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domenica 18 ottobre 2026

IL SILENZIO

 



 

Nelle fonti della liturgia romana sollemnitas indica generalmente la celebrazione liturgica in sé come un tutto. C’è quindi solennità quando la celebrazione liturgica si esprime con tutti i suoi elementi, in modo unitario e nel rispetto della “natura” delle sue diverse parti ed elementi: letture, preghiere, acclamazioni, gesti, canti, silenzi, ecc.

Il silenzio, in quanto parte integrante del rito, non può essere ridotto ad una semplice pausa. L’Istruzione Musicam sacram, al n. 17, afferma: “Si osservi anche, a tempo debito, il sacro silenzio (cf. SC, n. 30), per esso, infatti, i fedeli non sono ridotti a partecipare all’azione liturgica come estranei e muti spettatori, ma si inseriscono più intimamente nel mistero che si celebra, in forza delle disposizioni interne, che derivano dalla Parola di Dio che si ascolta, dai canti e dalle preghiere che si pronunziano, e dall’unione spirituale con il sacerdote che proferisce le parti a lui spettanti”.

Il silenzio è un viaggio nell’intimo di se stessi e nella realtà più profonda di ciò che si celebra. Si celebra quindi anche attraverso il silenzio. Perciò, se c’è solennità quando la celebrazione liturgica si esprime con tutti i suoi elementi, i momenti di silenzio contribuiscono a dare alla celebrazione quel carattere di solennità sostantiva che gli è dovuta. Giustamente i medioevali chiamavano il silenzio “pulcherrima caeremonia” (Citato da Consuetudini medievali in L. Leloir, Deserto e comunione, Gribaudi, Torino 1982, 119).