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venerdì 16 dicembre 2016

DOMENICA IV DI AVVENTO (A)


 

Ecco, viene il Signore, re della gloria

 
Is 7,10-14; Sal 23 (24); Rm 1,1-7; Mt 1,18-24

 

La seconda parte del salmo 23 ha il tono di una solenne marcia che accompagna la processione con l’arca dell’alleanza. La Chiesa scorge in questo testo un annuncio profetico del mistero dell’incarnazione e celebra  in esso l’ingresso del Figlio di Dio nel mondo per stabilire la nuova ed eterna alleanza tra Dio e l’umanità. In questa ultima domenica di Avvento, che precede immediatamente il Natale, il salmo, in particolare il ritornello, annuncia a tutti noi che il Signore, re della gloria, viene. E’ un annuncio solenne che contiene al tempo stesso un invito a disporsi ad accogliere la venuta del Cristo.

 

I testi di questa domenica mettono in luce le figure di Maria e di Giuseppe, e anche quella di san Paolo, modelli tutti e tre di accoglienza della Parola di Dio e di obbedienza ad essa. La prima lettura riporta il messaggio del profeta Isaia al re Acaz, chiedendogli di non elemosinare aiuto dall’Assiria, ma di fidarsi solo dell’aiuto di Dio. Acaz, però, non se la sente di fidarsi solo di Dio, vorrebbe rifiutare ogni segno divino; le sue parole apparentemente rispettose del volere divino (“Non voglio tentare il Signore”) sono frutto piuttosto della protervia di chi non vuole essere costretto a fidarsi dell’invisibile, di chi vuole a tutti i costi misurare e controllare le sue sicurezze. Nel racconto del brano evangelico di Matteo la figura centrale è Giuseppe. Al contrario del re Acaz, di cui parla il brano di Isaia, Giuseppe accetta il “segno” del bambino nato da una vergine e, fiducioso nella parola di Dio trasmessagli per mezzo dell’angelo, impegna tutta la sua vita per questo bambino e sua madre. Il testo evangelico conclude con queste parole: “fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa”. Giuseppe quindi accoglie il messaggio e ubbidisce.

 

Accanto alla figura di Giuseppe sta quella di Maria, la Madre di Gesù. Diversamente di quanto ha fatto san Luca, nei racconti della nascita e infanzia di Gesù san Matteo non ci ha trasmesso alcuna parola di Maria. L’evangelista Matteo presenta una Maria silenziosa, ma docile strumento del disegno di Dio: ciò che avviene in lei è adempimento di  “ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta”.

 

San Paolo nell’introduzione alla lettera ai Romani, proposta come seconda lettura, parla della sua vocazione. Dio lo ha chiamato a divenire apostolo, un inspiegabile e incomprensibile atto di grazia. In quanto tale, il ministero di apostolo è legato all’obbedienza di fede. Paolo si definisce apostolo e servo di Cristo Gesù.

 

Siamo chiamati a realizzare la nostra vita entrando liberamente e gioiosamente nell’orbita del disegno di Dio. Bisogna fidarsi di Dio. La nascita di Gesù che ci apprestiamo a celebrare è un segno della fedeltà di Dio. Disponiamoci ad accogliere, nell’obbedienza della fede, ad esempio di Giuseppe e Maria, il Signore che viene a salvarci.

 

L’orazione sulle offerte fa un suggestivo accostamento tra il mistero dell’incarnazione e il mistero eucaristico. Lo Spirito Santo che “ha riempito con la sua potenza il grembo della Vergine Maria”, è lo stesso che consacra i doni del pane e del vino per la celebrazione del sacrificio eucaristico. Lo Spirito è poi colui che ci prepara ad accogliere il Signore che viene.

lunedì 12 dicembre 2016

LE NUOVE PREGHIERE EUCARISTICHE SCRITTE IN TRATTORIA?


 
Qualche giorno fa, nel post “A proposito delle solite critiche alla riforma liturgica”, un Anonimo si domandava: “E' vero che la preghiera eucaristica è stata riscritta all'ultimo minuto in una trattoria di Trastevere?” La domanda non mi scandalizza. Mi spiego. E’ vero che delle “nuove” 3 preghiere eucaristiche si è parlato per prima volta in una cena gustando un eccellente vino della Mosella. Lo racconta Bernard Botte nelle sue memorie o “ricordi” (p. 209). La commissione del Consilium per la riforma dell’Ordinario della Messa era presieduta da Monsignor Wagner, direttore dell’Istituto di Treviri. Racconta Botte: “Siccome mi trovavo a Treviri con il mio gruppo di lavoro, fui invitato una sera a cena da Monsignor Wagner insieme al Professor Vogel. Fu gustando un eccellente vino della Mosella che ci confidò un segreto: era stato chiamato da Paolo VI che l’aveva incaricato di redigere tre nuove preghiere eucaristiche da utilizzare oltre al Canone romano”.

In seguito, Mons. Wagner con un gruppo di una quindicina di esperti, tra i quali il Prof. Fischer, Mons. Schnitzler, P. Jungmann, P. Bouyer, P. Gy, Dom Vagaggini e lo stesso Botte, si radunarono a Locarno per la durata di una settimana intera di lavoro. Per la prima delle tre nuove preghiere, si pensò ispirarsi all’anafora della Tradizione Apostolica, la seconda sarebbe stata di tipo gallicano e la terza di tipo orientale. Quando si prese in esame la preghiera di tipo orientale, alcuni (tra i quali Bouyer e Botte) credevano che la soluzione più logica era quella di prendere una anafora orientale e tradurla, e proponevano quella di san Basilio di rito alessandrino. A questa proposta si oppose  Vagaggini che obiettava che questo avrebbe messo in difficoltà i cattolici latini. Abituati a considerare che la consacrazione si compie con le parole di Cristo, non avrebbero compreso il senso di una successiva “invocazione consacratoria” dello Spirito Santo. Quando si radunò il Consilium, P. Bouyer difese l’anafora di san Basilio e Vagaggini ricordò quanto aveva detto nel raduno degli esperti. Il risultato della discussione fu di quindici pro e quattordici contra. Il card. Confalonieri, che presiedeva la riunione, ritenne insufficiente la maggioranza e pensò che fosse necessario riferire al Papa. Alla fine, come si sa, è stato il testo di Vagaggini, ispirato alle anafore orientali, a diventare la terza preghiera eucaristica del Messale Romano.

Se poi alcuni esperti del gruppo si sono radunati per una cena in una trattoria di Trastevere e hanno commentato qualcosa al riguardo, non credo tolga serietà al lavoro fatto.

sabato 10 dicembre 2016

A PROPOSITO DELLE SOLITE CRITICHE ALLA RIFORMA LITURGICA


 

Nel post di qualche giorno fa, dal titolo “La Civiltà Cattolica scende in campo”, ci sono stati diversi interventi che hanno ripristinato le note critiche alla riforma liturgica, citando in modo particolare il libro che ha fatto conoscere al grande pubblico la posizione critica del Card. Antonelli all’operato del “Consilium”.

Noto che oltre ad Antonelli, la cui rivalità con Bugnini e di questi con Antonelli è nota, ci sono altri autorevoli testimoni del lavoro del Consilium come il grande studioso dell’antichità cristiana Bernard Botte. Nel suo libro (Il Movimento liturgico. Testimonianza e ricordi, Effatà Editrice 2009 [edizione originale in francese del 1973], cap. 14 “Il Consilium”) valuta diversamente sia Bugnini che l’operato del Consilium. Così, ad esempio, a p. 182 scrive: “… è importante sapere come si è fatta la riforma liturgica. Essa ha suscitato molte discussioni che sono degenerate a volte in querelles di fronti contrapposti. A tal proposito ho letto recentemente in un settimanale parigino l’opinione di un domenicano molto conosciuto. Secondo lui, la nuova liturgia è l’opera di alcuni uomini di sinistra senza cultura e senza alcuna conoscenza della tradizione. Con veemenza mi sento di contraddire questo buon Padre: i consultori che ho incontrato per la maggior parte mi hanno dato l’impressione di essere persone colte e, in ogni caso, di conoscere molto bene la tradizione liturgica […] Pressoché tutti erano convinti che una riforma fosse necessaria, ma non sempre si trovavano d’accordo sui modi. Discutevamo seriamente per trovare una soluzione e non di rado avveniva che si raggiungesse alla fine un’unanimità quasi totale. Se la riforma non è un capolavoro, bisogna almeno riconoscere che essa è il risultato di un lavoro onesto e coscienzioso…”

Secondo mi risulta, la documentazione che riguarda i lavori del “Consilium” è ancora segretata. Speriamo che quando sia possibile consultare questa documentazione, si possa valutare con più oggettività l’operato del suddetto “Consilium”.

M. A.

DOMENICA III DI AVVENTO (A)




Vieni, Signore,a salvarci

 

Is 35,1-6a.8a.10; Sal 145 (146); Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

 

Il Sal 145 è un inno di gioia e di lode in onore del Dio fedele e liberatore d’Israele. Il salmista, dopo aver valutato l’impotenza e l’inconsistenza umana di fronte all’onnipotenza divina, fa una descrizione particolareggiata dell’azione misericordiosa di Dio verso i bisognosi e gli abbandonati: il Signore “rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati [...] ridona la vista ai cechi...” Noi preghiamo il salmo consapevoli che in Cristo, Verbo di Dio incarnato, si è manifestata la bontà misericordiosa e provvidente  di Dio “per rendere giustizia agli oppressi” (cf. At 10,39; Lc 4,18), per dare il pane agli affamati (cf. Gv 6,11.51), per sciogliere i prigionieri e aprire gli occhi ai ciechi (cf. Lc 4,18; Mt 9,29-30; 20,34; Gv 9,7), ecc. L’Avvento è attesa gioiosa del Signore che viene a salvarci.

 

Il brano evangelico odierno esordisce con queste parole: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. E’ la domanda che i discepoli di Giovanni Battista rivolgono a Gesù. E’ una domanda che ha una sua attualità. L’interrogativo ci deve tenere costantemente aperti a una nuova visuale delle cose che ci permetta di riconoscere l’azione sempre nuova di Dio nella storia. Chi è per noi Gesù? Abbiamo riconosciuto in lui il nostro Salvatore? Gesù alla domanda rivoltagli da Giovanni per bocca dei suoi dei discepoli, invece di rispondergli con un sì o con un no, lo rimanda a quelle opere di cui Giovanni aveva sentito parlare, opere che documentano attraverso una libera citazione del profeta Isaia (brano riproposto come prima lettura) che egli è veramente il Messia inviato da Dio. Per Giovanni, tormentato dal dubbio, la parola di Gesù è un invito a fidarsi di lui, a credere. L’uomo che è in attesa di salvezza, ha nelle parole e nelle opere di Gesù una risposta definitiva. In lui la salvezza di Dio ha fatto irruzione nella nostra vita.

 

Da parte sua, san Giacomo, nella seconda lettura, ci invita a perseverare in un atteggiamento di pazienza. E’ vero - lo abbiamo detto - la salvezza di Dio si è manifestata nel suo Figlio fatto uomo, egli è il Salvatore promesso. I frutti pieni della sua venuta però li dobbiamo raccogliere giorno dopo giorno nell’operosità paziente e incessante. Per san Giacomo, il mistero della nostra salvezza è simile al ciclo della natura nel suo rinnovarsi incessante, che alla fine non delude l’attesa paziente e testarda del contadino. Abbiamo bisogno di tempo affinché il regno di Dio cresca e maturi nella storia, in ciascun di noi. La pazienza esige disponibilità e cooperazione alla crescita. Il domani di salvezza definitiva che attendiamo è anche nelle nostri mani.

 

La salvezza di Dio è vicina a noi, anzi è in mezzo a noi, e ciò dev’essere motivo di gioia. Non è la gioia di chi non trova ostacoli da affrontare; è la gioia di chi accetta il piano di Dio su di lui e si sente al suo posto, sa che la sua vita è al sicuro e può compiere le sue scelte con piena libertà interiore. Nei momenti di smarrimento o di sofferenza, nei momenti di stanchezza, quando le certezze sembrano svanire, la fede ci assicura che Dio viene a salvarci, che la nostra attesa non è vana. Se abbiamo riconosciuto Gesù come nostro Salvatore, il nostro cuore non ha nulla da temere.      

 

Gesù è vicino a noi come Salvatore soprattutto nell’eucaristia. L’antifona di comunione lo afferma riproponendo le parole di Is 35,4, tratte dalla prima lettura d’oggi: “Coraggio, non abbiate timore; ecco, il nostro Dio viene a salvarci”. E l’orazione sulle offerte precisa che il sacrificio eucaristico rende “efficace in noi l’opera della salvezza”.

 

giovedì 8 dicembre 2016

"LA CIVILTÀ CATTOLICA" SCENDE IN CAMPO


 

Nel fascicolo della rivista dei Gesuiti La Civiltà Cattolica, che sarà pubblicato il prossimo  10 dicembre, c’è un articolo del Prof. Cesare Giraudo s.i. dal titolo «La riforma liturgica a 50 anni dal Vaticano II. “Parlare di riforma della riforma” è un errore» (fascicolo 3995 [10 dicembre 2016] 432-445). Si tratta di un articolo che merita attenzione dato che, come si sa, La Civiltà Cattolica è esaminata in fase di bozza dalla Segreteria di Stato della Santa Sede, da cui ha l’approvazione definitiva. Offro in seguito una breve sintesi del contenuto dell’articolo del Prof. Giraudo.

Si tratta di un testo di ampio respiro, che parte dalla consapevolezza che ancora si incontrano cattolici “che non nascondono le loro perplessità nei confronti della riforma liturgica” (p. 432). Dopo un cenno alle diverse riforme liturgiche nel corso dei secoli, l’autore si sofferma sulla Sacrosanctum Concilium, e nota che il documento non adopera le parole reformare/reformatio, ma la coppia instaurare/instauratio, il cui significato è “far stare di nuovo”, cioè riportare qualcosa allo stato originario (p. 433). In questo contesto di ritorno allo stato originario, l’autore interpretata anche l’affermazione di Pio V nella bolla Quam primum con cui il Pontefice promulga il Messale restituito “all’originaria normativa rituale dei santi Padri” (ad pristinam sanctorum Patrum normam ac ritum), parole e programma che troviamo pure in SC 50. Dato, poi, che di fatto il Messale di Pio V non fu altro che il Missale secundum consuetudinem Romanae Curiae con qualche ritocco, l’autore può affermare che quell’incompiuto progetto del concilio di Trento e di Pio V è stato ripreso da un altro concilio, il Vaticano II, e da un altro Pontefice, Paolo VI. Perciò è giusto affermare che, con l’aiuto dei progressi nelle discipline liturgiche compiuti negli ultimi quattro secoli, il Messale di Paolo VI è il coronamento di un sogno che ebbe Pio V (p. 436-438).

Il Prof. Giraudo riconosce che nella riforma liturgica attuata dopo il Vaticano II, “accanto alle luci, di certo preminenti, non mancano le ombre”. Infatti “la risposta al progetto che emerge dai Praenotanda dei libri liturgici, a cinquant’anni dalla loro promulgazione, lascia ancora molto a desiderare” (p. 439). Dopo un elenco sintetico delle luci e delle ombre, l’autore pone a confronto le diverse opinioni sulla riforma liturgica e indica alcuni rimedi proposti per rilanciarla. In questo contesto, si sofferma sulla conferenza tenuta a Londra il 5 luglio scorso dal card. Sarah, in cui il Prefetto del culto prospettava come rimedio una eventuale riforma della riforma e, in concreto, proponeva l’orientamento comune di sacerdoti e fedeli, rivolti insieme nella stessa direzione. In data 11 luglio, un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede precisava che sull’orientamento dell’altare non c’erano delle novità e inoltre affermava che era meglio evitare di usare l’espressione “riforma della riforma”, riferita alla liturgia. Il Prof. Giraudo aggiunge quanto papa Francesco ha dichiarato con chiarezza in una intervista rilasciata recentemente a p. Antonio Spadaro: “Il Vaticano II e la Sacrosanctum Concilium si devono portare avanti come sono. Parlare di ‘riforma della riforma’ è un errore” (p. 443).

L’autore termina affermando che i veri rimedi da tutti condivisibili sono due. In primo luogo occorre puntare sulla necessaria e urgente riscoperta del sacro, che sia Benedetto XVI con Summorum Pontificum sia papa Francesco in varie occasioni ci hanno ricordato. “Se abbiamo perso la dimensione del sacro, dobbiamo riscoprirla e farla nostra il più presto possibile, attraverso il giusto impiego di quei segni gestuali e verbali che aiutano a tenerla desta, quali un certo doveroso mantenimento della lingua latina e del patrimonio musicale che ha caratterizzato l’intera tradizione dell’Occidente” (p. 444). Vi è poi il tema della formazione liturgica. Resta infatti molto da fare per giungere a un’assimilazione completa della costituzione SC. “La riforma liturgica è malata per il semplice motivo che i suoi odierni fruitori l’hanno recepita in maniera debole. Si tratta di una malattia da curare, non di un malato da sopprimere” (p. 445).

Il testo del Prof. Giraudo è tutto da leggere. In modo pacato e chiaro sono toccati i principali punti dell’attuale dibattito liturgico.

M. A.

mercoledì 7 dicembre 2016

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V. MARIA


 

Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie

 

Gn 3,9-15.20; Sal 97 (98); Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38

 

Il Sal 97 è un canto “nuovo” innalzato al Signore per le meraviglie che ha operato e continua ad operare nella creazione e nella storia. Tra queste meraviglie, la Chiesa contempla oggi Maria Immacolata, il capolavoro di Dio. La stessa Madre di Gesù ha ripreso il v. 3 di questo salmo nel suo Magnificat per celebrare l’opera di salvezza che Dio ha realizzato in lei. In Maria preservata immune da ogni macchia di colpa originale, in previsione della morte di Cristo (cf. la colletta), noi contempliamo compiuto in modo meraviglioso il disegno amoroso che Dio ha su tutti noi. In Maria immacolata infatti celebriamo l’alba della redenzione, l’inizio della nuova umanità o, come dice il prefazio della messa, “l’inizio della Chiesa, sposa di Cristo senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza”. Il ritornello del salmo responsoriale sintetizza molto bene i sentimenti della Chiesa in questa solennità dell’Immacolata Concezione di Maria.
 
Secondo ha interpretato la tradizione, Maria è figurata dal Protovangelo nella donna nemica e vittoriosa di Satana, evento che viene proposto come prima lettura  (Gn 3,9-13) assieme alla disobbedienza di Adamo ed Eva (Gn 3,14-15). La scelta di questo brano intende mettere in evidenza il peccato sul quale Maria è vittoriosa e suggerire l’idea di Maria come nuova Eva. Come Adamo ed Eva sono personaggi emblematici per esprimere l’umanità caduta nel peccato, così Gesù, nuovo Adamo, e sua madre, nuova Eva, diventano personaggi altrettanto emblematici che enunciano l’umanità rinnovata. “Il nodo della disobbedienza di Eva è stato sciolto dall’obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la vergine Maria l’ha slegato con la sua fede” (S. Ireneo; Cost. Lumen Gentium, n. 56).
           
La lettura evangelica propone l’evento dell’Annunciazione: l’angelo proclama Maria “piena di grazia”, testo classico del Nuovo Testamento in cui la tradizione ha visto annunciata la verità dell’Immacolata Concezione di Maria. E’ senza dubbio la pagina più letta nella liturgia, più meditata dagli artisti, più riprodotta in tele e nelle sculture. I Padri della Chiesa hanno visto in questo evento la contropartita di ciò che è successo nella caduta del paradiso terrestre: Eva non ascolta il precetto di Dio, Maria invece ascolta il messaggio dell’angelo inviato da Dio; Eva disobbedisce alla parola di Dio, Maria invece pronuncia il suo “si” ubbidiente al piano di Dio su di lei: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”; Eva significa “madre di tutti i viventi”, Maria lo è in senso più profondo in quanto è madre dei redenti mediante la morte del Figlio suo, vincitore del male e della morte. Maria, generando il Cristo, ha posto nella terra il “seme” indistruttibile del bene, della giustizia e della speranza. Esso si radicherà e trasformerà l’umanità intera. E’ la stessa realtà che descrive il brano introduttivo alla lettera agli Efesini (seconda lettura) in cui l’Apostolo afferma che Dio, in Cristo “ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. Questa singolare elezione trova un’applicazione particolarissima in Maria. L’Immacolata è il primo segno della vittoria pasquale di Cristo. Con lei, l’umanità ritrova la strada per percorrere una storia di santità, non più di peccato. L’Immacolata è quindi un segno di speranza. Ciò che è avvenuto in lei è anticipo e frutto al tempo stesso della vittoria di Cristo risorto sulla morte e sul peccato. L’eucaristia, ripresentazione sacramentale del mistero pasquale, “guarisce in noi le ferite di quella colpa da cui, per singolare privilegio”, Maria è stata preservata nella sua immacolata concezione (orazione dopo la comunione).
 
 

domenica 4 dicembre 2016

L’INDIVIDUO E LA COMUNITÀ NELLA LITURGIA


 

Roberto Tagliaferri – Aldo Terrin (edd.), La pastoralità e la questione dell’individuo nella liturgia (“Caro salutis cardo” – Contributi 30), Centro Liturgico Vincenziano, Roma – Abbazia di Saanta Giustina, Padova 2016. 297 pp.

Il volume è diviso in due parti: 1. La questione pastorale del Vaticano II; 2. La liturgia pastorale tra individuo e comunità. La prima parte contiene tre studi: “Il Vaticano II. Un Concilio per il XXI secolo” (Gilles Routhier); “Il concetto di pastoralità nel Concilio Vaticano II: la dinamica interno-esterno” (Roberto Tagliaferri); “L’apporto delle scienze umane alla liturgia pastorale” (Aldo Natale Terrin). La parte seconda, quella più lunga, tratta un tema di grande attualità: “Il soggetto individuale nell’esperienza orante attestata nell’epistolario paolino” (Rinaldo Fabris); “Dal rito al teatro: il corpo a corpo nella liturgia di tipo neo-pentecostale” (Enzo Pace); “L’io e il noi nell’esperienza del sacro” (A.N. Terrin); “L’io e il noi nel movimento liturgico” (Paolo Tomatis); “Fides Ecclesiae e Fides Subiecti. La questione contemporanea” (Sergio Ubbiali); “Il soggetto individuale nel linguaggio liturgico attuale” (Luigi Girardi).

Se nel Movimento Liturgico il ricupero della liturgia è avvenuto in gran parte all’insegna della sua dimensione ecclesiale e oggettiva, oggi sembra che l’oscillazione pastorale rimetta in primo piano le esigenze singolari dell’individuo. Il Vaticano II ha avuto una attenzione “particolare” richiamando l’esigenza dell’inculturazione e dell’adattamento, ma il problema ancora più specifico del rapporto tra l’individuo e il soggetto plurale rimane inevaso a livello riflessivo e bisognoso di un nuovo riequilibrio.

La Chiesa, e quindi anche la liturgia, è costretta a confrontarsi con i contesti storici differenti come quello occidentale, dove la sensibilità verso l’individuo mette in crisi i riti tradizionali di tipo sociale. L’esperienza religiosa, compresa quella cristiana, è sempre più un fatto personale. C’è un certo “relativismo” della fede cristiana, non nella sua sostanza, ma nel modo in cui viene recepita a livello socio-culturale. Oggi ci sono modi di credere troppo diversi all’interno della stessa visione cattolica. Ma questa tendenza è veicolata dalla cultura. Se il singolo è fine a se stesso nella cultura attuale, significa che stiamo vivendo un periodo in cui la persona è il centro della libertà e dell’autonomia così come è al centro delle sue credenze.   

Nel veloce passaggio da una società autoritaria ad una società democratica è stato gioco-forza per il Concilio far proprio l’anelito di partecipazione dei soggetti al culto. Per questo la ricerca delle condizioni per un’effettiva partecipazione liturgica, che ha ispirato il lavoro della riforma, ha posto le basi per un profondo ripensamento della relazione tra l’io e il noi. E’ vero che la liturgia usa prevalentemente il noi, però non esclude l’io o vi si contrappone, ma lo include. Il culto cristiano non disprezza gli “slanci del cuore”, ma neppure li abbandona alla pura evasione del sé, alla totale dispersione dell’io: piuttosto li raccoglie nella concentrazione di un ordine e di una misura che fonda l’estetico nell’etico.