Colpisce che il post-mortem
sia una credenza già nella fase iniziale della evoluzione mentale. I riti di
sopravvivenza sono presenti in forma liturgica nell’Africa primitiva, nei
villaggi della Nuova Guinea, che non conoscevano ancora il rapporto con la cultura
civilizzata bianca, psichicamente più sviluppata.
Il bisogno della vita post-mortem
si pone nello stesso momento in cui c’è la consapevolezza della fine,
considerata però come un altro modo di continuare a vivere. La morte, come fine
di tutto, è piuttosto tardiva nella storia dell’antropologia.
La coscienza di sé e del mondo
si accompagna alla convinzione (certezza) di una vita che continua e che è
sempre legata al villaggio, continua quindi all’interno di una società. L’idea
del funerale è il segno della partenza di chi ora va a vivere sulla montagna,
poi in cielo, e raggiunge un livello di maggior potere, tanto da poter aiutare
il villaggio.
Queste concezioni mettono in
rilievo che il concetto di continuare ad esserci è lontano dall’immortalità, ma
resta un elemento primario, istintivo, biologico.
Fonte: Vittorino Andreoli, Mistero.
Una risposta, non una domanda, Fondazione Terra Santa, Milano 2025, p. 213.
