La rivelazione, che è data una
volta per sempre (cf. DV 4), è intrecciata con le sue condizioni culturali e
quindi richiede di essere riscoperta, ripensata e riformulata in ogni nuova
situazione. La non presa in carico della storicità della tradizione genera una
paralisi della stessa, dato che viene sradicata dalla vita dei credenti e dalle
sfide del presente.
Non è possibile identificare
il vangelo con un solo contesto culturale, considerato come una sua sintesi
insuperabile. L’intreccio tra il vangelo e i beneficiari e trasmettitori mostra
perciò che non si può definire la rivelazione in se stessa, “oggettivamente”, e
al di fuori della sua ricezione storica. Essa non prende il posto
dell’esperienza di fede dei credenti. Il rischio altrimenti è quello di puntare
all’applicazione di un insieme di dottrine, così da far rientrare l’esperienza
credente dentro un sistema già preconfezionato. Il concetto della pastoralità
della dottrina con cui Giovanni XXIII ha inaugurato il Vaticano II esprime bene
questo collegamento tra la sostanza viva del vangelo e le culture che lo fanno
proprio.
Nei decenni successivi al
Vaticano II, tuttavia, si sono succeduti una serie di pronunciamenti magisteriali
– ricapitolati infine nel motu proprio di Giovanni Paolo II Ad
tuendam fidem (1998) – che hanno modificato l’architettura del magistero,
inserendo un secondo livello di magistero tra quello infallibile e autentico. Il
canone che recepisce questa “aggiunta” così recita: “Si devono pure fermamene
accogliere e ritenere anche tutte e singole le cose che vengono proposte
definitivamente dal magistero della Chiesa circa la fede e i costumi, quelle
cioè che sono richieste per custodire santamente ed esporre fedelmente lo
stesso deposito della fede; si oppone dunque alla dottrina della Chiesa
cattolica chi rifiuta le medesime proposizioni da tenersi definitivamente”
(can. 750 § 2).
Con questo secondo livello di
magistero (che per comodità possiamo chiamare “definitivo”), si crea un nuovo
sistema di dogma, non più legato in modo esclusivo alla rivelazione. La Nota
dottrinale illustrativa, emanata poche settimane dopo il motu proprio,
nel voler spiegare questo magistero, non solo elenca alcuni casi specifici (tra
cui l’infallibilità del papa e la dottrina sull’ordinazione sacerdotale da
riservarsi solo a persone di sesso maschile), ma canonizza anche alcuni
dispositivi teorici (legge naturale, necessità di ragione, connessione storica
di alcune dottrine), che sorreggerebbero tali esempi, quasi a voler blindare il
pensiero teologico entro una previa griglia interpretativa immune da
contaminazioni storiche e da cambiamenti futuri.
Fonte: Sintesi di: Giuseppe
Guglielmi, Tradizione, in Andrea Grillo – Luigi Mariano Guzzo (edd.),
“Intra omnes. Dal popolo di Dio al conclave”, Queriniana, Brescia 2025, pp.
151-156. Si raccomanda leggere l’intero articolo.
