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venerdì 16 ottobre 2026

DOMENICA XXIX DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 18 ottobre 2026

 



 

Is 45,1.4-6; Sal 95 (96); 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21

 

Dio ha scelto l’imperatore persiano Ciro il Grande per far ritornare gli Ebrei in patria (cf. prima lettura) ridando in questo modo libertà e dignità al popolo di Dio. Il re persiano Ciro, che era un despota e non conosceva il vero Dio, diventa in questo modo strumento della misericordia del Signore. Il profeta intende dimostrare che Dio è presente e agisce nella storia, facendo notare come operi in e per mezzo di persone che vivono al di fuori del suo popolo. Ciò ci insegna che Dio è alla guida della storia e sceglie con libertà le vie e i mezzi più opportuni per realizzare il suo progetto. In questo modo il profeta fa una interpretazione della storia alla luce della fede.

 

La nostra fede però, pur avendo il diritto di contemplare l’intervento di Dio nella storia e di dare la propria valutazione dei fatti, non può per questo negare o sottovalutare la responsabilità e i compiti che spettano a ciascuno di noi. Nel vangelo d’oggi ce lo ricorda Gesù con la sua famosa affermazione: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, l’unico pronunciamento ‘politico’ esplicito di Gesù. Poche sentenze del Vangelo hanno avuto la fortuna di questa che ci viene oggi ricordata. Non sempre però è stata capita in modo giusto. Gesù, nella risposta al tranello che gli tendono i farisei e gli erodiani, non si schiera né con la reazione né con la rivoluzione. Un “sì” o un “no” sulla legittimità di pagare il tributo a Cesare poteva essere un valido pretesto per screditare Gesù presso l’autorità politica o presso quella religiosa su un tema molto dibattuto. Nella sua risposta, Gesù riconosce il potere romano come dominazione di fatto, anche se non entra in merito alla sua legittimità o meno. La risposta di Gesù suppone implicitamente che quando un cittadino paga le tasse non per questo sottrae qualcosa a Dio; anzi, proprio operando in questo modo egli obbedisce a Dio. Infatti, della volontà divina fa parte anche l’ordine economico, sociale, politico che è chiamato a governare secondo giustizia i rapporti tra gli uomini. Insomma, Dio e la politica si collocano su livelli diversi di esperienza, ma non si tratta di livelli contrapposti. Ciò non toglie la possibilità di conflitti che l’esperienza storica mostrerà ben frequenti. È compito di ogni credente discernere se un tipo di obbedienza richiestogli si collochi coerentemente entro la sua obbedienza a Dio oppure no. La persona umana non è un “animale” meramente politico, così come non è un “animale” meramente religioso. Le due dimensioni devono stare insieme per raggiungere i loro fini propri a beneficio della stessa persona umana, che è un essere indivisibile.

 

In ogni caso, non si può relegare Dio entro una sfera puramente interiore, tentazione frequente nei nostri giorni. Dobbiamo far emergere nella nostra vita personale e nei nostri rapporti con gli altri i valori in cui crediamo: la fede operosa, la carità matura e la speranza costante in Gesù Cristo. Così insegna san Paolo ai cristiani di Tessalonica (cf. seconda lettura). Dobbiamo sempre e in ogni circostanza servire il Signore “con cuore sincero”.

domenica 11 ottobre 2026

RINUNCIARE PER SCEGLIERE

 



 

La Chiesa dei nostri giorni è giustamente proiettata a vari livelli e su molti fronti nell’elaborare nuove scelte per fare spazio a nuovi scenari di vita ad intra e di testimonianza ad extra. La significativa sfida del cammino sinodale lanciato da papa Francesco è l’estremo tentativo di una ricezione dal basso di tutte le sue provocazioni magisteriali con cui ha stimolato – dall’alto – la vita della Chiesa. Indubbiamente è una grande scommessa e un processo di discernimento a dir poco entusiasmante.

Nondimeno, ha volte si ha l’impressione di una gran voglia di compiere scelte nuove e di arrischiare cammini inediti – urgentemente necessari – senza mettere in conto l’inevitabile rinuncia. Senza una concreta disponibilità a saper rinunciare, nulla di seriamente nuovo potrà davvero accadere nella Chiesa e per la Chiesa. La lex orandi – strettamente legata alla lex credendi e alla lex vivendi – ci ricorda nel solenne momento delle promesse battesimali dei catecumeni e della comunità che li rinnova, celebrando la Veglia pasquale, un principio basilare: non si può dire “Credo” senza aver avuto il coraggio e la lucidità di dire “Rinuncio”. La forma rituale conserva e trasmette la forma vitale perché si possa procedere nella propria fedeltà discepolare senza smarrirsi, ma pure senza illudersi: la rinuncia è premessa ineludibile per mettersi in un cammino di novità di vita.  

 

Fonte: Fratel MichaelDavide, La Chiesa che morirà. L’arte di raccogliere i frammenti per impastare nuovo pane, San Paolo, Cinisello Balsamo 202, pp. 38-39.

venerdì 9 ottobre 2026

DOMENICA XXVIII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 11 ottobre 2026

 


 

Is 25,6-10a; Sal 22 (23); Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

 

Con questa domenica, mentre l’anno liturgico volge verso la fine, i testi della liturgia cominciano a mettere l’accento sui temi delle ultime realtà. Ciò viene fatto oggi adoperando l’immagine biblica ben conosciuta del “banchetto”. Il banchetto è una concreta espressione di gioiosa convivialità. I profeti, soprattutto Isaia, paragonano volentieri la felicità degli eletti a quella dei convitati chiamati da Dio a partecipare a un sontuoso banchetto. La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, servendosi dell’immagine del banchetto preparato dal Signore “per tutti i popoli” vuole darci l’idea della salvezza universale. Grazie anche alla dura esperienza del deserto, Israele ha imparato a interpretare la storia come continua tensione verso un futuro di salvezza. Ciò gli dà la possibilità di vedere la provvisorietà e l’incompiutezza del presente, di sentirsi sempre in cammino verso la stabilizzazione della salvezza universale, e di vivere quindi il presente nella gioiosa speranza del compimento delle promesse divine.

 

Se leggiamo il brano evangelico di Matteo alla luce del testo d’Isaia, il banchetto nuziale di cui parla Gesù nella parabola non va inteso come un semplice momento di festa, ma come il segno del compiersi del dono messianico di Dio, il compimento delle sue promesse che annunciano vita e luce e consolazione. Gesù, riprendendo l’immagine e la speranza del profeta, avvicina i tempi e vede già nell’oggi il compimento delle promesse. Il regno di Dio è giunto nella persona di Gesù, attorno alla quale avviene la convocazione universale. Tutti siamo invitati alla festa di nozze del figlio del re. Le nozze sono quelle di Gesù con l’umanità nel mistero della sua Incarnazione.  

 

La storia cammina verso una conclusione positiva: il dono della salvezza che Dio offre a tutti senza distinzione. Siamo già ora partecipi di questo dono, ma solo in parte. Nell’accoglienza o meno dei suoi valori decidiamo già oggi della nostra sorte, del nostro futuro. La salvezza è decisa dalle scelte di ogni istante. Siamo in cammino, pellegrini nel mondo, protesi verso le realtà definitive, che conosceranno l’eliminazione di ogni sofferenza e la comunione definitiva con Dio. Nelle fatiche di questo cammino lungo e difficile ci guida il Signore Gesù. Perciò anche noi possiamo ripetere con san Paolo (cf. seconda lettura): “Tutto posso in colui che mi dà la forza”.

 

La celebrazione eucaristica è il segno sacramentale del banchetto eterno. In essa Cristo si dona con il suo corpo e il suo sangue e apre a noi il cammino verso il Padre (cf. Preghiera eucaristica V/C).

domenica 4 ottobre 2026

L’ORDINE PRESBITERALE DAL POTERE AL SERVIZIO

 

   


 

Nell’ordinazione dei presbiteri ( editio typica altera 1990) è stato sì mantenuto il gesto della consegna del calice e della patena, più precisamente, secondo la nuova formulazione, del pane e del vino, ma, modificando la formula che lo accompagna, se ne è radicalmente mutato il significato: “Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai. Imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore” (OVPD, 150). Come si può notare si passa dal linguaggio del conferimento di un potere a quello del servizio. Ciò che si riceve non sono tanto degli “strumenti” per l’esercizio del ministero della liturgia, simboli del potere sul corpo sacramentale di Cristo e in relazione ad esso su quello ecclesiale, ma le offerte del popolo santo. A sottolineare questo aspetto è anche il linguaggio non verbale. Il vescovo consegna il pane e il vino che ha ricevuto dai fedeli. Sono essi, infatti, che processionalmente hanno portato al vescovo le offerte per la celebrazione dell’Eucaristia. Emerge qui la relazione tra sacerdozio comune, proprio di ogni battezzato, e il sacerdozio ministeriale: essi sono ordinati l’uno all’altro (LG 10). In particolare, per il presbitero la relazione con il sacerdozio dei fedeli assume la cifra del servizio. SC 48 afferma infatti che i fedeli offrono “la vittima senza macchia non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui”. Proprio questo insieme porta l’Ordinamento Generale del Messale Romano a connotare così il compito della presidenza del presbitero: “Pertanto, quando celebra l’Eucaristia, deve servire Dio e il popolo con umiltà e, nel modo di comportarsi e di pronunciare le parole divine, deve far percepire la presenza viva di Cristo” (n. 93). Il presbitero, infatti, è segno-presenza di Colui che raduna e al tempo stesso luogo di comunione di ogni assemblea liturgica con la Chiesa tutta. In altre parole, è un segno esteriore della sottrazione del Sacramento al nostro disporre e del suo carattere relativo alla Chiesa universale.

 

Fonte: Angelo Lameri, “Il conferimento del potere nei riti di ordinazione”, in Paolo Tomatis (ed.), Rito e potere (“Caro salutis cardo” Contributi 41), CLV Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2026, pp. 127-151 (qui pp. 149-151).

venerdì 2 ottobre 2026

DOMENICA XXVII DEL TEMPO ORDINARIO (A) – 4 ottobre 2026

 

 


Is 5,1-7; Sal 79 (80); Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

 

 

Al centro dei testi biblici di questa domenica ritorna l’immagine della vigna, molto usata sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Il Sal 79, salmo di lamentazione, è una specie di autobiografia di Israele nel momento in cui sente venir meno la luce del volto di Dio, fonte di luce e di speranza. Israele vuole ritornare ad essere la vigna di Dio, curata con premura dal grande vignaiolo. Ora invece, priva di difesa, è territorio di libera caccia e di preda. Alla fine del salmo, la supplica diventa pressante e piena di speranza: “... Signore, Dio degli eserciti, fa che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”. Anche noi, nonostante tutte le nostre infedeltà, continuiamo ad essere quella vigna per la quale Dio ha compiuto meraviglie.

 

L’immagine della vigna, sia nella prima lettura che nella parabola del vangelo, si riferisce al popolo d’Israele ed esprime un giudizio di sofferenza su un popolo molto amato, ma che ha deluso e tradito l’amore del proprio Dio. Il profeta Isaia, vissuto all’epoca nella quale, probabilmente, fu composto il salmo responsoriale, pare dare una risposta agli interrogativi posti dal salmista a Dio sulla sua vigna d’Israele. Il testo profetico è un rimprovero a un popolo che si accontenta di una religiosità superficiale, ma non preoccupato di andare oltre le pratiche del tempio per portare frutti nel contesto di una vita sociale segnata da maggior senso della giustizia e moralità nelle relazioni umane, in conformità al patto di alleanza che lega Dio al suo popolo. Tra Dio e il suo popolo non c’è solo un rapporto di possesso (proprietario e proprietà), ma anche e soprattutto un rapporto di amore; la vigna assume i caratteri della persona umana.

 

L’oscura minaccia, presente nell’allegoria della vigna, trova il suo definitivo riscontro al tempo di Gesù e si concretizza come passaggio della vigna, e cioè del regno di Dio, alle nazioni pagane. Il fallimento del popolo dell’antica alleanza non arresta il piano di Dio: esso continua presso tutti coloro che sono disponibili alla fede, pronti ad accogliere e vivere la parola di Dio. La parabola della vigna contiene un severo ammonimento anche per noi cristiani. Un motivo ricorrente nel vangelo di san Matteo è quello di “portare frutti” (Mt 3,8.10; 7,16-20; 12,33; ecc.). L’appartenenza al Regno non è un privilegio formale, ma un dovere, che impegna a professare con le opere la fede nel Signore Gesù. Ciò che abbiamo appartiene a Dio e ci è affidato in gestione; ma Dio appare talvolta lontano, tanto lontano che ci sembra di poter decidere della nostra vita senza fare i conti con lui. Riferendosi ai brani della Scrittura proclamati oggi (Is 5 e Mt 21), il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “La Chiesa è stata piantata dal celeste Agricoltore come vigna scelta. Cristo è la vera Vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui e senza di lui nulla possiamo fare” (n. 755).

 

Da quanto detto si deduce che se la Chiesa medita questi brani della Scrittura non è tanto per accusare l’antico popolo d’Israele, quanto per prendere coscienza della propria responsabilità e per invitare tutti ad aprire il proprio cuore al progetto di Dio sulla storia manifestatosi in Gesù Cristo. Nella seconda lettura, anche oggi come nella domenica scorsa, siamo invitati da san Paolo, che non è solo un maestro di dottrina ma un testimone di ciò che insegna, alla coerenza tra il pensare e l’agire e a non dimenticare il suo esempio: “Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica”. Facendo in questo modo, aggiunge l’Apostolo, “il Dio della pace sarà con voi”.      

domenica 27 settembre 2026

SACRAMENTO DELLA PENITENZA E POTERE

 



Il sacramento della penitenza è stato un “mezzo” per il controllo sociale e strumento di potere in modo particolare quando è divenuto confessione. Certamente il contesto storico si è dimostrato determinante; alla Chiesa apparteneva un certo potere temporale.

Oggi quale potere può esercitare il sacramento? Ormai è terminato il tempo in cui il cristianesimo esercitava una importante influenza sulle istituzioni sociali e sui comportamenti individuali. In tale contesto, dove l’autorità del ministro è fortemente ridotta. Tenendo anche in considerazione come oggi il “vero confessore” è lo psicologo, al quale molti confidano i “segreti” più profondi.

Però, in alcune forme di vita comunitaria, spesso di nuova fondazione e femminili, guidate da leader piuttosto carismatici, si constatano casi di abuso spirituale (non necessariamente nel sacramento della penitenza).

Uno degli ambiti nel quale, in alcuni casi, si verificano l’abuso spirituale e forme di potere, è quello legato al rapporto di subordinazione tra chierici/religiosi e religiose, con conseguenze negative sul piano della libertà, dell’autonomia di giudizio, della percezione della volontà e del volto di Dio, della dignità della donna, della formazione della coscienza, dell’assunzione di responsabilità (professionali o pastorali) ecc. tutte conseguenze di notevole gravità, fino ad arrivare e veri e propri abusi spirituali. In tali contesti il sacramento della penitenza può rappresentare un luogo di abuso e potere, scadendo in forma quali il “capitolo delle colpe”, che vede la confessione dei propri peccati a voce alta, oppure si vede violato il sigillo confessionale.

Quindi, si potrebbe concludere che oggi, in un contesto dove l’istituzione e l’autorità sono poco significative, difficilmente il sacramento della penitenza diviene mezzo per il controllo sociale e strumento di potere, tranne che in quei contesti comunitari “chiusi” ove sono già presenti forme di abuso.

 

Fonte: Elena Massimi, “Confessione, potere, controllo sociale”, in Paolo Tomatis (ed.), Rito e potere (“Caro salutis cardo” Contributi 41), CLV Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2026, pp. 83-126 (qui pp. 124-126). Si tratta di una sintesi del testo originale.

 

venerdì 25 settembre 2026

DOMENICA XXVI DEL TEMPO ORDINARIO (A) – 27 settembre 2026

 


 

Ez 18,25-28; Sal 24 (25); Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

 

 

Nella prima lettura, vediamo che Dio ammonisce i figli d’Israele, tramite il profeta Ezechiele, e li richiama al senso della responsabilità personale di fronte alle scelte della vita: l’uomo è responsabile delle sue azioni, e queste sono strettamente connesse con la giustizia. Perciò, se vogliamo una vita autentica, non possiamo sottrarci a far propri i valori che la determinano; dobbiamo semplicemente accettarli e viverli coerentemente. Anche dal brano evangelico emerge un forte richiamo alla coerenza della vita. Servendosi, come al solito, di una parabola, Gesù parla di due figli, ai quali il padre dà lo stesso ordine: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Il primo risponde con religioso rispetto e docilità, ma non va a lavorare nella vigna come aveva promesso; il secondo figlio, invece, risponde con arroganza e insolenza in senso negativo, ma alla fine si ravvede e va in campagna a lavorare nella vigna. La morale della storia è così chiara che Gesù vuole che siano i suoi stessi ascoltatori a ricavarla: “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”, domanda Gesù. Non c’è dubbio dicono tutti: l’ultimo. La parabola sottolinea il contrasto che esiste tra il dire e il fare, tra la parola e l’azione. Non basta la semplice conoscenza teorica del vangelo o l’adesione verbale ad esso, ma occorre una conversione totale in modo che l’insegnamento di Gesù sia tradotto in comportamento di vita. Il sì della bocca è insufficiente, quello decisivo è il sì dei fatti. Possiamo ben dire che non esiste affermazione di fede che non possa e non debba essere verificata nella prassi della vita quotidiana. Nel regno di Dio entra solo chi fa la volontà del Padre: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21).

 

Nella seconda lettura, san Paolo ci dà il punto di riferimento della nostra obbedienza al Padre. Siamo infatti invitati ad avere in noi “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione divina […] svuotò se stesso assumendo una condizione di servo […] umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. Il brano paolino sintetizza le varie tappe del mistero di Cristo: la sua preesistenza divina, l’abbassamento alla condizione di servo nel mistero dell’incarnazione e una ulteriore umiliazione fino alla morte di croce, alla quale fa seguito l’esaltazione. A noi interessa qui sottolineare che queste tappe sono percorse da Cristo sotto il segno dell’obbedienza al Padre.            

 

Nella celebrazione eucaristica noi comunichiamo sacramentalmente proprio con il mistero della morte di Cristo e quindi della sua umiliazione e obbedienza. Notiamo però che la partecipazione sacramentale esige una coerenza esistenziale che va al di là del momento strettamente rituale.