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domenica 10 giugno 2018

IL TEMPO DELLA FESTA




Andrea Grillo, Tempo graziato. La liturgia come festa, Messaggero, Padova 2018. (115 pp.).


Parte prima. Il tempo in epoca postmoderna (vacanza, lavoro, festa).

La riflessione teologica sulla festa come verità del tempo.

Il tempo e la festa nella loro dimensione ordinaria e riflessa: antropologia e teologia.

Piccola fenomenologia del tempo e della festa nella Bibbia.

Piccola fenomenologia del tempo e della festa nella Chiesa.


Parte seconda. L’emergenza del tema “festa” nella teologia contemporanea.

La particolarità temporale della festa.

Centralità del concetto di libertà per una comprensione del tempo festivo.

Per una festa accessibile al postmoderno.

Vacanza, lavoro, dono: per una sintesi conclusiva.

Piccola conclusione sapienziale.

venerdì 8 giugno 2018

DOMENICA X DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) - 10 Giugno 2018






Gen 3,9-15; Sal 129; 2 Cor 4,13-5,1; Mc 3,20-35

 

Il Sal 129, anche se è una supplica che spesso viene ridotta al rango di canto funebre, resta uno splendido inno alla gioia del perdono. La preghiera del salmista diventa, ad un tratto, preghiera d’Israele: la sua attesa della misericordia divina è quella di tutto il popolo e su questa misericordia può contare, perché essa è grande e il Signore lo libererà dai suoi peccati. Non è solo il salmista, non è solo Israele, è tutto il mondo della miseria umana che dal profondo del peccato innalza il suo grido al Signore misericordioso. Con le parole del salmo esprimiamo umilmente la nostra condizione di peccatori e la grande fiducia nell’amore di Dio che non abbandona mai i suoi figli.

Al centro delle letture odierne sta la lotta dell’uomo contro le potenze del male. Essa è un’esperienza quotidiana, caratterizzata spesso da cedimenti e sbagli, iniziati con l’amara esperienza del peccato primordiale di Adamo ed Eva, di cui ci parla la prima lettura. Questa pagina del libro della Genesi intende dare una risposta alla domanda: da dove viene il male morale? Con il linguaggio simbolico degli antichi racconti eziologici, si afferma che la fonte del male morale è l’uomo stesso che liberamente, si lascia condizionare dal tentatore ed opera scelte contrastanti con Colui che dovrebbe essere il valore fondamentale della sua vita. Il racconto biblico illustra le quattro rotture provocate dal peccato: con Dio, di cui si fugge per paura; con gli uomini, con i quali si rompe la solidarietà; con se stessi, con relativa interiore insicurezza e debolezza; con la natura, che invece di condurre a Dio ne diventa un ostacolo. Il racconto della Genesi si chiude con la maledizione del serpente, il tentatore, e con misteriose parole di speranza per l’umanità: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. Profezia di una lotta dura e aspra, ma con un finale vittorioso. In altre parole, l’essere umano, cioè il figlio della donna, avrà la meglio sul serpente tentatore.

Questa profezia si avvera in Cristo, presentato da san Marco nel brano evangelico d’oggi come “l’uomo forte” che è in grado di difendersi da ogni assalto del male, da “satana”. Giovanni Battista aveva già presentato Gesù come “uno più forte” che viene dopo di lui e che battezza con lo Spirito Santo (cf. Mc 1,7-8). Gesù vince il male perché cede solo alle richieste di Dio e alle urgenze dell’uomo, non ai vari “demoni” del suo tempo. Con lui e in lui è veramente giunto il regno di Dio ed è iniziato il crollo del regno di satana. Gesù è venuto per trasferirci dal regno delle tenebre, in cui domina satana e la sua logica di menzogna, al regno del Figlio diletto, quello dove Gesù regna e il vangelo diventa norma dei nostri comportamenti. In questo modo, viene anticipata quella vittoria finale del bene e dell’uomo rappresentata dalla risurrezione, di cui parla san Paolo nella seconda lettura: “colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui”.


domenica 3 giugno 2018

NUOVE CHIESE






Frédérick Debuyst, Elogio di nuove chiese (Liturgia e vita), Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2018. Pagine 196 + 60 tavole a colori.



Nel panorama europeo Frédérick Debuyst, monaco benedettino, non è solo un testimone e un interprete autorevole del cammino dell’architettura liturgica del dopoguerra ai nostri giorni, ma anche un ispiratore ascoltato e influente, attraverso intuizioni teologicamente nette e spiritualmente intense. La misura umana dell’architettura cristiana è la cifra sintetica del pensiero di Frédérick Debuyst, un pensiero e un’opera che sono la testimonianza spirituale di un uomo sedotto dalla bellezza, maestro del genio cristiano del luogo. Un volume omaggio al principale esperto del legame tra liturgia e architettura.


sabato 2 giugno 2018

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (B) – 3 Giugno 2018





Es 24,3-8; Sal 115 (116); Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26



Le tre letture odierne ci invitano a riflettere sul significato dell’Eucaristia come sacrificio della nuova ed eterna alleanza tra Dio e gli uomini. Dio, nel sangue di Cristo suo Figlio ha stretto con noi una nuova alleanza che dà compimento a quella antica stipulata con Israele con la mediazione di Mosè.



Il brano del libro dell’Esodo racconta la celebrazione dell’alleanza tra Dio e il popolo d’Israele ai piedi del monte Sinai, dopo la proclamazione del decalogo, la carta costituzionale del popolo di Dio. La celebrazione si conclude con la solenne promessa del popolo: “Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto”. Allora Mosè prende il sangue degli animali sacrificati - di cui una metà era stata versata sull’altare - e ne asperge il popolo dicendo: “Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!”. Il rito del sangue, considerato sede e veicolo della vita, esprime il rapporto vitale del popolo che accoglie le parole del Signore e si impegna ad attuarle.



La seconda lettura ci ricorda che il Signore Gesù è diventato l’unico sacerdote e mediatore della nuova alleanza “non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue”. A questo punto diventa possibile comprendere il testo evangelico che riporta il racconto dell’ultima cena. Quando Gesù offre ai suoi discepoli il calice e dice: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti”, non c’è dubbio che intende riferirsi al sangue nel quale era stata stipulata l’alleanza sinaitica. Il sangue che Gesù versa sulla croce ed offre nell’Eucaristia è il sangue della nuova alleanza. Gesù con il suo sacrificio realizza contemporaneamente le due dimensioni dell’alleanza: l’impegno di Dio verso l’uomo e l’obbedienza dell’uomo verso Dio. La nuova alleanza con Dio, sigillata col sangue di Cristo, si perpetua nei secoli nella misura in cui noi, nutriti con il pane e il vino dell’Eucaristia, siamo capaci di riprodurre in noi lo stile oblativo della vita di Cristo attraverso l’obbedienza alla sua parola e attraverso il dono di noi stessi nell’amore verso i fratelli.



Notiamo che il sangue della nuova alleanza viene versato “per molti”, espressione che nel parlare semitico non si oppone a tutti, ma può significare “per tutti che sono molti”, cioè per tutti gli uomini senza distinzione. Tutti coloro che partecipano di questo patto sono anche uniti tra di loro, chiamati tutti a formare l’unico popolo di Dio. L’orizzonte si allarga quindi oltre il gruppo dei discepoli. Essi, nella prospettiva di Gesù, costituiscono il nucleo di una comunità che potenzialmente abbraccia tutti gli esseri umani. Nel pane e nel vino dell’eucaristia si prolunga l’efficacia salvifica della morte di Gesù che rende possibile un nuovo rapporto degli uomini tra loro e con Dio.

domenica 27 maggio 2018

ARCHITETTURA DI PROSSIMITA



Monastero di Bose
Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto – Cei
Consiglio Nazionale Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori


XVI CONVEGNO LITURGICO INTERNAZIONALE
ARCHITETTURA DI PROSSIMITÀ


Idee di cattedrale, esperienze di comunità


BOSE, 31 maggio- 2 giugno 2018

venerdì 25 maggio 2018

SANTISSIMA TRINITA’ (B) – 27 Maggio 2018






Dt 4,32-34.39-40; Sal 32 (33); Rm 8,14-17; Mt 28,16-20



La celebrazione della solennità della Santissima Trinità alla fine dell’itinerario che abbiamo percorso da Natale al Calvario e dalla Tomba vuota alla venuta dello Spirito è un invito a contemplare le radici di tutto quanto abbiamo commemorato nel decorso dell’anno liturgico. Si tratta di una storia di salvezza il cui protagonista è Dio Uno e Trino. Alla luce del mistero trinitario tutto acquista il suo senso. Tutto discende dal Padre, per Gesù Cristo, suo Figlio fatto uomo, grazie all’azione dello Spirito Santo e alla sua presenza nei nostri cuori. Tutto risale al Padre per il suo Figlio, nello Spirito. È’ questo il doppio movimento, discendente e ascendente, del mistero della salvezza.



Noi sappiamo qualcosa di Dio perché egli si è manifestato nella storia come creatore e salvatore. Le letture bibliche di questa celebrazione ci invitano ad approfondire, in una prospettiva di fede, i modi in cui Dio si rivela e si fa presente nella storia della salvezza e nella nostra vita di ogni giorno. La prima lettura propone un brano del discorso tenuto da Mosè al popolo d’Israele uscito dall’Egitto e vicino ormai alle soglie della terra promessa. Mosè invita i suoi ascoltatori a prendere coscienza della benevola vicinanza che Dio ha mostrato con loro. Egli è il Santo al quale l’essere umano non può accostarsi. Eppure ha parlato ai figli di Israele ed essi hanno udito la sua voce e sono rimasti vivi. Poi Mosè trae la conseguenza di tutto ciò: la fedeltà a Dio unico Signore è la garanzia della libertà e della felicità. Questa pagina della Scrittura ricorda ciò che non bisogna mai dimenticare: Dio non si dimostra, si mostra. Nel Nuovo Testamento segno di questa presenza di Dio è Gesù, il quale ci rassicura nel brano evangelico d’oggi: “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.



Dio non è il gendarme della nostra vita, ma il Padre che attraverso il suo Spirito ci rende sempre più figli ed eredi sul modello di suo Figlio unigenito Gesù. Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo ci esorta ad aprire il nostro cuore a questo Spirito. Trasformati dall’amore dello Spirito, i nostri rapporti devono essere filiali verso il Padre e fraterni verso il Cristo.



Nel brano evangelico, Gesù ci invita a passare dalla comunione interpersonale con Dio alla testimonianza di questa esperienza. Infatti, congedandosi degli apostoli, Gesù afferma solennemente: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che ci ho comandato”. 



Alla luce del mistero trinitario, Dio ci si manifesta come un Dio che esce da se stesso, ama il mondo e l’uomo; si comunica e dialoga con lui. Un Dio quindi vicino, che viene al nostro incontro per mezzo di suo Figlio. Un Dio che addirittura ci fa partecipi della sua vita. Un Dio di cui possiamo ben dire: “grande è il suo amore per noi” (antifona d’ingresso).

domenica 20 maggio 2018

SPIRITUALITÀ E BIBBIA





Gianfranco Ravasi, Spiritualità e Bibbia (Giornale di teologia 404), Queriniana, Brescia 2018. 260 pp. 17 €.


L’itinerario qui proposto percorre sostanzialmente due traiettorie.

Dopo aver offerto la chiave simbolica per entrare nell’orizzonte spirituale delle sacre Scritture, ricco di iridescenze tematiche, Ravasi procede innanzitutto ad uno spoglio integrale dei due Testamenti nel loro ordine canonico. Qui si rendono necessarie alcune soste specifiche affrontando testi capitali come i profeti, i salmi, Giobbe, il Cantico, le beatitudini – veri e propri sentieri d’altura della spiritualità biblica.

L’altro percorso seguito è più panoramico: Ravasi delinea una mappa sintetica della spiritualità delle Scritture, così da comporre un messaggio teologico unitario, basato sulla categoria di “conoscenza” nella sua vasta molteplicità semantica biblica.

Questi due movimenti, accompagnati da una costellazione di temi aggregati – come lo Spirito santo, la povertà, la lectio divina o la spiritualità della sofferenza – delineano alla fine non solo una guida alla mistica, ma anche un’essenziale sintesi della teologia biblica. Lì fin dall’origine lo spirituale è esperienza affettiva ma non irrazionale, interiore ma non astratta: è esperienza incorporea, ma anche “carnale”, è mistero ma anche epifania, è silenzio ma non afasia.

(Quarta di copertina)