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venerdì 21 gennaio 2022

DOMENICA III DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 23 Gennaio 2022 - DOMENICA DELLA PAROLA

 


Ne 8,2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21

 

A noi che ci domandiamo talvolta il perché del mondo, della vita, Dio offre la sua Parola, che è Parola viva, sicura, indirizzo per la nostra esistenza; Parola divenuta persona, uno di noi, Gesù il nostro Salvatore. In Cristo Gesù la Legge trova pieno compimento (cf. Mt 5,17). Perciò per noi cristiani l’osservanza della legge si risolve in un rapporto personale d’amore con Cristo.

 

Nelle tre letture odierne, ritorna ripetutamente il tema della legge/parola di Dio. E’ una legge fatta di precetti, quella presentata da Esdra ai rimpatriati dall’esilio babilonese (prima lettura). E’ una legge interiore, come la vita dentro il corpo, che muove le membra a svolgere ciascuna una missione, quella presentata da san Paolo ai cristiani di Corinto (seconda lettura). E applicando a noi le parole di Gesù pronunciate nella sinagoga di Nazaret (vangelo), questa legge interiore è lo Spirito Santo che è sopra di noi e ci spinge e ci guida ad agire in una maniera liberante, significativa per noi e per gli altri. Le tre letture bibliche ci danno l’idea di una legge/parola, che viene via via interiorizzandosi, fino a diventare uno spirito che si compenetra col nostro spirito secondo le parole di Gesù: “Lo Spirito del Signore è sopra di me”.

 

San Bernardo di Chiaravalle, afferma che “il cristianesimo è la religione della “Parola” di Dio: di una Parola cioè che non è “una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente” (Homilia super Missus est, 4,11). Il Dio della Bibbia, a differenza degli idoli dei pagani, non è un dio muto. E’ un Dio vivente, ci parla in molteplici modi. E’ soprattutto in Cristo che la parola di Dio prende corpo e si rivolge a noi, e da scrittura o semplice parola diventa persona. Tutte le parole della Bibbia ci parlano di Cristo, come profezia o come evento. Ha detto bene il grande Dottore della Scrittura, san Girolamo, che “ignorare le Scritture è ignorare Cristo”. Abbiamo sentito le parole di Gesù nella sinagoga, che dopo aver letto un brano del profeta Isaia, si rivolge ai presenti con questa solenne affermazione: “Oggi è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Con altrettanta chiarezza, Gesù, la sera della sua risurrezione appare agli apostoli e dice: “bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44). In Cristo tutte le promesse di Dio diventano “sì” (cf. 2Cor 1,20).

 

Nella parola di Dio che viene proclamata ogni domenica nell’assemblea eucaristica è Cristo stesso che parla a noi, ci si rivela e ci interpella. Egli continua ad annunziare la buona novella della salvezza. Per questo l’ascolto e l’accoglienza della Parola dovrebbe diventare sempre esperienza gioiosa dell’oggi della salvezza. Forse la nostra cultura ha perso un po’ il senso e il valore della parola e, quindi, anche della parola di Dio. Forse anche noi la pensiamo come l’imperatore Marco Aurelio che diceva: “il linguaggio serve per nascondere il pensiero degli uomini”. Non di rado le nostre parole sono parole vuote, finte, incoerenti con la vita. Le parole di Gesù invece, come egli stesso ha detto, “sono spirito e sono vita” (Gv 6,63).

 

 

 


domenica 16 gennaio 2022

I CANTI DELL’ALBA MESSIANICA ADOPERATI NELLA LITURGIA DELLE ORE

 



Il Magnificat si apre con una voce solista che parla in prima persona: “Anima mia […] mio spirito […] mio salvatore […] la sua serva […] mi chiameranno beata […] ha fatto in me […]”. Poi è coinvolto tutto il coro dei “poveri del Signore” (in ebraico gli ‘anawim), cioè i giusti e fedeli già presenti nell’Antico Testamento, che elencano in sette verbi greci all’aoristo le azioni salvifiche di Dio, in difesa degli ultimi e dei miseri contro i potenti e i ricchi della terra: “Ha spiegato la potenza […] ha disperso i superbi […] ha rovesciato i potenti […] ha innalzato gli umili […] ha ricolmato gli affamati […] ha respinto i ricchi […] ha soccorso Israele […]”.

 

È un canto della Chiesa delle origini – almeno nello stato attuale della citazione lucana – che è messo sulle labbra di Maria per esaltare le scelte di Dio, estrose e sconcertanti agli occhi degli uomini. “Dio ha scelto ciò che è debole per confondere i forti, ciò che ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono”, scriveva Paolo nella Prima lettera ai cristiani di Corinto (1,27-28).

 

In parallelo al Magnificat può essere posto il cantico intonato da Zaccaria, il padre del Battista, dopo la nascita del figlio. Intitolato anch’esso dalla tradizione con la prima parola della versione latina, Benedictus, l’inno si compone nell’originale greco di Luca di due sole frasi monumentali (Lc 1,68-75 e 76-79). È quasi una sintesi di tutta la storia biblica che sta ora approdando al suo apice. La promessa e l’alleanza divine, che avevano avuto le loro tappe più significative in Abramo e in Davide, ora in Cristo raggiungono la loro pienezza.

 

[…] L’ultimo canto che Luca incastona nel tessuto narrativo del suo “Vangelo dell’infanzia” è pronunciato nel tempio di Gerusalemme da “un uomo giusto e timorato di Dio” di nome Simeone (2,25.35). Egli raffigura tutta l’attesa dell’Israele fedele che riconosce nel piccolo Gesù, presentato al tempio per essere riscattato come tutti i primogeniti ebrei (considerati appartenenti a Dio, secondo la norma biblica presente in Es 13), l’attuazione della sua speranza. Egli pronuncia anche un severo oracolo sulla storia futura, che sarà quasi lacerata dalla presenza di Cristo: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (2,34).

 

Ma il suo canto è dolce, è il Nunc dimittis, così chiamato dalle prime parole della versione latina di san Girolamo: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, da te preparata davanti a tutti i popoli, luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo Israele” (2,29-32). Il breve “salmo” di Simeone, fin da V secolo è divenuto la preghiera serale del cristiano, il canto della Compieta, l’orazione liturgica serale. Anzi, c’è chi ha ipotizzato che questo fosse il canto funebre di un fedele giusto, messo in bocca a Simeone.  

 

Fonte: Gianfranco Ravasi, Biografia di Gesù secondo i Vangeli, Raffaello Cortina Editore, Milano 2021, 157-158.

 

venerdì 14 gennaio 2022

DOMENICA II DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 16 Gennaio 2022

 


Is 62,1-5; Sal 95; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-11

  

In questa domenica ci viene proposta la scena semplice e toccante del miracolo delle nozze di Cana. Gesù si trova con sua madre Maria ed i suoi discepoli ad una festa di nozze nella cittadina di Cana di Galilea. Venendo a mancare il vino, Gesù cambia sei giare d’acqua in vino. Ciò che sembra interessare particolarmente a san Giovanni, che racconta il fatto, è che con questo primo miracolo Gesù ha manifestato la sua gloria ed i discepoli hanno creduto in lui. Questo prodigio, come i restanti miracoli compiuti da Gesù, sono chiamati da san Giovanni “segni”, in quanto mostrano che Gesù è il Figlio di Dio, il Messia, il Salvatore atteso.

 

La presenza di Maria non è una presenza di contorno, ma determinante e attiva. E’ Lei infatti a provocare l’intervento di Gesù. Alle parole di Maria “Non hanno più vino”, Gesù risponde: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Ma quale ora? Con Gesù giunge l’ “ora” attesa annunciata dai profeti: in lui Dio manifesta la sua gloria afferma san Giovanni, facendo eco alle parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria”. Secondo il vangelo di Giovanni, la gloria nascosta di Dio è apparsa nel Cristo fra gli uomini (cf. Gv 1,14; 11,4.40) ed è riconoscibile attraverso la fede (cf. Gv 2,11). Il dono della fede fa sì che i discepoli intravedano nel miracolo o “segno” operato da Gesù a Cana la presenza di Dio che salva. Il gesto compiuto da Gesù alle nozze di Cana è quindi una “epifania” messianica, cioè una manifestazione di ciò che egli è e della sua missione salvifica.

 

Nell’Antico Testamento la felicità promessa da Dio ai suoi fedeli è espressa sovente sotto la forma di una grande abbondanza di vino, come si vede negli oracoli di consolazione dei profeti d’Israele. Gesù, col miracolo dell’acqua cambiata in vino mostra che è cominciata l’era messianica in cui Dio comunica in abbondanza i suoi beni. Il momento culminante di quest’era sarà costituito dalla morte e risurrezione di Cristo, cioè dal mistero della sua pasqua. A questa fase culminante della sua opera si riferisce Gesù quando dice a Maria sua madre: “Non è ancora giunta la mia ora” (cf. Gv 7,30; 8,20; 12,23.27; 13,1; 17,1). In ogni caso, il vino nuovo che egli fornisce miracolosamente a Cana è già segno del dono completo della redenzione offerto sulla croce e perennemente presente nel sacrificio dell’altare: il vino distribuito in abbondanza è segno del sangue che sgorga dal costato di Gesù in croce, sangue della nuova ed eterna alleanza, versato per noi e per tutti in remissione dei peccati.

 

La salvezza attesa dai profeti e compiuta da Cristo è sempre presente in mezzo a noi nei segni del pane e del vino dell’Eucaristia che celebriamo in obbedienza alle parole del Salvatore: “Fate questo in memoria di me”. Ci possiamo domandare se per noi la partecipazione alla santa Messa è veramente un incontro di fede con il nostro Salvatore, un momento in cui riscopriamo il senso della nostra vita cristiana come vita di comunione con Dio e con i fratelli e sorelle, un momento di gioia e di grazia.

 

domenica 9 gennaio 2022

L’ORA MEDIA E IL SALMO 118

 



  

La struttura oraria della Liturgia horarum non risulta solo dal fatto che i singoli uffici sono scaglionati lungo la giornata, ma anche dal contenuto tematico riferito alle ore e ai misteri della salvezza ad esse storicamente legati.

 

Per quanto riguarda le ore minori, il Vaticano II ha soppresso l’ora di prima e ha conservato le altre ore minori di terza, sesta e nona. Fuori del coro si può scegliere una delle tre (ora media), quella cioè che meglio corrisponde al momento della giornata (cf. SC 89).

 

Nell’attuale ordinamento, come primo salmo dell’ora media si recita il Sal 118 (119): otto versetti ogni giorno nel corso delle quattro settimane. Si tratta del salmo più lungo di tutto il salterio, formato di 22 strofe e 176 versetti. È un’originale composizione alfabetica, nella quale non solo la prima parola, ma ogni versetto della strofa inizia con la medesima lettera dell’alfabeto ebraico in sequenza progressiva. Il Sal 118 potrebbe essere nato in epoca postesilica  all’interno della “casa dell’istruzione” di cui parla il Siracide (Sir 51,23), nella quale s’imparava l’arte dell’ascolto della Parola, della preghiera e della retta condotta.

 

L’argomento chiave del Sal 118 è tratto da uno dei filoni centrali del pensiero sapienziale ebraico: la Legge di Dio (Toràh), che nel corso del salmo viene denominata con otto parole ebraiche diverse: legge, parola, testimonianza, giudizio, detto, decreto, precetto, ordine. Questi termini, con sfumature varie, esprimono sempre la medesima realtà della Legge di Dio, nel suo senso più vasto e religioso di rivelazione del volere divino nella storia della salvezza. Le apparenti ripetizioni, che riscontriamo nel salmo, sono in realtà aspetti nuovi di una sola e medesima realtà: l’amore per la Parola di Dio. Infatti, il salmo è espressione di un grande amore per la Toràh da parte del salmista, che ha trovato la propria felicità in essa: “Nei tuoi decreti è la mia delizia” (vv.16, 24, 35, 77, 92, ecc.), e la guida sicura nel cammino della vita: “Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino” (v. 105). La Legge di Dio è preziosa, affidabile, stabile e giusta. È un salmo che esprime una pietà personale, profonda, senza formalismi né legalismi (vi troviamo quindici volte la parola “cuore”).

 

“Mi sono perso come pecora smarrita; cerca il tuo servo: non ho dimenticato i tuoi comandi” (v. 176). Su questa immagine evangelica così tenera, nell’umile supplica per essere cercato dal buon pastore, il salmista chiude la lunga litania, che è tutta un inno di amore alla Parola di Dio, di cui la Legge non è che una delle espressioni, che nel Cristo troveranno compimento.

 

Per familiarizzarsi con questo salmo se ne può meditare una strofa al giorno, secondo la proposta della Liturgia delle ore, che, come detto, prevede una strofa del salmo per ogni giorno della settimana (22 volte in quattro settimane), come primo salmo dell’ora media. Questa breve sosta davanti a Dio, durante la giornata, nel ricordo della sua Legge, santifica il nostro lavoro e il tempo che Dio ci elargisce affinché “per mezzo di Cristo offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome” (Eb 13,15). Il salmo, rivelandoci e facendosi contemplare il mistero della Parola di Dio e i suoi benefici spirituali, ci parla in realtà di Cristo, al quale tutta a Legge antica era ordinata.

 

venerdì 7 gennaio 2022

DOMENICA DOPO L’EPIFANIA: BATTESIMO DEL SIGNORE ( C ) 9 Gennaio 2022

 



  

Is 40,1-5.9-11; Sal 103; Tt 2,11-14; 3,4-7; Lc 3,15-16.21-22

 

In questa domenica, che è ancora in qualche modo una eco del tempo di Natale - Epifania, celebriamo il battesimo di Gesù al Giordano, in cui egli si rivela alle folle come il “Figlio prediletto” di Dio, sul quale scende lo Spirito Santo, colui che battezza “in Spirito Santo e fuoco” (vangelo). Le altre due letture chiariscono ulteriormente la figura e missione del Messia: egli “viene con potenza” a liberare l’uomo dalla sua “schiavitù” (prima lettura), “con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo” (seconda lettura). Il battesimo di Gesù al Giordano è simbolo di ciò che egli avrebbe compiuto nella realtà della vita, offrendosi come agnello di Dio sulla croce per i nostri peccati, mistero che si ripresenta sacramentalmente nella celebrazione eucaristica.

 

San Luca spende poche parole per raccontare il battesimo di Gesù (solo due versetti). Nel brano evangelico della festa, il racconto è preceduto da altri due versetti in cui il Precursore afferma che il Messia (Gesù) “battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. In questo modo, si propone un rapporto tra il battesimo di Gesù e il nostro battesimo, a cui fa riferimento anche la seconda lettura di Paolo. Se ora ci soffermiamo sul battesimo di Gesù, notiamo che il battesimo al Giordano, le tentazioni nel deserto e il discorso programmatico tenuto di Gesù nella sinagoga di Nazareth sono tre episodi legati insieme della presenza dello Spirito Santo.

 

Il racconto inizia con queste parole: “mentre tutto il popolo veniva battezzato…” (v. 21). Il battesimo del popolo fa da cornice del battesimo di Gesù Partecipando al movimento di rinnovamento e conversione suscitato dal Battista, Gesù mostra di concepire la sua vita come una vita di solidarietà nei confronti degli uomini. L’attenzione di Luca non cade sul battesimo in quanto tale ma sul fatto che mentre “stava in preghiera”, Gesù riceve lo Spirito Santo, e “una voce dal cielo” ne rivela l’identità: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”. La preghiera è un tema caro a Luca che, nel corso del Vangelo, presenta a Gesù altre otto volte in preghiera. Nel racconto del battesimo di Gesù ci sono tratti che lo avvicinano ai racconti di vocazione. Si può quindi stabilire un nesso tra i tre eventi in cui dicevamo è presente lo Spirito Santo: vocazione, prova, ministero.

 

Mettendo ora in rapporto il battesimo di Gesù con il nostro battesimo, possiamo dire sinteticamente che i tre elementi che costituiscono il battesimo di Gesù (filiazione divina, dono dello Spirito, missione) sono anche costitutivi del battesimo cristiano. Il Precursore afferma che Gesù “battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (v. 16). Alcuni traducono “in Spirito Santo che è fuoco”. È un fuoco che non distrugge ma purifica, un fuoco che trasforma, cioè dà una nuova forma. 

 

 

martedì 4 gennaio 2022

EPIFANIA DEL SIGNORE – 6 Gennaio 2022

 



 


Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

 

Il brano di Isaia proietta lo sguardo oltre gli orizzonti storici del tempo in cui fu scritto, annuncia una salvezza, che verrà offerta dal Messia, senza limiti geografici e sociali. Verso Gerusalemme “rivestita da luce”, simbolo della presenza del Signore, converge un fiume vivo di persone da ogni punto cardinale. Dopo l’umiliazione dell’esilio, ecco lo splendore futuro di Gerusalemme, il brillante avvenire della città santa e la sua vocazione universale. Di questa vocazione è erede la Chiesa di Gesù: essa è la nuova Gerusalemme chiamata ad illuminare tutti gli uomini con la luce di Cristo che si riflette sul suo volto (cf. Lumen Gentium, n.1). Sulla stessa linea d’onda, la seconda lettura parla di un “mistero” manifestato attraverso il ministero degli apostoli e dei profeti, secondo cui “i gentili sono chiamati, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”. Di fronte al Signore che viene, ciò che conta non è la razza o la cultura o la prudenza umana, ma soltanto la disponibilità della fede e l’attenzione ai segni dei tempi. Infatti, vediamo che la salvezza, offerta a tutti gli uomini, è accolta in primo luogo dai “lontani”. Coloro che conoscevano le Scritture, scribi e farisei, non hanno cercato e perciò non hanno trovato il Messia. I Magi, invece, si sono messi in cammino, hanno indagato, chiesto e trovato. Per trovare Gesù occorre assumere l’atteggiamento dei Magi: cercare il Signore; vedere i segni della sua presenza; andare al suo incontro. Il senso dinamico della fede si esprime poi nella chiamata a rendere testimonianza, ad annunziare a tutti la salvezza sperimentata, come i Magi nel loro ritorno da Betlemme. La buona novella del vangelo è indirizzata a tutti e deve perciò essere annunciata a tutti.

 

La simbologia della luce, già presente nella liturgia natalizia, la ritroviamo nella liturgia dell’Epifania con una sottolineatura particolarmente “epifanica” che si proietta sul mondo intero: “Oggi in Cristo luce del mondo tu hai rivelato ai popoli il mistero della salvezza…” Queste parole del prefazio invitano ad interpretare in senso cristologico la luce di cui parlano la prima lettura e il brano evangelico. La luce è il simbolo della presenza e del rivelarsi di Dio all’umanità che si realizza pienamente in Cristo. L’Apocalisse chiama il Cristo “la stella del mattino” (Ap 2,28; 22,16). Nella preghiera dopo la comunione supplichiamo Dio affinché questa sua luce “ci accompagni sempre in ogni luogo…”

 

Il nocciolo del messaggio dell’Epifania è quindi che Dio si manifesta, si fa uomo e chiama tutti a sé nel suo regno. Dice san Leone Magno: “Celebriamo nella gioia [...] l’inizio della chiamata alla fede di tutte le genti” (Liturgia delle Ore: Ufficio delle letture, seconda lettura). L’Epifania ci ricorda che Cristo è venuto per chiamare alla salvezza tutta l’umanità, simbolicamente rappresentata dai Magi di cui parla il vangelo. La Chiesa non può tenere per sé questo mistero, ma deve annunciarlo al mondo. Essa non può venir meno a questo compito che la rende insieme destinataria e serva della buona novella del vangelo. Ecco, dunque, che la solennità dell’Epifania diventa la logica e naturale conclusione del Natale e proietta tutti noi, come i pastori e come i Magi, sulle strade del mondo per annunciare a tutti gli uomini le meraviglie di Dio.

 

 

domenica 2 gennaio 2022

L’ADEGUAMENTO LITURGICO DELLE CHIESE

 


Duomo di Faenza

 

Tomaso Montanari, nel suo recente libro Chiese chiuse (Giulio Einaudi editore, Torino 2021, pp. 67-81), ammette che non è facile fornire un bilancio coerente, ma si può abbozzare una divisione in tipologie degli adeguamenti liturgici nefasti, secondo una classificazione pensata in base al danno arrecato alla chiesa. In una scala ascendente di gravità l'autore parla di 1) adeguamenti che introducono strutture o oggetti che alterano l’equilibrio storico e formale della chiesa e/o impediscono la visione e la corretta percezione dell'architettura e delle opere d'arte antiche; 2) adeguamenti che comportano lo spostamento delle strutture e le opere all'interno della chiesa stessa: 3) adeguamenti che comportano la rimozione di opere mobili; 4) adeguamenti che comportano la rimozione di strutture stabili; 5) adeguamenti che comportano l'alterazione della struttura architettonica e degli arredi fissi della chiesa. Per ogni tipologia di adeguamenti, Montanari offre esempi concreti.

 

L’adeguamento delle chiese alle esigenze della riforma liturgica promossa dal Vaticano II è un argomento delicato. L’autore cita al riguardo, e in gran parte condivide, una Nota pastorale della CEI del 1996, in cui si dice, tra l’altro: “a differenza di altri aspetti della riforma liturgica e della vita ecclesiale, l'adeguamento liturgico delle chiese non è fatto di interesse esclusivamente ecclesiale; è un evento di pubblica evidenza ed è oggetto di attenzione, di discussione, di valutazione anche al di fuori delle comunità cristiane. Infatti, alcuni recenti interventi di adeguamento hanno suscitato prese di posizioni, polemiche contrasti, sia per la loro evidenza e originalità, sia perché sono stati realizzati nel cuore di edifici che spesso costituiscono parte fondamentale del patrimonio monumentale del nostro paese e interessano per varie regioni i singoli e gruppi delle istituzioni”.

 

Il problema dell’adeguamento delle chiese alle esigenze del culto non è nuovo. Si è presentato più volte lungo la storia. Montanari fa riferimento, tra l'altro, alla storia della basilica di San Pietro in Vaticano. Il 18 Aprile del 1506 mentre Giulio II poneva la prima pietra della nuova basilica, i canonici della venerabile basilica costantiniana, che cominciava a subire i primi affronti, ribattezzavano Donato Bramante “mastro ruinante”, cogliendo appieno il nesso tra distruzione e costruzione quello che Horst Bredekamp ha definito “il principio della distruzione produttiva”.