La Chiesa dei nostri giorni è
giustamente proiettata a vari livelli e su molti fronti nell’elaborare nuove
scelte per fare spazio a nuovi scenari di vita ad intra e di testimonianza
ad extra. La significativa sfida del cammino sinodale lanciato da papa
Francesco è l’estremo tentativo di una ricezione dal basso di tutte le sue
provocazioni magisteriali con cui ha stimolato – dall’alto – la vita della
Chiesa. Indubbiamente è una grande scommessa e un processo di discernimento a
dir poco entusiasmante.
Nondimeno, ha volte si ha l’impressione
di una gran voglia di compiere scelte nuove e di arrischiare cammini inediti –
urgentemente necessari – senza mettere in conto l’inevitabile rinuncia. Senza
una concreta disponibilità a saper rinunciare, nulla di seriamente nuovo potrà
davvero accadere nella Chiesa e per la Chiesa. La lex orandi –
strettamente legata alla lex credendi e alla lex vivendi – ci ricorda
nel solenne momento delle promesse battesimali dei catecumeni e della comunità
che li rinnova, celebrando la Veglia pasquale, un principio basilare: non si
può dire “Credo” senza aver avuto il coraggio e la lucidità di dire “Rinuncio”.
La forma rituale conserva e trasmette la forma vitale perché si possa procedere
nella propria fedeltà discepolare senza smarrirsi, ma pure senza illudersi: la
rinuncia è premessa ineludibile per mettersi in un cammino di novità di vita.
Fonte: Fratel MichaelDavide, La
Chiesa che morirà. L’arte di raccogliere i frammenti per impastare nuovo pane,
San Paolo, Cinisello Balsamo 202, pp. 38-39.
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