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domenica 4 agosto 2019

IL “TEMPO ORDINARIO”






Nell’ordinario della vita, dove l’uomo “ferialmente” risponde alla sua vocazione, la festa domenicale risveglia l’uomo dal torpore della routine e lo riabilita di nuovo allo stupore per la salvezza immeritata. Anzi, ogni Eucaristia celebrata anche nei giorni feriali, così come le parti della Liturgia delle Ore nel fluire dei giorni, non annullano e non mortificano la ferialità con le sue attese e le sue fatiche, ma sul terreno sassoso e deserto dei giorni apparentemente sempre uguali scendono benefiche la pioggia della Parola e la rugiada vivificante dello Spirito. Per quanto l’uomo si dia da fare o rimanga inattivo, “dorma o vegli, di notte e di girono”, Dio è continuamente all’opera e “il suo seme germoglia e cresce” (Mc 4,27). E se questo dinamismo sorprendente dell’agire divino è caratteristica di tutto l’anno, traspare in modo significativo nel tempo ordinario, quando al centro dell’azione celebrativa non c’è un mistero della fede, ma il mistero di un Dio che non cessa di operare la salvezza nell’oggi dell’uomo che diventa l’oggi di Dio (cfr. Lc 4,21; 5,26; 19,5; 19,9).




FONTE: Loris Della Pietra – Gianni Cavagnoli, “Cristo ieri, oggi e per sempre”. L’inedito cammino della Chiesa nell’anno liturgico (Preghiera e Liturgia 13), Centro Eucaristico, Ponteranica (BG) 2019, p. 85.

venerdì 2 agosto 2019

DOMENICA XVIII DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 4 Agosto 2019




Qo 1,2; 2,21-23; Sal 89 (90); Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21



Il riconoscimento della fragilità e della caducità della nostra esistenza di fronte all’infinita grandezza di Dio e alla sua pienezza di vita, è la condizione prima per stabilire la verità nei nostri rapporti con Dio, sia nella preghiera che nella vita.


Il breve brano della prima lettura ci offre una visione profondamente disincantata della vita che ci lascia un po’ perplessi. Qoèlet, che di per sé vuol dire “Predicatore”, pseudonimo sotto cui si cela l’autore di questo libro dell’Antico Testamento, descrive un mondo che è vanità: “vanità delle vanità, tutto è vanità”. Si tratta di un pessimista che vede attorno a se soltanto il vuoto, il nulla, l’assurdità del vivere e dell’affannarsi quotidiano. Le cose, la vita, il mondo, tutto ciò che l’uomo ha costruito, è destinato a passare ad altri o a scomparire. Il Qoèlet guarda con disincanto, cinismo e profondo pessimismo al fondo delle esperienze umane. Su questo filone sapienziale si innesta il brano del vangelo, dove Gesù insegna a valutare e usare i beni terreni nell’orizzonte della fede in Dio creatore e Signore della vita. La sua istruzione prende lo spunto dall’intervento di uno della folla che gli dice: “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”. Nella sua risposta, Gesù non si perde nella “casistica”, ma rimane al suo livello altissimo di Maestro, che sa scoprire e indicare le ragioni ultime che determinano le divisioni e i contrasti fra gli uomini e che si riassumono praticamente nell’egoismo e nella cupidigia. Egli affida la sua risposta alla parabola del ricco insensato: un uomo abile nel coltivo dei suoi campi, ha raggiunto un buon raccolto e sogna per sé un futuro roseo. Ma Dio interviene e lo chiama “stolto” e aggiunge: “questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita”. E conclude il brano: “Così è di chi accumula tesori per sé, e non si arricchisce presso Dio”. Gesù non condanna il successo economico, ma ciò che a questo successo è stato sacrificato; il ricco della parabola ha reso gonfio il suo portafoglio, ma ha reso arido il suo cuore.



La parola di Dio che ci viene rivolta oggi è un invito a riflettere sulla scala dei valori che devono governare la nostra vita. Anche san Paolo nel brano della seconda lettura si muove nella stessa linea quando invita a guardare in alto, “dove è Cristo seduto alla destra di Dio”. Le cose terrene non sono il nostro orizzonte ultimo. Prendere coscienza della relatività del presente e delle cose, la loro fondamentale fragilità, la loro inadeguatezza, può avere una grande importanza ai fini di una retta impostazione della vita orientandola verso i beni definitivi. Non di soldi, ma di ben altre ricchezze ha bisogno il nostro cuore.



Possiamo concludere queste riflessioni dando uno sguardo all’affresco di Raffaello, chiamato “La scuola di Atene”, in cui sono raffigurati Aristotele e Platone. Il primo ha una mano protesa sulla terra, ma accanto Platone ha l’indice puntato verso il cielo. In questo quadro Raffaello ha saputo esprimere in modo geniale la duplice tendenza e vocazione dell’uomo, di conquistare la terra e di mirare al di là di essa, di esplorare la natura e di guardare oltre l’orizzonte del sensibile, che oggi si chiamerebbe lavorare e contemplare, impegnarsi nel quotidiano con lo sguardo fisso dove sono i valori trascendenti. L’eucaristia è al tempo stesso presenza e caparra di questi valori trascendenti e definitivi.


lunedì 29 luglio 2019

Summorum Pontificum: intenzione iniziale, uso difficile e abusi pericolosi











Pubblicato il 29 luglio 2019 nel blog: Come se non



Altra cosa è concedere in modo più ampio un ricorso eventuale al rito preconciliare, altra cosa è invece fare del VO un criterio di formazione, attiva e pastorale, per i ministri ordinati del futuro. Questa differenza, che non sfugge a chiunque voglia considerare in modo equilibrato gli sviluppi degli ultimi 12 anni, propone con evidenza un paradosso, che è causa di scandalo. Vediamo di capire meglio che cosa è in gioco.

Le perplessità sulle intenzioni di SP

Non vi è dubbio che fin dall’inizio il tentativo di “pacificare” la Chiesa, introducendo una più ampia possibilità di ricorso al “rito antico”, abbia destato negli ambienti ecclesiali più lucidi e consapevoli non poche perplessità. Nessuno dubita della bontà delle intenzioni. Ma altrettanto fuori di dubbio è che il mezzo utilizzato per raggiungere lo scopo, ossia il riconoscimento di un “diritto al Vetus Ordo” che prescinde addirittura dalla Chiesa stessa, possa introdurre un fattore di lacerazione e di divisione assai peggiore del male che si vorrebbe evitare.

L’uso del MP e i possibili abusi

In effetti la applicazione di SP, nel corso degli anni, ha visto comparire Istruzioni formali e pratiche sostanziali, favorite dalla Commissione “Ecclesia Dei”, che hanno talmente lacerato il corpo ecclesiale da portare, nel volgere di poco più di un decennio, alla soppressione della Commissione stessa. Il tentativo di usare SP come una sorta di “legittimazione di ogni posizione anticonciliare” era diventato uno scandalo interno alla Curia romana, al quale papa Francesco ha posto rimedio con giusta decisione.

Un abuso chiaramente ostacolato

D’altra parte, a pochi mesi dalla approvazione di SP, un vescovo italiano, in una diocesi del nord, aveva preteso di costituire un Seminario “separato”, nel quale formare i candidati al sacerdozio soltanto alla liturgia del pre-concilio. Questo tentativo fu immediatamente bloccato da Roma, come era inevitabile e necessario.

Il pericolo di un abuso istituzionale

Ma il tentativo immediato, di lacerazione ecclesiale perpetrato mediante un “Seminario parallelo”, non ha potuto evitare una più insidiosa e sottile lacerazione: ossia quella che si induce, anzitutto nei futuri ministri, se si insegna loro a celebrare sia secondo il rito di Paolo VI, sia secondo il rito di Pio V. In questo caso i primi a essere lacerati sono i candidati al ministero. Essi subiscono un disorientamento che non è il loro, ma quello dei loro superiori. D’altra parte, se vi sono oggi addirittura “manuali” di liturgia eucaristica che prevedono questa “doppia formazione”, ciò dimostra che la irresponsabilità ha ormai superato il livello di guardia e ha intaccato anche professori apparentemente competenti e responsabili.

Una parola chiara oggi è necessaria

Una Chiesa responsabile non può formare i propri ministri ad una sorta di “opportunismo anticonciliare”: infatti, se tu formi i candidati al ministero a celebrare i riti della Riforma Liturgica, ma anche a celebrare i riti che, a causa dei loro limiti e delle loro carenze, hanno richiesta precisamente quella riforma, instilli in loro una ambiguità di fondo, una tiepidezza e una incomprensione verso il Concilio Vaticano II e una indiretta giustificazione del “tradizionalismo” che non è compatibile con la vera tradizione. I Seminari nei quali si presenta il rito di Pio V non come una vicenda storica superata, ma come una possibilità del futuro, devono essere invitati a non deformare in modo lacerato e schizofrenico il sensus fidei e il sensu ecclesiae dei candidati al ministero. Questo fenomeno è più diffuso di quanto si creda. Di fronte ad esso i Vescovi devono assumere in pieno la loro responsabilità, che in nessun modo può equiparare il Novus Ordo con il Vetus.


domenica 28 luglio 2019

San Pietro Crisologo, Vescovo e Dottore della Chiesa (30 luglio)





San Pietro Crisologo, nato ad Imola nel 380 circa e morto ad Imola il 31 luglio del 451 circa, nel MR 1962 è celebrato il 4 dicembre. Il MR 2002 lo celebra il 30 luglio (il 31 – giorno della sua morte – è occupato da sant’Ignazio di Loyola). Pietro è stato eletto vescovo di Ravenna nel 424. Predicatore famoso, è autore di stupendi sermoni, densi di dottrina; dal sec. VIII in poi meritò il nome di “Crisologo” (“dalla parola d’oro”). Fu dichiarato dottore della Chiesa nel 1729 da Benedetto XIII. A lui si ispirano alcune orazioni natalizie presenti tuttora nel Messale.


Colletta del MR 1962:

Deus, qui beatum Petrum Chrysologum Doctorem egregium, divinitus praemonstratum, ad regendam et instruendam Ecclesiam tuam elegi voluisti: praesta, quaesumus; ut, quem Doctorrem vitae habuimus in terris, intercessorem habere mereamur in caelis. 


Colletta del MR 2002:

Deus, qui beatum Petrum Chrysologum episcopum Verbi tui incarnati praeconem egregiume ffecisti, eius nobis intercessione concede, ut tuae salutis mysteria et iugiter scrutemur in corde, et fideliter significemus in opere.


“O Dio, che nel vescovo san Pietro Crisologo hai dato alla Chiesa un teologo insigne dell’incarnazione del Verbo, concede a noi che lo veneriamo protettore e maestro, di meditare nel cuore e di esprimere con le opere il tuo mistero di salvezza”.


Nella colletta del MR 1962 si dice genericamente che il santo è stato un insigne Dottore e si chiede la sua celeste intercessione. La colletta del MR 2002 esplicita meglio lo specifico del santo, che è stato “un teologo insigne dell’incarnazione del Verbo”. Il discorso sull’Incarnazione proposto dall’Ufficio delle letture della Liturgia delle ore, tratta il tema della dignità dell’uomo: “Dio ha stampato in te la sua immagine, perché l’immagine visibile rendesse presente al mondo il creatore invisibile”. Anche la supplica della colletta è più ricca nel MR 2002: si chiede che noi possiamo “meditare nel cuore ed esprimere con le opere il mistero di salvezza”. Il Crisologo, nel sermone 103, commenta la coerenza di vita con i misteri meditati con queste parole: “Che dire se per la gioia del Natale, il povero piange, il prigioniero geme, il rifugiato si lamenta, il deportato singhiozza? Il giudeo ha sempre onorato le feste celesti per mezzo di contributi; il cristiano a cosa pensa se non le onora neppure con un centesimo dei suoi beni? […]”




sabato 27 luglio 2019

DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 28 Luglio 2019





Gen 18,20-21.23-32;  Sal 137 (138); Col 2,12-14; Lc 11,1-13.



Il ritornello del salmo del salmo responsoriale (“Nel giorno in cui ti ho invocato mi ha risposto”) ci invita a riflettere sulla preghiera, tema che unifica la prima e terza lettura di questa domenica. 


La prima lettura ci parla della supplica coraggiosa e insistente di Abramo che si rivolge al Signore perché conceda misericordia alle città colpevoli di Sodoma e Gomorra, anche solo per la presenza di alcuni giusti. Purtroppo però questi giusti non ci sono. In ogni modo, il testo biblico sottolinea tutto il valore di intercessione di questa preghiera del patriarca, “nostro padre nella fede”; nello stesso tempo sta pure a dire che il Signore riconosce ai “giusti” una vera funzione “salvifica”. San Luca, nel brano evangelico ci racconta che un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e, quando ebbe finito, uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare”. Gesù risponde con la preghiera del Padre nostro e aggiunge due brevi parabole che descrivono l’atteggiamento di fiduciosa perseveranza con cui i discepoli devono rivolgersi a Dio nella preghiera.


Notiamo anzitutto che la domanda del discepolo a Gesù è provocata dall’esempio dello stesso Gesù. I discepoli, come ogni ebreo, sapevano pregare, e tuttavia intuivano che c’era qualcosa di diverso nella preghiera di Gesù, un modo nuovo di rivolgersi a Dio. La novità della preghiera cristiana consiste in un nuovo rapporto con Dio, che viene invocato semplicemente come “Padre” in modo familiare: Abbà, caro Padre. L’audacia di Abramo è superata dall’audacia di Gesù e dei suoi discepoli che nel suo nome dicono: Abbà. Le parole di san Paolo (cf. seconda lettura) sembrano spiegarci il perché Dio va invocato come Padre: attraverso la morte di Cristo, Figlio di Dio, i nostri peccati sono stati perdonati, il “debito” con Dio è stato “pagato”; ormai possiamo avere con lui rapporti filiali. Un’antica tradizione raccomanda di recitare il Padre nostro “tre volte al giorno” (Didaché 8,3), mattino, mezzogiorno e sera, come preghiera fondamentale che conserva in noi l’atteggiamento filiale verso Dio. Sintesi di tutto il vangelo, come afferma Tertulliano, il Padre nostro più che una formula da recitare, esprime un atteggiamento da interiorizzare.


La preghiera si può compiere più facilmente durante il tempo libero delle vacanze. Non è però una semplice attività da eseguire accanto ad altre. Nella preghiera diventiamo noi stessi nel modo più autentico, ci ritroviamo senza maschera, esprimiamo il nostro nucleo più intimo. Dopo la rivelazione del mistero della preghiera filiale di Cristo, per noi cristiani questo nucleo più intimo è il nostro essere “figli”, con un atteggiamento di piena sottomissione e di altrettanto piena fiducia in Dio, nostro Padre. Pregare non significa cercare di imporre a Dio la nostra volontà, ma chiedergli di renderci disponibili alla sua, al suo progetto di salvezza (“venga il tuo regno”). Troppo spesso le nostre preghiere guardano invece l’immediato, senza incrociare lo sguardo di Colui che sa in cosa consista la nostra felicità.


Una visione antropocentrica, frequente oggi, rischia, nei migliori dei casi, di ridurre la preghiera a una semplice attività di riflessione, in vista di un aggiustamento del proprio equilibrio psicologico. La preghiera invece è anzitutto ascolto, non solo della natura, della storia, di se stessi, ma ascolto soprattutto della Parola di Dio. Si potrebbe dire che, se per Dio “in principio è la Parola” (cf. Gv 1,1), per l’uomo “in principio è l’ascolto”. 


mercoledì 24 luglio 2019

Paolo VI e la liturgia · Alcuni aspetti peculiari ·






di Corrado Maggioni




L’insegnamento di Paolo VI in materia liturgica si può riassumere dicendo che egli ha voluto, guidato, spiegato, difeso, promosso la riforma liturgica, al fine di riformare la Chiesa, giacché è attraverso l’azione liturgica che la Chiesa sperimenta l’incontro trasfigurante con Cristo, per Cristo e in Cristo. Senza pretesa di abbracciare ogni aspetto se ne richiamano alcuni significativi.


La lingua corrente come “voce della Chiesa” in preghiera


Negli anni preparatori al concilio furono interpellati tutti i vescovi del mondo circa l’uso della lingua volgare nella liturgia. Esistevano già alcune limitate concessioni della Sede apostolica circa l’uso della lingua volgare nel Rituale Romano. Le chiare decisioni dei padri del Vaticano II al riguardo furono progressivamente attuate ed estese. Paolo VI era ben consapevole della gravità del cambiamento della lingua, ma al contempo vedeva con lucidità che era necessario in ragione della partecipazione del popolo alla liturgia. Ecco alcuni passaggi del suo insegnamento a tale proposito.



Così Paolo VI si esprimeva nello storico Angelus del 7 marzo 1965, prima domenica di Quaresima: «Questa domenica segna una data memorabile nella storia spirituale della Chiesa, perché la lingua parlata entra ufficialmente nel culto liturgico, come avete già visto questa mattina.


«La Chiesa ha ritenuto doveroso questo provvedimento — il Concilio lo ha suggerito e deliberato — e questo per rendere intelligibile e far capire la sua preghiera. Il bene del popolo esige questa premura, sì da rendere possibile la partecipazione attiva dei fedeli al culto pubblico della Chiesa. È un sacrificio che la Chiesa ha compiuto della propria lingua, il latino; lingua sacra, grave, bella, estremamente espressiva ed elegante. Ha sacrificato tradizioni di secoli e soprattutto sacrifica l’unità di linguaggio nei vari popoli, in omaggio a questa maggiore universalità, per arrivare a tutti. E questo per voi, fedeli, perché sappiate meglio unirvi alla preghiera della Chiesa, perché sappiate passare da uno stato di semplici spettatori a quello di fedeli partecipanti ed attivi e se saprete davvero corrispondere a questa premura della Chiesa, avrete la grande gioia, il merito e la fortuna di un vero rinnovamento spirituale» (Insegnamenti di Paolo VI, III [1965] 1131).


Il valore della preghiera in lingua corrente, chiamata a esprimere la «voce della Chiesa» orante, veniva ricordato da Paolo VI nel discorso al congresso dei traduttori dei libri liturgici, il 10 novembre 1965, in questi termini: «Versiones, quae ante promulgatam Constitutionem de Sacra Liturgia hic atque illic editae erant, eo pertinebant, ut fideles ritus lingua Latina celebratos intellegerent; erant videlicet subsidia populi, veteris huius linguae ignari. Nunc autem versiones factae sunt partes ipsorum rituum, factae sunt vox Ecclesiae» (Insegnamenti di Paolo VI, III [1965] 599).


L’istanza della partecipazione alla liturgia tramite la comprensione della lingua quale «magnum principium» da tenere in debito conto, è risuonata nel discorso di Paolo VI all’ottava sessione del Consilium, il 19 aprile 1967, dove, così rispondeva a proposito di una pubblicazione polemica in difesa del latino: «Essa non edifica alcuno, e non reca perciò alcun vantaggio alla causa che vorrebbe difendere, la conservazione cioè della lingua latina nella liturgia; questione questa degna certamente d’ogni attenzione, ma non risolubile in senso contrario al grande principio, riaffermato dal Concilio, della intelligibilità, a livello di popolo, della preghiera liturgica, non che a quell’altro principio, oggi rivendicato dalla cultura della collettività, di poter esprimere i propri sentimenti, più profondi e più sinceri, in linguaggio vivo» (Insegnamenti di Paolo VI, v [1967] 167).


Lo stesso pensiero ribadì Paolo VI nell’udienza generale del 26 novembre 1969, ormai a pochi giorni dall’inizio, il 30 novembre, prima domenica di Avvento, dell’adozione obbligatoria nella liturgia del nuovo rito della messa nelle diocesi italiane: «Non più il latino sarà il linguaggio principale della Messa, ma la lingua parlata. Per chi sa la bellezza, la potenza, la sacralità espressiva del latino, certamente la sostituzione della lingua volgare è un grande sacrificio: perdiamo la loquela dei secoli cristiani, diventiamo quasi intrusi e profani nel recinto letterario dell’espressione sacra, e così perderemo grande parte di quello stupendo e incomparabile fatto artistico e spirituale, ch’è il canto gregoriano. Abbiamo, sì, ragione di rammaricarci, e quasi di smarrirci: che cosa sostituiremo a questa lingua angelica? È un sacrificio d’inestimabile prezzo. E per quale ragione? Che cosa vale di più di questi altissimi valori della nostra Chiesa? La risposta pare banale e prosaica; ma è valida; perché umana, perché apostolica. Vale di più l’intelligenza della preghiera, che non le vesti seriche e vetuste di cui essa s’è regalmente vestita; vale di più la partecipazione del popolo, di questo popolo moderno saturo di parola chiara, intelligibile, traducibile nella sua conversazione profana. Se il divo latino tenesse da noi segregata l’infanzia, la gioventù, il mondo del lavoro e degli affari, se fosse un diaframma opaco, invece che un cristallo trasparente, noi, pescatori di anime, faremmo buon calcolo a conservargli l’esclusivo dominio della conversazione orante e religiosa? Che cosa diceva San Paolo? Si legga il capo XIV della prima lettera ai Corinti: “Nell’assemblea preferisco dire cinque parole secondo la mia intelligenza per istruire anche gli altri, che non diecimila in virtù del dono delle lingue” (19 ecc.)» (Insegnamenti di Paolo VI, VII [1969] 1128-1129).


La partecipazione del Popolo di Dio


Fin dal discorso di promulgazione della Sacrosanctum concilium, il 4 dicembre 1963, Paolo VI ebbe a cuore di sottolineare il nesso tra liturgia e Chiesa, con risvolti anche sulla missione che questa è chiamata a svolgere nel mondo odierno, eco in certo senso della celebre asserzione di Sc 10 che la liturgia è «fonte e culmine della vita della Chiesa»: «La liturgia (…) primo dono che noi possiamo fare al popolo cristiano, con noi credente ed orante, e primo invito al mondo, perché sciolga in preghiera beata e verace la muta sua lingua e senta l’ineffabile potenza rigeneratrice del cantare con noi le lodi divine e le speranze umane, per Cristo nello Spirito Santo. (…) Sarà bene che noi facciamo tesoro di questo frutto del nostro Concilio, come quello che deve animare e caratterizzare la vita della Chiesa». 


In altri termini, vien posto in risalto il principio che recita: «La liturgia fa la Chiesa e la Chiesa fa la liturgia». Il primato della liturgia è perciò vitale per la Chiesa; non è infatti clericale la liturgia, poiché riguarda e coinvolge l’intero popolo di Dio come ricordava Paolo VI nell’udienza generale del 20 luglio 1966: «È noto a voi tutti parimente come la prima affermazione, la prima riforma, il primo rinnovamento, che il Concilio Ecumenico ha dato alla Chiesa, ha avuto per oggetto la Liturgia, cioè la preghiera ufficiale della Chiesa stessa. Ricordiamolo bene!» (Insegnamenti di Paolo VI, iv [1966] 817).


In quest’ottica, Paolo VI aveva ben presente e chiedeva di tener ben presente «lo scopo fondamentale della Costituzione conciliare sulla Liturgia, ch’è quello di restituire al Popolo di Dio la partecipazione attiva alla celebrazione cultuale» (Udienza generale del 4 gennaio 1967: Insegnamenti di Paolo VI, v [1967] 6.) E così spiegava nell’udienza generale del 6 aprile 1966: «Partecipazione: ecco una delle più ripetute e delle più autorevoli affermazioni del Concilio ecumenico a riguardo del culto divino, della Liturgia; tanto che questa affermazione può dirsi uno dei principi caratteristici della dottrina e della riforma conciliare. (…) Il pensiero della Chiesa è chiaro: il popolo cristiano non deve semplicemente e passivamente assistere alle cerimonie del culto divino; deve capirne il senso e deve essere associato in modo che la celebrazione sia piena, attiva e comunitaria (cfr. Sc 21)» (Insegnamenti di Paolo VI, iv [1966] 739-740).


Mettendo in guardia da una idea impropria di partecipazione vista come attivismo, senza coinvolgimento interiore che si manifesta poi in modo esteriore, Paolo VI ne spiegava già il significato a riforma appena avviata, nell’udienza generale del 14 settembre 1966: «Noi vorremmo che ciascuno di voi raccogliesse l’invito fatto dalla Chiesa ai suoi figli con la riforma della liturgia; riforma che soprattutto consiste nel far “partecipare” i fedeli alla celebrazione del culto divino e della preghiera ecclesiale. A quale punto si trova la vostra partecipazione? Bisogna, su questo punto, raggiungere l’unanimità, per quanto è possibile! Guai agli assenti, guai agli indifferenti, guai ai tiepidi, ai malcontenti, ai ritardatari! La vitalità della Chiesa dipende, sotto questo aspetto, dalla prontezza, dall’intelligenza, dal fervore dei singoli cristiani, ministri o semplici fedeli che siano» (Insegnamenti di Paolo VI, iv [1966] 849).


Essendo inclusiva dell’intero popolo di Dio, la liturgia si prende cura anche di chi, per distrazione o ignoranza, non ha piena coscienza del suo mistero. Nel discorso ai membri del Consilium del 19 aprile 1967, Paolo VI li invitava: «A delineare quel volto della sacra Liturgia, che ne dimostri la verità, la bellezza, la spiritualità, e che lasci sempre meglio trasparire il mistero pasquale in essa vivente, per la gloria di Dio e per la rigenerazione spirituale delle folle distratte, ma assetate, del mondo contemporaneo» (Insegnamenti di Paolo VI, v [1967] 168-169). 


Alla vigilia dei primi cambiamenti nel modo di celebrare la messa, nell’udienza del 19 novembre 1969 richiamava l’attenzione sul fatto che i fedeli «alla Messa sono e si sentono pienamente “Chiesa”; (…) sappiate piuttosto apprezzare come la Chiesa, mediante questo nuovo e diffuso linguaggio, desidera dare maggiore efficacia al suo messaggio liturgico, e voglia in maniera più diretta e pastorale avvicinarlo a ciascuno dei suoi figli ed a tutto l’insieme del Popolo di Dio» (Insegnamenti di Paolo VI, VII [1969] 1123-1124). 


Le celebrazioni papali


Abituati da più di cinquant’anni a vedere il Papa presiedere la liturgia, in San Pietro come nei più diversi luoghi del mondo, non sappiamo oggi cogliere l’impatto innovativo di questa prassi, divenuta abituale con Paolo VI. Nella consuetudine precedente erano assai rare le liturgie in San Pietro; la notte di Natale il Papa celebrava in Cappella Sistina per il solo corpo diplomatico. Pio XII non ha mai presieduto i riti della Settimana santa. Cominciò a farlo Giovanni XXIII, che riprendendo le visite alle parrocchie romane in Quaresima vi celebrava la messa. Fu dunque Paolo VI ad accordare rilevanza alle liturgie papali, la notte di Natale in San Pietro, le celebrazioni pasquali, dalla domenica delle Palme al Triduo sacro, con la Veglia in ore notturne. Volle anche presiedere personalmente la celebrazione di alcuni sacramenti, specie nell’Anno santo del 1975.


Negli anni immediatamente successivi il Vaticano II (1965-1969), alla luce del principio conciliare secondo cui i riti devono risplendere per «nobile semplicità» (Sc 34) e l’arte al servizio della liturgia (vesti e ornamenti) «piuttosto per una nobile bellezza che per una mera sontuosità» (Sc 124), le celebrazioni pontificie, in particolare della Cappella Papale, si sono trasformate da cerimonie derivate dalla corte rinascimentale in celebrazioni dell’assemblea liturgica del Popolo di Dio, presieduta dal vescovo di Roma. Il Papa vestiva e celebrava come i libri liturgici prescrivevano per il vescovo. Se era normale fino ad allora che nessuno comunicasse alla messa celebrata dal Papa, cominciò Paolo VI a distribuire personalmente la comunione ai fedeli dalla prima messa celebrata in italiano, il 7 marzo 1965. 


Il Papa raggiungeva l’altare processionalmente, preceduto dai ministranti, dai diaconi e dai concelebranti; indossava le vesti liturgiche prescritte dall’Ordinamento generale del Messale Romano, non rivestendo ormai più la “falda” ma un camice senza ricami, la casula elegante per ampiezza e preziosità della stoffa, portando sulle spalle il pallio e non più il “fanone”.

Così osserva Annibale Bugnini tra i suoi ricordi: «La passione con la quale Paolo VI ha attuato in prima persona la riforma liturgica, la fede con cui l’ha celebrata, sono state certamente il più valido stimolo ai vescovi per essere essi stessi i primi responsabili della vita liturgica delle loro diocesi, i primi celebranti» (La riforma liturgica [1948-1975], Centro Liturgico Vincenziano, Roma 1972, pag. 789).


Il culto mariano


Se ci fu chi criticò come “antimariana” la riforma “paolina”, si deve riconoscere che il riordino della memoria liturgica di Maria è stato conseguente ai principi conciliari. Serviva una lettura lucida e oggettiva della dimensione mariana della liturgia rinnovata — Calendario, Messale, Lezionario e Liturgia delle Ore — e Paolo VI vi provvide con l’esortazione apostolica Marialis cultus (2 febbraio 1974).


In un momento storico difficile, tra opposte tendenze, fu come l’accensione di una lampada che aiutò tutti a vedere meglio il posto di Maria nella pietà liturgica e non: gli scettici trovarono convincenti indicazioni per una fondata pietà mariana; i sostenitori vi trovarono la sintesi di quanto avrebbero voluto dire sulla comunione orante con la Madre di Cristo e della Chiesa; i timidi vi trovarono validi motivi per una riscoperta della presenza viva di Maria nel mistero del culto cristiano; i nostalgici vi trovarono la spiegazione che col rinnovamento liturgico nulla si era inteso togliere all’alma Madre di Dio, ma solo purificare affinché risplendesse meglio ciò che doveva brillare; i fanatici vi trovarono indicati i limiti di una corretta e fruttuosa devozione alla Vergine Santissima; gli ostili, infine, vi trovarono il necessario richiamo a stimare, nella preghiera comune e personale, la compagnia e l’esempio di Maria. Tra gli insegnamenti racchiusi nell’Esortazione apostolica risaltano tre aspetti.


Anzitutto la coscienza della dimensione “mariana” della liturgia. Eredi di un’epoca in cui la devozione mariana trovava fiato piuttosto in “devozioni” al di fuori la liturgia e parallele a essa, l’intento di Paolo VI fu di valorizzare la devozione a Maria espressa anzitutto nell’azione liturgica, senza dimenticare i pii esercizi. 


In secondo luogo il nesso lex orandi - lex credendi, in ordine alla lex vivendi. La Marialis cultus ha contribuito agli sviluppi liturgico-mariani successivi, quali l’arricchita seconda edizione del Messale Romano Italiano (1983) e specialmente la Collectio Missarum de beata Maria Virgine (1987), come anche l’editio tertia del Missale Romanum (2002). Per rendersene conto basta considerare gli accenti tematici di alcuni formulari della Collectio che attingono alla Marialis cultus, come ad esempio Maria “discepola del Signore” (n. 10), “donna nuova” (n. 20); “maestra spirituale” (n. 32). Assai eloquente è il prefazio del formulario n. 26 (Maria Vergine immagine e Madre della Chiesa), intitolato «Maria modello dell’autentico culto a Dio», la cui fonte diretta sono i numeri 17-20 della Marialis cultus. Non è sfuggito a Paolo VI — spesso vi ritorna — che venerare Maria significa vivere come lei: «È impossibile onorare la Piena di grazia senza onorare in se stessi lo stato di grazia, cioè l’amicizia con Dio, la comunione con lui, l’inabitazione dello Spirito» (Mc 57).


Infine, la sollecitudine per la pietà popolare, che sa incoraggiare e orientare, accompagnando la crescita armonica della vita spirituale. Nel rilevante ambito della pietà popolare, la Marialis cultus ha il grande merito di aver osservato luci e ombre, indicando la strada da percorrere per il rinnovamento e la purificazione della pietà popolare in genere, le cui linee guida sono poi maturate con il Direttorio su pietà popolare e liturgia (2002).




Fonte: L’Osservatore Romano 23 luglio 2019


domenica 21 luglio 2019

L’ANNO LITURGICO OGGI






Loris Della Pietra – Gianni Cavagnoli, “Cristo ieri, oggi e per sempre”. L’inedito cammino della Chiesa nell’anno liturgico (Preghiera e Liturgia 13), Centro Eucaristico, Ponteranica (BG) 2019, 114 pp. (€ 12).



La Chiesa cammina nel tempo celebrando i misteri di Cristo, “che è lo stesso ieri e oggi e per sempre” (Eb 13,8). Questo inedito modo di scandire giorni, mesi e anni ha dato vita alla formazione dell’anno liturgico.


In nove capitoli, gli autori ne ripercorrono gli elementi portanti per farne cogliere la bellezza e il valore: la Domenica, festa primordiale; l’Avvento, tempo della veglia; il mistero del Natale di Cristo; la Quaresima; il Triduo pasquale; il Tempo di Pasqua; il Tempo Ordinario; le feste della Beata Vergine Maria e il culto dei Santi.


Un approccio con una forte attenzione all’attualità e alle implicazioni pastorali.



(Quarta di copertina)