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domenica 10 marzo 2019

QUALE LINGUAGGIO NELLA LITURGIA?






Nel servizio religioso non si deve evitare soltanto il linguaggio sacro impettito, 
altisonante, ma anche il gergo della strada, le smancerie intellettuali e la boria modernistica. Qui il linguaggio deve essere sobrio e insieme commovente, tale da esprimere l’esperienza della comunità orante alla presenza di Dio. Ciò può avvenire, a seconda del tempo, del luogo e della situazione, in base a un valido formulario prestabilito o mediante la preghiera libera. Entrambi i modi possono essere utili. Milioni di persone dicono il Padre nostro, e ciascuna vi immette quanto le è più proprio. Il Kyrie, il Gloria, il Sanctus della messa romana rendono possibili stati d’animo comuni e possono raggiungere un’attualità e risonanza, che manca a certi testi spontanei. In alcune ore il singolo è felice di servirsi di preghiere già formulate come la comunità di servirsi di preghiere spontanee. In ogni caso nel servizio religioso della comunità non deve venire vietata la preghiera libera, spontanea, e ciò pienamente nel senso di Paolo, che alla comunità della greca Tessalonica scriveva: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono” (1Ts 5,19-21).

Le preghiere libere e tradizionali possono perciò fecondarsi reciprocamente, e in un buon servizio religioso staranno indubbiamente entrambe in un giusto rapporto.



Fonte: Hans Küng, La preghiera e il problema di Dio, Morcelliana Brescia 2018, p. 66.


venerdì 8 marzo 2019

DOMENICA I DI QUARESIMA (C) – 10 Marzo 2019





Dt 26,4-10; Sal 90; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13
Le letture odierne sono incentrate sulla fede, che è anche un atteggiamento interiore di fiducia nelle promesse divine. Il brano del Deuteronomio riporta una lunga preghiera che, per ordine di Mosè, l’israelita doveva pronunciare nel momento in cui egli offriva le primizie dei frutti del suolo per ringraziare il Signore di avergli donato la terra. Questa preghiera è la più antica professione di fede in Dio del popolo d’Israele, in un Dio fedele alle sue promesse. Infatti il dono della terra è visto come l’ultimo di una serie di doni, di interventi salvifici che Dio ha compiuto lungo la storia del suo popolo, da Abramo in poi. Con il gesto dell’offerta delle primizie e la professione di fede che l’accompagna, Israele riconosce che tutto quanto è e possiede è dono di Dio. Anche il brano di san Paolo è una professione di fede, in questo caso di fede cristiana in Gesù quale “Signore”, fonte di salvezza per tutti: chi riconosce e proclama che Gesù Cristo, il crocifisso, è il Signore risorto dai morti, approda alla salvezza che è il dono di Dio promesso ai credenti.

L’evento delle tentazioni di Gesù, riportato dal vangelo, episodio che tradizionalmente apre la Quaresima, può anch’esso essere considerato una vera professione di fede. La fede è messa alla prova dalla tentazione, la quale non risparmia neppure il Cristo. Ma vediamo come egli affronta questa prova. Tutte le risposte che Gesù dà al tentatore sono ispirate nelle parole della Scrittura. Satana cerca in modo subdolo, usando anche lui le parole della Scrittura, di indurre Gesù a fare delle scelte personali e comode contrarie al disegno di Dio su di lui. Ma Gesù, rispettando la libertà sovrana del disegno salvifico, al cui compimento è votato, pronuncia il suo “sì” definitivo al Padre e si abbandona totalmente al suo destino. In questo modo, “vincendo le insidie dell’antico tentatore” (prefazio), Gesù diventa per noi l’emblema luminoso della fede in Dio, cioè dell’adesione piena e totale a Dio e al suo piano tracciato nel cosmo e nella storia. “La vittoria di Gesù sul tentatore nel deserto anticipa la vittoria della passione, suprema obbedienza del suo amore filiale per il Padre” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 539). Come per Cristo, anche la nostra strada di fedeltà alla parola di Dio è cosparsa di ostacoli e tentazioni. Dio però ci assicura il suo aiuto e la sua forza per superare ogni prova. Abbiamo la certezza che Cristo ha vinto le forze del male e la sua vittoria è anche di tutti coloro che si uniscono a lui per mezzo della fede e dei sacramenti.

La Quaresima si apre con un forte appello alla riscoperta della purezza della fede liberata da tutte le ignoranze, i surrogati e le escrescenze abitudinarie e magiche. Bisogna prendere chiara coscienza di tutto ciò che nella nostra vita contraddice la scelta fondamentale fatta nel battesimo abbracciando i valori del vangelo, scelta che deve orientare l’intero corso della nostra esistenza. Di fronte alla tentazione costante, che per la nostra naturale fragilità avvertiamo, di emanciparci da Dio e di prostituirci agli “idoli”, occorre riaffermare la fedeltà alla parola di Dio e la fede nella potenza salvatrice del Signore.

domenica 3 marzo 2019

L’ISTANTE DELLA CONSACRAZIONE COME TEMPO SACRAMENTALE




 


Tra le tesi che figurano nei manuali di teologia scolastica ve n’è una che afferma l’istantaneità della transustanziazione. La possiamo leggere nella formulazione stessa di san Tommaso: “[…] questa trasformazione si compie per mezzo delle parole di Cristo pronunciate dal sacerdote, di modo che l’ultimo istante in cui sono pronunciate le parole è il primo istante in cui il corpo di Cristo è presente nel sacramento […]; è allora infatti che si completa il significato delle parole, che è efficace nelle forme dei sacramenti. Da ciò consegue che questa trasformazione non avviene in maniera successiva” (Sum. Theol. 3, q. 75, a. 7, ad 1 et 3).


Qui san Tommaso è preoccupato di mettere in guardia contro la tentazione di concepire la transustanziazione sulla falsariga di un’eclissi dove, a misura che un corpo celeste svanisce ai nostri occhi, un altro ne perde il posto. Se così avviene per la trasformazione eucaristica questa progressiva sostituzione tra due sostanze comprenderebbe inevitabilmente, sia pure per un breve momento, la compresenza di entrambe, con il conseguente rischio di cadere nella teoria della consustanziazione. Ma non è così per la presenza eucaristica. Questa infatti si compie in un istante, che san Tommaso coerente con l’assolutizzazione esclusiva dell’efficacia delle parole istituzionali, fa culminare con l’ultimo istante in cui si completa la loro proclamazione.


Un’analoga riflessione sull’istante della trasformazione eucaristica, ma interiore di vari secoli a quella di Tommaso d’Aquino, si trova già in quell’antesignano della teoria ortodossa che fu Babai il Grande (+ 628). Nel suo trattato di cristologia nestoriana così egli afferma: “[…] all’invocazione del sacerdote, nella supplica sopra i misteri della nostra salvezza, quando il sacerdote dice: ‘Venga la grazia dello Spirito Santo e dimori sopra questo pane e sopra questo calice, e li faccia corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo’, allora, alla voce del sacerdote, subito, in  un batter d’occhio, crediamo che il sacramento esiste, e che la grazia dello Spirito Santo dimora e porta a pienezza i misteri della nostra salvezza, affinché siano il corpo e il sangue di Cristo […]”.


Pur prendendo atto che la trasformazione che la trasformazione eucaristica avviene in un istante, resta il fatto che qui gli istanti sono due: quello cattolico delle parole istituzionali e quello ortodosso dell’epiclesi, peraltro esclusivi l’uno dell’altro. Rinunciando a contrapporre questi due istanti, preferiamo tentare la via della composizione, prendendo spunto da un autorevole pronunciamento tridentino. Nel caso nostro dovremo avvalerci, rispetto alla categoria tempo, di una considerazione analoga a quella che, in riferimento alla categoria spazio, il Concilio di Trento fa intervenire per spiegare i due modi della presenza di Cristo, sempre assiso alla destra del Padre e nondimeno realmente presente sui nostri altari (cfr DS 1636). Al fisicista, che in nome della sua logica sarebbe tentato di ribellarsi all’idea di due distinte presenze reali di un medesimo corpo, la fede tridentina risponde dicendo che la categoria di spazio fisico è inadeguata per spiegare il mistero, giacché in questo caso non si tratta di due presenze fisiche, bensì di due diversi modi dell’unica reale presenza di Cristo: quella fisica o naturale alla destra del Padre e quella sacramentale sui nostri altari.


Analogamente, se vogliamo comprendere come l’efficacia assoluta delle parole della consacrazione si componga con l’efficacia dell’epiclesi consacratoria e viceversa, dobbiamo riconoscere che qui non si tratta di due trasformazioni successive e distinte nel tempo, bensì di due momenti congiunti e reciprocamente ordinati dell’unica transustanziazione. In altri termini: come la categoria di spazio fisico è inadeguata per spiegare la modalità della presenza sacramentale, così pure la categoria di tempo fisico è inadeguata per spiegare la produzione del corpo sacramentale.


Perciò, in analogia con Trento, che respinge l’alternativa “o tutto in cielo o tutto sull’altare”, diremo: non vi è alcuna contraddizione nell’affermare che il mistero della transustanziazione si compie tutto quanto nel momento delle parole istituzionali e tutto quanto nel momento dell’epiclesi, giacché il tempo sacramentale non è un tempo fisico, bensì è tempo meta ta physika, un tempo cioè che sfugge alle misurazioni del cronometro. Inoltre, sempre in analogia con Trento, di questo tempo sacramentale diremo: anche se a stento lo possiamo esprimere con parole, tuttavia con una riflessione illuminata dalla fede lo possiamo riconoscere come possibile a Dio, e dobbiamo fermamente credere nella modalità operativa ad esso propria.


 


Fonte: Cesare Giraudo S.I., Preghiera eucaristica e teologia. Per una soluzione della controversia sull’epiclesi, in “La Civiltà Cattolica”, n. 4017 (2/16 febbraio 2019), pp. 236-249 (qui, pp. 244-246).  


 

venerdì 1 marzo 2019

DOMENICA VIII DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 3 Marzo 2019



Sir 27,5-8; Sal 91; 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45


L’inizio del Sal 91 è un inno di lode al Signore per il suo amore e la sua fedeltà. Il seguito del testo è, invece, occupato da un confronto tra il giusto e l’empio davanti a Dio. Di questo confronto la liturgia odierna ci propone solo gli ultimi versetti del salmo in cui viene tracciato il ritratto del giusto. Questi versetti sono ripresi frequentemente dalla liturgia della Chiesa per celebrare la gloria dei Santi. La robustezza, la fecondità e la longevità dei cedri e delle palme, le piante più rigogliose della Palestina, sono un simbolo espressivo della ricchezza della vita interiore degli uomini giusti.


La liturgia odierna è un pressante invito a rientrare in se stessi per arricchire il cuore e trasformare la propria vita in un “albero di frutti buoni”. Il breve brano del libro del Siracide, proposto come prima lettura (Sir 27,4-7) mette in risalto l’importanza e la funzione della parola: essa prova quanto valga una persona e rivela i sentimenti più intimi del suo cuore. Soltanto chi ha un cuore ricco di Dio potrà dire parole di vero amore che infondano gioia e speranza.


Nel brano evangelico (Lc 6,39-45) Gesù con un linguaggio semplice e concreto, a portata di coloro che lo ascoltano, allarga il discorso e parla della vera ricchezza dell’uomo che, radicata nel suo cuore, e si manifesta nelle sue opere: “L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore”. Parole, intenzioni, programmi, non bastano. Si richiedono i frutti, che a loro volta rivelano la natura buona o cattiva dell’albero. Per l’uomo quello che conta è il cuore, il centro dei suoi pensieri e delle sue scelte, dove la libertà esprime se stessa: il cuore “è il luogo della decisione… È il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n.2563). Quando le parole e le opere non sono in sintonia, allora il nostro cuore è diviso. E’ l’ipocrisia di cui parla Gesù. L’epiteto “ipocrita” nella lingua classica greca designa l’attore che recita una parte mettendosi la maschera. Chi si comporta con la presunzione di condannare gli altri si rivela un ipocrita, che per dissimulare le proprie miserie si mostra zelante della perfezione altrui. Dio solo è il giudice perché soltanto lui conosce veramente le profondità del cuore umano. All’ipocrisia si oppone la sincerità del cuore.


In una società, come la nostra, fondata sulla comunicazione orale, le parole non mancano mai. Possiamo ben dire però che oggi troppe parole si vendono a buon mercato. E’ un chiasso assordante! Si ha poi la sensazione che le parole non hanno valore per quel che esprimono ma per come si dicono. Sembra addirittura che abbia ragione chi grida di più. La parola è svalutata perché non è in armonia col cuore e con la vita. La parola ritroverà tutto il suo valore a condizione che diventi espressiva di fatti, di autentici valori di vita, e ciò è possibile solo se la nostra parola viene ricollegata alla Parola di verità che è Cristo. Si tratta di accogliere questa Parola nel cuore e attuarla nella vita. E’ un impegno quotidiano del discepolo di Gesù, una fatica che, come dice san Paolo nella seconda lettura (1Cor 15,54-58) non è vana, perché nel Signore Gesù Cristo Dio ci dà la vittoria.






domenica 24 febbraio 2019

L’INCENSO





Silvio Barbata, Un simbolo “in-vita”. L’incenso, Jouvence, Milano 2018. 169 pp.



La parola “incenso” richiama subito alla mente paesi lontani e atmosfere orientali carichi di fascino e di mistero. Questa resina odorosa è conosciuta fin dalla più remota antichità. Se in principio venne utilizzata per scopi pratici dettati dalle circostanze della vita (profumazione degli ambienti, spesso maleodoranti, specie nelle società agro-pastorali); presto la sua adozione entrò nei riti del culto religioso.

Le grandi religioni ne hanno fatto un abbondante impiego. La presenza dell’incenso ha segnato la nascita e il consolidarsi dell’antico Egitto, dell’Ebraismo, di quella pagana dell’area ellenica e latina. Solo più tardi (IV sec.) fu assunto dal Cristianesimo con una funzione nuova, ricca di significato simbolico riferito a Gesù Cristo.

Nella liturgia l’incenso connota la differenza simbolica fra la tradizione della Chiesa Bizantina e quella della Chiesa Latina: nella prima il suo utilizzo e abbondante e regolare; nella seconda la prassi lo ha selezionato come elemento caratterizzante le solennità dell’anno liturgico o il rito relativo a circostanze particolari.

Il presente studio affronta il tema suddividendolo in quattro ambiti: a) denominazione della resina nelle varie culture e descrizione della sua origine naturale; b) l’uso nel mondo pagano; c) l’uso nell’Ebraismo; d) l’uso nel Cristianesimo. L’intento è di offrire al lettore la possibilità di approfondire la conoscenza, soprattutto sul piano simbolico e liturgico, del praticare l’incensazione.

(Dalla Premessa, pp. 9-10)




Nota.-  Il libro presenta alcuni limiti . Ci sono dei piccoli errori, come quando si afferma che il cantico evangelico dei Vespri è il Nunc dimittis (p. 52). Se da una parte, l’autore spiega in nota molte cose (cos’è il Liber pontificalis, chi è Evagrio Pontico, ecc.), a p. 47 cita il Sacramentario di Ratoldo, del secolo IX, senza indicare l’area geografica a cui appartiene. Ma soprattutto è deludente la parte dedicata all’uso dell’incenso nella Messa della Liturgia romana (p. 50); sembra che l’autore non conosca l’opera classica di J. A, Jungmann (Missarum sollemnia), dove troviamo ampia informazione sull’uso e significato dell’incenso nei diversi momenti della celebrazione della Messa romana.  Da notare anche una tendenza a prendere spunto dei riti dell'incenso per parlare di tutto con tono moraleggiante. 




venerdì 22 febbraio 2019

DOMENICA VII DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 24 Febbraio 2019



1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; Sal 102; 1Cor15,45-49; Lc 6,27-38


L’affermazione di san Giovanni “Dio è amore” (1Gv 4,8) sembra quasi anticipata nella dolcissima e soave preghiera del Sal 102, da cui è tratto il salmo responsoriale di questa domenica. Il salmista sente il dovere di lodare il Signore e ringraziarlo per gli innumerevoli benefici concessi a lui e al suo popolo nel corso della storia. L’odierna liturgia propone la prima parte del salmo che canta l’amore e il perdono di Dio, un perdono che supera le rigide leggi della giustizia. Il salmista parla con tono commosso della pazienza di Dio e della sua bontà e magnanimità nel perdonare i peccati. Nel tempo della Chiesa, quest’inno alla misericordia di Dio diventa anche un inno a Gesù Cristo, in cui si sono manifestati la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini (cf. Tit 3,4). La liturgia di questa domenica al tempo stesso che ci invita a celebrare la misericordia di Dio, ci propone di imitarla. Infatti il vertice dell’insegnamento di Gesù nel vangelo d’oggi è costituito dall’invito a diventare “misericordiosi” come lo stesso Padre celeste è misericordioso.


La liturgia eucaristica inizia col canto d’ingresso il quale è una fiduciosa e gioiosa confessione di fede nella misericordia di Dio: “Confido, Signore, nella tua misericordia. Gioisca il mio cuore nella tua salvezza, canti al Signore che mi ha beneficato” (canto d’ingresso - Sal 12,6). La prima lettura ci propone la grandezza di animo di Davide che, pur avendo occasione di eliminare il suo nemico, il re Saul, si mostra misericordioso con lui e lo risparmia perché, nonostante tutto, “è il consacrato del Signore”. Con questo gesto Davide, eminente figura messianica, annuncia il superamento della vendetta e apre la strada al perdono. Gesù nel brano evangelico odierno proclama il suo nuovo comandamento sull’amore che si estende anche ai nemici, che non solo bisogna amare, ma anche fargli del bene, benedirli e per i quali si deve pregare. L’insegnamento di Gesù è fondato su due principi: il primo, preso dalla saggezza degli antichi, dice “ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”; il secondo è squisitamente teologico e dice “siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”. Il modello proposto è infinito, è l’amore stesso di Dio. In particolare, il perdono dei nemici è un gesto di bontà, di grandezza e di sapienza, perché è imitazione del modo di agire di Dio, che “è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi”. Alla fine del brano evangelico viene enunciato il criterio che regola il rapporto dell’agire dell’uomo e quello di Dio: “con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”. Si fa esperienza dell’amore salvifico di Dio nella misura in cui si è generosi e misericordiosi con gli altri, anche se nemici. 


Lungo l’anno liturgico ritorna più volte il tema dell’amore come centro della vita cristiana. C’è forse il rischio di assuefarsi al solito e vago discorso che ci richiama ad amarci gli uni gli altri. L’appello di Gesù è però estremamente concreto, realistico, al tempo stesso che esigente e radicale. L’amore cristiano deve essere vissuto in modo profondo e totalizzante, come comportamento interiore ed esteriore che abbraccia tutti, che non esclude nessuno. Se è rivoluzionario l’annuncio delle “beatitudini”, proclamato domenica scorsa, lo è forse anche di più l’annuncio di un amore che insegna ad amare l’altro solo perché è l’altro. Questo ideale sublime lo ha incarnato perfettamente Cristo, l’ultimo Adamo, la cui immagine sarà compiuta in noi con la nostra partecipazione piena alla risurrezione del Signore (cf. seconda lettura).


lunedì 18 febbraio 2019

H. U. von Balthasar e la fine del Vetus Ordo








Pubblicato il 18 febbraio 2019 nel blog: Come se non



In un testo di quasi 40 anni fa, H. U. Von Balthasar esaminava, con grande lucidità, i destini del Vetus Ordo. Era chiaro, per lui, già 40 anni fa, che quella “forma” del rito romano fosse stata superata dalla riforma liturgica, in modo definitivo. Vorrei qui riportare le pagine fondamentali di quel testo, alle quali intendo aggiungere solo alcune considerazioni rivolte alla attualità ecclesiale. Riporto dunque anzitutto il testo, tratto da H.-U. Von Balthasar, Piccola guida per i cristiani, Milano, Jaca Book, 1986 (ed. orig. 1980), 111-114, di cui sottolineo in neretto le parti più significative:



«Da non molto… la protesta si leva da quei gruppi che si sono appartati a destra, e si leva parte in franca opposizione all’ultimo concilio in nome della tradizione antecedente, parte restando ai margini della Chiesa e appoggiandosi dove può: sugli evidenti errori dei progressisti, sul mantenimento delle vecchie forme di liturgia e di pietà, e, non da ultimo, su numerose rivelazioni private, siano esse riconosciute dalla Chiesa ufficiale o non lo siano (come il più delle volte). [...]

L’altalenare fra questi due estremi – attaccamento ostinato a vecchie forme e umile implorazione al volere del cielo – rivela una mancanza di centralità e di equilibrio. Si sottolinea l’ecclesia apostolica e sancta, ma il gruppuscolo protestatario vuol essere al tempo stesso l’una, ed è impossibile, e la catholica, che per natura sua non può consistere in un’opposizione. Ciò che più inquieta, nella situazione della Chiesa odierna, è questo: all’ala sinistra, alquanto caotica ma forte in fatto di media, si contrappone a destra una quantità di formazioni certo zelanti ma più o meno introverse, quasi settarie, che naturalmente avanzano tutte la pretesa di essere loro il centro, mentre di fatto impediscono che ne prenda corpo uno che stia al di sopra di esse e rappresenti vivamente la viva tradizione.

Prende o dà scandalo, come ebbe a sentenziare Guardini, chi pretende di aver ragione adducendo argomenti «penultimi», cioè non perentori. Simili ragioni penultime sono in questo caso il clamoroso abuso del nuovo Ordo liturgico da parte di un gran numero di ecclesiastici, mentre la ragione ultima parla, nonostante tutto, per la Chiesa del Concilio e contro i tradizionalisti. La S. Messa aveva urgente bisogno del rinnovamento, soprattutto di quell’attuosa partecipazione di tutti i fedeli all’azione sacra che nei primi secoli era qualcosa di assolutamente pacifico. Tutt’al più- come hanno ribadito P. Louis Bouyer e anche il cardinale Ratrzinger — si sarebbe potuto tollerare ancora per un determinato tempo la vecchia messa preconciliare (nella quale, dai tempi di Pio V, sono state apportate a più riprese numerose e sostanziali modificazioni); a poco a poco questa messa avrebbe finito per estinguersi organicamente. Quel che, inoltre, i tradizionalisti non considerano, è che quasi tutto il «nuovo» inserito nel messale di Paolo VI deriva dalle più antiche tradizioni liturgiche, che il suo pezzo forte, il Canone Romano, è rimasto immutato, che il ricevere l’ostia nelle mani e in piedi è stato abituale fino al IX secolo e dei padri della Chiesa ci testimoniano che i fedeli si toccavano devotamente occhi e orecchie coll’ostia prima di consumarla. Non dovremmo dimenticare, dice Ratzinger, , «che impure sono non le sole nostre mani, ma anche le nostre lingue» — Giacomo dice che la lingua è il nostro membro più peccaminoso (Gc 3, 2-12) — «e anche il nostro cuore… Il massimo rischio e nel contempo la massima espressione della misericorde bontà di Dio è che sia lecito toccare Dio non solo con le mani e la lingua, ma anche con il cuore» (J. Ratzinger, Eucharistie — Mitte del Kirche. Vier Predigten, Muenchen, Erich Wewel, 1978, 45) .

Il tradizionalismo si appoggia a forme non basate su di una teologia e una filosofia vive e che già per questo non possono rivendicare una validità oggi persuasiva. Ovviamente la situazione varia a seconda delle regioni; altro è che in un certo paese interi ambienti si appartino rabbiosamente e pubblichino i loro fogli, altro è che in un cert’altro manipoli di laici generosi ingaggino una battaglia col clero progressista, costituendo gruppi di preghiera intensiva, sostenendo case di esercizi spirituali con un ampio raggio di influenza, pubblicando volantini realmente edificanti. Qui lo spirito genuino ha una chance di vincere il Golia di una lettera possentemente organizzata in entità burocratica. Qui la cosiddetta «destra» si avvicina a quel centro che è l’unico da cui possa promanare l’auspicato rinnovamento conciliare e sul quale possa edificarsi una teologia aperta sia a una rivelazione non sminuita sia alle necessità dell’ora: il centro che solo — al di sopra di destre e sinistre, divenute incapaci di dialogo — è in grado di conferire nuova forza anche fra gli uomini alla Parola di Dio»

La singolarità dell’approccio di von Balthasar, che pure, come è del tutto evidente, non può essere considerato «ideologico» e in nessun modo “progressista”, non esita a formulare con grande chiarezza la necessità dell’atto riformatore, anzitutto per la S. Messa. Ora è chiaro che, nel momento in cui si ammette a chiare lettere la necessità della Riforma, il rito precedente, quando anche continui a sussistere, può esserlo solo per carità, per prudenza pastorale, per contingente opportunità, ma in vista della sua «sparizione» e per nulla secondo un parallelismo strutturale, che in tal caso si opporrebbe non solo alla tradizione, ma anzitutto al più elementare buon senso. Questo a me sembra il punto su cui von Balthasar enuncia una verità antica e che oggi esige una rapida acquisizione non soltanto da parte della ufficialità ecclesiale, ma direi soprattutto in quella fascia di teologi e pastori che mostrano di essere diventati stranamente indulgenti con questa idea che accanto al rito riformato possa “strutturalmente convivere” il rito precedente.

Se la autobografia ratzingeriana ci lascia pensare che la Riforma dovesse assumere carattere accessorio, considerando «intoccabile» il rito tridentino nella versione del 1962 – e possiamo constatare quanto di autobiografico abbia in sé anche “Summorum Pontificum” – viceversa la lettura balthasariana sente il bisogno di sottolineare con chiarezza la necessità insuperabile della Riforma, anche se può ammettere un regime limitato e provvisorio di tutela della forma precedente del rito romano, che però riconosce “destinata ad estinguersi”. Se riascoltate attentamente a distanza di quasi 40 anni, le parole di von Balthasar indicano l’unica via possibile, per uscire da un imbarazzo sempre più paralizzante:

- la ripresa della Riforma Liturgica non può procedere se non si lavora tutti su un unico rito;

- l’accesso al rito precedente, destinato ad estinguersi, può avvenire solo per condizioni eccezionali, sotto la vigilanza della autorità territoriale competente;

- la “elaborazione” del nuovo rito, con tutte le correzioni e le promozioni necessarie, può accadere su un “unico tavolo”: non esiste alcuna possibilità che due forme rituali, di cui una è nata per emendare e sostituire l’altra, possano produrre altro che divisione, lacerazione e discordia.

Proprio il profilo “conservatore” e, diremmo, orientato “a destra” di von Balthasar risulta al di sopra di ogni sospetto. Egli sapeva, già 40 anni fa, che il disegno di “parallelismi rituali strutturali” non era la rivincita ecclesiale del passato contro il futuro, ma il delirio settario su un passato ormai senza futuro.