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venerdì 6 gennaio 2017

BATTESIMO DEL SIGNORE ( A ) - 8 Gennaio 2017


 


Is 42,1-4.6-7; Sal 28 (29); At 10,34-38; Mt 3,13-17

 
Il Sal 28 descrive la manifestazione della potenza di Dio in una tempesta quasi apocalittica. La voce di Dio, configurata nei tuoni e nei lampi, domina tutta la scena. Con un linguaggio arcaico, ci viene ricordato che nel gorgo ciclonico della storia e della natura noi abbiamo un punto fermo nel Signore che “siede re per sempre”. Dio dominatore dell’universo viene a salvare il suo popolo con forza e potenza. La Chiesa, nella liturgia odierna, accosta la rivelazione della potenza di Dio descritta nel salmo alla manifestazione della divinità di Cristo durante il suo battesimo nel Giordano.

La festa del Battesimo del Signore fa da ponte tra le feste natalizie e le domeniche del Tempo ordinario, ormai iniziato. Il battesimo per Gesù rappresenta la fine della vita nascosta di Nazaret e l’inizio della sua attività pubblica mediante l’investimento ufficiale del Padre che lo presenta alle folle come Figlio prediletto su cui si posa lo Spirito Santo. E’ una festa che ci invita quindi ad approfondire l’identità di Gesù e la sua missione.

Il battesimo di Giovanni era una confessione dei propri peccati e il tentativo di deporre una vecchia vita mal spesa per riceverne una nuova. Gesù non poteva confessare peccato alcuno; però sottomettendosi al rito del battesimo di Giovanni egli intende manifestare la sua disponibilità ad ascoltare la voce di Dio, la sua solidarietà con i peccatori e l’impegno per la loro conversione, e l’accettazione della vita come dedizione agli altri. La lettura evangelica narra l’evento: alle perplessità di Giovanni, Gesù risponde dicendo che occorre che “adempiamo ogni giustizia”. Con queste parole, Gesù afferma che c’è una giustizia da compiere, e cioè una volontà divina cui obbedire. Gesù afferma quindi la sua disponibilità a dedicarsi totalmente all’adempimento del volere salvifico divino, che d’ora in poi sarà la matrice di ogni sua azione fino al momento del battesimo di sangue sulla croce. A questa disponibilità di Gesù, il Padre risponde proclamandolo: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. Queste parole richiamano le parole d’Isaia che abbiamo letto nella prima lettura. Il Padre si compiace nel suo Figlio, lo guarda con benevolenza e con gioia. Segno di questa benevolenza è la presenza dello Spirito Santo che si posa su Gesù.

Alla domanda iniziale sull’identità di Gesù, possiamo rispondere con le stesse parole di san Pietro, riportate dalla seconda lettura:  Gesù è un uomo consacrato “in  Spirito Santo e potenza”, e cioè nella potenza dello Spirito, che ha percorso tutta la Palestina “beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo”. La sua azione è stata vittoriosa, “perché Dio era con lui”.

Il battesimo cristiano attraverso il segno dell’acqua versata manifesta e realizza la nostra personale immersione nella vita di Cristo per poter vivere come lui è vissuto, con la forza dello Spirito Santo. Così come per Gesù il battesimo è stato il momento decisivo della sua vocazione, in cui egli ha espresso la sua decisione di realizzare la missione affidatagli dal Padre, così anche per noi il battesimo rappresenta il punto di partenza di una vita donata a Cristo e al suo vangelo.

mercoledì 4 gennaio 2017

EPIFANIA DEL SIGNORE - 6 GENNAIO 2017


 
Is 60,1-6; Sal 71 (72); Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

Il Sal 71, di cui la prima parte è ripresa come salmo responsoriale, proiettando lo sguardo oltre gli orizzonti storici del tempo in cui fu scritto, annuncia una salvezza, che verrà offerta dal Messia, senza limiti geografici e sociali: la sua giustizia sarà perfetta, il suo dominio universale, il suo regno eterno, il cosmo intero sarà coinvolto nella pace offerta in abbondanza dal Signore. I Padri scorgono in questo salmo la preghiera con la quale la Chiesa invoca l’avvento del regno di Cristo, affinché tutte le nazioni possano essere partecipi della sua luce. 

Isaia, nella prima lettura, proietta lo sguardo oltre gli orizzonti storici di quell’epoca e annuncia la vocazione universale di Gerusalemme. Vocazione di cui è erede la Chiesa, nuova Gerusalemme chiamata ad illuminare tutti gli uomini con la luce di Cristo. Paolo nella seconda lettura parla di un “mistero”, termine che nella sua radice greca indica qualcosa di “silenzioso” e segreto che è racchiuso nell’orizzonte invalicabile di Dio. L’Apostolo dichiara che questo silenzio è stato squarciato e il messaggio che era nascosto nella mente divina è stato rivelato e proclamato al mondo: i pagani di una volta e i giudei di un tempo sono ora a parità di diritti. Di fronte al Signore che viene, ciò che conta non è la razza o la cultura o la prudenza umana, ma la disponibilità della fede e l’attenzione ai segni dei tempi. Infatti, vediamo che la salvezza, offerta a tutti gli uomini, è accolta in primo luogo dai “lontani”. Gli “esperti”, scribi e farisei, che sapevano tutto riguardo alle Scritture, non hanno cercato e perciò non hanno trovato il Messia. I Magi, invece, si sono messi in cammino, hanno interrogato, cercato, hanno osservato i segni del cielo, si sono informato sulle Scritture e hanno trovato. I Magi insegnano che il credente non è un semplice possessore, ma un instancabile cercatore di Dio. Il senso dinamico della fede si esprime poi nella chiamata a rendere testimonianza, ad annunziare a tutti la salvezza sperimentata, come i Magi nel loro ritorno da Betlemme. La buona novella del vangelo è indirizzata a tutti e deve perciò essere annunciata a tutti.

La simbologia della luce, già presente nella liturgia natalizia, la ritroviamo nella liturgia dell’Epifania con una sottolineatura particolarmente “epifanica” che si proietta sul mondo intero: “Oggi in Cristo luce del mondo tu hai rivelato ai popoli il mistero della salvezza…” Queste parole del prefazio invitano ad interpretare in senso cristologico la luce di cui parlano la prima lettura e il brano evangelico. La luce è il simbolo della presenza e del rivelarsi di Dio all’umanità che si realizza pienamente in Cristo. L’Apocalisse chiama il Cristo “la stella del mattino” (Ap 2,28; 22,16). Nella preghiera dopo la comunione supplichiamo Dio affinché questa sua luce “ci accompagni sempre in ogni luogo…”

Il nocciolo del messaggio dell’Epifania è quindi che Dio si manifesta, si fa uomo e chiama tutti a sé nel suo regno. Dice san Leone Magno: “Celebriamo nella gioia [...] l’inizio della chiamata alla fede di tutte le genti” (Liturgia delle Ore: Ufficio delle letture, seconda lettura). L’Epifania ci ricorda che Cristo è venuto per chiamare alla salvezza tutta l’umanità, simbolicamente rappresentata dai Magi di cui parla il vangelo. La Chiesa non può tenere per sé questo mistero, ma deve annunciarlo al mondo. Essa non può venir meno a questo compito che la rende insieme destinataria e serva della buona novella del vangelo. Ecco dunque che la solennità dell’Epifania diventa la logica e naturale conclusione del Natale e proietta tutti noi, come i pastori e come i Magi, sulle strade del mondo per annunciare a tutti gli uomini le meraviglie di Dio.

 

domenica 1 gennaio 2017

L'EUCARISTIA SACRAMENTO DELLA NUOVA ALLEANZA


 
Vittorio Croce, Il sacramento della Nuova Alleanza. L’Eucaristia fonte e culmine della liturgia e della vita cristiana, ELLEDICI, Torino 2016. 215 pp.

Parte prima: Festa dell’incontro. Il senso cristiano della liturgia. Cap. I: Una crisi dai molti volti; Cap. II: Re-Visione biblica; Cap. III: Il pendolo della storia; Cap. IV: Che cos’è la liturgia? Una sintesi in sette punti.

Parte seconda: Teologia dell’azione eucaristica. Cap. I: Eucaristia, cioè Cristo, al centro; Cap. II: Sacramento del sacrificio di Cristo, dono di una vita; Cap. III: Sacramento della vita della Chiesa, corpo di Cristo nel mondo; Cap. IV: Sacramento dell’esistenza cristiana come comunione trinitaria; Cap. V: Tutto opera dello Spirito Santo.

Questo volume è frutto di una lunga pratica pastorale e di una paziente fatica di spiegazione catechistica, sempre accompagnata da uno sforzo di attenta riflessione teologica e spirituale.

sabato 31 dicembre 2016

MARIA Ss MADRE DI DIO - 1 GENNAIO 2017



Nm 6,22-27; Sal 66 (67); Gal 4,4-7; Lc 2, 16-21

Il Sal 66 esprime la gioia del contadino palestinese che, da una terra avara, ha ottenuto il dono delle messi, segno sperimentabile della benedizione divina. Il salmo diventa poi un inno di ringraziamento corale per i doni divini in genere. La liturgia del primo giorno dell’anno riprende questo inno nella sua parte più universalistica in cui si parla di una presenza benedicente di Dio che abbraccia tutti i popoli della terra: “…perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti”. La nostra vita, che oggi inizia una nuova tappa, è veramente benedetta da Dio nella misura in cui è illuminata dallo splendore del volto di Dio.

Il primo giorno dell’anno è carico di diversi significati: l’inizio dell’anno, l’ottava del Natale, la solennità di Maria SS. Madre di Dio e la giornata mondiale della pace. Nello sfondo di queste varie tematiche, la celebrazione della divina maternità di Maria appare più luminosa ed esaltante, dalle risonanze cosmiche. Generando il Salvatore, Maria si pone al centro della storia dell’umanità, tracciando per tutti noi gli itinerari non soltanto della nostra crescita spirituale, ma anche semplicemente umana. La benedetta fra tutte le donne, ci ha donato Gesù, frutto benedetto del suo seno, primogenito fra molti fratelli, Cristo “nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva” (Ef 2,14). In questo modo, anche noi siamo diventati, per opera dello Spirito, figli ed eredi, e la nostra vita è nel segno della benedizione divina di cui la pace è frutto prezioso.

La prima lettura riporta la formula di benedizione che il sommo sacerdote doveva pronunciare su Israele al termine delle grandi feste liturgiche e, particolarmente, della festa del nuovo anno. Quest’antica benedizione sacerdotale fa perno sul nome del Signore, richiamato per tre volte, e pone questo nome sugli Israeliti. “Porre il nome” vuol dire stabilire una relazione con la persona. La benedizione è il riconoscimento che ogni bene viene da Dio e dipende da una vita di comunione con lui. Segno manifestativo delle benedizioni divine è la pace: Dio benedice il suo popolo e lo conduce alla pace. Il pieno compimento della benedizione si ha in Gesù Cristo. Egli è la stessa benedizione: è il grande dono del Padre agli uomini, da cui vengono tutti gli altri doni. San Paolo lo illustra a modo suo nella seconda lettura quando afferma che in Cristo abbiamo ricevuto “l’adozione a figli”; non siamo quindi più schiavi, ma figli. Possiamo diventare consapevoli della nostra condizione filiale perché ci è stato donato lo Spirito Santo, che plasma interiormente in ognuno di noi i lineamenti del Cristo, il Figlio primogenito. Questo mistero è stato possibile ed è reso visibile perché, “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna”. In questo modo, la maternità di Maria accresce la propria realtà dandosi a vedere quale “madre del Cristo e di tutta la Chiesa” (orazione dopo la comunione). Maria viene poi proposta come esemplare di accoglienza delle benedizioni divine donateci in Cristo: nel brano del vangelo essa appare come colei che serba e medita nell’interiorità del cuore tutti gli eventi che riguardano il figlio. Da madre si fa anche prima discepola fin da ora, custodendo nel cuore il mistero del figlio.

L’eucaristia del primo giorno dell’anno al tempo stesso che ci pone in atteggiamento di riconoscenza per i doni ricevuti da Dio, di cui Cristo è il dono più prezioso, ci rassicura che ogni giorno del nuovo anno, ogni giorno della nostra vita sarà sempre un dono prezioso della grazia divina.

domenica 25 dicembre 2016

IL «NOI» E L’«IO» NELLA LITURGIA


 
Si può dire che la liturgia usa prevalentemente il noi non perché esclude l’io o vi si contrappone, ma perché lo include. Anzi, nei momenti centrali e culminanti dei sacramenti o della professione della fede fa appello esplicitamente all’io (o al tu) e, insieme, lo inserisce in un contesto intersoggettivo in cui ritrova la sua dimensione più propria. Questo è ciò che il linguaggio codificato della liturgia prefigura. In esso il soggetto peronale prende posto e si insedia assumendo e consentendo a ciò che il rito predispone. L’esperienza che l’interazione rituale intende promuovere divent anche la sua personale esperienza, nel momento in cui con il proprio “Amen” si insedia nel posto relazionale che gli è assegnato e che lo accomuna agli altri celebranti.

Rimane però anche un altro modo dell’io di appropriarsi dell’esperienza liturgica, testimoniato più fortemente e oggi in modo rilevante nel linguaggio di libera creazione: qui è l’io che si auto-pone, per introdurre nel rito qualcosa della sua esperienza, del suo mondo, qualcosa che gli permetta di personalizzare l’azione liturgica e di riconoscersi in ciò che fa.

Si tratta di due strategie diverse, in parte dialettiche, tanto necessarie quanto limitative se vissute in modo unilaterale e distorto: si può rischiare il formalismo di un linguaggio asettico, freddo, non caratterizzato e non caratterizzante; ovvero l’intimismo o la deriva verso un linguaggio privato, troppo autoreferenziale.

Il fatto che oggi si patisca molto la fatica di appropriarsi del linguaggio codificato della liturgia, e si scivoli più facilmente verso caratterizzazioni personali del linguaggio, fa pensare che la strategia del libro liturgico non sia sempre efficace, o che per lo meno non lo sia facilmente nel contesto attuale. Non sarà vano un lavoro formativo che aiuti i fedeli a cogliere questa funzione propria del linguaggio rituale e a “sentire” la sua capacità e la sua forza in ordine a promuovere una determinata esperienza di vita cristiana. D’altra parte, può far riflettere il fatto che la pietà popolare, nella quale sarebbe prevalente la forma delle preghiere “io” rispetto alle preghiere “noi”, abbia in realtà molte altre strategie (legate a contesti e a linguaggi non verbali) con cui il coinvolgimento personale non rimane necessariamente individuale, ma si incontra nella condizione di comuni percorsi. Il modo stesso di celebrare la liturgia potrebbe giovarsi di questo confronto con la religiosità popolare.

Forse anche per la liturgia non è sufficiente ribadire il suo valore di ecclesialità, né predisporre un linguaggio che in qualche modo lo preveda e lo manifesti. Occorre in ogni caso prendere maggiormente in considerazione l’esigenza di inserimento dell’io nell’interazione celebrativa, valorizzando quelle strategie di coinvolgimento che il linguaggio (sia verbale sia non verbale) è in grado di fornire e che rispondono a tale esigenza della fede. E ciò, proprio perché sia più vero e autentico il porsi del soggetto ecclesiale della celebrazione.

Fonte: Luigi Girardi, “Il soggetto individuale nel linguaggio liturgico attuale”, in R. Tagliaferri – A. Terrin (edd.), La pastoralità e la questione dell’individuo nella liturgia, Centro Liturgico Vincenziano, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2016, 236-238.

venerdì 23 dicembre 2016

NATALE DEL SIGNORE


 


 
Messa della notte
 
Oggi è nato per noi il Salvatore
 
Is 9,1-3.5-6; Sal 95 (96); Tt 2,11-14; Lc 2,1-14
 
Il progetto di salvezza che Dio ha da tutta l’eternità sull’uomo e sul mondo trova nella nascita di Gesù il momento culminante della sua attuazione. La Chiesa, riprendendo il Sal 95 nella sua liturgia natalizia (lo troviamo come salmo responsoriale anche nei giorni 29, 30, 31 dicembre), vede in esso una profezia dell’incarnazione del Verbo e della vocazione di tutti i popoli della terra dall’idolatria alla fede in lui, venuto per salvare tutte le nazioni. Tutta la creazione è invitata a partecipare alla danza di gioia, perché il Signore governerà tutte le genti del mondo con giustizia. Il bambino nato a Betlemme è quindi il nostro Salvatore: “Oggi è nato per noi il Salvatore”. E’ un annuncio che si ripete più volte in questa santissima notte di Natale (antifona d’ingresso, canto al vangelo, lettura evangelica, antifona alla comunione).
 
Il tema predominante nei testi di questa notte è la luce (colletta, prima lettura, vangelo, orazione sulle offerte). La prima lettura ci ricorda che come è stato per l’antico popolo d’Israele, così pure è per tutta la storia dell’umanità che cammina nelle tenebre e nell’oppressione alla ricerca di luce, di verità, di speranza e di  pace. Gesù, il “Principe della pace”, di cui parla il profeta Isaia, è la risposta definitiva di Dio alle attese dell’umanità. Anche per noi è offerta la visione della grande luce che fa fiorire la gioia. In Gesù - dice san Paolo nella seconda lettura – “è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini”.
 
Questo messaggio di salvezza viene comunicato non ai potenti della terra, ma a un gruppo di umili pastorali, rozzi, affaticati dalle lunghe e gelide notti di Palestina. ai quali l’angelo del Signore dice: “oggi, nella città di Davide, è nato per voi un salvatore, che è Cristo Signore”. Poi, con l’angelo, appare una moltitudine di spiriti celesti che al tempo stesso che annunciano “sulla terra pace agli uomini”, proclamano “gloria a Dio nel più alto dei cieli”. La gloria di Dio è Dio stesso in quanto si rivela nella sua maestà, nella sua potenza, nello splendore della sua santità. La “pace in terra” quindi è la manifestazione storica della gloria di Dio, la manifestazione della volontà salvifica di Dio in Cristo per noi. Possiamo quindi affermare anche che quando gli uomini siamo nella pace, viviamo in pace, Dio è glorificato in noi: la gloria di Dio è l’uomo redento, l’uomo che ha accolto Gesù come Salvatore. Gesù, “Principe della pace”, appare nella storia dell’umanità come segno di riconciliazione con Dio e con gli uomini. Con lui “la vera pace è scesa a noi dal cielo” (antifona d’ingresso). Incarnazione e mistero pasquale sono misteri indissolubili e mentre si celebra uno, non si può non associarlo all’altro: “Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità” (seconda lettura).
 
La nascita di Gesù da Maria a Betlemme segna l’inizio della nostra era indicando in questo modo che ciò che in quella notte accadde è stato fondamentale per la storia degli uomini. La nostra storia, la nostra vita, le sorti dell’umanità dipendono da questo fatto e trovano in esso ispirazione e senso. La storia dell’uomo ha senso perché Cristo ne è parte integrante, perché egli ne è anzi il personaggio centrale. Sulla scia di Gesù noi camminiamo per le strade del mondo certi di non andare allo sbaraglio, ma di avere un traguardo di salvezza. Tutti i nostri limiti, tutte le nostre sofferenze, tutte le nostre paure, tutte le nostre miserie sono state redente dal momento che Dio stesso le ha assunte nell’umanità di Gesù.
 
 
Messa dell’aurora
 
Oggi la luce risplende su di noi
 
Is 62,11-12; Sal 96 (97); Tt 3,4-7; Lc 2,15-20
 
Come nella messa di mezzanotte, anche in quella dell’aurora riappare il tema della luce (antifona d’inizio, colletta, salmo responsoriale) abbinato a quello della gioia (salmo responsoriale, antifona alla comunione, preghiera dopo la comunione). Il Sal 96 presenta il regno di Dio come un’apparizione sconvolgente, nella quale saranno travolte le potenze del male che dominano il mondo. I versetti del salmo ripresi dall’odierna liturgia fanno riferimento in modo particolare ai temi della luce e della gioia, che sono temi squisitamente natalizi: Jhwh, re della luce, appare nella cornice di una gloriosa teofania a cui assiste tutta la sfilata delle creature e tutta l’umanità. Con questo testo la Chiesa celebra la manifestazione di Cristo nella carne come una luce soprannaturale, che si è levata per il giusto e ha recato gioia ai retti di cuore.     
 
Nella prima lettura, ci viene proposto un breve oracolo del Terzo Isaia. Al popolo ebreo umiliato dall’esilio, il profeta annuncia la liberazione: “Arriva il tuo Salvatore”. Il popolo liberato acquista una fisionomia diversa: diventa “popolo santo”, “redento dal Signore”, “ricercato” e “non abbandonato”. Alla luce di questo oracolo, il mistero del Natale appare come la manifestazione dell’amore di Dio che salva. Anche la lettura apostolica parla della manifestazione della bontà di Dio, Salvatore nostro, che effonde la sua misericordia: san Paolo, rivolgendosi al suo discepolo Tito, afferma che la prova massima della sua bontà e del suo amore Dio ce lo ha fornito donandoci il suo proprio Figlio. Il Natale celebra il dono dell’amore divino nel Cristo, rivelazione del Padre e salvezza del mondo.
 
Nella lettura evangelica continua la narrazione dell’annunciazione ai pastori, aperta nella messa della notte. Il brano odierno mette in evidenza la risposta dei pastori alle parole dell’angelo, una risposta coerente e immediata: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere...” E san Luca aggiunge: “E dopo averlo visto riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”. L’evangelista parla anche di Maria, la madre di Gesù, la quale raccoglie queste parole (così letteralmente) e le medita nel suo cuore, cioè cerca di penetrarne il senso. Fin d’ora Maria è il tipo di ogni vero uditore della parola di Dio. I pastori se ne sono andati “glorificando e lodando Dio”. Il loro andare diventerà, nel corso del Vangelo e degli Atti degli Apostoli, paradigma della diffusione della Buona Novella tra le genti.
 
La salvezza di Dio ci viene offerta in forma umana, nella povertà e debolezza, nel “segno” di un bambino, che assume la nostra debolezza: “la nostra debolezza è assunta dal Verbo” (prefazio III del Natale). Perciò la tradizione cristiana ha fatto del Natale una festa di profonda solidarietà umana.
 
Anche l’eucaristia del Natale rievoca e ripresenta la morte e la risurrezione del Cristo, ma, con il mistero della Pasqua, e in ordine ad esso, ricorda e rinnova, in certo modo, tutta la storia della salvezza, di cui l’incarnazione e la nascita di Gesù sono gli inizi. Il Natale del Signore segna l’inizio di quel cammino salvifico che porta Gesù a farsi in tutto simile agli uomini, fuorché nel peccato, fino alla morte di croce: è il cammino che, da una parte, prepara la Pasqua e ad essa conduce e, dall’altra, riceve significato salvifico proprio dalla Pasqua.
 
 
Messa del giorno
 
Tutta la terra ha veduto la salvezza del Signore
 
Is 52,7-10; Sal 97 (98); Eb 1,1-6; Gv 1,1-18
 
 
Il Sal 97 ripete pensieri già espressi in altri salmi regali, in particolare nel Sal 95 proposto come salmo responsoriale nella messa dell’aurora. Nel Natale di Cristo, la Chiesa ci invita a lodare con le parole profetiche di questo salmo il Signore che ha compiuto prodigi e ha manifestato la sua salvezza e il suo amore per la casa d’Israele. Nel bambino di Betlemme questa salvezza si è manifestata, non solo ad Israele, ma a tutti gli uomini della terra che possono ormai contemplarla e accoglierla. L’ingresso del Salvatore nel mondo e nella storia provoca un sussulto di felicità in tutti e in tutto. La gioia del Natale però sarebbe superficiale se non fosse fondata sulla contemplazione  del mistero natalizio alla luce della fede. Ecco perché in questa messa del giorno siamo invitati a contemplare, guidati dalla parola di Dio, le profondità di questo mistero.
 
La prima lettura riporta un brano del Secondo Isaia, l’anonimo annunziatore del ritorno di Israele dall’esilio di Babilonia. Il profeta parla di un messaggero che annunzia pace, felicità, salvezza. Questa missione, nel Nuovo Testamento, Gesù l’attribuirà a se stesso (cf. Lc 4,43). La seconda lettura conferma che Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio. La lettura evangelica è presa dal grandioso prologo al vangelo di Giovanni. Vale la pena di concentrare la nostra attenzione su questo sublime brano. Giovanni annunzia che il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi; ma al tempo stesso annunzia che tutti coloro che accolgono questo bambino, il Figlio di Dio fatto carne, ricevono anch’essi il potere di diventare figli di Dio. In Cristo ci viene offerta la possibilità di una nuova origine, non più fondata sul sangue e sulla carne, ma su Dio stesso. Il mistero del Natale riguarda quindi anche noi. Il mistero di un Dio fatto uomo ci immerge nel mistero dell’uomo che diventa figlio di Dio. Si tratta di quel “misterioso scambio” di cui parla il III prefazio di Natale: il Verbo di Dio assume la nostra natura umana nella sua debolezza e fragilità, e noi, uniti a lui in comunione mirabile, condividiamo la sua vita immortale (cf. anche la preghiera dopo la comunione). La stessa dottrina esprime san Paolo in un brano che viene proposto oggi alla nostra attenzione: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Primi vespri, lettura breve - Gal 4,4-5). Nel Natale noi contempliamo gli inizi della nostra salvezza. L’antifona alla comunione, annuncia profeticamente questo evento quando dice: “tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio” (cf. Sal 97,3).
 
Il grande padre della Chiesa romana, san Leone Magno, contemplando il mistero dell’Incarnazione, esclama: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna” (Ufficio delle letture, seconda lettura). Questa stessa esortazione è implicita nel testo del prologo di Giovanni quando si dice che a colui che accoglie il Figlio di Dio fatto carne, viene dato potere di “diventare” figlio di Dio: la nostra identità di figli di Dio è inserita dentro un processo dinamico che si apre ad una crescita progressiva e senza sosta che ci conduce verso gli spazi della vita divina.
 
L’eucaristia che oggi celebriamo è per eccellenza il sacrificio della nuova alleanza, i rito della nuova umanità, che ci introduce progressivamente alla partecipazione della vita divina.  

 

 
 
 

domenica 18 dicembre 2016

San Pietro Canisio, sacerdote e dottore della Chiesa (21 dicembre)


 
 
Pietro Canisio [Kanijs] (Nimega, 1521 – Friburgo, Svizzera, 21 dicembre 1597), studiò a Colonia e a Lovanio, a 22 anni entrò nella Compagnia di Gesù, diventando l’ottavo membro – e il primo tedesco – dell’ordine dei gesuiti fondato pochi anni prima. Partecipò come teologo al concilio di Trento, e quindi appartiene alla prima generazione di riformatori tridentini. Come altri controvertisti postridentini, è stato chiamato “il martello degli eretici”. Il Messale Romano 1962 lo ricorda il 27 aprile; il Messale Romano 2002 ne fa memoria il 21 dicembre, giorno della sua morte. 

 

Colleta del MR 1962:

Deus, qui ad tuendam catholicam fidem beatum Petrum Confessorem tuum virtute et doctrina roborasti: concede propitious; ut, eius exemplis et monitis, errantes ad salutem resipiscant, et fideles in veritatis confessione perseverant.

 

Colletta del MR 2002:

Deus, qui ad tuendam catholicam fidem virtute et doctrina beatum Petrum presbyterum roborasti, eius intercession concede, ut, qui veritatem quaerunt, te Deum gaudenter inveniant, et in tua confessione populous credentium perseveret.

 

“O Dio, che hai suscitato in mezzo al tuo popolo san Pietro Canisio, sacerdote pieno di carità e di sapienza, per confermare i fedeli nella dottrina cattolica, concedi a quanti cercano la verità, la gioia di trovarti e a coloro che credono, la perseveranza nella fede”.

 

La prima parte delle due collette ricorda che san Pietro Canisio è stato pieno di carità (virtus) e di sapienza. Nella supplica, invece, le due collette si esprimono con una variante significativa: nel MR 1962 si chiede che coloro che sono nell’errore, ricuperino la salvezza; nel MR 2002 si chiede invece che quanti cercano la verità, abbiano la gioia di trovare Dio. C’è quindi un cambiamento di mentalità nei confronti dell’errante, sulla scia del Vaticano II che nella Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae (n. 11) afferma: “Dio chiama certamente gli uomini a servirlo in spirito e verità, perciò essi sono vincolati in coscienza, ma non sono coartati. Egli, infatti, ha riguardo della dignità della persona umana da lui creata, che deve essere guidata da decisione personale e godere di libertà”.