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domenica 22 gennaio 2023

IN BUONA FEDE, MA TUTTA LA VERITÀ

 


 



 

Dopo Mons. Georg Gänswein col suo libro “Nient’altro che la verità”, anche il Card. Gerhard Müller annuncia l’imminente uscita di un suo libro intitolato “In buona fede” (pubblicato da Solferino). I due eminenti prelati fanno alcune critiche a Papa Francesco. Qui mi soffermo soltanto su quanto Müller afferma quando parla della “stretta sulla messa in latino” fatta da Francesco col Motu proprio Traditionis custodes del 16 luglio 2021. Anzitutto bisogna precisare che Francesco col suo MP non proibisce la Mesa in latino, ma regola e limita l’uso del Messale Romano edito da san Giovanni XXIII nell’anno 1962. Si può celebrare la Messa in latino sempre e dovunque col Messale di san Paolo VI.

Secondo Müller, la decisione di Papa Francesco “fu uno schiaffo” per i tradizionalisti, che “ha scavato fossati e ha causato dolore”. “Agendo in questa direzione Papa Francesco sembra abbia dato ascolto a un gruppo di consiglieri senza tenere conto che quel provvedimento avrebbe assunto i contorni di una mera dimostrazione di potere”. Il porporato considera le decisioni prese da Francesco sull’uso dei libri liturgici anteriori alla riforma di Paolo VI, una mera dimostrazione di potere. Dimentica che il “gruppo di consiglieri” di cui egli parla non è il “cerchio magico” di Santa Marta, a cui lo stesso porporato fa riferimento e critica nel suo libro, ma l’episcopato cattolico a cui Francesco aveva consultato in aprile del 2020. Infatti, la Congregazione per la dottrina della fede inviò a tutti i vescovi della Chiesa un questionario con una serie di domande sull’applicazione del Motu proprio Summorum PontificumSarebbe stato interessante che prima della pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum (7 luglio 2007) fosse stato consultato l’episcopato e che prima di affermare gratuitamente, e contro l’evidente volontà di Paolo VI espressa più volte pubblicamente, che il Messale del 1962 non fu mai “giuridicamente abrogato”, fosse stata chiesta l’opinione del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, “la cui funzione consiste soprattutto nella interpretazione delle leggi della Chiesa”. Dov’è la fragrante dimostrazione di potere?

Per quanto concerne il “cerchio magico” di Francesco, di cui parla Müller, ricordo che il vaticanista Marco Ansaldo, nel suo libro Un altro Papa. Ratzinger, le dimissioni e lo scontro con Bergoglio, afferma: “Che a papa Benedetto XVI difettasse il dono del governo lo si era capito man mano che sceglieva i suoi collaboratori. La prima cerchia, a lui più vicina, definita perfidamente ‘gli intimi di Carinzia’, venne alla ribalta quando i componenti della cricca trasformarono il Motu proprio Summorum Pontificum in un manifesto delle loro superbe ignoranze barocche in materia di dottrina e liturgia”.

Non dubito della buona fede del Card.  Müller, ma dubito che il porporato dica tutta la verità sugli eventi da lui criticati. 


venerdì 20 gennaio 2023

DOMENICA III DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 22 Gennaio 2023 - Domenica della Parola

 



 

 

Is 8,23b-9,3; Sal 26; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

 

 

Il simbolismo della luce, che abbiamo già trovato nella domenica precedente nonché nella liturgia natalizia e ritroveremo in quella pasquale, esprime, nella Bibbia, la realtà della salvezza donata dal Signore per mezzo di Cristo. San Matteo, nel brano evangelico d’oggi, racconta gli inizi del ministero pubblico di Gesù che comincia dalla Galilea, dopo l’arresto di Giovanni. Gesù sceglie come punto di partenza della sua predicazione una regione religiosamente sottosviluppata, dove la religione d’Israele era a stretto contatto col paganesimo. Nel secolo VIII a. C. gli abitanti di Galilea erano stati deportati in esilio, “immersi nelle tenebre della schiavitù”. Ricordiamo che uno degli argomenti che verranno portati contro la messianicità di Gesù è appunto questo: “Il Cristo viene forse dalla Galilea?” (Gv 7,41). In questa scelta fatta da Gesù per iniziare l’annuncio del Regno di Dio e l’invito alla conversione, l’evangelista Matteo vede il compimento delle parole del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “...il popolo che cammina nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. La Galilea, terra di tenebra da dove la predicazione di Gesù inizia a irradiarsi come luce, è il simbolo del buio che avvolge la vita dell’uomo che non è stato illuminato dalla luce del Vangelo di Gesù.

 

La lieta novella che Gesù reca all’uomo è un messaggio di liberazione morale e fisica, perché rinnova l’uomo. Gesù predica il vangelo del Regno e guarisce ogni malattia e infermità mettendo l’uomo in grado di individuare e percorrere la strada che lo può realizzare, che è capace di dare senso alla propria vita, come i fratelli Simone e Andrea e Giacomo e Giovanni che, lasciata ogni cosa, seguono Gesù e trovano in lui il senso della loro esistenza. San Matteo sottolinea che i primi discepoli sono fratelli nel sangue per indicare l’effetto della conversione che conduce oltre, verso la fraternità in Cristo, la sola capace di non divenire mai esclusiva, ma comprensiva di ogni uomo. Convertirsi al Regno di Dio significa quindi scoprire anche i profondi rapporti che ci uniscono gli uni gli altri. Fare di Cristo il centro della vita vuol dire spezzare ogni barriera e ogni divisione. Perciò nella comunità di coloro che sono stati illuminati dalla Parola del Vangelo di Gesù non hanno senso le discordie, le divisioni. E’ quanto ricorda san Paolo nella seconda lettura quando esorta i fratelli della comunità di Corinto ad essere “in perfetta unione di pensiero e di sentire”. Se Cristo non può essere diviso, nemmeno la comunità di Cristo, che è vero “corpo di Cristo”, può essere divisa. Le divisioni nella Chiesa sono lacerazioni di Cristo.

 

Riassumendo, possiamo affermare che negli inizi della sua predicazione Gesù annuncia la liberazione dall’oppressione in cui si trovano gli uomini che vivono nelle tenebre e nella schiavitù del peccato, perché essi, “illuminati” dalla luce che è Cristo, possano ritrovare il senso della loro esistenza nella comunione e solidarietà reciproca. Questo messaggio trova una sua realizzazione vera e paradigmatica nella partecipazione all’eucaristia, in cui per opera dello Spirito “diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito” (preghiera eucaristica III).

 

 

domenica 15 gennaio 2023

BIBBIA E LITURGIA

 



 

Renato De Zan – Pierangelo Sequeri, Celebrare. Bibbia e Liturgia in dialogo (Perle 4), Gregorian & Biblical Press, Roma 2022. 153 pp. (€ 18,00).

Un piccolo libro senza indice del contenuto. Due autori noti: De Zan, biblista e liturgista; Sequeri, teologo. Più che due autori “in dialogo”, si tratta di due autorevoli autori che parlano di liturgia da due prospettive molto diverse.

Il titolo dell’intervento di De Zan è “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a Lui solo renderai culto. Panorama sintetico del culto vetero e neotestamentario” (pp. 7-69). L’autore avverte che la liturgia nella Bibbia non compare con una sua fisionomia completa ed esaustiva. I dati del culto nell’Antico Testamento sono frammentari e appartengono a più epoche; potrebbero abbracciare grosso modo l’arco di un millennio. Ci viene offerto in “forma minima” l’essenziale dell’esperienza cultuale dell’Antico Testamento. Nel Nuovo Testamento i dati cultuali sono modesti rispetto alle informazioni veterotestamentarie. Nel Nuovo testamento la centralità di Cristo è un assoluto. Il Prof. De Zan ci offre l’essenziale dell’esperienza cultuale nel Nuovo Testamento. Da apprezzare la chiarezza dell’esposizione nonché la breve bibliografia consigliata a p. 69 per una visione più dettagliata.

Il titolo dell’intervento di Sequeri è: “Ha ancora senso oggi parlare di liturgia? Riabilitazione dell’asse mistagogico della celebrazione ecclesiale” (pp. 73-153). L’autore afferma che non è un liturgista, ma si occupa di un comparto professionalmente affine. Secondo il noto teologo, la normalità della celebrazione è sostanzialmente in un cronico stato di rianimazione. La liturgia dovrebbe riprendere a parlare da sé (e non di sé, come accadde sino allo sfinimento). Dovrebbe essere riabilitata la comunità dell’altare – il pubblico della messa per intenderci – essa è la fotografia concreta della comunità reale radicata nella fede e attiva nell’appartenenza. L’autore si domanda per quale motivo la comunità dell’altare, nella moderna società secolare, è così poco valorizzata quale nucleo strutturale della comunità ecclesiale. La liturgia è la Chiesa che ferma la sua foga, le sue passioni, il suo movimento, per ascoltare il Signore, per toccare il Signore. Sequeri espone riassuntivamente quelli che, secondo il suo parere, sarebbero gli opportuni contrappesi per la riconquista di una forma mistica, misterica, mistagogica della celebrazione liturgica. 

 

 

venerdì 13 gennaio 2023

DOMENICA II DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 15 Gennaio 2023

 



 

Is 49,3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

 

In questa domenica, che viene dopo le feste natalizie, siamo invitati a contemplare Gesù, all’inizio della sua missione, quale fedele esecutore della volontà del Padre.

 

La prima lettura parla profeticamente di un misterioso “servo”, scelto da Dio dal seno materno per salvare Israele, anzi la missione di questo servo del Signore, chiamato “luce delle nazioni”, ha il compito di portare la salvezza “fino all’estremità della terra”. I cristiani dei tempi apostolici non hanno faticato e riconoscere nella vita di Gesù Cristo e nella missione della Chiesa le caratteristiche del “Servo del Signore” donato per la salvezza dell’umanità. Le attese di Israele trovano in Cristo il loro compimento. Nella lingua aramaica (parlata da Gesù e da Giovanni Battista) la parola talya significa “servo” e “agnello”. Con questa parola usata da Isaia, nel vangelo d’oggi vediamo che Giovanni Battista indica Gesù, annunciando che egli è il “servo di Dio”, che libera il mondo dal peccato: Gesù è “l’agnello [servo] di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”, strumento perfettamente docile nelle mani del Padre per compiere la salvezza del mondo. Attraverso la testimonianza del Battista viene consolidata la nostra fede in Gesù che è stato consacrato dallo Spirito Santo come Messia e nel quale siamo invitati a porre ogni fiducia e speranza perché non c’è altra salvezza se non quella che lui ci offre.

 

Credere in Gesù non significa fare un’esperienza personale puramente interiore e intimista. La Chiesa chiama Giovanni Battista “testimone della luce” (Secondi vespri, Ant. al Magn.). Come Giovanni Battista, tutti i seguaci di Gesù siamo chiamati ad essere decisamente e senza ambiguità testimoni di Cristo “luce delle nazioni” davanti al mondo. La testimonianza di Giovanni è frutto del vedere e del conoscere: ciascuno di noi dà di Cristo una testimonianza proporzionata alla vita di fede e di relazione che intrattiene con lui. Per san Paolo, di cui abbiamo letto il brano iniziale della prima lettera ai Corinzi, l’esperienza che egli ha avuto della fede è stata contemporaneamente consapevolezza della chiamata ad “essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio”. Queste parole riassumono l’esperienza della vocazione di Paolo e riflettono la coscienza che egli ha della propria missione. San Paolo si considera chiamato da Dio con il compito di far conoscere Gesù Cristo. Come in Giovanni Battista e come in Paolo, la testimonianza non si esaurisce nell’annuncio, ma comporta una vita coerente con quanto si crede e si annuncia. L’opera della salvezza attuata da Gesù continua ora attraverso l’impegno e la testimonianza di noi tutti.

 

Quando ci avviciniamo alla comunione eucaristica, ci viene presentata l’ostia santa con le parole di Giovanni Battista: “...Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. L’eucaristia ci rende partecipi della salvezza portata a termine da Gesù nel sacrificio della croce, di cui la comunione e partecipazione sacramentale. Al tempo stesso, nella partecipazione all’eucaristia prendiamo coscienza di essere coinvolti con Cristo nella salvezza del mondo.

 

Un agnello è facile da prendere, non c’è bisogno di andare a caccia per catturarlo; poiché piccolo e fragile non pone grande resistenza; da sempre il suo aspetto candido evoca l’immagine della purezza, dell’innocenza; ma, allo stesso tempo, la sua carne tenera e gustosa è un cibo prelibato. Ed è proprio così che Dio ha scelto di presentarsi al mondo degli uomini consegnandosi per sempre nelle loro mani.

 

domenica 8 gennaio 2023

LA PORTA DELLA MORTE DI MANZÙ

 



 

Nella basilica di San Pietro a Roma Giovanni XXIII volle una porta di bronzo, opera artistica di Manzù: la Porta della morte. Nei diversi pannelli di questa porta sono rappresentate tutte le morti, dominate dalla morte di Cristo in croce e di quella di Maria sua madre portata in cielo. Ci sono la morte per omicidio di Abele, la morte per vecchiaia di Giuseppe, la morte di lapidazione di Stefano, protomartire, la morte in esilio di Gregorio VII, la morte violenta del giusto, la morte nell’aria di un precipitato dall’alto, la morte improvvisa di una madre di fronte al figlio che piange, la morte di Giovanni XXIII nella vigilante preghiera. Manca tra i pannelli la morte per suicidio, ma manca perché non è narrabile!

Ma sulla porta dell’aldilà, una porta aperta per tutti, sarà possibile il passaggio alla vita anche di chi l’ha rifiutata. E sarà comunione piena, danza mistica: “Non ci sarà più la morte, né lutto, né pianto, né disperazione perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 4).

 

Fonte: Enzo Bianchi, Cosa c’è di là. Inno alla vita (Intersezioni 588), il Mulino, Bologna 2022, 61-62.

 

venerdì 6 gennaio 2023

BATTESIMO DEL SIGNORE ( A ) 8 Gennaio 2023

 



 

 

Is 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17

 

La festa del Battesimo del Signore fa da ponte tra le feste natalizie e le domeniche del Tempo ordinario, ormai iniziato. Il battesimo per Gesù rappresenta la fine della vita nascosta di Nazaret e l’inizio della sua attività pubblica mediante l’investimento ufficiale del Padre che lo presenta alle folle come Figlio prediletto su cui si posa lo Spirito Santo. È una festa che ci invita quindi ad approfondire l’identità di Gesù e la sua missione.

 

Il battesimo di Giovanni era una confessione dei propri peccati e il tentativo di deporre una vecchia vita mal spesa per riceverne una nuova. Gesù non poteva confessare peccato alcuno; però sottomettendosi al rito del battesimo di Giovanni egli intende manifestare la sua disponibilità ad ascoltare la voce di Dio, la sua solidarietà con i peccatori e l’impegno per la loro conversione, e l’accettazione della vita come dedizione agli altri. La lettura evangelica narra l’evento: alle perplessità di Giovanni, Gesù risponde dicendo che occorre che “adempiamo ogni giustizia”. Con queste parole, Gesù afferma che c’è una giustizia da compiere, e cioè una volontà divina cui obbedire. Gesù afferma quindi la sua disponibilità a dedicarsi totalmente all’adempimento del volere salvifico divino, che d’ora in poi sarà la matrice di ogni sua azione fino al momento del battesimo di sangue sulla croce. A questa disponibilità di Gesù, il Padre risponde proclamandolo: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. Queste parole richiamano le parole d’Isaia che abbiamo letto nella prima lettura. Il Padre si compiace nel suo Figlio, lo guarda con benevolenza e con gioia. Segno di questa benevolenza è la presenza dello Spirito Santo che si posa su Gesù.

 

Alla domanda iniziale sull’identità di Gesù, possiamo rispondere con le stesse parole di san Pietro, riportate dalla seconda lettura: Gesù è un uomo consacrato “in Spirito Santo e potenza”, e cioè nella potenza dello Spirito, che ha percorso tutta la Palestina “beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo”. La sua azione è stata vittoriosa, “perché Dio era con lui”.

 

Il battesimo cristiano attraverso il segno dell’acqua versata manifesta e realizza la nostra personale immersione nella vita di Cristo per poter vivere come lui è vissuto, con la forza dello Spirito Santo. Così come per Gesù il battesimo è stato il momento decisivo della sua vocazione, in cui egli ha espresso la sua decisione di realizzare la missione affidatagli dal Padre, così anche per noi il battesimo rappresenta il punto di partenza di una vita donata a Cristo e al suo vangelo.

mercoledì 4 gennaio 2023

Mons. Georg Gänswein e “Traditionis custodes”

 



 

Dal giornale La Repubblica (4 gennaio 2023):

Monsignor Georg Gaenswein, storico segretario di Benedetto XVI, ha criticato Papa Francesco in merito alla cosiddetta "messa in latino", affermando che una decisione del Papa regnante aveva "spezzato il cuore" all'emerito.

Benedetto XVI nel 2007 aveva liberalizzato il ricorso al messale pre-conciliare con la lettera apostolica "Summorum Pontificum", pietra angolare di una strategia di appeasement con i lefebvriani, in rotta con il papato dal Concilio vaticano II in poi. Tanto è stato il plauso nell'arcipelago tradizionalista, quanto lo scorno quando, nel 2021, Francesco ha ribaltato quella decisione, con il motu proprio "Traditionis custodes". Riducendo all'eccezione il ricorso al Missale Romanum del 1962, condizionandolo all'autorizzazione della Sede apostolica, e criticandone un "uso strumentale" caratterizzato "da un rifiuto crescente non solo della riforma

La battaglia sulla messa

Ora monsignor Gaenswein afferma, prima ancora dei funerali di Benedetto XVI, che la decisione di Francesco ha "spezzato il cuore" al Papa emerito. La decisione del Papa regnante "l'ha colpito molto duramente", ha detto l'arcivescovo tedesco in una intervista a Guido Horst pubblicato in queste ore dal giornale tedesco Die Tagespost. "Credo che abbia spezzato il cuore di papa Benedetto leggere quel motu proprio. L'intenzione di papa Benedetto era stato quello di aiutare quelli che semplicemente avevano trovato una casa nella vecchia messa a trovare una pace interiore, trovare una pace liturgica e anche per sottrarli a Lefebvre. Se pensate per quanti secoli la vecchia messa è stata fonte di vita spirituale e nutrimento per molti santi è difficile immaginare che non abbia più nulla da offrire. È impossibile immaginare che non abbia più nulla da offrire. E non dimentichiamo tutti quei giovani che sono nati dopo il Concilio vaticano II e non sanno nulla dei drammi che hanno circondato il Concilio Vaticano II".

 

NOTA. Mi domando se Monsignor Georg Gänswein abbia letto le motivazioni che hanno indotto papa Francesco a pubblicare il Motu proprio Traditionis custodes.