Nelle
fonti della liturgia romana sollemnitas indica
generalmente la celebrazione liturgica in sé come un tutto. C’è quindi
solennità quando la celebrazione liturgica si esprime con tutti i suoi
elementi, in modo unitario e nel rispetto della “natura” delle sue diverse
parti ed elementi: letture, preghiere, acclamazioni, gesti, canti, silenzi, ecc.
Il
silenzio, in quanto parte integrante del rito, non può essere ridotto ad una
semplice pausa. L’Istruzione Musicam
sacram, al n. 17, afferma: “Si osservi anche, a tempo debito, il sacro
silenzio (cf. SC, n. 30), per esso, infatti, i fedeli non sono ridotti a
partecipare all’azione liturgica come estranei e muti spettatori, ma si
inseriscono più intimamente nel mistero che si celebra, in forza delle
disposizioni interne, che derivano dalla Parola di Dio che si ascolta, dai
canti e dalle preghiere che si pronunziano, e dall’unione spirituale con il
sacerdote che proferisce le parti a lui spettanti”.
Il
silenzio è un viaggio nell’intimo di se stessi e nella realtà più profonda di
ciò che si celebra. Si celebra quindi anche attraverso il silenzio. Perciò, se
c’è solennità quando la celebrazione liturgica si esprime con tutti i suoi
elementi, i momenti di silenzio contribuiscono a dare alla celebrazione quel
carattere di solennità sostantiva che gli è dovuta. Giustamente i medioevali
chiamavano il silenzio “pulcherrima
caeremonia” (Citato da Consuetudini
medievali in L. Leloir, Deserto e comunione, Gribaudi, Torino 1982, 119).
