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giovedì 8 maggio 2025

HABEMUS PAPAM LEONE XIV

 



 

IL COLLEGIO EPISCOPALE E IL SUO CAPO, IL PAPA

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica

 

880. Cristo istituì i Dodici «sotto la forma di un collegio o di un gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di mezzo a loro».400 «Come san Pietro e gli altri Apostoli costituirono, per istituzione del Signore, un unico collegio apostolico, similmente il Romano Pontefice, Successore di Pietro, e i Vescovi, successori degli Apostoli, sono tra loro uniti».401

881. Del solo Simone, al quale diede il nome di Pietro, il Signore ha fatto la pietra della sua Chiesa. A lui ne ha affidato le chiavi;402 l'ha costituito pastore di tutto il gregge.403 «Ma l'incarico di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito col suo capo».404 Questo ufficio pastorale di Pietro e degli altri Apostoli costituisce uno dei fondamenti della Chiesa; è continuato dai Vescovi sotto il primato del Papa.

882. Il Papa, Vescovo di Roma e Successore di san Pietro, «è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli».405 «Infatti il Romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di Vicario di Cristo e di Pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente».406

883. «Il Collegio Corpo dei Vescovi non ha autorità, se non lo si concepisce insieme con il Romano Pontefice, [...] quale suo capo». Come tale, questo Collegio «è pure soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa: potestà che non può essere esercitata se non con il consenso del Romano Pontefice».407

 

domenica 4 maggio 2025

IL CANTICO DELLE CREATURE

 


Il canto Laudato si’ di san Francesco e l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco ci aiutano a comprendere l’importanza di una lode/benedizione cosmica: farci scendere dal piedistallo in cui un certo soggetto-centrismo ci ha collocato.

In quest’ottica, il capitolo 3 del libro di Daniele resta uno splendido esempio di Cantico delle creature. Ci pare di essere davanti ad una sorta di ricapitolazione della creazione, in cui la benedizione discendente diventa ascendente, e tutto quanto è stato posto in essere a sua volta “bene-dice” il Signore: cieli, acque, sole, luna, stelle, piogge, rugiade, venti, fuoco, terra, monti, creature che germinano sul terreno, mari, fiumi, quanto si muove nell’acqua (persino i mostri marini) e nell’aria, tutti gli animali selvaggi e domestici. Tutto, nell’imperativo ottativo della preghiera, viene invitato a benedire il Signore. Fino ad arrivare ai figli dell’uomo e, quindi, a tutti i figli e figlie della stirpe umana. Nel cantico ci sono i nomi di Anania, Azaria e Misaele, nel nostro cantico quotidiano, i nostri nomi. In una benedizione corale, senza parole, ma di ogni creatura, nella sua specificità. Perché il vero “dire” del benedire (sia quello del Creatore, sia quello delle creature) è silenzioso. “I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annunzia il firmamento”; Sal 19. Un silenzio “dicente” in cui l’essere (ogni essere) si dona (può donarsi) cor-rispondendo così al vento pieno di rugiada (Dn 3,50), al mormorio di brezza leggera, alla voce di silenzio sottile (I Re 19, 12), da cui tutto ha preso e prende forma. Un dialogo non fatto di parole (significanti), ma di segni (significati). Torniamo così alla radice inglese e tedesca del benedire: “segnare”.

Fonte: Annalisa Caputo, Il “sì” della vita alla vita. Benedizione, riconoscimento, riconoscenza, in “Rivista di Pastorale Liturgica”, n. 368 (1/202), pp. 9-10.

venerdì 2 maggio 2025

DOMENICA III DI PASQUA (C) – 4 Maggio 2025

 



 

At 5,27b-32.40b-41; Sal 29 (30); Ap 5,11-14; Gv 21,1-19        

   

 

Per cogliere in modo unitario il messaggio delle tre letture odierne, partiamo dal vangelo, dove vediamo che Pietro, riabilitato e confortato dalla presenza e dalle parole del Risorto, riscopre la sua vocazione di “pastore”. Il brano degli Atti (prima lettura) ci racconta come gli apostoli ritornano a predicare con gioia Cristo risorto nonostante gli insuccessi e le ripetute proibizioni del Sinedrio. Finalmente il brano dell’Apocalisse (seconda lettura) ci rassicura che Cristo ha riportato la vittoria sulla morte ed ora riceve la lode di tutte le creature. Niente ci deve quindi scoraggiare dal servizio al vangelo: né le difficoltà della fede né la persecuzione.

 

La predicazione apostolica produce l’immancabile reazione del Sinedrio, al tempo autorità religiosa e anche politica. Imprigionati e miracolosamente liberati, gli apostoli si recano di nuovo nel tempio a testimoniare pubblicamente il loro Signore. Al sommo sacerdote, presidente del tribunale del Sinedrio, che ricorda a Pietro la proibizione di insegnare nel nome di Gesù, l’Apostolo risponde coraggiosamente a nome di tutti: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. “Obbedire” nella Bibbia è sinonimo di “credere”; perciò, Pietro afferma la forza critica della fede nei confronti dell’autorità umana, politica o religiosa, quando essa si arroga dignità e ruoli che non rispettano la libertà della coscienza. Il conflitto della comunità apostolica con il potere giudaico prolunga quello che ha condotto Gesù alla passione e alla morte in croce. Ma Cristo ha vinto la morte! La testimonianza degli apostoli poggia su questa certezza, a tal punto che essi sono “lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”.

 

Testimoniare Cristo risorto è compito della Chiesa nel suo insieme, di tutti i cristiani. Ma per testimoniare Cristo è necessario fare anzitutto esperienza di lui, percepire la sua presenza, e incontrarlo nella nostra vita. Notiamo che gli apostoli incontrano il Signore risorto mentre sono al lavoro ed è qui che vengono richiamati al loro impegno di testimoniare dinanzi agli uomini il vangelo di Gesù. La testimonianza e l’esperienza del Cristo si collocano quindi all’interno della vita quotidiana, familiare e di lavoro. Questa testimonianza non è senza sofferenza e croce. Bisogna abituarsi a portare giorno dopo giorno la croce della testimonianza della propria fede senza perdersi d’animo. Ciò significa che la nostra testimonianza deve essere ferma ma non arrogante, decisa ma non provocatoria, umile ma non masochista, una testimonianza d’amore e non di privilegio, una testimonianza nel nome del Signore Gesù e non nel nome proprio.

 

In modo del tutto particolare, il Signore continua a manifestarsi a noi nell’eucaristia perché, riconoscendolo nei segni sacramentali, possiamo “proclamare davanti a tutti che Gesù è il Signore”.

 

domenica 27 aprile 2025

LA DANZA LITURGICA

 



 

Un cenno particolare vorremmo riservare alla danza liturgica. Abbiamo già visto la rilevanza che ha quest’arte nell’ambito della vita d’Israele e della sua stessa teologia (Pr 8,30-31). Ora ci fermeremo brevemente sull’uso cultico della danza. Anche nella religiosità cananea la danza con finalità “estatiche” era molto praticata. È la Bibbia stessa a ricordarlo con la rappresentazione dell’adorazione del vitello d’oro, tipico simbolo del Baal cananeo: quando Mosè, scendendo dal monte e avvicinandosi all’accampamento degli israeliti, ode “il grido di chi canta a due cori”, s’accorge subito del “vitello e delle danze” (Es 32,18-19). Nella sfida tra Elia e i sacerdoti di Baal sul Carmelo, questi ultimi “continuavano a saltare intorno all’altare che avevano eretto…; gridavano a voce più forte, si facevano incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue… agivano da invasati” (1Re 18,26.28-29).

L’esempio più alto della danza liturgica di Israele è, ancora una volta, quello di Davide davanti all’arca mentre viene trasferita nella nuova capitale, Gerusalemme: “Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore… Ora, mentre l’arca del Signore entrava nella città di Davide, Mikal, figlia di Saul, guardò dalla finestra; vedendo il re Davide che saltava e danzava davanti al Signore, lo disprezzò in cuor suo” (2Sam 6,14,16; cfr. 1Cr 13,8). La danza accompagna spesso anche il Salterio perché la lode divina deve coinvolgere tutto l’essere (Sal 149,3; 10,4). Un esempio suggestivo anche dal punto di vista rubricario è proposto dal Sal 118 che è strutturato su un vero e proprio spartito rituale: “Ordinate la danza con rami frondosi sino ai lati dell’altare!” (v. 27). Si ha qui forse un’allusione alla festa delle Capanne, durante la quale si agitava il lulav, un mazzetto di fronde di palma, di mirto e di salice (Lv 2,40). È, comunque, degno di nota che il termine biblico per indicare la “festa”, hag, deriva proprio dal verbo hag che significa “danzare”. E il salmo citato raffigura appunto una scena di danza liturgica processionale durante una festa ebraica.  

Fonte: Gianfranco Ravasi, Il canto della rana. Musica e teologia nella Bibbia, Milano 2025, pp. 85-87.

venerdì 25 aprile 2025

DOMENICA II DI PASQUA (C) – 27 Aprile 2025 o della Divina Misericordia

 



 

At 5,12-16; Sal 117 (118); Ap 1,9-11a.12-13.17-19; Gv 20,19-31

    

 

Il contenuto delle tre letture di questa domenica può essere considerato da diverse prospettive, ma tutte e tre le letture hanno al centro Gesù Cristo risorto e la fede in lui. La prima lettura ci racconta che il numero di coloro che credevano nel Signore aumentava. La seconda lettura è un brano del primo capitolo dell’Apocalisse, dove san Giovanni narra la visione che egli ha avuto di Cristo risorto, il quale al tempo stesso che lo incoraggia a scrivere le cose che ha visto, proclama solennemente: “Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiave della morte e degli inferi”. Finalmente, il brano evangelico ci tramanda la toccante storia dell’atto di fede in Cristo risorto dell’apostolo san Tommaso.

 

Il grande pensatore cristiano Dietrich Bonhoeffer, scrivendo dal carcere berlinese nel 1944, pochi giorni prima di essere impiccato, riassumeva così il senso di tutta la sua esistenza: “Io vorrei imparare a credere…” Il cristiano è colui che impara a credere giorno per giorno sino al termine della sua vita. L’odierno racconto evangelico è il ritratto della storia della fede di un uomo che ha dovuto imparare a credere, e che ha avuto bisogno dei suoi tempi. Dinanzi alla testimonianza degli altri apostoli che hanno visto il Risorto, Tommaso afferma che se non mette il dito nel posto dei chiodi e non mette la mano nel costato del Cristo, non crederà. Tommaso ha bisogno di vedere e toccare, ha bisogno dei suoi tempi. Al termine della prova di appello offertagli dal Signore, Tommaso proclama la sua professione di fede, la più sublime dell’intero vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”. La Chiesa annuncia al mondo l’evento pasquale: “Abbiamo visto il Signore”, ma con pazienza e umiltà deve attendere che il mistero della libertà umana possa lentamente e gioiosamente giungere all’atto di fede: “Mio Signore e mio Dio!” Cristo risorto non diventerà mai “Signore” della Chiesa, se non diventa prima ancora “Signore” del cuore e della vita di ciascuno di noi.

 

La fede di Tommaso, come quella degli altri primi discepoli, si fonda sull’incontro personale con Gesù risorto. Questi fatti sono documentati nel vangelo che è stato scritto, dice san Giovanni, “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. Infatti, la nostra fede si fonda sulla solida piattaforma della testimonianza storica documentata nei vangeli e si trasmette nella lunga catena dei credenti che formano la Chiesa. Ricordiamo che Gesù chiama beati coloro che crederanno per testimonianza (come noi). Anche se la nostra fede ha travagli simili a quella di Tommaso, siamo certi che anche per noi è possibile alla fine proclamare in totale limpidità la nostra fede nel Risorto. Siamo invitati a farlo ogni volta che ci avviciniamo alla comunione, quando alle parole del ministro “Il corpo di Cristo”, rispondiamo “Amen”.

 

lunedì 21 aprile 2025

PAPA FRANCESCO (2013-2025)

 



     IL PAPA CHE COL SUO MAGISTERO HA DATO UN NUOVO SLANCIO ALLA LITURGIA .  

domenica 20 aprile 2025

MUSICA E TEOLOGIA NELLA BIBBIA




Gianfranco Ravasi, Il canto della rana. Musica e teologia nella Bibbia, Fondazione Terra Santa, Milano 2025. 122 pp. (€ 12,00).

Si racconta che quando Davide ebbe finito il libro dei Salmi, si sentì molto orgoglioso. Egli disse a Dio: “Padrone del mondo, chi fra tutti gli esseri che hai creato canta più di me la tua gloria?”. In quel momento sopraggiunse una rana che gli disse: “Davide non inorgoglirti! Io canto più di te in onore di Dio”.

(Quarta di copertina e p. 27)

 

Il musicale biblico

Il musicale e il teologico

Il silenzio della musica