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venerdì 5 gennaio 2018

EPIFANIA DEL SIGNORE – 6 Gennaio 2018









Is 60,1-6; Sal 71 (72); Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

Possiamo stabilire un raffronto tra il racconto di san Luca (2,8-20), che abbiamo letto nella notte di Natale e nella Messa dell’aurora, in cui l’evangelista parla dei pastori che si recano a Betlemme perché un angelo è apparso loro e ha detto che nella città di Davide è nato il Cristo Salvatore, e il racconto di san Matteo sui Magi proposto come brano evangelico del giorno dell’Epifania. Dal confronto, è facile capire che la stella apparsa ai Magi ha lo stesso compito dell’angelo apparso ai pastori. Non soltanto la gente povera e semplice è invitata dal cielo ad incontrare il Signore, ma anche i Magi, cioè i sapienti dell’epoca e per di più stranieri; anzi, anche ai sacerdoti e agli scribi di Gerusalemme, e persino allo stesso Erode viene dato l’annunzio. San Leone Magno in una delle sue omelie per l’Epifania, riportata dall’Ufficio delle letture d’oggi, afferma che “celebriamo nella gioia dello spirito il giorno della nostra nascita e l’inizio della chiamata alla fede di tutte le genti”. È questo il messaggio dell’Epifania.

La prima lettura è tutta incentrata sulla città di Gerusalemme, non tanto come realtà urbana, quanto come comunità dell’alleanza. Da essa sorgerà la luce che splenderà agli occhi di tutti i popoli e li attirerà a sé. Ancora segnato dal particolarismo religioso, il testo d’Isaia, accostato a quello della lettera agli Efesini, proposto dalla seconda lettura, acquista tutto il suo significato profetico: tutte “le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo”. L’Epifania del Signore è fondamento ed esigenza dell’annuncio del Vangelo a tutti i popoli, ai quali ormai è aperto l’accesso al Regno.

I Magi che vengono dall’Oriente accolgono l’annuncio. I sacerdoti e gli scribi di Gerusalemme restano distratti. Il re Erode trama segretamente di sopprimere il bambino. Il contrasto è violento e chiaramente intenzionale: con esso l’evangelista vuole mostrare come anticipato fin dalla nascita di Gesù il rifiuto dei giudei, e quindi la necessità di affidare ad altri, ai gentili, il Regno. L’Epifania è già un primo squarcio di luce che lacera il velo del tempio che separava e nascondeva il “Santo dei santi”. La lacerazione di quel velo sarà totale e definitiva nell’evento pasquale, quando l’urto dell’onda luminosa del Risorto romperà le anguste barriere di separazione tra cielo e terra, tra vita e morte, tra uomo e uomo. L’Epifania, come il Natale, è il primo bagliore di una Pasqua ormai annunciata.

Dio continua a manifestarsi per la salvezza di tutti. Solo chi vive nella disponibilità della fede e nell’attenzione ai segni dei tempi, riesce a superare i momenti bui della vita e giunge a incontrare il Signore. I Magi sono il simbolo di tutti coloro che affrontano un lungo percorso ad ostacoli senza cedere ai tentativi di depistaggio o disorientamento, senza lasciarsi catturare dagli ambigui sorrisi del potere.

I doni che i Magi offrono a Gesù bambino sono simbolo della nostra offerta eucaristica. Nella messa non offriamo più oro, incenso e mirra, ma “colui che in questi santi doni è significato, immolato e ricevuto: Gesù Cristo nostro Signore” (preghiera sulle offerte). La celebrazione eucaristica fa parte della nostra risposta fondamentale alla manifestazione di Dio nel Cristo, e postula ancora, di natura sua, la risposta di tutta la vita vissuta.

 


domenica 31 dicembre 2017

NELLA RIFORMA LITURGICA, L’ULTIMA ISTANZA NON È STATA LA PAROLA DEI PERITI






Benedetto XVI ha scritto la prefazione al volume che esce oggi in Germania per celebrare i 70 anni del cardinale Gerhard Ludwig Müller, exprefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il papa emerito, a un certo punto, afferma :

“Nei tempi confusi, nei quali stiamo vivendo, l’insieme di competenza teologica scientifica e saggezza di colui che deve prendere la decisione finale mi sembra molto importante. Penso per esempio che nella Riforma liturgica le cose sarebbero andate a finire diversamente se la parola dei periti non fosse stata l’ultima istanza, ma se, oltre a questo, avesse giudicato una saggezza in grado di riconoscere i limiti dell’approccio di un ‘semplice’ studioso” (clicca qui).

Non c’è dubbio che l’osservazione critica dii Benedetto XVI riguarda anzitutto la riforma della Messa e, in particolare l’Ordinario della Messa. Certamente, il papa emerito non entra nei dettagli; si tratta solo di un esempio che egli cita in un contesto più generale. Mi permetto però, con rispetto alla venerata figura di Benedetto XVI e per evitare che i soliti detrattori della riforma liturgica rialzino la testa, di ricordare che nella suddetta riforma l’ultima istanza non è stata la parola dei periti, ma l’intervento del saggio Beato Paolo VI.

Il testo dell’Ordo Missae, nell’ultima tappa della sua redazione fu presentato a Paolo VI, il quale dopo aver letto e riletto le pagine dello schema, su 104 numeri, 34 furono da lui postillati e rimandati agli esperti con la preghiera di tenerne conto. Quando, poi, alcuni mesi dopo, ricevette il nuovo testo elaborato dagli esperti,  papa Montini lo approvò con un autografo che dice: “Mercoledì 6 novembre 1968 – ore 19-20.30. Abbiamo letto nuovamente, col Rev. P. Annibale Bugnini, il nuovo ‘Ordo Missae’ compilato dal ‘Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia’, in seguito alle osservazioni fatte da noi, dalla Curia Romana, dalla S. Congregazione dei Riti, dai partecipanti alla XI sessione plenaria del ‘Consilium' stesso, e da altri ecclesiastici e fedeli; e dopo attenta considerazione delle varie modifiche proposte, di cui molte sono state accettate, abbiamo dato al nuovo ‘Ordo Missae’ la nostra approvazione, in Domino. Paulus PP. VI” (il testo si trova in Annibale Bugnini, La riforma liturgica. Nuova edizione, C.L.V. 1997, p. 380).  

MARIA SS. MADRE DI DIO – 1 Gennaio 2018



Nm 6,22-27; Sal 66 (67); Gal 4,4-7; Lc 2, 16-21

Il messaggio della liturgia del primo giorno dell’anno è molteplice. Le letture bibliche e gli altri testi della messa tratteggiano la molteplicità dei temi proposti alla nostra attenzione: la maternità divina di Maria, l’ottava del Natale, la circoncisione di Gesù con l’imposizione del nome, la ricorrenza del primo giorno dell’anno, la giornata della pace. Trattandosi della solennità della Madre di Dio, noi qui ci soffermiamo su questo mistero mariano.

“Madre di Dio” è il titolo che le Chiese d’oriente e d’occidente danno unanimemente a Maria, quando la ricordano nella preghiera eucaristica e nella celebrazione della nascita del Signore, quando si rivolgono a lei invocandone l’intercessione. Per aver generato colui che si è fatto nostro fratello, Maria è anche nostra madre. La preghiera dopo la comunione la invoca come “madre di Cristo e di tutta la Chiesa”.

Maria è anzitutto madre del Salvatore. Dio ha voluto realizzare il suo piano di salvezza mediante l’incarnazione del Verbo. Perciò, come dice san Paolo nella seconda lettura, Cristo doveva avere una madre: “Dio mandò il suo Figlio, nato da donna…” Anche se non vi compare il nome proprio di “Maria”, questo testo è straordinariamente importante. Vi si trova il primo spunto della riflessione della fede cristiana su Maria, in stretta connessione con il concetto di “maternità”. La maternità divina di Maria però non si limita all’ordine biologico. La sua è una maternità nel senso più completo, si esprime cioè con l’amore specificamente materno, che è unico e irrepetibile. La sua maternità è pure intuizione profonda, assecondamento completo, disponibilità e cooperazione senza riserve. Maria poi conserva e medita nel cuore tutto ciò che ascolta dal Figlio suo (cf. vangelo). Non si tratta solo di un ricordo e neppure di una semplice meditazione, ma di una partecipazione interiore. “Meditare” significa dire e ridire al proprio cuore quello che si è visto e ascoltato finché la realtà di cui si è stato testimoni non entra a formar parte della propria vita.

La prima lettura riporta la formula di benedizione sacerdotale, suggerita da Dio ad Aronne, mostrandoci in Maria la “benedetta fra le donne”, diventata causa di benedizione per tutti noi. La carne di Cristo è la carne che egli trasse dal grembo di Maria, figlia come noi di Adamo; e tale carne è la premessa della nostra solidarietà con Cristo (cf. Eb 2,14). Nel grembo della Vergine si è compiuto il “meraviglioso scambio” per il quale Dio si è “fatto uomo” e l’uomo ha accolto in sé la “divinità” (cf. prefazio III di Natale). La via della divinizzazione dell’uomo è l’umanizzazione di Dio.

Maria è anche madre nostra. Nella seconda lettura san Paolo afferma che Dio manda il suo Figlio “per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli”. Corrado di Sassonia, un teologo francescano del secolo XIII, contemplando questo mistero, esclama: “Benedetta la madre per la quale Cristo è divenuto nostro fratello. E benedetto il fratello per il quale Maria è divenuta la nostra madre”.

La celebrazione della divina maternità di Maria è un invito a cominciare il nuovo anno nella consapevolezza che l’amore di Dio, per mezzo di Maria, è entrato nella storia per riscattare la nostra vita dal dominio del tempo e della morte.


sabato 30 dicembre 2017

SANTA FAMIGLIA DI GESU’ MARIA E GIUSEPPE (B) - 31 Dicembre 2017





Gen 15,1-6; 21,1-3; Sal 104 (105); Eb 11,8.11-12.17-19; Lc 2,22-40

E’ normale che i brani della Bibbia che ci propone la liturgia odierna siano da noi letti alla luce della festa della Santa Famiglia, in funzione della quale essi vengono proposti. In questi brani si parla di due famiglie, quella di Abramo e Sara nella prima e seconda lettura, e quella di Giuseppe e Maria nella lettura evangelica, e quindi, si parla anche dei loro rispettivi figli avuti in modo straordinario: Isacco e Gesù. Nei due racconti viene messa in evidenza la fede di queste famiglie: nella prima lettura si dice che Abramo “credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”. E la lettera agli Ebrei aggiunge che Sara “per fede [...] ricevette la possibilità di diventare madre...” La lettura evangelica può essere interpretata anche con questa chiave di lettura: Giuseppe e Maria portano Gesù al tempio di Gerusalemme, e compiono ciò che la Legge comanda riguardo a un figlio primogenito, lo consacrano cioè a Dio riconoscendo in questo modo che non loro ma Dio è il Signore; non per fare la loro volontà, ma quella di Dio; per questo hanno ricevuto in dono dal Signore questo bambino. Atteggiamento di fede e sottomissione al volere di Dio.

La festa della Santa Famiglia è stimolatrice di molte riflessioni e orientamenti operativi in un contesto culturale come il nostro, in cui la famiglia non è una realtà pacificamente acquisita e da tutti difesa e promossa. Ma la parola di Dio che abbiamo ascoltato ci invita a riflettere anzitutto sullo spazio che ha la fede nelle nostre famiglie. La famiglia cristiana, per prima cosa, dovrebbe trovare il coraggio della fede. La nascita straordinaria di Isacco e, soprattutto, quella di Gesù ci fanno capire che i figli sono un dono di Dio più che frutto della scelta dell’uomo. Mettere al mondo un figlio è una scelta che per un cristiano rientra pienamente nell’ambito della sua fede: fede nella vita e fede nel Dio della vita: la fede nella vita, quando diventa piena, senza condizioni, trova la sua giustificazione in un Dio che ha creato e conserva il mondo con amore; e viceversa la fede in Dio, quando è sincera ed efficace, conduce a dire un “sì” gioioso e senza condizione alla vita. Ma questa fede non si esaurisce in un “sì” iniziale. La Lettera agli Ebrei richiama anche al sacrificio di Isacco e, nel racconto evangelico di Luca, ascoltiamo l’anziano Simeone che predice a Maria: tuo Figlio sarà “segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima – affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”. La fede deve essere pronta ad affrontare il momento della prova. Quando i rapporti familiari vengono compromessi dalle incomprensioni o semplicemente logorati dal tempo, è allora che la fede può e deve venire in aiuto per rinsaldare i legami e rilanciare la comunione. È il momento di dare una risposta di fede al Dio fedele.


Benché all’origine della sua istituzione vi siano considerazioni pastorali e di spiritualità familiare, la festa della Santa Famiglia è, anzitutto, la celebrazione del mistero dell’Incarnazione, di cui essa evidenzia la concretissima realtà.

lunedì 25 dicembre 2017

LINGUA VIVA NON SIGNIFICA SOLTANTO COMPRENSIBILITÀ MA MOLTO DI PIÙ


«Ci si rende conto, come annotava Guardini, che “l’uomo vive nel linguaggio e in virtù di esso” e che pertanto “il linguaggio è un ambito oggettivo, un contesto di strutture di significato che accoglie il singolo alla nascita, nel quale egli si muove, dal quale riceve forma e impronta fino nel più profondo, che dischiude certi ambiti di vita e altri ne preclude” (R. Guardini, Etica. Lezioni all’Università di Monaco (1950-1962), Morcelliana, Brescia 2001, 242). Detto altrimenti, è chiaro che la lingua viva, ogni lingua, proprio per la capacità di dare forma all’uomo e al pensiero, di scavare nel profondo dell’esperienza e dell’autocoscienza, di consentire l’accesso al reale, è e deve essere singolare e autorevole mediazione del mistero. Al di fuori di una visione così ampia, ogni discorso sulla lingua del popolo nella liturgia, favorevole o contrario, risulta sterile e a corto respiro.

[…] Ogni lingua è liturgica nella misura in cui può garantire la partecipazione di tutto l’uomo, del suo volere come del suo sentire, al dono di grazia, percependo la distanza dall’Altissimo e gustandone la consolante presenza, ascoltandone la voce e, al contempo, rimanendo in vita (cf. Dt 4,23). Non può esserci ostacolo alcuno all’ingresso delle lingue degli uomini nella liturgia, e se nessuna lingua “sacra” può arrogarsi l’esclusiva di poter dire il mistero o di rivestire i tanti atteggiamenti della fede, così nessuna lingua è tanto povera da non poter essere umile epifania delle opere di Dio e dare voce alla risposta degli oranti […]

La logica dell’incarnazione pretende che anche la celebrazione assicuri il doppio binario dell’ulteriorità, per il quale la liturgia con i suoi linguaggi rinvia al mistero che le parole umane riescono a malapena a balbettare, e dell’umanità, per il quale il celebrare non tradisce il radicamento storico e culturale dei celebranti.»

(Loris Della Pietra, La parola restituita. La ricchezza del linguaggio liturgico, San Paolo, Cinisello Balsamo 2017, pp. 53-55).


domenica 24 dicembre 2017

NATALE DEL SIGNORE



NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2017
Messa della notte


Is 9,1-3.5-6; Sal 95 (96); Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

Il brano evangelico della notte di Natale illustra con scarna e suggestiva semplicità il contesto storico e geografico della nascita di Gesù. Il Salvatore nasce in un momento ben determinato della storia umana, in un luogo povero e sconosciuto. Testimoni di questo evento sono stati alcuni umili pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo è apparso ai pastori, annunciando la portata salvifica dell’avvenimento: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. E’ un “oggi” vero spartiacque della storia. Il tempo dell’attesa è finito: il Salvatore, il promesso discendente di Davide, è nato, ed è nato oggi. La liturgia di questa notte ripete l’avverbio di tempo “oggi”, che nella sua semplicità esprime il dinamismo salvifico dell’economia sacramentale, eco e continuazione dell’economia storico-salvifica (cf. antifona d’ingresso, salmo responsoriale, canto al vangelo, antifona alla comunione). Nella notte di Natale siamo invitati a fare nostra la gioia dei tempi messianici e a ringraziare Dio “nel più alto dei cieli” per le meraviglie da lui compiute a favore degli uomini che egli ama. La gioia natalizia ha come fondamento il fatto che la salvezza si realizza nell’oggi.

Notiamo i tre titoli dati dall’angelo a Gesù: Salvatore, Cristo e Signore. Il ritornello del salmo responsoriale riprende le parole dell’angelo ai pastori: “Oggi è nato per noi il Salvatore”. Come sottolinea il riferimento alla città di Davide, questo Salvatore si identifica col Messia, il Cristo. Non si tratta perciò di una salvezza qualunque, ma di quella messianica in cui si verifica la salvezza definitiva. Anche il brano profetico della prima lettura preannuncia una prodigiosa liberazione e l’instaurazione di un regno di pace e di giustizia ad opera di un fanciullo della stirpe davidica. Il brano paolino della seconda lettura parla della “manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo”. Gesù riceve il nome di Signore (Kyrios), espressione che sta a significare il nome di Dio. Gesù ha applicato a se stesso il Sal 110, dove Davide chiama il Messia suo Signore.

La moltitudine dell’esercito celeste loda Dio e dice: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”. La nascita di Gesù è la manifestazione della gloria divina al mondo. Nelle teofanie dell’Antico Testamento l’autorivelazione di Dio agli uomini era parziale e avveniva fra spaventosi fenomeni cosmici. A Natale il mondo divino si automanifesta in modo compiuto e nella semplicità di un Bambino in un’atmosfera di gioia che coinvolge cielo e terra. Dio si manifesta sotto sembianze umane. Si tratta quindi di riconoscere il mistero della presenza di Dio nelle trame degli eventi umani, di credere in Dio a partire da una realtà che agli occhi del nostro corpo appare puramente umana. E’ in questa ottica che possiamo interpretare i piccoli segni che accompagnano il grande segno, il Bambino: le fasce, la mangiatoia… I termini “gloria” e “pace” sono intimamente collegati e si illuminano a vicenda: la “gloria” sale finalmente a Dio dalla terra, perché in Cristo si attua il suo disegno di amore e di salvezza; la “pace” esprime la pienezza dei beni messianici, fra cui anche l’effettiva rappacificazione degli uomini fra di loro.

Convocati per la gioiosa celebrazione della liturgia natalizia siamo invitati a testimoniare “nella vita l’annunzio della salvezza, per giungere alla gloria del cielo” (preghiera dopo la comunione).


NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2017
Messa dell’aurora


Is 62,11-12; dal Sal 96 (97); Tt 3,4-7; Lc 2,15-20

La Messa natalizia dell’aurora ci propone ancora un brano evangelico tratto da san Luca, che fa seguito a quello letto nella messa della notte. In questa seconda parte del racconto, i protagonisti sono i pastori e Maria. I pastori vanno a Betlemme ad adorare il Bambino e poi annunciano ciò che hanno visto. Maria appare in meditazione silenziosa davanti al bambino “che giace in una mangiatoia”.   

Una volta gli angeli si sono allontanati dai pastori, essi si affrettarono a recarsi a Betlemme: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. All’annuncio segue l’ubbidienza della fede. I pastori vogliono vedere l’evento. La parola del Signore è sempre un evento. Per questo si affrettano e trovano Maria e Giuseppe e il bambino. Quanto è stato annunciato dall’angelo è vero e se lo dicono l’un l’altro e raccontano ciò che di quel bambino è stato detto loro. Luca parla di “tutti quelli che udivano…” La scena quindi si allarga: è agli abitanti di Betlemme, a tutti coloro che trovano nel loro cammino che i pastori raccontano quanto è avvenuto. I pastori se ne sono andati “glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto”. Il loro andare diventerà, nel corso del Vangelo e degli Atti degli Apostoli, paradigma della diffusione del Vangelo tra le genti. Il messaggio infatti è per tutti gli uomini che Dio ama (cf. Lc 2,14).

L’atteggiamento di Maria, l’altra protagonista del racconto lucano, si differenzia da quello degli altri: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. La parola “meditare” merita qui una particolare attenzione. Nel Nuovo Testamento è usata soltanto da Luca nel suo vangelo e negli Atti. Il significato originario e fondamentale del termine è “raccogliere”, “collegare”, “mettere a confronto” eventi e parole, realtà e mistero. Viene da pensare, innanzitutto, che Maria mettesse le cose udite dai pastori in relazione con quello che le era già stato rivelato sul suo bambino. E’ poi probabile che ella collegasse questi fatti con quello che i padri e i profeti avevano detto nella Scrittura. Maria custodiva tutte queste cose non nella mente, ma “nel cuore”, cioè nel luogo più segreto e interiore della persona, là dove lo spirito prende contatto con le cose di Dio, le riconosce e le conserva incancellabili. Ecco quindi che Maria vive una magnifica esperienza di ascolto, rendendosi disponibile in un crescendo di fede e di comprensione del mistero della salvezza in Gesù, a tutte le mediazioni autorevoli, anche nella loro apparente irrilevanza e umiltà; fino a farsi ascoltatrice della Parola viva del suo figlio Gesù. Fin d’ora Maria è il tipo di ogni vero uditore della parola di Dio. Maria è la “vergine dell’ascolto sapienziale” perché, come il sapiente biblico, ricorda quanto Dio le ha donato di vivere, medita per riconoscere negli eventi vissuti i segni della misericordia divina, di cui ci parla san Paolo nella seconda lettura della messa.

In questo mattino di Natale, anche noi siamo invitati a fare proprio come i pastori: andare, trovare, vedere, riferire sono i verbi dell’accoglienza e della testimonianza. La loro esperienza, le loro azioni altro non sono che l’immagine viva di quello che significa credere nel Signore Gesù. Come Maria, anche noi siamo invitati a contemplare il mistero del Verbo fatto carne, conoscere con la fede la profondità del mistero e viverlo con amore intenso e generoso (cf. preghiera dopo la comunione).


NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2017
Messa del giorno


Is 52,7-10; Sal 97 (98); Eb 1,1-6; Gv 1,1-18

Tra le letture bibliche della Messa del giorno di Natale, emerge lo splendido brano della prima pagina del vangelo di Giovanni, testo sobrio e solenne al tempo stesso, di profonda dottrina cristologica, vero antidoto contro ogni eventuale lettura sentimentale, fatua e consumistica del mistero natalizio. Oggetto dei 18 versetti del prologo giovanneo è Gesù Cristo, colto nelle sue diverse dimensioni.

Anzitutto meritano una particolare attenzione le prime battute del prologo: “In principio era il Verbo…” Il termine “principio” è accompagnato dal verbo essere al tempo imperfetto (“era”). In questo modo, Giovanni intende affermare che una realtà sussiste indipendentemente dai condizionamenti imposti dal decorrere del tempo. Infatti quando l’evangelista vuole significare la delimitazione temporale utilizza i verbi “essere fatto” per dire che una cosa ha avuto inizio in un determinato momento, e “diventare” per alludere a qualche aspetto della mutabilità. Ecco quindi che l’espressione giovannea intende dire che il Verbo era precedentemente all’esistere del tempo, all’ “in principio” in cui l’esistente ha preso inizio, dunque da sempre, dall’eternità. In questo modo, Giovanni ci mostra che il Cristo ingloba in sé non solo l’orizzonte dell’antica Alleanza ma anche quello della creazione.

Questo “Verbo” eterno “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. “Carne”, senza ulteriori specificazioni, non significa semplicemente uomo, ma l’uomo legato alla terra, debole e caduco. Si direbbe che Giovanni intenda sottolineare tutta la diversità e distanza fra il divino e l’umano. Il Verbo che era “presso Dio” ora è “fra noi”, non solo vicino a noi ma pienamente partecipe della nostra umanità. Nel linguaggio biblico “carne” non significa il corpo dell’uomo contrapposto allo spirito, ma l’uomo intero colto nella sua caducità, nella sua debolezza, nel suo essere consegnato alla morte. Possiamo quindi affermare che il cosmo e la storia, lo spazio e il tempo, le cose e l’uomo, l’essere tutto acquistano nel mistero dell’Incarnazione un senso perché in essi si inserisce il Verbo eterno di Dio.

Qual è l’atteggiamento dell’uomo dinanzi a questo mistero? Giovanni afferma che il Verbo “venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio…” Dinanzi a questo mistero la reazione è duplice: il rifiuto aggressivo o l’accoglienza fedele. Giovanni qualche versetto prima usa l’espressione: “il mondo non l’ha riconosciuto”. “Riconoscere” e “accogliere” sono due verbi importanti che il seguito del vangelo di Giovanni chiarisce. Riconoscere non è solo ascoltare la parola di Gesù e neppure solo capirne il senso, ma comprendere che le sue parole provengono dal Padre (cf. anche la seconda lettura). Si tratta quindi di riconoscere, ascoltando le parole e vedendo i segni da lui compiuti, che Gesù è il Figlio che viene dal Padre: è dunque il mistero della persona di Gesù, la sua origine, che va compresa e riconosciuta. E accogliere implica apertura, disponibilità e sequela.

Nella colletta della messa, riallacciandoci al v. 12 del prologo, chiediamo a Dio che “possiamo condividere la vita divina di suo Figlio, che oggi ha voluto assumere la nostra natura umana”.






sabato 23 dicembre 2017

DOMENICA IV DI AVVENTO (B) – 24 Dicembre 2017





2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16; Sal 88 (89); Rm 16,25-27; Lc 1,26-38


Le letture bibliche di quest’ultima domenica di Avvento, imminente ormai la celebrazione del Natale, mettono in evidenza due temi principali: il primo è quello della fedeltà di Dio. La promessa fatta da Dio per mezzo del profeta Natan a Davide (prima lettura) si è adempiuta nella nascita di Gesù Cristo, il Messia. Egli infatti è figlio di Davide e il suo regno è stabile per sempre. Ciò viene messo in evidenza da san Luca nel brano evangelico. Infatti, le parole di Gabriele a Maria si agganciano strettamente a quelle del profeta Natan. A Davide Dio aveva assicurato un “discendente uscito dalle sue viscere”; a Maria è annunciato un figlio del suo grembo, che “sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Per realizzare il suo meraviglioso disegno nascosto da secoli, Dio non ha scelto un re, bensì un’umile ragazza, una vergine dell’oscuro villaggio di Nazaret. Non le ha inviato un profeta, ma il suo angelo, messaggero dell’annuncio più straordinario della storia.

Il secondo tema proposto alla nostra attenzione è l’atteggiamento di fede e di obbedienza di Maria, che alle parole dell’angelo risponde: “Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola” (parole riprese anche dal canto al vangelo). La bellissima pagina evangelica dell’annunciazione si chiude con l’adesione di Maria ai piani di Dio, a lei svelati dall’angelo. Come Gesù è servo di Dio, offertosi al Padre in un atteggiamento di obbedienza per la salvezza degli uomini, così anche Maria si dichiara serva del Signore pronta a collaborare al suo disegno di salvezza. Dice a questo proposito il Vaticano II: “Dio non si è servito di Maria in modo puramente passivo, ma [...] ella ha cooperato alla salvezza umana nella libertà della sua fede e della sua obbedienza” (Costituzione Lumen Gentium, n.56).

Il piano divino della salvezza viene proposto anche a noi perché lo accettiamo sottomettendo ad esso i nostri progetti e la stessa nostra esistenza. La fede appare così come un atto di obbedienza, nel senso che credere significa lasciare che la propria vita sia illuminata e determinata dal piano di Dio (cf. seconda lettura). Il mistero di salvezza iniziato in Maria continua in noi. Nella Vergine di Nazaret troviamo il modello di vita d’ogni uomo che si apre al dono della salvezza. Anche noi, come Maria, siamo chiamati a prepararci a ricevere il Figlio di Dio “nel cuore e nel corpo”, con totale disponibilità, e così cooperare, con libera fede e incondizionata obbedienza, all’avvento del suo regno in noi e nel mondo intero. Sono i nostri sì quotidiani alla giustizia, alla carità, alla condivisione, alla fedeltà verso il vangelo che rendono sempre più vero ed efficace il Natale di salvezza per noi e per il mondo intero.