At
10,34a.37-43; Sal 117 (118); Col 3,1-4 (oppure: 1Cor 5,6b-8); Gv 20,1-9
(oppure: Mt 28,1-10; oppure Lc 24,13-35).
La
liturgia della domenica di Pasqua ci ricorda che il nostro agnello pasquale è
Cristo (cf. seconda lettura alternativa, sequenza, prefazione pasquale I e
antifona alla comunione); nel mistero della sua risurrezione dai morti si
compiono tutte le speranze di salvezza dell’umanità: è questo il giorno di
Cristo Signore.
La
risurrezione di Cristo dai morti rappresenta il centro del mistero cristiano, è
la base e la sostanza della nostra fede. “Se Cristo non è risorto, vuota allora
è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1Cor 15,14). Con queste
parole l’apostolo Paolo esprime il cuore di tutto il messaggio cristiano. Il
vangelo narra l’evento storico della risurrezione di Gesù, ripensato e
raccontato a scopo di fede: Giovanni sottolinea che si tratta di una vera
risurrezione, ma l’interesse prevalente dell’evangelista sembra essere di
carattere ecclesiale; egli, infatti, sottolinea anzitutto l’itinerario di fede
dei discepoli nel Cristo risorto. Nella prima lettura, ascoltiamo san Pietro
che annuncia con decisione al popolo il mistero della risurrezione del Signore
di cui egli e gli altri apostoli sono testimoni. Nella seconda lettura, san
Paolo trae da questo evento le conseguenze per una vita cristiana rinnovata.
Ci
possiamo soffermare brevemente sulla seconda lettura alternativa, tratta dalla
prima lettera ai Corinzi, dove l’affermazione centrale del brano è: “Cristo,
nostra Pasqua è stato immolato!”, parole riprese poi dall’antifona alla
comunione. Il prefazio pasquale I parla di Cristo “vero Agnello che ha tolto i
peccati del mondo”. La sequenza adopera l’espressione: “vittima pasquale”,
riferita sempre a Cristo, e aggiunge: “L’agnello ha redento il suo gregge”.
Nell’Antico Testamento l’immolazione dell’agnello era l’elemento essenziale
della celebrazione della Pasqua (cf. Es 12). Il Nuovo Testamento, e
particolarmente il vangelo di Giovanni, hanno considerato l’agnello pasquale
come figura di Gesù. Egli muore sulla croce nella Parasceve, nell’ora in cui
nel tempio si immolavano gli agnelli per la celebrazione della cena pasquale.
Lo stesso apostolo Giovanni nell’Apocalisse descrive la glorificazione
dell’Agnello: “L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e
ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione […] A Colui che siede
sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli”
(Ap 5, 12-13). L’agnello sgozzato e glorificato è la nostra Pasqua!
Giovanni
Crisostomo, parlando dell’eucaristia, dice: “Noi offriamo sempre il medesimo
Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa
ragione il sacrificio è sempre uno solo […] Anche ora noi offriamo quella
vittima, che allora fu offerta e che mai si consumerà” (Omelie sulla Lettera agli Ebrei 17,3). Compiendo il rito pasquale
gli Israeliti sono stati partecipi, di generazione in generazione, della stessa
liberazione e salvezza sperimentata dai loro padri nella notte in cui il Signore
li fece uscire dall’Egitto. Celebrando l’eucaristia, i cristiani siamo
partecipi dell’Agnello pasquale, del “corpo donato” e del “sangue versato” di
Cristo, quale evento decisivo della liberazione di tutta l’umanità dalla forza
del peccato e dal potere della morte.
La
fede nella risurrezione, che è il cuore della fede cristiana, non coincide con
una semplice fiducia nella vita, concetto caro ad una certa cultura odierna, ma
credere nella vita che nasce dalla morte grazie alla forza dell’amore di
Cristo. Essa consente di entrare nelle situazioni di morte guardando oltre la
morte e vivendo la risurrezione, ovvero amando e cercando di amare come Cristo
ha amato noi.
