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venerdì 13 marzo 2026

DOMENICA IV DI QUARESIMA ( A ) – 15 marzo 2026

 



 

 

1Sam 16,1b.6-7.10-13; Sal 22 (23); Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

 

 

Gesù e i discepoli incontrano un uomo cieco, ma lo guardano con occhi molto diversi. I discepoli, seguendo la mentalità del tempo, vedono in lui un uomo punito per i suoi peccati, mentre Gesù vede nella malattia di quell’uomo una occasione perché si manifesti l’azione salvifica di Dio. Stessa persona, sguardo diametralmente opposto. Chi vediamo vedendo un malato? Che cosa vediamo nella sofferenza dell’altro o dell’altra? Lo sguardo colpevolizzante dei discepoli si oppone allo sguardo di solidarietà di Gesù.

 

Il racconto della guarigione del cieco nato operata da Gesù è un miracolo in due tempi caratterizzati da due incontri dell’uomo cieco con Gesù: nel primo incontro Gesù, dopo aver spalmato del fango sugli occhi del cieco, lo invia a lavarsi alla piscina di Siloe. Quegli va, si lava e torna che ci vede. L’uomo ormai guarito della cecità ha un secondo incontro con Gesù. Questo nuovo incontro è collocato alla fine di un itinerario di prove e di incomprensioni che porta il nostro uomo a riscoprire un’altra luce, quella di Cristo che egli esprime con la professione di fede: “Credo, Signore”, e con il gesto dell’adorazione: “E si prostrò dinanzi a lui”. Nel racconto di san Giovanni, il dono della vista del corpo è simbolo del dono della fede. Notiamo che nei due casi è Gesù che ha l’iniziativa: è lui che, passando, vede il cieco; ed è ancora lui che, avendo saputo che era stato cacciato dai farisei, lo incontra per guidarlo alla fede.

 

Il racconto della guarigione miracolosa del cieco nato, ci fa capire che la fede è un itinerario. Il cieco, come il catecumeno, arriverà ad essa per tappe. Il progressivo avvicinarsi del cieco alla luce è in parallelo contrasto con la progressiva cecità dei farisei. Il cieco dichiara di non sapere chi sia Gesù (v. 25). I farisei invece dichiarano di sapere che Gesù “non viene da Dio” (v. 16), anzi affermano che è un peccatore: è questa pretesa di sapere che giustifica il duro giudizio nei loro confronti (v. 41). I farisei presumono di sé, sono chiusi nella loro verità, credono di avere già la luce: per questo non sono aperti alla novità di Gesù.

 

Come il cieco del racconto, possiamo e dobbiamo approfondire sempre di più il nostro incontro con Cristo. Si tratta di un itinerario impegnativo. Confessare la propria adesione a Cristo può comportare l’opposizione del mondo, come nel caso del cieco nato, che non viene difeso neppure dai suoi parenti ed è escluso dalla comunità. Questo itinerario laborioso e impegnativo lo si compie guidati dallo stesso Cristo che, per primo, si rivela a noi. Illuminati dalla luce che è Cristo, la nostra esistenza diventa luminosa e siamo capaci di interpretare le vicende della vita con gli occhi della fede. L’eucaristia a cui partecipiamo è “mistero della fede”. Il cammino di fede iniziato nel battesimo ci conduce all’eucaristia, come al suo termine logico. È nell’eucaristia che viviamo in pienezza il nostro incontro con Cristo e con i fratelli.

 

 

domenica 8 marzo 2026

LA NOBILE SEMPLICITÀ (SC, n. 34)

 



 

La nobiltà esprime il senso del rispetto dell’uomo nei confronti del divino, che si disvela nell’esperienza rituale. Quando quella è, invece, nell’ordine della sciatteria o della pomposità esteriore, non viene colta nella sua essenzialità, che è appunto il rimando all’Altro.

Se, da una parte, “il rito esprime, a livello fenomenologico una logica dell’attesa, dell’indugiare, del ‘l’asciar essere gli esseri’, in quanto concede una dilazione al mondo, trattenendo il tempo”, dall’altra, però, l’uomo vive e gestisce il proprio tempo, che è sempre limitato, e non gli è permesso quindi di abusarne.

La brevità, che nelle orazioni latine era garantita dal cursus e dalla concinnitas o armonia del periodo, esprime un’altra caratteristica essenziale della simbolicità. Se quest’ultima, infatti, è un “mettere insieme”, allora l’esperienza liturgica deve possedere i connotati della concentrazione, cioè dell’intensità dell’esperienza, e perciò del gusto, del pathos, senza lungaggini e inutili stiracchiature.

Si può allora affermare che la vera bellezza è il gusto dell’amore salvifico: “Li amò sino alla fine… Prese il pane”. Per questo il gesto è bello. La Chiesa, nel ripetere il gesto di Cristo, lo trova bello perché riconosce nel gesto l’amore del suo Signore. Il senso estetico, il senso del bello nella liturgia non dipende in primo luogo dall’arte, ma dall’amore. In quest’ottica si comprende ancora meglio il riferimento di SC alla nobile semplicità, indice della “verità” dell’amore con cui si celebra.

 

Fonte: Gianni Cavagnoli, Bellezza e stupore dell’evento liturgico, Centro eucaristico, Ponteranica 2025, pp. 104-105 (senza le note a piè pagina).  

 

 

venerdì 6 marzo 2026

DOMENICA III DI QUARESIMA ( A ) – 8 marzo 2026

 



 

Es 17,3-7; Sal 94 (95); Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

 

 

La liturgia di questa domenica e delle due successive ci invita a rivivere le grandi tappe attraverso le quali i catecumeni erano (e sono) condotti alla riscoperta delle esigenze profonde della conversione a Cristo per mezzo dei simboli dell’acqua, della luce e della vita. In questa domenica ci viene proposta l’immagine di Gesù come acqua viva capace di dissetare ogni desiderio umano e di donare la vita piena ed eterna a coloro che chiedono di attingere alla sua fonte.

 

La sete di Israele nel deserto, di cui parla la prima lettura, e la sete di Gesù a Sicar, di cui parla il brano evangelico, ci illustrano il tormento dell’umanità che cerca la verità, che cerca Dio. Nel dialogo con la Samaritana Gesù promette un’acqua che disseta per sempre. Attraverso l’immagine dell’acqua viva, cioè di sorgente, Gesù intende sottolineare la sua capacità di comunicare all’uomo reali valori di vita, che siano in grado di salvarlo. Infatti, la sete, come la fame e forse di più, oltre ad essere uno specifico bisogno corporale dell’uomo, rappresenta un “simbolo” totalizzante dei diversi e numerosi desideri e aspirazioni uomane. In ciascuno di noi ci sono molteplici desideri, bisogni, aspirazioni. Si potrebbe dire che la nostra vita è fatta più da desideri che da realtà possedute. Ci portiamo dentro un vuoto che non riusciamo a riempire. Naturalmente, non è sbagliato avere dei desideri; sbagliato è restringere i desideri del nostro cuore a oggetti troppo limitati, meschini. Dio ci offre un dono, l’unico in grado di appagare la nostra sete di felicità.

 

Gesù ci toglie la nostra sete rinnovando i rapporti interpersonali, insegnandoci la verità del nostro rapporto con Dio e donandoci lo Spirito che rende autentici l’uno e gli altri. La vita e la salvezza che dona Gesù crescono in noi nella misura in cui accogliamo la sua parola. D’altra parte, l’Apostolo Paolo ci ricorda, nella seconda lettura, il carattere assolutamente gratuito del dono della salvezza, da noi immeritata, ma ora a nostra piena disposizione se accolta nella fede. Nel dialogo con la Samaritana, Gesù cerca di condurre la sua interlocutrice a questa stessa consapevolezza quando le dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: dammi da bere!” Conoscere il dono di Dio significa che al di là dei nostri bisogni immediati e dei nostri desideri c’è qualcosa di più grande che possiamo solo ricevere come un dono dalla mano di Dio.

 

La sete di salvezza si soddisfa nell’eucaristia. San Giovanni Crisostomo afferma: “Mosè percosse la roccia e ne ricavò torrenti d’acqua, (Cristo) tocca la mensa eucaristica, batte la tavola spirituale e fa scaturire le fonti dello Spirito” (Catechesi II).

 

domenica 1 marzo 2026

L’OBBEDIENZA AL’ORDO

 



 

Nella celebrazione liturgica, l’obbedienza all’Ordo custodisce la relazione comunionale tra i fedeli partecipanti. Osservando disciplinatamente l’Ordo non mettiamo davanti le nostre opere, la nostra volontà, ma dischiudiamo uno spazio al farsi presente e sperimentabile del Mistero: “La forma rituale è insostituibile proprio perché ha come nota qualificante la sospensione dell’agire a partire da se stessi. In forza di tale interruzione si crea un posto per l’agire di Colui che proviene dall’Alto e si libera lo spazio per la presenza attiva di altri oltre a noi stessi”.

Quanto questo sia salutare per trovare vie pratiche per camminare insieme, per vivere la sinodalità, per la partecipazione di tutti alla missione evangelizzatrice della Chiesa, è evidente da sé.


Fonte: Elena Massimi, Liturgia e sinodalità. La celebrazione cristiana: fonte e culmine della Chiesa sinodale (Dinamiche), Queriniana, Brescia 2025, p. 42. Il testo tra virgolette, l’autrice lo prende da uno studio di G. Basani, La liturgia forma la comunità ed è forma della comunità.



venerdì 27 febbraio 2026

DOMENICA II DI QUARESIMA ( A ) – 1 marzo 2026

 



Gen 12,1-4a; Sal 32 (33); 2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9.

 

La Bibbia non vede l’universo come semplice “natura” ma come realtà “creata”, e la storia non la considera come ineluttabile “destino” ma come “progetto” di Dio in cui l’uomo è chiamato a collaborare. Dio è fedele alle sue promesse. Chi confida in lui non deve temere il caos, perché “egli è nostro aiuto e nostro scudo”. Perciò il ritornello del salmo responsoriale ci invita a ripetere: “Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo”. Nel cammino di conversione iniziato con la Quaresima, questo salmo ci esorta ad aprire il cuore alla speranza fondata sulla certezza che Dio è con noi per confortare i nostri passi incerti e timorosi sulla strada del vangelo di Gesù e liberarci da tutto ciò che conduce alla morte.

 

La prima lettura ci propone la figura del patriarca Abramo, chiamato da san Paolo “padre di tutti i credenti” (Rm 4,11). Il Signore si rivolge al santo patriarca e gli dice: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò...” Abramo obbedisce all’ordine divino. Egli ha il coraggio di rompere con le proprie sicurezze per rischiare un futuro umanamente incerto. La Lettera agli Ebrei dice che Abramo partì per fede “senza sapere dove andava” (Eb 11,8). La forza per intraprendere questo cammino di fede, nel quale non sono assenti le oscurità, gli viene dalla fiducia che ha nella parola di Dio. Anche noi, come Abramo, siamo chiamati a manifestare la nostra fiducia nel Signore sradicandoci giorno per giorno dalla terra del nostro egoismo, dalle proprie idolatrie, per metterci sulla strada di un’altra terra, quella indicata da Dio. Possiamo dire che è anche questo il senso del digiuno a cui la Chiesa ci invita durante la Quaresima: siamo chiamati a compiere dei gesti che ci liberino dalle nostre debolezze e ci rendano più disponibili a compiere nuovi passi nel cammino della coerenza evangelica.

 

Il brano del vangelo può essere interpretato nella stessa prospettiva. Domenica scorsa abbiamo visto Gesù uscire vittorioso dalle insidie del tentatore perché si è fidato di suo Padre, perché non ha avuto paura di sottomettere la propria libertà, i propri progetti alla volontà e al progetto che Dio ha su di lui. Tutto questo significa, implicitamente, per Gesù iniziare il cammino verso la passione. L’esperienza della trasfigurazione che ci narra il vangelo è da leggersi in questo contesto. La meta del cammino intrapreso da Gesù è la risurrezione, di cui la trasfigurazione è anticipo, ma la strada passa attraverso l’esperienza dolorosa della passione e della morte. Questa è la verità che Gesù intende far capire ai tre discepoli che l’hanno accompagnato. Perciò, dopo averli resi testimoni della gloria della trasfigurazione, Egli annuncia la sua morte e risurrezione. Nella seconda lettura, san Paolo ci rassicura: nella vita dobbiamo fare i conti con la sofferenza e anche con la morte, ma non sono queste le realtà che avranno il sopravvento. Grazie a Cristo, Dio ci chiama e ci dona l’immortalità: Cristo Gesù “ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità...”  E in un’altra parte, lo stesso Apostolo ritiene che “le sofferenze del momento presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi” (Rm 8,18 – cf. Ufficio delle letture, seconda lettura tratta dai Discorsi di san Leone Magno).

 

La conversione è un cammino verso una vita rinnovata ad immagine di Cristo risorto. In questo cammino ci guida la luce della stessa parola di Gesù, a cui il Padre ci ha detto di ascoltare: “Questi è il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!” (canto al vangelo - cf. Mc 9,7), e ci nutre l’eucaristia cibo del nostro pellegrinaggio.

domenica 22 febbraio 2026

LITURGIA: BELLEZZA E STUPORE

 



Gianni Cavagnoli, Bellezza e stupore dell’evento liturgico (Preghiera e liturgia 269), Centro eucaristico, Ponteranica 2025. 121 pp. (€ 13,00).

Il volume raccoglie una serie de studi sulla Lettera Apostolica Desiderio desideravi che papa Francesco ha dedicato alla formazione liturgica del popolo di Dio. Tale preoccupazione viene qui declinata alla luce dei componenti essenziali della celebrazione, così come è scaturita dalla riforma del Vaticano II: oggi della salvezza; forma dell’esistenza cristiana; culmine e fonte della vita cristiana; luogo dell’incontro con Cristo e con la Chiesa… Il tutto, alla luce delle due chiavi interpretative: la bellezza della verità celebrativa e lo stupore che inonda l’evento donato.

 

(Quarta di copertina)

venerdì 20 febbraio 2026

DOMENICA I DI QUARESIMA ( A ) – 22 febbraio 2026



Gen 2,7-9; 3,1-7; Sal 50 (51); Rm 5,12-19; Mt 4,1-11

 

Nella prima domenica di Quaresima, recitiamo il Sal 50, salmo penitenziale per eccellenza, che abbiamo trovato già nel Mercoledì delle Ceneri e ritroveremo ancora in seguito. Si tratta di una delle più belle suppliche del salterio per la spontaneità e la profondità dei sentimenti che in esso sono espressi. All’inizio del cammino quaresimale, questo salmo diventa il segno della nostra sincera volontà di conversione. Se il senso della colpa che il testo esprime è vivissimo, più intensa è, però, l’esperienza del perdono, della novità dello spirito, della gioia di sentirsi salvato dal Dio misericordioso. Perciò si potrebbe ben dire che più che un canto penitenziale, il Sal 50 è la celebrazione della risurrezione alla vita nello spirito della parabola del figlio prodigo che ritorna alla casa del padre.

 

La prima lettura racconta il peccato di Adamo ed Eva, i quali disobbediscono al progetto che Dio ha su di loro. Il brano del vangelo, invece, ci propone l’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto secondo la versione di san Matteo. Dalle tentazioni Gesù esce vittorioso accettando fino in fondo la volontà del Padre. Ecco, quindi, che alla disobbedienza di Adamo si contrappone l’obbedienza di Cristo, due personaggi che fanno scelte opposte; scelte nelle quali noi tutti siamo coinvolti. Ce lo fa capire san Paolo nella seconda lettura, quando stabilisce un confronto fra Adamo, responsabile della prima caduta umana che ha scatenato nel mondo la forza ostile del peccato, e Gesù Cristo, grazie al quale si riversa su tutti gli uomini la giustificazione. Gesù ha il potere di salvare l’uomo, perché ha, nella sua umanità, la capacità di ricollegare validamente l’uomo con Dio.

 

Come in Adamo e come in Gesù, la tentazione ci pone di fronte alla continua necessità di decidere e di scegliere. Le tre tentazioni subite da Gesù nel deserto possono essere considerate paradigmatiche di quelle a cui noi tutti siamo continuamente esposti. Gesù è tentato dal potere, dal successo e dal desiderio di usare per il proprio vantaggio le doti che ha ricevuto per il servizio degli altri e, in questo modo, sganciarsi dalla propria missione. Egli vince le tentazioni contrapponendo al tentatore la parola di Dio, e cioè il progetto che il Padre ha su di lui: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (canto al vangelo - Mt 4,4). Adamo ha voluto gestire in proprio, in assoluta autonomia il suo destino, e ha incontrato la morte. Cristo invece ha riconosciuto la propria dipendenza da Dio, e ha incontrato la vita: Egli non ha avuto paura di sottomettere la sua libertà al volere di Dio, perché ha capito che la sottomissione a Dio libera l’uomo della sottomissione agli idoli.

 

“La Scrittura e la Tradizione della Chiesa richiamano continuamente la presenza e l’universalità del peccato nella storia dell’uomo” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 401). Infatti, in ciascuno di noi c’è l’eredità del fallimento di Adamo ed Eva, ma c’è anche il dono della giustificazione operata da Cristo, di cui il battesimo è segno efficace. Convertirsi vuol dire prendere coscienza del progetto che Dio ha su di noi e fare delle scelte secondo questo progetto, fidarsi più di Dio che delle lusinghe del tentatore. In altre parole, convertirsi significa entrare nella corrente salvifica che ci trasforma da Adamo – uomo peccatore in Adamo uomo – fedele. La Quaresima, “segno sacramentale della nostra conversione” (colletta) è il tempo favorevole per tale progetto (cfr. orazione sulle offerte).