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mercoledì 17 agosto 2016

Dibattito sul diaconato femminile (/3): la necessità del sacramento e il sesso femminile. Huenermann, Mueller e la Summa Theologiae di Tommaso

di ANDREA GRILLO

La questione è delicata. Nel cuore della argomentazione con cui il prof. Mueller, Arcivescovo e ora Prefetto della Congregazione per la Dottrina delle fede, ha scritto 15 anni fa contro ogni possibile ordinazione diaconale... altro »

lunedì 15 agosto 2016

IL MITO


 

Silvano Petrosino (ed.), Il mito. Senso, natura, attualità (Archivio Julien Ries per l’antropologia simbolica), Università Cattolica – Jaca Book 2016. 240 pp.

 

Il volume raccoglie gli interventi e altri saggi relativi al quinto Seminario internazionale organizzato nel novembre 2014 dall’Archivio “Julien Ries” per l’antropologia simbolica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Milano).

 
“Il mito riferisce avvenimenti che risalgono alle origini, nel tempo primordiale e favoloso degli inizi. Così facendo, esso si riferisce a realtà che esistono nel mondo e di cui esso spiega le origini: cosmo, uomo, piante, animali, vita. Parlando dell’intervento di Esseri soprannaturali, esso descrive l’irruzione del sacro nel mondo” (J. Ries). L’Archivio “Julien Ries” per l’antropologia simbolica ha dedicato il Seminario internazione 2014 al tema del mito come strumento di mediazione narrativo-simbolica tra lo spazio dell’umano e l’apertura del sacro, centrale nell’opera del grande studioso belga. Il Seminario ha inteso indagare il tema del mito in relazione ad ambiti antropologico-culturali a esso tradizionalmente legati come la religione e la filosofia, e propone una lettura degli aspetti “mitici” o “mitologici” che agiscono inconsapevolmente in alcune manifestazioni della cultura e della società contemporanee.

 

Testi di: Monica Bisi, Christian Cannuyer, Enrico Comba, Chiara Giaccardi, Paolo Gomarasca, Carlo Modonesi, Davide Navarria, Luca Petrizi, Alessandro Pelissero, Silvano Petrosino, Ezio Prato, Lorenzo Rossi, Natale Spineto, Sergio Ubbiali.

 

(Quarta di copertina)

domenica 14 agosto 2016

ASSUNZIONE DELLA B. V. MARIA – 15 Agosto 2016

Assunta di S. Di Stasio 2015
 

Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab: Un segno glorioso apparve nel cielo

Sal 44 (45): Risplende la Regina, Signore, alla tua destra

1Cor 15,20-27a: Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti

Lc 1,39-56: L’anima mia magnifica il Signore

 
           

Possiamo riassumere il contenuto delle tre letture bibliche con tre immagini di Maria in esse presenti: la donna vestita di sole (prima lettura); la nuova Eva (seconda lettura); la benedetta fra le donne (vangelo). Queste tre immagini esprimono sia il ruolo attivo che Maria ha avuto nel mistero della nostra salvezza che la pienezza di redenzione in lei operata come primo frutto della redenzione stessa. Maria nuova Eva è protagonista, insieme con Cristo nuovo Adamo, della nostra salvezza. Così come Adamo ed Eva sono personaggi emblematici per esprimere l’umanità caduta nel peccato, così Gesù e sua madre diventano personaggi altrettanto emblematici per esprimere l’umanità rinnovata, che sarà tale proprio nella misura in cui porterà avanti la inimicizia contro Satana. La Chiesa canta oggi nella sua liturgia: “Una donna ha chiuso la porta del cielo, una donna l’apre per noi: Maria, madre del Signore” (Primi Vespri, 2a ant.).

 

Elisabetta, piena di Spirito Santo, proclama Maria “benedetta fra le donne”. Maria è in anticipo sullo spirito delle “beatitudini”, che Gesù proclamerà all’inizio della sua vita pubblica, perciò è per lei la prima beatitudine del Nuovo Testamento: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Beata anzitutto per la sua fede nella parola del Signore, perché Maria ha ascoltato e ubbidito al volere di Dio dichiarandosi assolutamente libera da ogni impegno umano per servire solo il progetto del Signore. Maria ha collaborato in modo eccezionale al disegno di Dio. Perciò la benedizione di Dio si concretizza in lei nel dono della maternità divina. “Benedetta, Vergine Maria! Tu ci hai dato il frutto della vita” (II Vespri, 3a ant.).

 

La “donna vestita di sole” e coronata di dodici stelle (le dodici tribù di Israele), di cui parla l’Apocalisse, è il popolo di Dio antico e nuovo, sempre osteggiato dalla terribile forza del male (il “drago”). Il bimbo che nasce dalla donna è il Messia. Questo bimbo, è vittorioso sul drago, cioè sul male; e vincitore del peccato e della morte, “siede alla destra del Padre”. Con lui anche Maria è avvolta dallo stesso splendore di gloria. Maria è quindi “primizia e immagine della Chiesa”, in cui Dio rivela il compimento del mistero della salvezza (prefazio). Il mistero della Chiesa e quello di Maria si richiamano reciprocamente per la comune missione, e ciò che è avvenuto per Maria assunta in cielo si compirà un giorno per la Chiesa intera. Nella storia di Maria possiamo leggere la nostra storia. Maria è la prima persona umana in cui la redenzione si è compiuta in pienezza, è il primo frutto della redenzione. La glorificazione di Maria assunta in cielo è un evento in cui ammiriamo realizzato ciò che attendiamo si avveri un giorno in noi. Infatti, in Maria contempliamo e pregustiamo quella gloria futura alla quale siamo chiamati e destinati, se con Lei sapremo seguire le orme di suo Figlio Gesù.

venerdì 12 agosto 2016

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 14 Agosto 2016

 



Ger 38,4-6.8-10: I capi dissero al re: “si metta a morte Geremia…”

Sal 39: Sono venuto a portare il fuoco e la divisione

Eb 12,1-4: Egli (Gesù) si sottopose alla croce…”

Lc 12,49-53: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra”

           

Ogni brano della Scrittura forma parte di un grande mosaico che narra la storia della nostra salvezza, una storia che, per capirne il senso, deve essere interpretata nella sua globalità. Le parole difficili di Gesù riportate dal vangelo d’oggi vanno perciò interpretate in un contesto più ampio. Quando Gesù dice: “pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione”, queste severe parole, lette nel contesto del messaggio evangelico nella sua globalità, ci ricordano che la scelta di Dio e del suo progetto è una opzione che va fatta con coraggio e consapevolezza, senza ambiguità, pronti ad affrontare, se necessario per essere fedeli alla scelta, contrasti e anche lacerazioni.

 

Nella prima lettura, ci viene proposta la figura del profeta Geremia, uomo pacifico per eccellenza, amante della concordia, nemico giurato di ogni guerra e di ogni contrasto. Eppure, la parola di questo profeta è scomoda, bruciante. Come quella di Gesù, colpisce gli inerti, i soddisfatti, gli illusi, li scuote dai loro sogni e dai loro miti. Geremia proclama il giudizio di Dio; comprende l’inutilità della resistenza all’esercito di Nabucodonosor che assedia Gerusalemme e invita a porre fine a quella inutile strage. Ma proprio per questo viene preso per traditore, accusato di non fare gli interessi del popolo e quindi condannato a morire in una cisterna fangosa. Il profeta resta fedele alla sua missione e continua a fidarsi di Dio. L’intervento di un cortigiano lo salverà dalla morte.

 

Vivere e proclamare la propria fede non è sempre appagante dal punto di  vista umano. La fedeltà a Dio non porta di per se successo e gloria umana. La vicenda dolorosa del profeta Geremia non è soltanto figura della vita di Cristo, ma anche della vita di quanti scelgono di seguire Cristo e il suo vangelo. Il brano della lettera agli Ebrei della seconda lettura, lo ricorda ad una comunità rassegnata e avvilita: “Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità da parte dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo”. La fedeltà alla parola di Dio comporta una lotta con se stessi e con le strutture ingiuste e peccatrici che ci assediano. Occorre quindi costanza, fedeltà, coraggio, vigilanza e decisione per non essere in balia di quella malattia, tipica del nostro tempo, che si chiama superficialità o banalità o inconsistenza. La pace cristiana non è senza tensioni e lacerazioni, non va confusa col quieto vivere o con la tranquillità del disimpegno. Essa è una precisa e coerente scelta di valori senza compromessi e senza ambiguità con lo sguardo  sempre fisso, però, in “Dio, nostra difesa” (antifona d’ingresso: Sal 83,10).

domenica 7 agosto 2016

PICCOLI ATEI CRESCONO

 

Franco Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, Il Mulino, Bologna 2016. 231 pp.

 

Piccoli atei crescono è l’immagine della maggior novità che si registra oggi in Italia quando si parla di giovani e religione. Non si tratta dello slogan di una campagna anticredulità, messo in giro da atei militanti per annunciare che il paese è molto più distaccato dal cattolicesimo di quanto pensi la chiesa di Roma. Né, per contro, del grido di allarme lanciato da alcuni ecclesiastici che temono che le chiese vuote di giovani indichino la fine non tanto di un mondo, ma del mondo intero.

 
No. Questo libro è l’esito più rilevante di una recentissima ricerca nazionale (che si compone di un’indagine quantitativa e di molte interviste dirette) che mette a fuoco la situazione in campo religioso dei giovani dai 18 ai 29 anni che vivono nelle più diverse zone della penisola, abitano le nostre città e campagne e – a seconda dei casi – sono ancora alle prese con gli studi, già affacciati al mondo del lavoro, oppure fanno parte di quel mondo di precari e inoccupati che è uno dei crucci del paese. Si tratta della versione nostrana dei Millennials, della generazione Net o Next (e in parte Neet), da molti descritta come l’annello debole del sistema, o con una preposizione che sa di privazione “senza fretta di crescere”, senza un lavoro stabile e prospettive certe, senza un’intenzione ravvicinata di famiglia, senza le prerogative sociali possedute dai coetanei del passato, senza spazi e ruoli di rilievo capaci di offrire sicurezza e di far sentire la propria impronta generazionale.
 
I giovani italiani di oggi sono anche “senza Dio”? L’immagine è troppo forte, ma certo il fenomeno della “non credenza” tra le nuove generazioni sta assumendo dimensioni impensabili soltanto sino a pochi anni fa, di cui c’è scarsa consapevolezza sia nell’immaginario collettivo sia tra gli stessi operatori del sacro...
 

(Prima pagina dell’Introduzione al volume)

venerdì 5 agosto 2016

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 7 Agosto 2016


 


Sap 18,3.6-9: La notte (della liberazione) fu preannunciata ai nostri padri

Sal 32 (33): Beato il popolo scelto dal Signore

Eb 11,1-2.8-19: La fede è fondamento di ciò che si spera

Lc 12,32-48: Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese

 

L’antifona d’ingresso, riprendendo parole del Sal 73, ci invita a rinvigorire la nostra fede nel progetto di Dio su di noi: “Sii fedele, Signore, alla tua alleanza…” La prima lettura, tratta dal libro della Sapienza, parla della “notte della liberazione”, quando Dio, fedele alla parola data ai patriarchi, liberò il suo popolo dall’oppressione dell’Egitto. Dio è sempre fedele alle sue promesse. Chi si appoggia a lui non deve temere nulla, perché “egli è nostro aiuto e nostro scudo”. In questo contesto, il ritornello del salmo responsoriale ci invita a ripetere: “Beato il popolo scelto dal Signore”. Tema unificante i diversi testi è la fiducia in un Dio fedele.

 
La prima lettura ci propone un brano dell’ultima sezione del libro della Sapienza, che è una grandiosa rilettura sapienziale e teologica della storia d’Israele con particolare attenzione all’evento fondamentale dell’Esodo. Al centro della fede d’Israele sta sempre il ricordo di un Dio fedele, che ha portato a termine il proprio impegno salvifico nei confronti del suo popolo.

 
L’allusione alla notte pasquale dell’Esodo è evidente nel brano evangelico, in particolare in quelle parole di Gesù quando egli afferma: “siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese”, atteggiamento tipico di chi si appresta a mettersi in viaggio come gli Ebrei in quella notte, alla vigilia della loro fuga verso la libertà. La condizione di pellegrini verso la terra promessa degli Ebrei nella prima Pasqua è la condizione nostra di tutta intera la vita. Tutta la nostra esistenza terrena può essere considerata una Pasqua, cioè un rito di passaggio. Diverse generazioni cristiane vissero nella convinzione che Cristo sarebbe tornato nel cuore della grande notte pasquale, immagine della lunga attesa della Chiesa, tema illustrato dalla prima parabola della lettura evangelica. L’amore con cui riusciamo a stare svegli nel nostro cammino terreno ci orienta alla speranza. Assieme all’amore e alla speranza si intreccia la fede, di cui parla la seconda lettura: “la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede”. Modelli di questa fede sono Abramo e Sara.

 

lunedì 1 agosto 2016

FINE DELLA RIFORMA DELLA RIFORMA (/3): LA COMMISSIONE 'ECCLESIA DEI' TRA "SUMMORUM PONTIFICUM" E "KREUZWEG"


Andrea Grillo a Munera
 
Dopo gli eventi di fine giugno e primi luglio – intervista dei lefebvriani che chiudono a Francesco, conferenza a Londra del Card. Sarah e comunicato della Sala Stampa della Santa Sede sul tema, con la... altro »