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sabato 8 luglio 2017

DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO ( A )


 



 
Zc 9,9-10; Sal 144 (145); Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

 

Il Sal 144 è una celebrazione solenne della regalità di Dio. Il salmista celebra l’onnipotenza del Signore svelata nelle grandi gesta della storia della salvezza. In una esplosione di ammirazione riconoscente, l’orante scioglie un inno di lode al Signore che ha un respiro universale perché “il dominio (del Signore) si estende ad ogni generazione”. La potenza di Dio si manifesta nella bontà paziente, la sua forza nella tenerezza compassionevole, la sua grandezza nel chinarsi sul bisognoso: è la potenza della debolezza (cf. 1Cor 1,25). La Chiesa usa il salmo per celebrare la gloria del Cristo e la sua bontà. La grandezza di Dio si fa umile in Cristo; questo mistero suscita nel cuore del credente l’espressione più profonda di meraviglia e di commossa gratitudine. È a questo Cristo che noi rivolgiamo la nostra lode quando diciamo: “Benedirò il tuo nome per sempre, Signore”.
 
Il breve brano dell’Antico Testamento, proposto come prima lettura, annuncia la venuta del Re di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re”. In queste parole emerge la promessa del nuovo Davide, una promessa che, a partire dal profeta Ezechiele, ha costituito una componente sempre più rilevante dell’attesa d’Israele. Le parole profetiche evocano l’immagine mite e umile di Gesù che cavalcando un asino fa il suo trionfale ingresso in Gerusalemme. Come in altri scritti della tradizione profetica, il Messia viene qui annunciato non come un potente guerriero, ma come un messaggero umile e giusto che spezzerà i simboli di guerra e l’orgoglio dell’umana superbia con la forza dirompente dell’amore che si manifesta nella debolezza della croce. Per questo il suo dominio potrà far presa su tutto il mondo e stabilire tra i popoli una “pace” effettiva. Nel brano evangelico, Gesù si presenta come colui che realizza in pienezza le promesse profetiche. Egli si propone alle folle come  alternativa di liberazione rispetto al potere opprimente dei loro capi. Al posto dell’insopportabile peso della legge e dell’oppressivo potere dei suoi interpreti, egli propone il proprio “giogo”, facile da portare. Il “giogo” significa un impegno che condiziona nel pensare e nell’agire. Gesù promette di dare ristoro a tutti coloro che sono affaticati e oppressi, e li invita a imparare da lui che è “mite e umile di cuore”. Gesù si presenta quindi  come colui che cammina davanti a noi invitandoci a mettere i nostri piedi sulle sue orme. Dio si manifesta nel suo Figlio incarnato come un Dio umile che si rivela agli umili abbassandosi sino alle dimensioni infime dell’umanità per dare all’uomo stima di se stesso, nonché impulso e speranza di liberazione di quanto l’umilia, lo disonora e lo opprime.
 
La seconda lettura spiega in cosa consista seguire Gesù e portare il suo giogo. Paolo lo fa richiamando le due possibilità di vita che si prospettano alla libertà dell’uomo: “vivere secondo la carne” o “vivere secondo lo Spirito”. Carne e Spirito sono due principi contrapposti di vita. La carne  è l’uomo nella sua debolezza, caducità e fragilità. L’uomo non può pretendere di costruire la propria vita sulla sua fragilità; ha bisogno dello Spirito di Dio. L’uomo che vive secondo la carne cerca se stesso e rifiuta il giogo di Cristo. Invece, l’uomo che vive secondo lo Spirito si lascia condurre dallo Spirito divino che lo libera dall’orgoglio accecante e dall’egoismo paralizzante. Assoggettarsi al giogo di Cristo significa vivere secondo lo Spirito. Infatti, la vita nello Spirito si configura come una crescente esperienza della nostra progressiva trasfigurazione nel Signore, della nostra appartenenza a Cristo, del dono della vita divina che, nel Risorto, ci è stata comunicata. Questa esperienza raggiungerà il suo compimento solo quando la potenza dello Spirito Santo trasfigurerà il nostro corpo mortale per renderlo conforme al corpo glorioso del Signore. 
 
 

martedì 4 luglio 2017

“SUMMORUM PONTIFICUM” (2007-2017)




Dieci anni fa, il 7 luglio del 2007, Benedetto XVI pubblicava il Motu proprio Summorum Pontificum. Il primo articolo di questo documento recita:
«Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano».

Nella lettera ai vescovi che accompagnava la pubblicazione del Motu proprio, il Pontefice affermava, tra l’altro, che il documento intendeva «giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa». Quindi il Motu proprio non doveva produrre nessuna divisione, anzi doveva promuovere la riconciliazione ecclesiale. Cosa è successo in questo decennio? La lettura dei libri pubblicati dagli uni e dagli altri nel decorso di questo decennio, i diversi blog che si occupano di liturgia, alcuni convegni promossi in questi anni dimostrano che siamo lontani dall’agognata riconciliazione.

A questo proposito, posso raccontare che agli inizi della entrata in vigore del Motu proprio, mi trovavo a Buenos Aires nel Convegno annuale promosso dai liturgisti argentini. Mi è stato raccontato da uno dei liturgisti partecipanti al convegno che l’arcivescovo, il card. Bergoglio, lo aveva chiamato per incaricargli la celebrazione della Messa domenicale in una chiesetta ad un gruppo, allora di una ventina di persone, che voleva celebrare con la forma straordinaria. Il suddetto liturgista, un po’ perplesso, disse al arcivescovo che lui non era d’accordo con questi gruppi. La risposta del cardinale fu chiara: “Lo dico a lei perché se do l’incarico ad un sacerdote che è d’accordo con questi gruppi, mi divide la diocesi”.

M.  Augé

domenica 2 luglio 2017

QUOD ORE SUMPSIMUS, DOMINE, PURA MENTE CAPIAMUS


 
 

Jerônimo Pereira Silva, “Quod ore sumpsimus, domine, pura mente capiamus”. A sacramentalidade do aparato bucal na celebraçao dos sacramentos da iniciaçao cristã (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – “Subsidia” 180), CLV-Edizioni Liturgiche, Roma 2017. 424 pp.
 
Primeira Parte: À procura da sacramentalidade . À procura de um corpo sacramentalizado.
 
Segunda Parte: O aparato bucal e os sacramentos da iniciação cristã. A sacramentalidade entre estética, poiética e espiritualidade.
 

sabato 1 luglio 2017

LA CONCELEBRAZIONE NEI GOLLEGI ROMANI



Roberto de Mattei nel suo blog Corrispondenza Romana (28.06.2017) ha pubblicato un post dal titolo: “Francesco impone la concelebrazione nei collegi romani”. Ecco il testo:
In Vaticano corre questa voce. A un collaboratore che gli ha chiesto se sia vero che esista una commissione per “reinterpretare” la Humanae vitae, papa Francesco avrebbe risposto: «Non è una commissione, è un gruppo di lavoro» Non si tratta solo di artifici linguistici per nascondere la verità, ma giochi di parole che rivelano come il culto della contraddizione sia l’essenza di questo pontificato. Mons. Gilfredo Marengo, coordinatore del “gruppo di lavoro”, riassume bene questa filosofia, quando afferma che bisogna sfuggire al «gioco polemico pillola sì – pillola no, così come a quello odierno comunione ai divorziati sì  comunione ai divorziati no» (Vaticaninsider, 23 marzo 2017).
Questa premessa è necessaria per presentare un nuovo documento confidenziale, risultato, anch’esso, di un altro “gruppo di lavoro”. E’ il working paper della Congregazione del Clero Sulla concelebrazione nei collegi sacerdotali di Roma, che circola in maniera riservata nei collegi e seminari romani. Ciò che da questo testo emerge con chiarezza è che papa Francesco vuole imporre, di fatto, se non di principio la concelebrazione eucaristica nei collegi e nei seminari romani, affermando che «la celebrazione comunitaria deve essere sempre preferita a quella individuale».
Il motivo di questa decisione emerge dal documento. Roma non è solo la sede della Cattedra di Pietro e il cuore della Cristianità, ma è anche il luogo in cui sacerdoti e seminaristi di tutto il mondo convergono per acquisire quella venerazione verso la fede, i riti e le tradizioni della Chiesa, che una volta si chiamava “spirito romano”.
La permanenza a Roma, che aiutava a sviluppare l’amore alla Tradizione della Chiesa, oggi offre l’opportunità di una “rieducazione” dottrinale e liturgica a chi vuole “riformare” la Chiesa secondo le direttive di papa Bergoglio. La vita nei collegi romani – afferma infatti il working paper – offre l’occasione «per vivere allo stesso tempo un periodo intenso di formazione permanente integrale». 
Il documento si richiama esplicitamente a un recente discorso ai sacerdoti che studiano a Roma, in cui Papa Francesco ha ricordato l’importanza ecclesiale della concelebrazione nel contesto delle comunità dei sacerdoti studenti: «Si tratta di una sfida permanente per superare l’individualismo e vivere la diversità come un dono, cercando l’unità del presbiterio, che è segno della presenza di Dio nella vita della comunità. Il presbiterio che non mantiene l’unità, di fatto, scaccia Dio dalla propria testimonianza. Non testimonia la presenza di Dio. Lo manda fuori. In tal modo, riuniti nel nome del Signore, specialmente quando celebrate l’Eucarestia, manifestate anche sacramentalmente che Lui è l’amore del vostro cuore» (Discorso del 1 aprile 2017).
Alla luce di questa dottrina, il working paper della Congregazione per il Clero, ribadisce che «è da preferire la Messa concelebrata rispetto alla celebrazione individuale» (grassetto nell’originale, anche nelle citazioni che seguono).
«Pertanto i Superiori sono vivamente invitati a incoraggiare la Concelebrazione, anche più volte al giorno, nelle grandi comunità presbiterali. Di conseguenza si possono prevedere nei Collegi varie concelebrazioni, in modo che i presbiteri residenti in essi vi possano partecipare secondo le proprie esigenze, avendo cura dì stabilire due o tre momenti lungo la giornata».
«In effetti, i rapporti quotidiani, condivisi ogni giorno e per anni nello stesso Collegio Romano, sono un’esperienza importante nella traiettoria vocazionale di ciascun sacerdote. Tramite questa mediazione, infatti, si stabiliscono vincoli di fraternità e di comunione tra presbiteri di diverse diocesi e nazioni che trovano un’espressione sacramentale nella concelebrazione eucaristica».
«Certamente, l’allontanarsi dalla propria diocesi d’incardinazione e dalla missione pastorale durante un tempo abbastanza lungo garantisce non soltanto la preparazione intellettuale, ma soprattutto offre l’occasione per vivere allo stesso tempo un periodo intenso di formazione permanente integrale. In quest’ottica la vita comune dei Collegi sacerdotali offre questa modalità della fraternità presbiterale, probabilmente nuova rispetto al passato. L’esperienza del Collegio rappresenta un’opportunità per una fruttuosa celebrazione dell’Eucaristia da parte dei sacerdoti. Pertanto, la pratica della Concelebrazione eucaristica quotidiana nei Collegi può diventare un’occasione di approfondimento della vita spirituale dei sacerdoti, con importanti frutti, come: l’espressione della comunione tra i presbiteri delle diverse Chiese particolari, che è manifestata particolarmente quando i Vescovi delle diverse diocesi presiedono la concelebrazione in occasione delle visite a Roma; l’opportunità di ascoltare l’omelia tenuta da un altro confratello; la celebrazione curata, e anche solenne, dell’Eucaristia quotidiana, l’approfondimento della devozione eucaristica che ogni  sacerdote deve coltivare, al di là della stessa celebrazione».
Tra le norme pratiche che vengono indicate, si legge: «È raccomandabile che i sacerdoti possano partecipare ordinariamente alla Concelebrazione eucaristica negli orari previsti nel Collegio, preferendo sempre la celebrazione comunitaria a quella individuale. In tal senso, i Collegi con un nutrito numero di sacerdoti ospiti potrebbero stabilire la Concelebrazione Eucaristica in 2 o 3 orari diversi della giornata, in modo da permettere a ciascuno di partecipare secondo le proprie esigenze personali, accademiche o pastorali».
«Se i sacerdoti residenti nel Collegio per circostanze particolari non possono partecipare alla Concelebrazione negli orari previsti, devono preferire sempre il celebrare insieme in un altro orario più conveniente».
La violazione del canone 902, secondo cui i sacerdoti «possono concelebrare l’Eucaristia, rimanendo tuttavia intatta per i singoli la libertà di celebrarla in modo individuale», è palese e reiterata in due passi del testo, con la conseguenza che i collegi che applicheranno alla lettera il working paper violeranno la legge universale vigente. Ma al di là delle considerazioni giuridiche, ve ne sono altre di natura teologica e spirituale.
Il 5 marzo 2012, in occasione della presentazione del libro di mons. Guillaume Derville, La concelebrazione eucaristica. Dal simbolo alla realtà (Wilson & Lafleur, Montréal 2012), il cardinale Antonio Cañizares, allora prefetto della Congregazione per il Culto Divino, sottolineò la necessità di “moderare” la concelebrazione, facendo proprie le parole di Benedetto XVI: «raccomando ai sacerdoti la celebrazione quotidiana della santa Messa, anche quando non ci fosse partecipazione di fedeli. Tale raccomandazione si accorda innanzitutto con il valore oggettivamente infinito di ogni Celebrazione eucaristica; e trae poi motivo dalla sua singolare efficacia spirituale, perché, se vissuta con attenzione e fede, la santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione» (Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, n. 80).
La dottrina cattolica vede infatti nella Santa Messa il rinnovamento incruento del Sacrificio della Croce. La moltiplicazione delle Messe rende la maggior gloria a Dio ed è un immenso bene per le anime. «Se ogni Messa ha in se stessa un valore infinito – scrive il Padre Joseph de Sainte-Marie –, le disposizioni degli uomini per riceverne i frutti sono sempre imperfette e, in questo senso, limitate. Da qui l’importanza del numero delle celebrazioni delle Messe per moltiplicare i frutti della salvezza. Sostenuta da questo ragionamento teologico elementare ma sufficiente, la fecondità salvifica della moltiplicazione delle Messe è inoltre provata dalla pratica liturgica della Chiesa e dall’atteggiamento del Magistero. Di questa fecondità la Chiesa – la storia lo insegna – ha preso progressivamente coscienza nel corso dei secoli, promuovendo la pratica e poi incoraggiando ufficialmente sempre più la moltiplicazione delle Messe» (L’Eucharistie, salut du monde, Dominique Martin Morin, Parigi 1982, pp. 457-458).
Per i neo-modernisti la Messa si riduce ad un’assemblea, tanto più significativa quanto maggiore è il numero dei sacerdoti e dei fedeli che ad essa partecipano. La concelebrazione è intesa come uno strumento per far perdere lentamente al Sacerdote la coscienza del suo essere e della sua missione, che è unicamente la celebrazione del sacrificio eucaristico e la salvezza delle anime.
Ma la diminuzione delle Messe e la perdita della retta concezione della Messa è una delle principali cause della crisi religiosa del nostro tempo. Ora anche la Congregazione per il Clero, per volere di papa Bergoglio, porta il suo contributo a questo smantellamento della fede cattolica.

QUALCHE OSSERVAZIONE:
Che la celebrazione comunitaria, in particolare quella della Messa, sia da preferirsi a quella individuale, è un principio stabilito dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium n. 27.
In passato, prima del Vaticano II, nei Collegi romani dove erano numerosi i giovani sacerdoti, ogni mattina contemporaneamente ciascuno di noi celebrava in un altare, talvolta fatiscente, da solo o, i più fortunati, accompagnati da un seminarista o confratello laico. Non era uno spettacolo degno dell’Eucaristia.
La S. Congregazione dei Riti nell’Istruzione Eucharisticum Mysterium, nel n. 47, afferma che per mezzo della concelebrazione eucaristica si manifesta nel modo più opportuno “l’unità del sacrificio e del sacerdozio”; la concelebrazione inoltre “esprime e consolida i vincoli fraterni dei presbiteri”.
C’è in giro un certo individualismo, tipico del nostro tempo, che potrebbe portare a preferire la celebrazione individuale e quasi privata, anche se supportata da motivazioni di pietà e devozioni personali... 
De Mattei scrive: «Se ogni Messa ha in se stessa un valore infinito – scrive il Padre Joseph de Sainte-Marie –, le disposizioni degli uomini per riceverne i frutti sono sempre imperfette e, in questo senso, limitate. Da qui l’importanza del numero delle celebrazioni delle Messe per moltiplicare i frutti della salvezza…» Questa visione “quantitativa” delle Messe è fuorviante: nel caso della concelebrazione, nulla cambia se 10 sacerdoti celebrano individualmente o lo fanno insieme in una concelebrazione. 

Matias Augé

DOMENICA XIII DEL TEMPO ORDINARIO ( A )


 

 

Come salmo responsoriale ci viene proposto un brano della prima parte del lungo Sal 88. Si tratta di un inno alla bontà e alla fedeltà di Dio, che si manifestano nella creazione, nel governo del mondo e nella protezione accordata al suo popolo. Non solo la grande storia della salvezza, ma anche la piccola storia di ciascuno di noi rivela la presenza discreta e prodigiosa di Dio. Per questo innalziamo la nostra preghiera per esaltare la sua grande misericordia. Il salmista, poi, proclama beato il popolo che cammina alla luce del volto del Signore. È un invito a vivere l’alleanza con Dio, dimostrando al Signore fedele alle sue promesse, che siamo disposti a collaborare con lui, per essere fedeli alle nostre.
 
Dei brani della Scrittura proposti oggi alla nostra attenzione, si possono fare diverse letture. Cercheremo di leggere i testi unitariamente sviluppando il tema del camminare alla luce del volto del Signore, tema emerso già nel salmo responsoriale. Nella prima lettura (2Re 4,8-11.14-16) si parla di un cammino che va dalla sterilità alla fecondità: la vita di colui che accoglie il fratello, e con lui la visita di Dio, diventa una vita feconda. Nella seconda lettura (Rm 6,3-4.8-11) san Paolo ci propone un cammino che va dalla morte alla vita: nel battesimo siamo stati sepolti con Cristo per camminare in una vita nuova, quella di Cristo risorto. Si tratta di una partecipazione alla vita del Risorto che si sviluppa nel pellegrinaggio terreno per giungere al suo definitivo compimento nella gloria.
 
È però sulla lettura evangelica (Mt 10,37-42) che vorrei soffermarmi. Le parole di Gesù raccolte in questo brano sono particolarmente dure ed esigenti. Il Signore ci propone il cammino paradossale della croce, quello che egli stesso ha percorso: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”.  Di fronte alla radicalità di queste parole, è giusto domandarsi quale sia il loro vero significato. Gesù non chiede di “sentire” più affetto per lui che per i propri familiari. Non si tratta di sentimenti, ma di valori, di porre cioè Cristo e la sua volontà prima di ogni altro valore e di ogni altra volontà. Non sarebbe un buon figlio chi, per far contenti i propri genitori, diventasse un ladro o un criminale. Anzi, questa maniera di agire sarebbe proprio il modo di disprezzare quella vita e quella dignità che i genitori ci hanno dato come valore da custodire. San Benedetto ha sintetizzato in modo giusto questa dottrina quando indirizzandosi ai monaci, che hanno fatto una scelta radicale di Cristo, dice nella sua Regola: “Nulla anteporre all’amore di Cristo” (4,21), e poi, quando più avanti afferma, parlando dell’obbedienza: “Essa è propria di coloro che ritengono di non avere assolutamente nulla più caro di Cristo” (5,2). Nessun vincolo umano e nessuna illusoria tentazione deve quindi sottrarre il discepolo di Gesù dalla fedeltà al suo Signore.
 
Il nostro passaggio sulla terra non è una passeggiata turistica, ma un faticoso cammino, che tuttavia nasconde e nello stesso tempo rivela un grande mistero, quello del Cristo morto e risorto. Alla fine del cammino c’è la partecipazione piena e definitiva alla vita del Risorto.
 

domenica 25 giugno 2017

IL SENSO DEL MISTERO


 

«…Di fronte agli accenti polemici di chi lamenta la sparizione di un presunto “senso del mistero”, occorre ribadire che esso non può essere confinato in una fase evolutiva del rito romano e tanto meno in quegli aspetti che tendono piuttosto a occultare che a mostrare, ma è dato e mediato dalla partecipazione alle modalità “linguistiche” proprie del rito. A consentire la genuina percezione dell’ineffabile è la sequela docile della logica rituale, delle sue leggi e dei suoi ritmi, di ciò che appare e ciò che si nasconde, di ciò che avvicina e di ciò che pudicamente fa prendere le distanze. È così che la liturgia riesce ad avvolgere di mistero le esistenze, a fecondarle e a rilanciarle nei percorsi della storia per la testimonianza […]

Possedere il “senso del mistero” significa trovare se stessi nella vicenda salvifica di Gesù Cristo, dando e ricevendo la forma della fede, gustando la misericordia di Dio, maturando nel cammino dell’adesione al Signore. Non, dunque, una sorta di spettacolo da ammirare, possibilmente oscuro e indecifrabile, ma autentica partecipazione alla Pasqua di Cristo…»

(Loris Della Pietra, Una Chiesa che celebra, Messaggero, Padova 2017, pp. 57-58)

venerdì 23 giugno 2017

DOMENICA XII DEL TEMPO ORDINARIO ( A )


 


 
Ger 20,10-13; Sal 68; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33

 

Possiamo riassumere il contenuto delle letture bibliche odierne con queste parole: la nostra fedeltà a Dio e al suo vangelo esige talvolta un caro prezzo che, però, possiamo affrontare se abbiamo fiducia nel Signore. Nella prima lettura, vediamo che la parola del profeta Geremia è scomoda a molti dei suoi contemporanei, incontra l’ostilità addirittura dei suoi parenti e amici. Il profeta sente tutto il peso della trama ordita contro di lui. Ciò nonostante, egli è fedele alla sua missione, perché sa che il Signore non lo abbandona. Perciò affida a lui la sua causa, anzi esprime la riconoscenza per l’aiuto ricevuto. L’insegnamento del brano del vangelo s’inquadra perfettamente nel contesto della prima lettura. Per ben tre volte Gesù ripete ai suoi discepoli inviati in missione il comando: “Non abbiate paura degli uomini... non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo... non abbiate dunque paura”. Ci possiamo domandare che senso abbiano oggi le parole di Gesù? Infatti, noi viviamo in un ambiente che in genere non è minaccioso nei confronti del testimone di Cristo, ma è semplicemente distratto e disinteressato ai grandi ideali proclamati dal cristianesimo. In queste circostanze ci vuole coraggio per testimoniare valori “forti”. Oggi le parole di Gesù sono quindi un invito a non scoraggiarsi, a non gettare la spugna, a continuare con fiducia la nostra testimonianza di vita cristiana anche quando il messaggio che la nostra parola e le nostre opere intendono proclamare sembra essere insignificante e lontano dagli interessi dei nostri simili. Nella colletta alternativa chiediamo a Dio che ci sostenga con la forza del suo Spirito, “perché non ci vergogniamo mai della nostra fede”.
 
Si potrebbe dire che il cristiano si distingue dal non cristiano dal modo in cui vince la paura. L’alternativa cristiana al dubbio, all’incertezza e alla paura si chiama fiducia in Dio. Il vero discepolo di Gesù non cede alla tentazione di considerarsi dimenticato, di sentirsi insignificante, ma impara piuttosto da Gesù a fidarsi del Padre, il quale se provvede agli uccelli del cielo tanto più provvederà ai discepoli di Gesù.  Questa fiducia in Dio viene incoraggiata anche da san Paolo nel brano della seconda lettura. Il Cristo non rimedia solo a una situazione catastrofica, conseguenza del peccato che si è moltiplicato nel mondo. Infatti, in questo mondo immerso nel peccato, sovrabbonda la grazia di Dio. Con Gesù Cristo, afferma l’Apostolo, i doni di Dio “si sono riversati in abbondanza su tutti”. Si tratta di una visione ottimistica dell’umanità, visione tipicamente cristiana. È l’umanità ideale, quella del futuro, quella che nella storia, pur non essendo mai pienamente raggiunta, deve rappresentare già ora il costante obiettivo del nostro impegno quotidiano.
 
La partecipazione eucaristica, “sacrifico di espiazione…” ci purifica dai nostri peccati e ci rinnova, perché tutta la nostra vita sia accetta alla volontà del Signore (orazione sulle offerte).