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venerdì 16 novembre 2018

DOMENICA XXXIII DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 18 Novembre 2018




 


Dn 12,1-3; Sal 15 (16); Eb 10,11-14.18; Mc 13,24-32



Avviandoci ormai alla conclusione dell’anno liturgico, le letture bibliche di questa penultima domenica ci invitano a riflettere sulle ultime realtà, sulla fine della storia e del mondo, quando cioè si compirà in modo definitivo la salvezza che ora possediamo solo nella speranza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica riassume la fede della Chiesa su questo punto con le seguenti parole: “Il giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia” (n.1040). Le letture bibliche odierne ci invitano ad approfondire alcuni aspetti di queste ultime realtà.



Il brano del libro di Daniele, proposto come prima lettura, è uno dei testi più caratteristici dell’Antico Testamento sul tema della retribuzione finale: la salvezza verrà data in modo pieno e definitivo a quanti hanno operato il bene. Il brano evangelico descrive il ritorno del Figlio dell’uomo alla fine dei tempi che verrà a “radunare i suoi eletti”. Siamo invitati a vegliare ed essere pronti (cf. canto al vangelo) perché “quanto a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre”. Queste misteriose parole, con cui si conclude il brano evangelico odierno, danno una vigorosa lezione ai profeti di sventura intenti a determinare la fine del mondo. Chi ha fede e fiducia, non ha bisogno di fare questi calcoli.




Ascoltando le parole con cui Gesù descrive la fine dei tempi, siamo talvolta presi dallo spavento. Notiamo però che il linguaggio usato dal Vangelo, chiamato linguaggio apocalittico, proprio della tradizione ebraica, in fondo è un linguaggio che viene adoperato per rivelare (apocalisse significa “rivelazione”) il senso della storia e il destino dell’uomo. Dio ha su di noi “progetti di pace e non di sventura” (antifona d’ingresso - Ger 29,11.12.14). La seconda lettura apre il cuore alla fiducia in Cristo, nostro giudice, il quale sta alla destra di Dio, ma ha offerto se stesso per il perdono dei nostri peccati. Il perdono acquistato con il sangue di Cristo è sempre più grande di tutte le nostre infedeltà. Ciò che all’esterno appare come catastrofe e rovina in verità è il compimento della salvezza. Questo mondo va verso una fine, verso quel “giorno del Signore” già invocato dai credenti di Israele, giorno di salvezza e di giudizio. E ciò avviene per un preciso disegno di Dio che è Signore della storia e del tempo.


Chi prende sul serio l’incertezza e caducità di ogni cosa terrena, si apre al dono della salvezza. Ma il pensiero della morte, della fine della nostra esistenza terrena non ci deve indurre ad un atteggiamento di disimpegno nei confronti della vita presente. Il servizio fedele e responsabile prepara “il frutto di un’eternità beata” (orazione sulle offerte). Il futuro quindi appartiene anche alle nostre mani, e ogni carenza di impegno diventa anche carenza di salvezza

domenica 11 novembre 2018

IL SACRO E LA RELIGIONE





Sergio Givone, Quant’è vero Dio. Perché non possiamo fare a meno della religione, Solferino, Milano 2018. 189 pp.

Comunque si voglia definire il sacro, esso viene prima della religione perché viene prima che la religione svolga e organizzi in sistema le infinite epifanie del sacro stesso. È a partire da una parola assolutamente iniziale (“sì, questo è bene che sia”) e quindi da un interdetto fondante (“no, questo no!”) che, come possiamo immaginare, tutte le religioni di questa terra lavorano instancabilmente a produrre miti e riti attraverso i quali gli uomini si raccontano la loro storia, convertono il disordine nel quale versano in un ordine possibile, trovano uno scopo e danno un senso alla loro vite.

(p. 159)


Indice generale dell’opera:

Prefazione; 1. Ha senso la vita? 2. Legge e Amore; 3. Un pensiero di altri mondi; 4. Tempo intermedio e Apocalisse; 5. “Guardiamo nell’Aperto”; 6. Potere spirituale e potere temporale; 7. Il sacro, nonostante tutto; Cenni bibliografici.  





venerdì 9 novembre 2018

DOMENICA XXXII DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 11 Novembre 2018




 


1Re 17,10-16; Sal 145 (146); Eb 9,24-28; Mc 12,38-44



È donando dalla nostra povertà che noi diventiamo veramente ricchi davanti a Dio. In sintesi, è questo il messaggio che sembra emergere dalle letture bibliche. La prima lettura e il brano evangelico parlano della generosità di due povere vedove. La povera vedova di Zarepta, che aiuta il profeta Elia e la vedova lodata da Gesù perché i pochi spiccioli gettati nella cassetta delle offerte del Tempio rappresentano tutto quanto essa ha per vivere. Malgrado la loro povertà le due donne che la parola di Dio ci presenta trovano ancora qualcosa da dare: la prima accetta di dividere il poco che ha con uno straniero, mentre lei e suo figlio sono sulla soglia della morte; l’altra, in un atto di omaggio a Dio e di adorazione, dà il denaro di cui aveva bisogno per vivere. Ambedue si rivelano adorne delle qualità che devono caratterizzare la figura del discepolo di Cristo: disponibilità ad accogliere la parola di Dio, abbandono incondizionato al suo volere, prontezza a donare e a perdere anche la vita. L’offerta povera di queste donne è offerta amorosa e totale della vita.



Soffermiamoci brevemente sulla scena evangelica. Nel cortile del Tempio, al quale avevano accesso anche le donne, erano allineate tredici ceste, in cui venivano gettate le offerte. Ci sono molti ricchi che fanno laute offerte, di cui il sacerdote ripete ad alta voce l’entità, suscitando l’ammirazione dei presenti. E c’è una povera vedova che offre pochi spiccioli e non suscita nessun mormorio di ammirazione. Gesù però la scorge e richiama l’attenzione dei discepoli contrapponendo la condotta della vedova alla vanità, ambizioni e privilegi degli scribi, che erano i maestri della legge dell’Antico Testamento, e alla ostentazione vanitosa di tanti ricchi che gettavano molte monete nella cassetta delle offerte. Questi, dice Gesù, danno del loro superfluo, mentre invece la povera vedova dà tutto quanto possiede. A partire dalle azioni più semplici e quotidiane Gesù sa leggere l’intenzione profonda del cuore; egli giudica non secondo le apparenze ma in verità, poiché è capace di vedere in profondità ciò che tutti vedono, grazie ad uno sguardo diverso sulla realtà, uno sguardo secondo il sentire di Dio. A parte la sete di potere e di arrivismo che ovunque regna, bisognerebbe vedere fino a che punto noi cristiani siamo capaci di gesti generosi di ospitalità e di partecipazione alle sofferenze dei nostri simili. Dio non ci chiede il nostro denaro, ma chiede la nostra persona, e cioè la nostra disponibilità a donarsi per il bene degli altri.



In questo contesto, possiamo collocare l’esempio supremo di Cristo, di cui  parla la seconda lettura. Egli ci rende partecipi della sua vita divina offrendo se stesso: “Cristo si è offerto una volta per tutte per togliere i peccati di molti”. È donando noi stessi che ciascuno di noi partecipa veramente al dono della salvezza che Gesù ci offre. Il senso dell’eucaristia è questo: l’innesto sempre nuovo della nostra vita dentro all'unico e perfetto sacrificio di Cristo.


domenica 4 novembre 2018

I SALMI NELLA PREGHIERA DELLA CHIESA




Ludwig Monti, I Salmi: preghiera e vita. Commento al Salterio (Spiritualità biblica), Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2018. 1889 pp. (€ 60,00).


Nella Prefazione a questo possente volume, il card. Ravasi afferma che “il commentario di Ludwig Monti segnerà una tappa importante e duratura nella sterminata bibliografia dedicata al Salterio: è certamente la più ricca, fresca, limpida e completa lettura dei salmi ora a disposizione”.

L’opera ha anche senza dubbio un interesse liturgico. Infatti, come dice l’autore nell’Introduzione, uno dei principi di fondo che lo ha guidato è quello dell’esegesi liturgica dei salmi: leggere i salmi, e più in generale la Bibbia, alla luce della liturgia e viceversa. Si tratta di un principio antichissimo, che va completato con l’aiuto della grande tradizione, cioè dei padri della Chiesa. Liturgia e padri, in continua comunicazione, sono gli assi dell’esegesi liturgica, le due parole chiave per comprendere e pregare i salmi in ambito cristiano.   

Scendendo nello specifico, l’autore si fa alcune semplici domande che mai si dovrebbero trascurare: come un determinato salmo è stato ed è interpretato all’interno di una determinata celebrazione liturgica? Come i singoli salmi sono stati e sono collocati lungo le varie ore della giornata? Quali significati un salmo riveste, di volta in volta, nei diversi tempi liturgici in cui è utilizzato, o nella celebrazione di una festa, o nella memoria di un santo?

Monti è un monaco, e il suo libro non è solo frutto di una ricerca rigorosa ma è maturato anche in vent’anni di preghiera monastica, ritmata dalla consuetudine quotidiana con il Salterio.


venerdì 2 novembre 2018

DOMENICA XXXI DEL TEMPO ORDINARIO (B) – 4 Novembre 2018




Dt 6,2-6; Sal 17; Eb 7,23-28; Mt 12,28b-34



Il comandamento di amare Dio e il comandamento di amare il prossimo erano ben conosciuto nell’Antico Testamento. Alla domanda che gli fa lo scriba su quale sia il primo comandamento, Gesù riprende la professione di fede che ogni giorno ripeteva l’ebreo nella sua preghiera, testo che inizia con le parole “Ascolta, o Israele”, ed è riportato nella prima lettura. Ma Egli arricchisce il testo in modo considerevole. Infatti, Gesù commenta insieme due comandamenti e li rende una sola cosa. Più in concreto, Gesù propone non solo l’amore di Dio, ma anche del prossimo nonché l’amore di se stesso: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Chi dunque non è capace di amare se stesso, non è capace di amare il prossimo e, di conseguenza, non sa amare Dio. Sono tre amori che hanno una sola ed identica radice.



Ma cosa significa amare, in particolare, cosa significa amare Dio? Possiamo rispondere riprendendo le parole della preghiera ebraica citata da Gesù: “Ascolta, o Israele”. L’ascolto è già un movimento di amore in quanto ascoltando mi apro all’altro e accolgo in me la sua presenza. L’ascolto fonda un legame, una relazione in cui io esco dal mio egoismo, dal mio isolamento e mi apro alla relazione verso un altro. L’ascolto pone l’uomo nella situazione di relazione e di libertà che è essenziale per amare. Un amore imposto è un amore falso.



Amare Dio, poi, non consiste in un ricordo passeggero di Dio all’inizio o alla fine della giornata; non consiste neppure in invocarlo nel momento del bisogno. Nelle parole di Gesù ritorna insistente un vocabolo che esprime totalità e continuità: “tutto il tuo cuore”, “tutta la tua mente”, “tutta la tua forza”. Si tratta quindi di un amore che si impadronisce di tutta la nostra esistenza, che invade ogni nostro pensiero e ogni azione, che dà forma alla vita. Quando l’amore a Dio non ha queste caratteristiche, la nostra fede e la nostra pratica religiosa si impoveriscono, possono diventare formalismo, legalismo, forse addirittura superstizione.



Ricordiamo, finalmente, che l’amore è anche un dono che Dio ci elargisce. Lo abbiamo affermato all’inizio della messa quando abbiamo pregato: “Dio onnipotente e misericordioso, tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti (e quindi di amarti) in modo lodevole”. Chiediamo questo dono.

mercoledì 31 ottobre 2018

TUTTI I SANTI – 1 Novembre 2018




Ap 7,2-4.9-14; Sal 23 (24); 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a



Se a Pasqua abbiamo celebrato il Cristo vivente per sempre alla destra del Padre, oggi, grazie alle energie sprigionate dalla risurrezione di Cristo, contempliamo quelli che sono con Cristo alla destra del Padre: i santi. La prima lettura ci dice che questi santi sono “una moltitudine immensa”. La seconda lettura descrive la radice della santità cristiana: essa consiste nell’essere figli di Dio e nel vivere come tali. Nella lettura evangelica Gesù ci offre la “magna carta” della santità, dove troviamo la fisionomia del perfetto discepolo di Cristo tratteggiata nel messaggio delle Beatitudini.



I santi non sono superuomini, ma persone che si sono realizzate umanamente seguendo la via indicata da Cristo e sintetizzata nelle Beatitudini. San Matteo colloca le Beatitudini all’inizio del Discorso della montagna (Mt 5,1-7,29). La tradizione ecclesiale considera questi capitoli di Matteo le basi fondanti dell’etica cristiana, il modo di vivere di chi si dice cristiano. Le Beatitudini sono una proclamazione messianica, l’annuncio che il Regno di Dio è arrivato per tutti. I profeti avevano descritto il tempo messianico come il tempo dei poveri, degli affamati, dei perseguitati, degli inutili. Gesù proclama che questo tempo è arrivato. Per Gesù le Beatitudini si riducono a una sola: la gioia del Regno arrivato. Ed è alla luce del Regno arrivato (Regno che ha capovolto i valori umani) che si giustifica la paradossalità delle sue affermazioni.



Dopo una lettura rapida delle Beatitudini, dentro di noi risuona come un’eco la parola “beati” che Gesù pronuncia otto volte, all’inizio di ogni beatitudine. E’ una parola nota alla tradizione biblica, una parola augurale, un’invocazione di tutti quei beni che vengono da Dio. Beato è l’uomo che riceve la salvezza. Essa richiede come presupposto la fede (Mt 16,17; Lc 11,28), la perseveranza nella fede (Gc 1,12) e la vigilanza per attendere il Signore (Lc 12,37). Gesù chiama beati i poveri, i miti, gli afflitti, gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia. Ogni augurio è accompagnato da una promessa. E notiamo subito che l’ultima corrisponde alla prima: “di essi è il regno dei cieli”. Mentre l’Antico Testamento giungeva ad identificare la beatitudine con Dio stesso, Gesù si presenta a sua volta come colui che porta a compimento l’aspirazione alla beatitudine: il regno dei cieli è presente in lui. Più ancora, Gesù “incarna” le Beatitudini vivendole perfettamente. Ecco perché la proclamazione delle Beatitudini è preceduta da un’annotazione generale che riassume l’attività di Gesù (Mt 4,23-24): lo circondavano ammalati di ogni genere, sofferenti, indemoniati, epilettici, paralitici. Ha cercato i poveri e li ha amati con amore di predilezione. Egli fu povero, sofferente, affamato, perseguitato: eppure amato da Dio e salvatore. La vita di Cristo dimostra che i poveri sono beati, perché essi sono al centro del Regno e perché sono essi, i poveri, i crocifissi, che costruiscono la salvezza. Gesù ha vissuto l’ideale delle Beatitudini e in lui tutte le promesse di Dio si sono realizzate. Non siamo quindi di fronte ad una pura utopia, ma a un programma di vita che è possibile per ogni discepolo. Ce lo dimostra la schiera immensa dei santi che oggi la Chiesa venera come modelli e intercessori (cf. il prefazio).



La festa odierna costituisce inoltre un forte richiamo a riscoprire il santo che è accanto a noi, a sentirci parte di un unico corpo che è la Chiesa santa, cattolica e apostolica.




domenica 28 ottobre 2018

Documento finale del Sinodo 2018: prima spigolatura su liturgia e donna





Pubblicato il 28 ottobre 2018 nel blog: Come se non



L’ampio Documento finale, che chiude questa fase sinodale, si presenta ovviamente come una grande sintesi dei lavori, scandita da una cadenza in tre parti, modellate sull’episodio evangelico dei “due di Emmaus”. Vorrei qui esaminarne il contenuto limitatamente a due temi, non così centrali, ma assai significativi. Mi sembra che, all’esame di due argomenti così diversi - come quello della “liturgia” e quello della “donna” – emergano dal testo alcune obiettive tensioni, che si aprono tra il momento dell’ascolto e il momento della “ripresa finale”. L’ascolto invoca una assunzione di responsabilità e di autorità, che la ripresa sembra da un lato confermare e dall’altro escludere. Vorrei suffragare questa impressione con alcuni dati testuali, e lo farò riferendomi ai due temi su cui mi sento di poter fare qualche osservazione meno improvvisata.


1.Giovani, liturgia e senso del mistero

Dedicati alla liturgia troviamo, oltre ad altri fuggevoli riferimenti, due numeri: il 51 e il 134. Il primo è nella “prima parte”, dedicata all’ascolto; mentre il secondo è nella “terza parte”. Colpisce molto che il primo numero sia sostanzialmente lineare e ben strutturato, mentre il secondo appare contorto, faticoso e attraversato da tensioni irrisolte.

Il n. 51 (dal titolo Il desiderio di una liturgia viva) esordisce con la affermazione di una domanda di “liturgia fresca, autentica e gioiosa” che viene dai giovani, e che è domanda sia di preghiera sia di sacramenti – confermando indirettamente una certa fatica, forse non solo dei giovani, a concepire il sacramento anche come preghiera. E si sottolineano tre diversi atteggiamenti nei giovani circa la liturgia. Da un lato vi è chi riconosce in essa una mediazione fondamentale della propria identità di fede. Vi è chi invece vede la messa domenicale “più come precetto morale che come felice incontro con il Signore Risorto e con la comunità”. Infine si dice, in generale, che la iniziazione ai sacramenti fa fatica ad introdurre in profondità, “ad entrare nella ricchezza misterica dei suoi simboli e dei suoi riti”.

Come risponde il n. 134 a queste belle provocazioni? Con parole che sono certamente il frutto di un comprensibile compromesso, ma che restano largamente al di sotto del tenore delle domande. Sotto il titolo La centralità della liturgia (ed è curioso che si usi “centro” e non “culmine e fonte”) si riprende il ruolo della celebrazione eucaristica in rapporto alla fede e alla Chiesa, si ribadisce l’importanza di celebrazioni belle e di nobile semplicità, si sostiene la valorizzazione della ministerialità, ma quando si arriva agli auspici, il testo appare confuso e senza orientamento. Vi si dicono tre cose:

- la partecipazione attiva sia favorita, “ma tenendo vivo lo stupore per il Mistero”. Qui vi è una netta involuzione rispetto al n. 51. L’ascolto sembra più chiaro della risposta. Quando mai lo stupore per il Mistero è diverso dalla partecipazione attiva? Forse che il Sinodo, con tutta la sua autorità, si è limitato ad utilizzare un concetto meramente funzionale di “actuosa participatio” e non quello inteso da Sacrosanctum Concilium?  Se per il Concilio Vaticano II la “partecipazione attiva” è la via “misterica” per avere intelligenza dell’eucaristia, possono forse i nostri Vescovi consigliare ai giovani di “coltivare la partecipazione, ma anche il Mistero”? Qui si introduce una confusione piuttosto grave, quando invece il n. 51 parlava in modo molto pertinente ed elegante di “ricchezza misterica dei suoi simboli e dei suoi riti”. Là si teneva giustamente insieme quello che qui tende ad essere opposto.

- Avendo introdotto questa cesura tra “mistero” e “partecipazione”, ne risulta per conseguenza che arte e musica non debbano essere “per sé”, ma siano parte delle “azioni di Cristo e della Chiesa”. Anche qui, senza poter negare le possibili cadute autoreferenziali del musicale e dell’artistico, occorreva dire meglio, e con maggiore coraggio, che il “mistero” non è solo “altro” dalla musica e dall’arte, ma che queste ne sono “mediazione originaria”. Altrimenti sarà ancora facile accedere al mistero di Cristo e della Chiesa indipendentemente da musica e arte…

- Infine, come ultima conseguenza di questa “spaccatura” introdotta dalla risposta, ma assente nella domanda, era inevitabile che si arrivasse a questo: se si disgiunge il Mistero dalla partecipazione attiva, si può trovare altamente raccomandabile investire con i giovani sulla “adorazione eucaristica”, che assume, in questo modo di pensare la liturgia, una funzione addirittura prioritaria, come sintonia immediata, contemplativa e silenziosa con il Mistero, essendo questo distinto fin dall’inizio dalla partecipazione attiva. Qui, a mio avviso, le risposte episcopali appaiono restare piuttosto al di sotto delle domande dei giovani. Questo deve essere considerato, in qualche modo, un risultato molto significativo del Sinodo.


2. La donna: per giustizia, ma con rispetto

Veniamo alla donna. Anche in questo caso, se leggo bene, mi sembra che i riferimenti della prima e della terza parte siano vistosamente diversi. I numeri che affrontano la questione femminile sono il n. 13, il n. 55 e il n.148. Anche in questo caso i primi due numeri appaiono ben congeniati e assai omogenei, mentre il terzo è attraversato da una tensione assai forte, quasi come se non riuscisse a gestire a proprio agio la domanda  scaturita dall’ascolto. Li presento per ordine.

Il n. 13, intitolato Uomini e donne (che viene significativamente dopo il n. 12 che ha il titolo Esclusione ed emarginazione) usa toni forti e recisi. Inizia dalla “differenza tra uomo e donna”, che può generare “forme di dominio, esclusione e discriminazione da cui tutte le società e la Chiesa stessa hanno bisogno di liberarsi”. L’uguaglianza di uomo e donna davanti a Dio fa sì che “ogni dominazione e discriminazione basata sul sesso offende la dignità umana”. La differenza tra uomo e donna è “irriducibile a stereotipi”.

Il n. 55 si intitola Le donne nella Chiesa e presenta le aspettative dei giovani: anzitutto occorre “riconoscimento e valorizzazione delle donne nella società e nella Chiesa”. Si costata la fatica ad attribuire autorità a donne, a dar loro spazio nei processi decisionali. La assenza di voce e di sguardo da parte delle donne impoverisce il dibattito e il cammino della Chiesa. E in numero si chiude con queste parole: “Il Sinodo raccomanda di rendere tutti più consapevoli dell’urgenza di un ineludibile cambiamento, anche a partire da una riflessione antropologica e teologica sulla reciprocità tra uomini e donne”.

Infine, il testo del n. 134, dal titolo Le donne nella Chiesa sinodale. Si inizia da un paragone forzato: la Chiesa sinodale “non potrà fare a meno” (una circonlocuzione per non dire “deve”) di riflettere su condizione e ruolo della donna “al proprio interno e di conseguenza anche nella società”. Curiosa inversione del “segno dei tempi” di Giovanni XXIII in Pacem in terris, dove è la società a mostrare alla Chiesa una novità inaggirabile. Tuttavia questo limite di approccio non impedisce di riconoscere apertamente la necessità di una “coraggiosa conversione culturale e di cambiamento nella pratica pastorale quotidiana”. Ciò implica un doveroso coinvolgimento della donna negli organi istituzionali, anche con funzioni di direzione, e quindi anche nei processi decisionali, ma con una delimitazione che viene precisata in modo molto netto, dicendo “nel rispetto del ruolo del ministero ordinato”.  Sorge naturale una serie di questioni brucianti: Può il “rispetto per la donna” essere compatibile con questo “rispetto del ministero ordinato”? Se “rispetto” implica una strutturale esteriorità della donna al ministero ordinato, dove sta il coraggio di una “conversione pastorale”? A chi delegano i Vescovi l’”ineludibile cambiamento”? Si può invocare il “coraggio” per garantire che tutto resti esattamente come prima? Quale ruolo viene riconosciuto al discernimento antropologico e teologico sulla reciprocità tra maschile e femminile invocato al n. 55?

Il testo si chiude con una importante sottolineatura del “dovere di giustizia” che la Chiesa deve riconoscere alle donne, sia sulla base della prassi di Gesù verso le donne, sia sulla base di figure femminili autorevoli del testo biblico, della storia della salvezza e della storia della Chiesa.


3.  Un sinodo che si spoglia della autorità?

Il Sinodo, nel suo Documento finale, sembra lavorare su una ipotesi di “non autoreferenzialità” piuttosto originale. Si spoglia di autorità e la rimanda, direttamente, sotto di sé e sopra di sé. Da un lato sembra “mettere in bocca ai giovani” una serie di istanze che diventano obiettive priorità ecclesiali. D’altra parte rimanda ad altre istanze (superiori? posteriori? escatologiche?) una parola autorevole che assuma la novità in modo progettuale e che esca dall’imbarazzante “elenco di buoni propositi”.

Come ho cercato di far notare – con tutto il beneficio dell’inventario di una lettura inevitabilmente rapida ed acerba – su questi due temi per certi versi agli antipodi – come il classicissimo tema liturgico e il nuovissimo tema della “donna nella Chiesa” – il procedimento appare simile: da un lato un ascolto franco e diretto delle questioni, che ne permette una preziosa documentazione ufficiale; ma poi una elaborazione stanca, farraginosa, ingolfata delle questioni, che non approda, di per sé, ad alcun progetto, se non alla conferma di quel che c’è e all’auspicio, chiaro ma assolutamente non determinato, verso una prospettiva diversa. In conclusione mi chiedo: la “non autoreferenzialità” può essere soltanto “puro rimando ad altro”?

Forse su altri temi si leggeranno testi molto più chiari e più decisi. Ma l’impressione è che, molto più di quanto è accaduto tre anni fa nel Sinodo sulla famiglia, ogni spazio di reale determinazione sia stato affidato, contemporaneamente, al popolo di Dio (giovane e meno giovane che sia) e al Vescovo di Roma (che sa bene di dover restare giovane ex officio).