto lo stesso Spirito nel quale siamo stati battezzati. Lo Spirito è effuso su tutti ed è all’origine dei diversi doni che sono in noi non solo per l’utilità personale ma anche “per il bene comune”.

Possiamo soffermarci brevemente su quest’idea, che è centrale nell’insegnamento dell’apostolo Paolo. Egli illustra la sua dottrina con un’immagine eloquente, il corpo: tutti formiamo un solo corpo, ma in molte membra; membra diverse, ma unite a formare un unico organismo. Lo Spirito Santo è il garante dell’unità che tiene unita e ben compaginata la Chiesa come un corpo, in cui la diversità di funzione e ruolo delle varie membra è al servizio del bene dell’organismo intero. La prima lettura ci ricorda che san Pietro nel suo primo annuncio del Vangelo nel giorno di Pentecoste era capito nella propria lingua dai numerosi stranieri convenuti a Gerusalemme. Lo Spirito di Pentecoste è una forza unificatrice che si contrappone vittoriosamente alla logica di divisione della torre di Babele (cf. Gen 11). Lo Spirito è principio di unità nella varietà. Il progetto di Dio è un mondo ricco nella varietà e saldo nella comunione. La varietà dei doni che lo Spirito Santo elargisce generosamente per il bene comune, esige il mutuo riconoscimento della dignità dell’altro e la collaborazione reciproca. Ognuno di noi è parte integrante e insostituibile nel grandioso progetto di Dio sulla storia. Nessuno è superfluo in questa storia, ma ognuno, con la sua particolare vita, con i suoi eroismi e anche con le sue debolezze, è chiamato a mettersi generosamente al servizio degli altri perché il Regno di Dio si compia.

Nell’orazione sulle offerte chiediamo al Padre che mandi lo Spirito “perché riveli pienamente ai nostri cuori il mistero di questo sacrificio”. Lo Spirito Santo ci fa percepire il senso profondo della redenzione e, in particolare, la grandezza e il valore del mistero eucaristico.