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domenica 30 marzo 2025

FEDE E RAGIONE

 



“La fede è la più alta passione di ogni uomo. Ci sono forse molti uomini che arrivano fino ad essa, ma nessuno va oltre”. Così nella sua opera Timore e tremore (1843) il filosofo danese Soren Kierkegaard celebra la grandezza della prima delle “virtù teologali”, la fede, dono divino ma anche impegno umano. Fede e ragione, una coppia di termini che ha dato il titolo ad una famosa enciclica di san Giovanni Paolo II, in latino Fides et ratio (1998). Il papa usava, al riguardo, un’immagine suggestiva: sono necessarie entrambe queste ali per volare nel cielo del mistero divino. Sant’Agostino giungeva al punto di scrivere: “Chiunque crede pensa e pensando crede. La fede se non è pensata è nulla”.

L’autentico credente deve procedere sul crinale tagliente di un monte, dal quale si diramano due versanti, entrambi rischiosi. Da un lato, è facile scivolare verso una fede che sia solo fiducia quasi cieca, rifuggendo da ogni interrogativo, cancellando ogni fremito del pensiero, facendo scolorire e scadere la religione in un sentimentalismo devozionale. D’altro lato, è ugualmente pericoloso inoltrarsi solo sul versante opposto, quello di una razionalità così assorbente da ridurre la religione a una serie di teoremi, a un sistema speculativo in cui tutto si ordina, a una sorta di geometria teologica che non lascia spazio al mistero e al trascendente.

Suggestiva è, al riguardo, la definizione della fede che ci è offerta da quella grandiosa omelia neotestamentaria che è la Lettera agli Ebrei: “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (11, 1). C’è innanzitutto, l’affidarsi fiducioso alla Rivelazione divina, alla speranza che ci viene fatta balenare: non per nulla si parla di “fondamento”, di base su cui appoggiarsi, come suggerisce lo stesso termine ebraico biblico del “credere”, divenuto il nostro amen, che letteralmente indica un “fondarsi” sulla parola e sulla presenza di Dio, un cercare in lui stabilità e sicurezza in un rapporto interpersonale.

La fede esige, però, anche la “prova”, cioè l’argomentazione, la riflessione, come traduceva Dante con questa parafrasi della frase biblica citata: “Fede è sustanza di cose sperate, / e argomento de le non parventi” (Paradiso XXIV, 64-65). “La fede se non è pensata – e quindi argomentata – è nulla”, come si è visto, era la convinzione di sant’Agostino. E questo grande Padre della Chiesa e genio dell’umanità è forse – con san Tommaso d’Aquino – l’esempio più alto dell’equilibrio tra fede e ragione. La potenza straordinaria del suo pensiero, della sua intuizione, della sua ricerca si sposava continuamente con l’intensità della sua fede, tant’è vero che spesso i suoi testi sono segnati dalle invocazioni tipiche della preghiera. La sua analisi teologica è molte volte rivolta a un “Tu”, è un costante appello orante indirizzato a Dio, oggetto della ricerca intensa della sua mente.

Il nesso fede e ragione non cancella ma integra la fiducia, non riesce ad esaurire il mistero ma cerca di penetrarlo, non esclude l’abandono amoroso a Dio ma lo giustifica. Il secolare impegno dei teologi nel loro studio e la conoscenza attraverso una catechesi ben fondata riescono allora a smentire la famosa accusa di Marx secondo cui la religione sarebbe “l’oppio dei popoli”, un sedativo inoculato ai fedeli per reprimere ogni ansia di giustizia e di riforma sociale.

Fonte: Gianfranco Ravasi, L’alfabeto dell’uomo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2025, pp. 143-146.    

 

venerdì 28 marzo 2025

DOMENICA IV DI QUARESIMA (C) – 30 marzo 2025

 



 

 

Gs 5,9a.10-12; Sal 33 (34); 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

 

L’antifona d’ingresso invita alla gioia: “Rallegrati (Laetare), Gerusalemme… Esultate e gioite voi che eravate nella tristezza…”. Il salmo responsoriale riprende questa tematica in chiave di ringraziamento: “Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode…” Perciò questa domenica si chiama anche “Domenica Laetare”. Il tema ritorna nel vangelo al termine della parabola del figliol prodigo: “Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita…”

         

Le letture bibliche odierne, nel cuore del cammino quaresimale, sono una solenne proclamazione della misericordia di Dio e un pressante invito a riconciliarci con Lui. In questa domenica, come in quella precedente, ritroviamo il tema della conversione, vista però sotto l’aspetto della riconciliazione come dono dell’amore di Dio. La prima lettura parla della sollecitudine di Dio per il suo popolo, al quale, dopo la traversata del deserto, offre in dono una terra e una patria. Il brano del vangelo riporta la bellissima parabola del figliol prodigo, che viene accolto dal padre misericordioso nella casa paterna. Nella seconda lettura ascoltiamo san Paolo che parla di un Dio misericordioso che ha riconciliato a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe; l’amore fedele di Dio ci viene comunicato tramite la fedeltà solidale di Gesù crocifisso. All’azione di Dio che salva, noi siamo invitati a corrispondere: come Israele che celebra nella gioia della Pasqua il dono della terra promessa; come il figliol prodigo che riconosce il suo peccato e si getta nelle braccia del padre.

 

La liturgia di questa domenica quaresimale è un invito alla riconciliazione con Dio e con i fratelli. Notiamo però che centro della bellissima parabola del figliol prodigo non è tanto la riconciliazione di quest’ultimo con suo padre e la sua decisione di tornare in famiglia, ma l’amore del padre che ridona al figlio minore la condizione precedente prima ancora di ascoltare il suo pentimento. Qualcuno ha chiamato questo racconto la parabola del Padre misericordioso o prodigo d’amore. È nota l’opera di Rembrandt, che ha dipinto in modo meraviglioso l’episodio della parabola: nelle mani del padre, notiamo la sinistra affusolata, femminile, materna; la destra invece forte, maschile, paterna. Mani che esprimono amore, appoggio, sollecitudine, fermezza, sicurezza.

 

La conversione – riconciliazione è anzitutto una grazia, un dono dell’immenso amore di Dio. Egli è sempre pronto ad accoglierci. Anzi Dio ha fatto già la sua parte, ci ha riconciliati a sé tramite Gesù Cristo. Tocca a noi fare la nostra parte. La misericordia di Dio ci viene incontro. Tocca a noi accoglierla nella concretezza della vita. Dio non chiude la porta in faccia a nessuno. Tocca a noi varcare la soglia di questa porta sempre aperta. Come nella parabola del figliol prodigo, il primo atto della riconciliazione per quanto a noi concerne è la constatazione della propria miseria, del proprio peccato. È un discorso che va talvolta contro corrente in un ambiente culturale in cui si è perso di molto il senso del peccato. La conversione, poi, non può esaurisci nell’intimo del cuore, è chiamata ad esprimersi nel segno sacramentale. Infatti, l’esperienza cristiana della conversione è suggellata dal sacramento del perdono e ha come effetto la riconciliazione con Dio e con i fratelli. Riconciliati con Dio, non siamo più divisi e disgregati in noi stessi, ma ritroviamo la nostra unità interiore e la nostra vera libertà, che ci rende capaci di un servizio responsabile sia a Dio che ai fratelli. Finalmente, riconciliati con Dio, possiamo gustare la gioia nella cena pasquale dell’Agnello.

         

domenica 23 marzo 2025

VERO E FALSO CULTO (Is 1,10-20)

 



Facendo eco a passi famosi di Amos (5, 21-27) e Osea (2, 13), anche Isaia (1, 10-20) denuncia le pratiche cultuali dei suoi contemporanei, vuote di autentico spirito religioso e di tensione verso la giustizia. Israele ha sempre dato molta importanza al culto, ma c’è culto e culto. Per il profeta anche l’abbondanza di pratiche cultuali può – alla fine – essere segno di incredulità, cioè di una falsa concezione di Dio. Al tempo di Isaia si erano introdotte forme cultuali che arieggiavano i culti pagani (ad esempio, i culti sotto le querce sulle alture: 1, 29). Ma forme a parte, si finiva col considerare il Signore un dio pagano. Con le loro offerte cultuali (abbondanti, generose e ripetute) i pagani si illudevano di comprare i loro dei, di rabbonirli e renderseli favorevoli, di piegarli ai loro progetti. Ma il Dio di Israele è diverso: è un Dio di amore, da amare. Certo la pioggia, il sole e la fecondità dipendono da lui: ma vuole l’amore e la giustizia, non semplicemente pratiche cultuali. Dio non si accontenta di doni, perché non è un Dio interessato a se stesso. Vuole che la sua presenza sia riconosciuta nella vita.

È interessante un confronto tra il profetismo biblico e il profetismo babilonese. Per lo più i profeti babilonesi presentano in nome di Dio richieste che riguardano sempre, o quasi, il settore cultuali: l’erezione di un santuario, offerte riparatrici, e simili. Il loro Dio è interessato alle offerte del popolo. I profeti biblici invece proclamano la sovranità divina su tutta la vita ed esigono la realizzazione incondizionata del diritto e della giustizia. Nel vero culto di Israele (così lo sognano i profeti) si rinnova l’alleanza, e questa è – contemporaneamente – alleanza del popolo di Dio e delle tribù fra di loro: una dimensione religiosa e una dimensione politica, Per questo il culto assume un aspetto di conversione e di missione: impegna a costruire la fraternità. Si veda la serie di imperativi presenti nel capitolo 1: definiscono una morale sociale, fra uomo e uomo, con particolare attenzione ai più deboli. È questo il vero culto:

Lavatevi, purificativi, togliete dalla mia vista il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova (Is 1, 16-17).

Naturalmente Isaia non è il difensore di una religione spirituale, interiore, senza culto. Più semplicemente critica il fatto che il culto sia diventato un atto magico, che distrae dalla conversione e dalla giustizia. Non nega il culto, bensì non tollera di vederlo profanato.

 

Fonte: Bruno Maggioni, Ritrovare la speranza. Figure dell’Antico Testamento, Milano 2024, pp. 78-79.

venerdì 21 marzo 2025

DOMENICA III DI QUARESIMA (C) – 23 marzo 2025

 



 

 

Es 3,1-8a.13-15; Sal 102 (103); 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

 

Nelle domeniche III, IV e V di Quaresima il ciclo di letture bibliche di quest'anno si presenta come una specie di catechesi sulla conversione o riconciliazione, tema che trova il suo vertice nella celebrazione della Pasqua, segno supremo della nostra riconciliazione con il Padre.

 

Nel mondo ebraico si pensava che colui al quale le cose della vita andavano bene (salute, denaro, posizione sociale, affetti e così via) era benedetto da Dio e ovviamente non aveva bisogno di convertirsi. Diversamente, colui a cui le cose della vita andavano male, era considerato non benedetto da Dio e, quindi, aveva bisogno di convertirsi. La tentazione di sempre è quella di applicare uno schema di interpretazione abbastanza rudimentale anche se immediato: se ti vanno male le cose della tua vita, si tratta di un castigo di Dio e, naturalmente, meritato per qualche colpa più o meno evidente. Non è forse un esercizio a cui ci applichiamo anche noi?

 

Gesù pone fine a questa mentalità: i Galilei uccisi da Erode e i 18 uccisi dal crollo della torre di Siloe, due fatti di cronaca di cui parla il Vangelo, non erano più peccatori degli ascoltatori di Gesù e quindi essi non dovevano pensare di non aver bisogno di conversione perché non erano stati castigati con la morte come gli altri. L'appello alla conversione è un appello imprescindibile per tutti. Non cogliere l'appello equivale a firmare la propria condanna: se non vi convertite, dice Gesù, perirete tutti allo stesso modo.

 

In ogni caso la pazienza di Dio, la sua misericordia sono fuori dubbio come spiega la breve parabola con cui si conclude il racconto. La parabola parla del fico che non porta frutto e che si vorrebbe tagliare, ma invece viene risparmiato con la speranza di una maturazione ulteriore. Con questa parabola Gesù non si propone di indicare i limiti della misericordia di Dio ma intende affermare con assoluta chiarezza che egli nella sua bontà accorda a tutti il tempo per accogliere il suo invito alla conversione. E’ un messaggio di consolazione e un invito a non ritardare il tempo per portare frutti degni di conversione.

 

La conversione è uno dei punti nodali della predicazione di Gesù e quindi un elemento costitutivo e costante dell'esistenza cristiana. Gesù inizia la sua vita pubblica con queste parole: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). Possiamo ben dire che l'esistenza cristiana trae origine dalla conversione e si sviluppa attraverso un continuo cammino di conversione che la Quaresima esprime in modo simbolico come tempo di preparazione alla Pasqua. Ricordiamo però che la conversione diventa effettiva solo se la nostra vita cambia, se la parola di Dio ascoltata e accolta diventa in noi comportamento di vita. Ciascuno di noi sa quali sono gli aspetti della propria vita che hanno bisogno di conversione, di cambiamento, o di miglioramento.

domenica 16 marzo 2025

LA SPERANZA NELL’ANTICO TESTAMENTO

 



Bruno Maggioni, Ritrovare la speranza. Figure dell’Antico Testamento (In cammino), Ancora, Milano 2024. 287 pp. (€ 24,00).

“Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?” (Es 17,7). “Signore, se tu sei con noi, perché ci è capitato tutto questo?” (Gdc 6,13). La speranza d’Israele non è facile. Spesso è messa in crisi non da ragionamenti astratti, ma dagli avvenimenti della storia che sembrano smentire le promesse del Signore. Nell’esperienza dell’abbandono la fiducia nell’adempimento della parola di Dio non scompare; è solo messa alla prova. Purificata, non vinta. Don Bruno, con la sapienza del maestro guida il lettore e ripercorre il difficile cammino di fede dei personaggi biblici, per scoprire che il vero modo di stare davanti a Dio – a volte misteriosamente incomprensibile – è affidarsi.

(risvolto)

 

venerdì 14 marzo 2025

DOMENICA II DI QUARESIMA (C) – 16 Marzo 2025

 


  

 



Domenica scorsa abbiamo visto Gesù uscire vittorioso dalle insidie del tentatore perché si è fidato di suo Padre, perché non ha avuto paura di sottomettere la propria libertà, i propri progetti alla volontà e al progetto che Dio ha su di lui. Tutto questo significa, implicitamente, per Gesù iniziare il cammino verso la passione. L’esperienza della trasfigurazione che ci narra il vangelo è da leggersi in questo contesto. La meta del cammino intrapreso da Gesù è la risurrezione, di cui la trasfigurazione è anticipo, ma la strada passa attraverso l’esperienza dolorosa della passione e della morte. Questa è la verità che Gesù intende far capire ai tre discepoli che l’hanno accompagnato. Perciò, dopo averli resi testimoni della gloria della trasfigurazione, Egli annuncia la sua morte e risurrezione. 

Gesù offre ai tre discepoli prediletti, Pietro, Giovanni e Giacomo, una visione anticipata della sua gloria di risorto, che culmina nella testimonianza del Padre che rivela l’identità profonda di Gesù: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. È da sottolineare l’invito all’ascolto, ripreso dalla orazione colletta del giorno. Come ricorda il prefazio, poco prima dell’evento della trasfigurazione, Gesù fa il primo annuncio della sua passione e morte e, in seguito, indica le condizioni per seguirlo: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23). In questo contesto, l’invito ad ascoltare Gesù acquista un senso preciso e particolare: ascoltate Gesù perché è mio Figlio; ascoltatelo nonostante le parole che dice siano paradossali. 

Fidatevi anche se vi propone un cammino di sofferenza; seguitelo anche se dovete passare per sentieri stretti e disagevoli. La trasfigurazione è la grande rivelazione di Gesù, la scoperta piena della sua realtà a cui si è invitati attraverso l’ingresso nell’oscurità della fede che ci conduce attraverso la via della croce, sorretti dalla speranza, all’esperienza della risurrezione. 

La seconda lettura è un’esortazione alla speranza, non in una terra o in una discendenza, come per Abramo, ma in Dio stesso che si pone come terra promessa, come futuro capace di appagare pienamente le nostre attese: “La nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”. La contemplazione anticipata della gloria di Gesù non ci risparmia lo scandalo della croce, ma lo sostiene nella speranza.  

La pienezza perpetua e stabile della nostra trasfigurazione in Cristo avverrà nella vita eterna, ma si prepara e anticipa qui e ora. La celebrazione eucaristica è prefigurazione e anticipazione del banchetto eterno nel quale contempleremo il volto glorioso del Cristo, quel volto trasfigurato di cui i discepoli Pietro, Giovanni e Giacomo ebbero sul monte Tabor un saggio transitorio