Is
52,13-53,12; Sal 30 (31); Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42
Le
tre letture bibliche di questo Venerdì santo accentuano la dimensione gloriosa
della croce, anche se non manca il simbolismo della croce – scandalo. Nel
racconto della passione secondo Giovanni e, in genere nel quarto vangelo, la
croce è già la gloria di Dio anticipata. Vediamolo più in dettaglio
soffermandoci su alcune caratteristiche del racconto della passione nel vangelo
di san Giovanni, in particolare nell’arresto di Gesù e nel momento della sua
morte.
Una
prima caratteristica è la consapevolezza. Gesù è pienamente consapevole di
tutto ciò che sta per accadere contro di lui. La consapevolezza di Gesù nei
confronti della passione e morte è segnalata tre volte nel vangelo di Giovanni
(13,1; 18,4; 19,28). E in tutti e tre i casi è adoperato un verbo greco (oida) che indica una consapevolezza
piena, chiara e stabile. Dopo la consapevolezza, il secondo tratto è la
libertà. Giovanni racconta che Gesù “uscì fuori”, andando lui stesso incontro a
coloro che venivano ad arrestarlo. Gesù non è un uomo impotente nelle mani dei
suoi aguzzini, ma un uomo che si consegna da sé. Gesù si preoccupa addirittura dei suoi
discepoli e dice a coloro che vengono ad arrestarlo: “se cercate me, lasciate
che questi se ne vadano”. È sempre Lui che domina e dirige tutta la scena.
Quando Pietro colpisce con la spada Malco, il servo del sommo sacerdote, la
risposta di Gesù al gesto di Pietro è un secco rifiuto di ogni tipo di
resistenza: “Rimetti la spada nel fodero”. La ragione è la volontà del Padre,
alla quale Gesù non intende in alcun modo sottrarsi.
Se
ora ci spostiamo alla fine del racconto, nei momenti vicini alla morte di Gesù,
notiamo che anche qui Egli è pienamente consapevole degli eventi tragici di cui
è protagonista, eventi che Gesù gestisce appunto come vero protagonista. In
questa parte del racconto, ricorre tre volte il verbo “compiere”. Che cosa è
compiuto? Dopo aver preso l’aceto, Gesù dice “E’ compiuto”, che non significa
semplicemente che la fine è giunta. Bensì: l’opera che il Padre ha affidato a
Gesù, è compiuta, realizzata fino in fondo; Gesù ha condotto fino al limite
estremo il suo amore (“li amò sino alla fine”, leggevamo ieri nel vangelo). Le
Scritture si sono compiute. La Croce non è un compimento come gli altri, ma il
termine a cui tutta la Scrittura, e dunque il disegno di Dio tendeva. Subito
dopo Giovanni descrive la morte di Gesù dicendo che Egli “consegnò lo spirito”.
Gesù muore cosciente e consenziente: è Lui che china il capo e rende lo
spirito. Gesù conclude la sua opera in un atto di serena consapevolezza e
nell’atteggiamento che gli è stato abituale lungo tutta la vita: il dono.
Un
soldato trafigge il fianco di Gesù con la lancia e “subito ne uscì sangue e
acqua”, dice Giovanni. Perché il sangue e l’acqua? Il sangue è il segno del
valore redentore del sacrificio di Gesù, e l’acqua è il simbolo dello Spirito
Santo e della vita che di quel sacrificio sono il frutto. Dalla Croce del
Venerdì santo scaturiscono per tutta l’umanità questi doni che durano per
sempre.
