CI RIVEDIAMO A SETTEMBRE
La liturgia è “l’esercizio della funzione (munus) sacerdotale di Cristo” (SC 7); è anche opera della Chiesa, in cui “ciascuno, svolge il proprio ufficio (munus)” (SC 28). I pastori “esercitano in essa la funzione (munus) di dispensatori dei misteri di Dio” (SC 19). Partecipando alla liturgia il Signore “fa di noi stessi un’offerta (munus) eterna a lui” (SC 12). “Munus” può esprimere bene il mistero liturgico nella sua globalità.
Le due sorelle hanno due modi molto
diversi di incontrare Gesù. Marta mostra tutto il suo amore nell’ospitarlo. Da
lei il “fare”, l’attività è in primo piano, mentre Maria siede ai piedi di Gesù
e ascolta attentamente le sue parole. Le due sorelle sono state spesso
descritte come i due atteggiamenti opposti della vita attiva e della vita
contemplativa che però in realtà devono essere viste insieme, non a caso le due
sono sorelle. Questo è già evidente nei vangeli: Maria sarà tornata alla sua
vita quotidiana e Marta è ricordata per la sua fede nel Vangelo di Giovanni (Gv
11,19-27). Anche nel Vangelo di Luca non sembra esserci un’opposizione, perché
prima dell’incontro con Marta e Maria Luca descrive la parabola del buon
samaritano, il cui amore attivo per il prossimo è raccomandato come esempio da
imitare (Lc 10, 25.37). Entrambe le pericopi immediatamente successive indicano
che l’amore per Dio e l’amore per il prossimo vanno di pari passo. Dopo
l’intervento di Papa Francesco, la liturgia onora Marta, Maria e Lazzaro nello
stesso giorno (29 luglio). E sappiamo dalla vita quotidiana: più abbiamo
“Marta” in noi, cioè molte attività da svolgere, più abbiamo bisogno di
“momenti di Maria”.
Fonte: Marco Benini, “Percezione
del Cristo risorto nella sua parola. Coinvolgimento dei sensi esterni e
interni”, in Juan Riego (a cura di), Divina perceptio. Percezione ed
esperienza del mistero di Cristo nella liturgia (Biblioteca di Iniziazione
alla liturgia 11), EDUSC, Roma 2024, pp. 45-46.
2Re 4,42-44; Sal 144; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15
La
prima lettura ci racconta come il profeta Eliseo ha sfamato con una ventina di
pani un gruppo di cento persone. Il brano evangelico parla di un prodigio
simile, ma di proporzioni molto maggiori, compiuto da Gesù, il quale sfama una
grande folla che lo seguiva, circa cinquemila uomini, con solo cinque pani
d’orzo e due pesci. La folla, visto il prodigio della moltiplicazione dei pani
e dei pesci compiuto da Gesù, cominciò a dire: “Questi è davvero il profeta,
colui che viene nel mondo”. Ecco, quindi, che il miracolo accende le speranze
messianiche della moltitudine. Malgrado ciò l’equivoco è enorme: la gente cerca
Gesù perché era stata saziata, non perché aveva capito il messaggio del suo
gesto. Infatti, sia la moltiplicazione dei pani compiuta da Eliseo sia la
moltiplicazione dei pani e dei pesci compiuta da Gesù sono dei gesti profetici
(“segni”) che nell’ambiente in cui sono sorti e nella mentalità degli scrittori
che li narrano hanno un valore simbolico: i due racconti intendono proclamare
l’intervento di Dio - mediante i suoi messaggeri - nei momenti del bisogno
umano, la potenza della sua parola, la credibilità dei suoi profeti. Ecco
perché la liturgia d’oggi ci invita nel salmo responsoriale a ripetere: “Apri
la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente”.
L’evento
della moltiplicazione dei pani ha anche un significato eucaristico. Giovanni
annota che “era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei”. Gesù quella volta non
vi partecipò. Lì sul monte egli non mangia l’agnello ma imbandisce un banchetto
in cui si distribuisce e si spezza insieme il pane. L’allusione al banchetto
eucaristico è già evidente, ma si accresce ancor più se pensiamo che, a
differenza dei racconti di moltiplicazione dei Sinottici in cui anche i
discepoli sono attivi, qui, come nei racconti sinottici dell’ultima Cena, solo
Gesù agisce quando si tratta di prendere, rendere grazie, dare e distribuire il
pane, non senza prima aver messo alla prova la fede dei suoi discepoli.
Non
mancano oggi situazioni umane di autentica necessità, di fame vera e propria,
in cui tutti possiamo in qualche modo intervenire secondo i mezzi nostri e le
nostre possibilità. I nostri fratelli e le nostre sorelle bisognosi hanno
diritto a trovare in ciascuno di noi qualcosa dell’abbondanza di Dio che si è
manifestata nel gesto di Gesù che ha sfamato le folle. Nella seconda lettura,
san Paolo inizia con questa esortazione: “Fratelli, io, prigioniero a motivo
del Signore, vi esorto: comportatevi in
maniera degna della chiamata che avete ricevuto”. Comportarsi in modo coerente
con la chiamata ricevuta significa per Paolo anzitutto “conservare l’unità
dello Spirito per mezzo del vincolo della pace”. La realizzazione di questo
ideale di unità e di comunione richiede la disponibilità alla condivisione
anche dei beni terreni (cf. orazione colletta).
Oggi
ancora, come un giorno sul monte, Gesù spezza il pane per noi, anzi in quel
pane egli dona a noi tutto se stesso, caparra della nostra eterna comunione con
lui.
(Dal Benedizionale del Rituale Romano) |
Ger 23,1-6; Sal 22; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34
Il
brano evangelico di questa domenica lascia intravedere uno spaccato di umanità
del Figlio di Dio. Gesù rivolgendosi agli apostoli, che ritornano dalla
missione a cui erano stati mandati, li invita a riposarsi un po’: “Venite in
disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’ ”. Gesù vuole
rimanere solo con i suoi apostoli dopo la loro prima esperienza missionaria.
Egli si prende cura dei suoi discepoli, della loro fatica, della loro
stanchezza. Più avanti ancora, ci viene raccontato che la folla cui Gesù con i
suoi discepoli si era sottratto, lo segue nella solitudine. Vedendo la gran
folla che accorreva da lui, Gesù “ebbe compassione di loro, perché erano come
pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”. Gesù si
commuove e mette a disposizione di questa gente il suo insegnamento, anzi mette
se stesso a disposizione di quanti hanno bisogno di lui. L’atteggiamento di
Gesù nei confronti della folla sta a significare che la misericordia di Dio è
offerta a tutti.
Nella
seconda lettura, san Paolo sottolinea che fonte di pace, di vita autentica
dell’uomo con Dio e dell’uomo con gli altri uomini non è più la legge ma una
persona che si è data senza riserve per gli altri, Cristo Gesù: “Egli infatti è
la nostra pace”: perché “è colui che di due (popoli) ha fatto una cosa sola”,
perché la sua logica porta ad eliminare ogni squilibrio, a distruggere ciò che
è “muro di separazione”, fonte di “inimicizia”, in una parola ciò che oppone
uomo a uomo, popolo a popolo. In Gesù si compie la parola profetica di Geremia
(cf. prima lettura), il quale, dopo la denuncia contro i pastori malvagi del
suo tempo che hanno condotto il popolo di Dio alla rovina, annuncia che Dio
invierà un re giusto per far ripartire la storia dell’alleanza con il suo
popolo. Il nome di questo re è “Signore-nostra-giustizia”, cioè nostra
salvezza. Gesù Cristo, il buon pastore, mandato come re e salvatore, è la
parola divina di pace rivolta a tutti gli uomini, mediatore della nostra pace
con Dio, punto d’incontro di noi con Dio e dell’uomo con gli altri uomini.
Come
gli apostoli al ritorno della loro faticosa missione e come la grande folla che
seguiva Gesù, anche noi non possiamo fare a meno della “compassione” del
Maestro nelle nostre ricerche e nelle nostre fatiche; non possiamo gestire
autonomamente i nostri progetti; abbiamo bisogno di riposare in qualcuno che
possa dare sicurezza e consistenza al nostro quotidiano impegno, abbiamo
bisogno della parola illuminata e illuminante del Signore. Tutti abbiamo
bisogno di riposo, di qualche forma di vacanza, di trovare ogni tanto uno
spazio di silenzio, ma abbiamo anche grande bisogno di preghiera, di autentico
incontro con Dio e con i fratelli per non smarrire il senso profondo della
nostra vita, del nostro agire e del nostro sperare. La celebrazione eucaristica
è un momento in cui ci è dato di realizzare questo vero incontro con Dio e con
i fratelli. Non sprechiamolo!
Secondo Bultmann, il ritardo della parusia rappresentò
il vero nodo problematico che la Chiesa delle origini dovette tentare di
sciogliere. Gli scritti più tardivi del Nuovo Testamento lo registrano e ne
sono una testimonianza. La Chiesa delle origini, comunque, non ci riuscì, e per
questo tentò di farvi fronte attuando una crescente “de-escatologizzazione”
delle asserzioni evangeliche riguardanti la fine. In pratica, il ritardo della
parusia costrinse la Chiesa, comunità dei santi, a trasformarsi in istituzione
di salvezza, dedita alla pratica sacramentale, e a mutare la riflessione sulle
realtà escatologiche in una dottrina sulla fine del mondo, attenta solamente al
futuro lontano e alle sorti dell’uomo dopo la morte.
La parusia è un evento di salvezza per ogni singolo uomo
e per l’umanità intera, per l’umanità e per il mondo; è compimento della
salvezza e quindi del mistero pasquale di Cristo; è un evento di salvezza –
lontano dal dies irae che ha alimentato anche la fantasia e le paure di
molte generazioni – e deve essere attesa nella speranza.
Fonte: Francesco Brancato, La Bibbia parla
dell’aldilà. Tra promessa e compimento, Edizioni Messaggero, Padova 2022, pp.
52, 95.
Am 7,12-15; Sal 84; Ef
1,3-14; Mc 6,7-13
La prima lettura ci racconta lo scontro del
profeta Amos col gran sacerdote del santuario di Betel Amasìa. Le denunce del
profeta contro il culto idolatrico promosso dal re non sono gradite al gran
sacerdote, che sta a servizio del santuario stipendiato dal re e, in
conseguenza, Amos viene scacciato come disturbatore della pubblica quiete. Egli
però ribadisce che profetizza per ordine del Signore che lo ha inviato a
parlare al popolo d’Israele. Il profeta, quindi, parla a nome di Dio ed è
responsabile davanti a lui. Il brano evangelico racconta come Gesù manda i
Dodici in una prima missione a predicare la conversione. Da parte sua, san
Paolo nella seconda lettura afferma che siamo stati “scelti prima della creazione
del mondo, per essere santi e immacolati”, perché si realizzi il disegno del
Padre di “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose”. In questo progetto
si inserisce anche la missione cristiana. Tutte e tre le letture bibliche
quindi ci invitano a riflettere sulla natura della missione. Ecco che ritorna
il tema della scorsa domenica, ma sotto angolazione diversa. Là il punto focale
era da un lato l’invio di Gesù come profeta per eccellenza e dall’altro
l’incomprensione e il rigetto che gli riservano i suoi compatrioti. Nella
presente domenica l’argomento è quello della vocazione e missione che Dio
affida alla Chiesa e a ciascuno di noi per l’attuazione del suo piano di
salvezza.
Gesù non vuol fare dei suoi un gruppo chiusi di
“puri”, di “illuminati”: li manda in missione in mezzo a tutti. Il piano di Dio,
infatti, è di “ricondurre” tutte le cose al Cristo. La missione è un rischio;
gli inviati possono essere anche non accolti e non ascoltati. I missionari non
vanno a fare una crociata, ma una proposta. Come tale deve avvenire al di fuori
di ogni ricatto. Le istruzioni che Gesù dà ai discepoli inviati in missione
sono un invito a porre la loro fiducia non nell’abbondanza dei mezzi materiali,
ma in colui che li manda e nel messaggio che essi sono chiamati ad annunciare.
Il bagaglio “leggero” dei Dodici in missione fa spontaneamente pensare al
bagaglio “pesante” che a volte sopporta la nostra testimonianza. Non dobbiamo
dimenticare mai che la missione consiste nel testimoniare davanti al mondo Gesù
Cristo mandato dal Padre, morto e risorto, che ha inviato il suo Spirito
perché, per mezzo di lui, tutto ritorni al Padre. Il piano di Dio – lo abbiamo
già detto – è di “ricondurre” tutto al
Cristo.
Dio ha scelto ciascuno di noi fin dall’eternità
e attraverso il battesimo ci ha privilegiati non perché usassimo egoisticamente
di questo dono, ma perché diventassimo nel mondo testimoni del suo amore. In
casa e al lavoro, per le strade e sulle spiagge, nella gioia e nel dolore, con
i vicini, gli amici, i familiari, e anche con chi non ci è amico, siamo chiami
a condividere questa nostra speranza. Ciò può comportare, come al profeta Amos
e agli apostoli, incomprensioni e sofferenza.