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martedì 6 gennaio 2026

LA VITA POST-MORTEM

 



 

Colpisce che il post-mortem sia una credenza già nella fase iniziale della evoluzione mentale. I riti di sopravvivenza sono presenti in forma liturgica nell’Africa primitiva, nei villaggi della Nuova Guinea, che non conoscevano ancora il rapporto con la cultura civilizzata bianca, psichicamente più sviluppata.

Il bisogno della vita post-mortem si pone nello stesso momento in cui c’è la consapevolezza della fine, considerata però come un altro modo di continuare a vivere. La morte, come fine di tutto, è piuttosto tardiva nella storia dell’antropologia.

La coscienza di sé e del mondo si accompagna alla convinzione (certezza) di una vita che continua e che è sempre legata al villaggio, continua quindi all’interno di una società. L’idea del funerale è il segno della partenza di chi ora va a vivere sulla montagna, poi in cielo, e raggiunge un livello di maggior potere, tanto da poter aiutare il villaggio.

Queste concezioni mettono in rilievo che il concetto di continuare ad esserci è lontano dall’immortalità, ma resta un elemento primario, istintivo, biologico.

 

Fonte: Vittorino Andreoli, Mistero. Una risposta, non una domanda, Fondazione Terra Santa, Milano 2025, p. 213.