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domenica 8 dicembre 2019

LITURGIA E CULTURA




Sono usciti gli Atti dell’XI Congresso di Liturgia “Liturgia e Cultura”, tenutosi a Roma dal 9 all’11 maggio 2018 presso il Pontificio Ateneo sant’Anselmo – Pontificio Istituto Liturgico. Il testo è a cura di Francesco Bonomo, Stefan Geiger, Dominik Jurczak, Fergus Ryan.
Nella celebrazione liturgica si realizza in pienezza l’esperienza della fede, è il locus theologicus da cui osservare l’apporto culturale, in base al quale esercitare un discernimento e nel quale accogliere prudentemente quell’universo organico e sistemico che è il punto di riferimento centrale della vita dei fedeli aderenti alla Chiesa, in un luogo e in un tempo, perché in quel luogo e in quel tempo si forma la comunità cristiana come populo congregato. Se nella liturgia si percepiscono conflitti per cui ritus et preces si distaccano dal contesto culturale in cui sono realizzati, significa che un passaggio del linguaggio non ha funzionato perché in uno dei due canali, mittente e destinatario, si è creata una frattura, una discrepanza o un’alienazione che pregiudica l’intero atto di culto. La liturgia deve raccogliere la sfida di essere culturalmente in grado di trasmettere il suo messaggio e di essere efficace. Al termine dei lavori dell’XI Congresso di Liturgia e presentando il volume degli Atti abbiamo notato il fiorire di numerose riflessioni capaci di portare ancora la navigazione al largo. Tentare di riprendere la questione anche per mezzo delle moderne scoperte delle scienze umane e dei dati a disposizione non fa altro che orientare nuovamente la bussola sull’impegno della ricerca.





venerdì 6 dicembre 2019

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V. MARIA – 8 Dicembre 2019




Salmo responsoriale: (Sal 97) - Rit “Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie”

Gn 3,9-15.20; Sal 97 (98); Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38

Il Sal 97 è un canto “nuovo” innalzato al Signore per le meraviglie che ha operato e continua ad operare nella creazione e nella storia. Tra queste meraviglie, la Chiesa contempla oggi Maria Immacolata, il capolavoro di Dio. La stessa Madre di Gesù ha ripreso il v. 3 di questo salmo nel suo Magnificat per celebrare l’opera di salvezza che Dio ha realizzato in lei. In Maria preservata immune da ogni macchia di colpa originale, in previsione della morte di Cristo (cf. la colletta), noi contempliamo compiuto in modo meraviglioso il disegno amoroso che Dio ha su tutti noi. In Maria immacolata infatti celebriamo l’alba della redenzione, l’inizio della nuova umanità o, come dice il prefazio della messa, “l’inizio della Chiesa, sposa di Cristo senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza”. Il ritornello del salmo responsoriale sintetizza molto bene i sentimenti della Chiesa in questa solennità dell’Immacolata Concezione di Maria.

Secondo ha interpretato la tradizione, Maria è figurata dal Protovangelo nella donna nemica e vittoriosa di Satana, evento che viene proposto come prima lettura  (Gn 3,9-13) assieme alla disobbedienza di Adamo ed Eva (Gn 3,14-15). La scelta di questo brano intende mettere in evidenza il peccato sul quale Maria è vittoriosa e suggerire l’idea di Maria come nuova Eva. Come Adamo ed Eva sono personaggi emblematici per esprimere l’umanità caduta nel peccato, così Gesù, nuovo Adamo, e sua madre, nuova Eva, diventano personaggi altrettanto emblematici che enunciano l’umanità rinnovata. “Il nodo della disobbedienza di Eva è stato sciolto dall’obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la vergine Maria l’ha slegato con la sua fede” (S. Ireneo; Cost. Lumen Gentium, n. 56).
         
La lettura evangelica propone l’evento dell’Annunciazione: l’angelo proclama Maria “piena di grazia”, testo classico del Nuovo Testamento in cui la tradizione ha visto annunciata la verità dell’Immacolata Concezione di Maria. E’ senza dubbio la pagina più letta nella liturgia, più meditata dagli artisti, più riprodotta in tele e nelle sculture. I Padri della Chiesa hanno visto in questo evento la contropartita di ciò che è successo nella caduta del paradiso terrestre: Eva non ascolta il precetto di Dio, Maria invece ascolta il messaggio dell’angelo inviato da Dio; Eva disobbedisce alla parola di Dio, Maria invece pronuncia il suo “si” ubbidiente al piano di Dio su di lei: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”; Eva significa “madre di tutti i viventi”, Maria lo è in senso più profondo in quanto è madre dei redenti mediante la morte del Figlio suo, vincitore del male e della morte. Maria, generando il Cristo, ha posto nella terra il “seme” indistruttibile del bene, della giustizia e della speranza. Esso si radicherà e trasformerà l’umanità intera. E’ la stessa realtà che descrive il brano introduttivo alla lettera agli Efesini (seconda lettura) in cui l’Apostolo afferma che Dio, in Cristo “ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. Questa singolare elezione trova un’applicazione particolarissima in Maria. L’Immacolata è il primo segno della vittoria pasquale di Cristo. Con lei, l’umanità ritrova la strada per percorrere una storia di santità, non più di peccato. L’Immacolata è quindi un segno di speranza. Ciò che è avvenuto in lei è anticipo e frutto al tempo stesso della vittoria di Cristo risorto sulla morte e sul peccato. L’eucaristia, ripresentazione sacramentale del mistero pasquale, “guarisce in noi le ferite di quella colpa da cui, per singolare privilegio”, Maria è stata preservata nella sua immacolata concezione (orazione dopo la comunione).


domenica 1 dicembre 2019

LA MESSA È UNA CELEBRAZIONE



Celebrare è essere coinvolti, essere protagonisti, partecipare attivamente a un fatto che si realizza, che si vive, che si compie in quel momento, in una comunità piccola o grande che sia, dove tutti si attivano per funzioni e compiti diversi.

 

La Messa, come ogni celebrazione, invia i suoi messaggi soprattutto con il suo essere celebrazione: gesti, segni, suoni, silenzi, canti, parole cariche, brevi, efficaci

 

La Messa, pur essendo una celebrazione come tutte le altre, ha una specificità che la rende diversa e che non bisogna assolutamente dimenticare: essa non nasce da noi, non è una nostra invenzione. A essa siamo convocati dal Signore Gesù che ci chiama al fate questo in memoria di me, secondo le modalità della Chiesa. Attenzione, però, che eucaristia sempre nuova non significa a fantasia a sorpresa, ma “vissuta in modo sempre nuovo”. La Messa è come il giorno. Inizia sempre con l’alba e si chiude con il tramonto, ma non è mai come il giorno prima e quello dopo, anche se abbiamo incontrato le stesse persone, frequentato gli stessi luoghi, compiuto le stesse attività. Chi vive i giorni come se fossero tutti uguali cade nella noia e nel non senso.

 

Fonte: Tonino Lasconi, I “Messaroli”, una risposta per una comunità adulta, consapevole, riconoscibile, Cittadella Editrice, Assisi 2011, cf. pp.23-26.

 


venerdì 29 novembre 2019

DOMENICA I DI AVVENTO ( A ) 01.12.2019 - In attesa vigilante del Signore




Salmo responsoriale: (Sal 121) - Rit. “Andiamo con gioia incontro al Signore”

L’Avvento ricorda le due venute del Signore e le mette in intimo rapporto, la prima nel mistero della incarnazione e la seconda alla fine dei tempi: “Al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana egli portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza. Verrà di nuovo nello splendore della gloria e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa” (prefazio dell’Avvento I). Questa I domenica è tutta quanta incentrata sulla venuta del Signore alla fine dei tempi, alla quale siamo invitati a prepararci. Quando facciamo delle scelte nella vita di ogni giorno, le facciamo avendo davanti l’immagine di un futuro che intendiamo raggiungere: economico, sociale, culturale, ecc. Oggi siamo invitati a farle guardando anche al futuro di Dio, di un Dio che viene per noi.

Gesù afferma nel vangelo (Mt 24,37-44) che l’incontro con lui alla fine del nostro pellegrinaggio sarà improvviso e inatteso: “vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”. Non si tratta di una vigilanza passiva e inoperosa, ma attiva e dinamica; dobbiamo andare incontro al Cristo che viene “con le buone opere” (colletta). Tutta la vita dev’essere una preparazione prolungata e fedele a Cristo che viene. Un messaggio simile lo troviamo nella prima lettura (Is 2,1-5), in cui il profeta ci esorta a percorrere il nostro cammino “nella luce del Signore”. San Paolo, riprendendo il simbolismo della luce e, dopo aver ricordato che siamo nella notte in attesa dell’alba luminosa dell’avvento di Cristo, ci invita (Rm 13,11-14) a svegliarci perché il giorno della salvezza è vicino. In questo contesto, l’Apostolo aggiunge che dobbiamo gettare via le “opere delle tenebre” e comportarci “come in pieno giorno”. Il futuro verso il quale camminiamo deve innestare nel presente la tensione per l’impegno nei valori che, vissuti nel presente, conducono a quelli futuri e definitivi. Ogni attimo della nostra vita è impastato di eternità. Perdere la memoria del futuro equivale ad appiattire il presente. I cristiani siamo uomini e donne di memoria, e quindi di attesa. La nostra esistenza di credenti è destinata a svolgersi, come è naturale, in seno alla storia concreta degli uomini ma allo stesso tempo è chiamata a far lievitare la storia con la novità della speranza, cioè con la fede nel progetto di salvezza che Dio compie nella storia.

La partecipazione all’Eucaristia ci sostiene nel nostro cammino e ci guida ai beni eterni (cfr. orazione dopo la comunione), è “pegno di salvezza eterna” (orazione sulle offerte).


domenica 24 novembre 2019

LA TERMINOLOGIA SACRIFICALE






Quasi tutti gli autori del Nuovo Testamento che si fanno portavoce della Chiesa delle origini, sono concordi nell’interpretare la morte di Gesù come evento salvifico, ma nel modo di presentarlo emerge nei loro scritti un ventaglio di modelli di riferimento, con una pluralità di formulazioni: come sofferenza del giusto, come sacrificio espiatorio, come espiazione vicaria, come riscatto-liberazione dalle potenze negative, come vittoria sulle potenze della morte, ecc. Tra questi schemi a ben vedere quello del sacrificio risulta essere uno tra gli altri, e comunque non preponderante, eppure è quello che nella storia della teologia e nello sviluppo della dogmatica cristiana si è imposto in modo prevalente, fino quasi a essere considerato l’unico omnicomprensivo.

Questa tendenza è stata favorita anche dalla versione delle parole della consacrazione del Messale romano attualmente in uso, che nel rendere le parole pronunciate sul pane, introduce il termine “sacrificio” (“Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”), del tutto assente nell’editio typica in latino (“Hoc est corpus meum, quod pro vobis tradetur”, che di fatto è più vicina al testo originale greco, cf. Lc 22,19b: hymōn didόmenon, “dato per voi”). Indubbiamente tale aggiunta in lingua italiana (che non trova nessun riscontro nelle traduzioni dei messali inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese, ecc.) induce a interpretare in prospettiva sacrificale-cultuale la donazione di Cristo. In realtà nei testi neotestamentari dell’istituzione (1 Cor 11,23-26; Mc 14, 22-24; Lc 22,19-20; Mt 26,26-28) non ricorre mai il lessico tecnico-sacrificale (come sarebbero i verbi e sostantivi geci: prosphérō-prosphorá [offrire-offerta], thúō-thusía  [sacrificare-sacrificio], latreúein-latreía [servire, rendere culto-adorazione]).

Fonte: Giuseppe Pulcinelli, L’interpretazione sacrificale della morte di Gesù. La prospettiva biblica, in Roberto Mancini – Enrico Mazza – Giuseppe Pulcinelli, Il cristiano e l’idea di sacrificio, a cura di Brunetto Salvarani, EDB 2019, pp. 31-32.

venerdì 22 novembre 2019

DOMENICA XXXIV DEL TEMPO ORDINARIO ( C ) – 24 Novembre 2019 NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO RE DELL’UNIVERSO



2Sam 5,1-3; Sal 121 (122); Col 1,12-20; Lc 23,35-43

L’anno liturgico si chiude con questa domenica, dedicata a Cristo re dell’universo, chiave di lettura del mondo e della storia. In concreto, la solennità odierna propone la regalità di Cristo nella sua luce biblica e non in quella sociologica. Bisogna quindi evitare le ambiguità che hanno talvolta caratterizzato questa festa in un passato non lontano. Il dominio regale di Cristo si esercita sull’universo e sugli individui piuttosto che sulle società. Infatti, le letture bibliche insistono sull’aspetto escatologico, e cioè ultraterreno e spirituale della regalità di Cristo. “Il Regno non si compirà attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 677).

La prima lettura narra l’unzione di Davide consacrato a re d’Israele. La figura di Davide prefigura quella di Cristo, l’Unto per eccellenza (cf I Vespri, ant. Al Magn.). La dimensione universale e cosmica della regalità di Cristo è celebrata in modo particolare nell’inno della Lettera ai Colossesi che ci viene proposto come seconda lettura: “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui [Cristo] e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono”. Tra l’inno paolino e la descrizione della crocifissione di Gesù corre un abisso, a prima vista inconciliabile. Infatti, il brano del vangelo ci ricorda che Gesù esercita il suo dominio non tramite la forza, ma nella debolezza della croce. Il potere che Cristo rivendica sull’uomo non è di mondana potenza, ma proposta di valori liberanti, ai quali chiede un’adesione libera e personale promettendo a colui che li accoglie, come al buon ladrone del vangelo, la partecipazione al suo regno: “oggi sarai con me nel paradiso”.

Il regno di Cristo si stabilisce in “ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato” (colletta). Se vogliamo quindi che Cristo re eserciti il suo potere sul mondo, dobbiamo anzitutto far sì che il suo regno si stabilisca dentro di noi, nelle profondità del nostro essere, da dove prende origine la nostra espressione, la nostra parola, le nostre opere e il nostro dinamismo interiore. Cristo regna nei nostri cuori quando “viviamo secondo la verità nella carità e cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di Cristo” (Lodi mattutine, lettura breve: Ef 4,15).

La celebrazione eucaristica anticipa in noi i doni del regno di Dio. Già nell’Antico Testamento la comunione tra Dio egli uomini, che caratterizzava l’avvento definitivo del Messia e del suo regno, viene rappresentata con l’immagine di un banchetto sacro al quale il Dio di Israele inviterà tutti i popoli (Is 25,6-10). Questa immagine è ripresa anche dal vangelo nella parabola del banchetto nuziale (Mt 22,1-4; Lc 14,16-24) e delle dieci vergini (Mt 25,1-13; Lc 12,35-38).


domenica 17 novembre 2019

HA ANCORA SENSO PREGARE?




Alcuni ritengono che la preghiera sia un fenomeno del passato, un’evasione, o anche un alibi rispetto alle responsabilità e ai compiti urgenti dell’uomo nella storia. Non c’è dubbio che la preghiera può diventare un’evasione o un alibi. Si tratta però di una degenerazione del pregare che è ben altra cosa.

Un noto pensatore e teologo di punta dei nostri tempi, non allineato,Vito Mancuso, qualche anno fa affermava che pregare è umano, un antichissimo e universale gesto umano. Gli esseri umani fanno molte cose nella loro esistenza e tra queste, in ogni parte del mondo, pregano. La preghiera, aggiungeva, è un fenomeno universale. Si può anche giungere al paradosso di uomini che non credono in Dio ma che pregano, e cioè che almeno qualche volta nella vita si ritrovano a formulare parole o pensieri in forme non usuali rivolgendoli al mistero che avvolge la vita – esattamente nel senso richiamato da Norberto Bobbio quando diceva: “Come uomo di ragione, non di fede, so di essere immerso nel mistero. Gli esseri umani preghiamo perché avvertiamo il bisogno di rivolgerci alla potenza superiore che sovrasta le nostre vite e in qualche modo conoscerla, placarla, ringraziarla, a prescindere poi se tale potenza venga da noi intesa come personale (il Dio della Bibbia) o impersonale (il Fato degli antichi) o al di là delle categorie di personale-impersonale (così, ad esempio, il Nirvana del buddismo, inteso come il fine ultimo della vita). La ragione umana può giungere a non riconoscere nulla di superiore a se stessa, ciononostante il sentimento complessivo dell’esistenza sente in certi momenti il bisogno di rivolgersi alla potenza imponderabile della vita che ci sovrasta dicendo “tu”, da spirito libero a spirito libero.

Nel testo di Mancuso che ho sintetizzato e aggiornato, si parla della preghiera in un senso molto generale, per così dire ecumenico, globale. Ma cos’è veramente la preghiera? In alcuni ambienti laici e filosofici, la definiscono come un riflettere, un narrare, un situarsi dell’uomo nella riflessione sulla la propria radicale finitezza. Pregare, in qualunque modo sia formulata la preghiera, è il tentativo di andare oltre la precarietà dell’esistere. In questo contesto, altri comprendono la preghiera come un atto intimo di riflessione sul senso di sé e del tempo, carico di potenziale critico e addirittura rivoluzionario Altri ancora parlano della preghiera come un impegnativo riflettere sulla vita in situazioni concrete di particolare interesse. In questo contesto, la preghiera è considerata un’attività che illumina e orienta le decisioni esistenziali. Possiamo affermare che la vita stessa può essere preghiera. Può essere la ricerca di un bagliore di luce in mezzo alle tenebre, o di un respiro di rimettere in moto, o un bisogno di rimettere ordine nei propri pensieri. Riprendendo un’idea di Norberto Bobbio, il cardinale Carlo Maria Martini affermava che “la differenza più importante non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa ai grandi interrogativi dell’esistenza”.  

Se per pregare si intende “apertura verso il mistero che ci avvolge”, mi domando: è preghiera questa? La preghiera implica che ci sia qualcuno che ascolta. La preghiera non può essere soltanto riflessione interiore sul mio destino, sul male, sull’origine e la fine delle cose, una riflessione in cui nessuno mi ascolta e che rivolgo soltanto a me stesso. Per il cristianesimo pregare è uscire da se stessi. Certamente pregare è anche un riflettere impegnativo sulla vita in situazioni concrete. Ma non basta, pregare è principalmente accogliere una presenza, o meglio accogliere la Presenza. Ma qui sta la difficoltà principale per molti oggi: la crisi della preghiera è principalmente la crisi di una immagine personale di Dio, non da tutti percepita, non da tutti accolta.

La preghiera agisce su colui che prega e fa emergere la sua identità profonda. Un cristiano che si ritiene tale e non riesce a pregare, probabilmente è carente di fede cristiana. Infatti, possiamo affermare che la preghiera non è altro che fede applicata, una “fede parlante”. Come l’amore, neppure la fede parlante vuole soltanto soddisfare i propri bisogni, imporre i propri desideri, manipolare Dio, o addirittura costringerlo in maniera magica. Il senso più nascosto della preghiera non è quello di attendersi la risoluzione dei propri drammi o problemi, ma la speranza di comprendere a fondo quale sia il sentiero di percorrere nella vita.

A molte cose non si può pensare senza ringraziare (in tedesco, pensare e ringraziare sono parole molto simili, che hanno un certo parentesco: Denken und Danken). È cosa profondamente umana poter ringraziare. E chi devo ringraziare? Spesso è stato soltanto un caso che tutto mi sia andato bene nella salute, nella professione, nella vita familiare, ecc. Però non si può ringraziare il caso, non posso rivolgermi ad esso. Come persona credente io vorrei ringraziare chi sta dietro alla cosa e anche dietro a tutte le necessità.

Non mancano nella vita momenti in cui abbiamo bisogno di chiedere qualcosa, aiuto e sostegno. A chi dovrei chiedere? Come creature umane, siamo limitati e anche manchevoli. Perché dovrei nascondere, tacere, rimuovere ciò davanti a Dio?

Come e quando pregare? Nella Bibbia la preghiera della persona devota o meno viene praticata per lo più in maniera naturale e spontanea, nel cuore della vita e a partire dalla vita: è una ingenua effusione del cuore. Santa Teresa di Gesù Bambino ha definito la preghiera con queste parole: “Per me la preghiera è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo gettato verso il cielo, è un grido di riconoscenza e di amore nella prova e nella gioia”.

La crisi della preghiera oggi, è dovuta più che a fattori importanti, ma pur sempre estrinseci (progresso tecnocratico, evoluzionismo, secolarizzazione), innanzitutto ad un progressivo fraintendimento del senso (o quid est) della preghiera stessa, ad una sua caricaturizzazione in senso formalistico e farisaico. In secondo luogo, la crisi della preghiera proverrebbe da importanti obiezioni antropologiche e teologiche a suo carico: da un lato, l’importanza assegnata all’autosufficienza, che rende difficile “fidarsi dell’Altrove”; dall’altro, l’incompatibilità tra il Dio della metafisica e una preghiera tradizionale, che non sia quella propria di una fede filosofica.

Ci sono alcuni ostacoli che si frappongono alla pratica della preghiera, sotto la forma di fenomeni annidati nel clima culturale che si respira. Così, ad esempio, il narcisismo che segna la nostra società.  Un narcisismo che è diventato un vero e proprio stile di vita dell’uomo contemporaneo. A livello individuale si manifesta in un esagerato investimento nella propria immagine a spese del’ “io” autentico, in un individualismo che compromette la capacità di indirizzarsi ad un “tu” e di inserirsi in un “noi”. Ne risulta una personalità patologica, descrivibile con i tratti del primato accordato all’emozionale sul razionale. Non c’è perciò da meravigliarsi che il singolo si senta ormai autorizzato alle più strane miscele religiose: un pizzico di islam, un altro di giudaismo, qualche briciola di cristianesimo. La preghiera cristiana rifugge da tecniche impersonali o incentrate sull’io, capaci di produrre automatismi nei quali l’orante resta prigioniero di uno spiritualismo intimista, incapace di una apertura libera al Dio trascendente.

Nel Padre nostro, che più che una formula da ripetere, esprime lo stile della preghiera cristiana, mai si dice “io”, mai “mio”; è una preghiera in cui si è liberi dalla tirannia di questo “io” che vuol mettersi al centro. Il primo atteggiamento per pregare è un decentramento, è imparare a dire “tu”: il tuo nome, il tuo Regno, la tua volontà; e – di conseguenza – è imparare a dire “noi: il nostro pane, i nostri debiti, le nostre tentazioni. Pregare è decentrarsi dal proprio io e ricentrarsi nella relazione con Dio e con i nostri simili.

Il narcisismo è una variante dell’antropocentrismo che caratterizza la cultura attuale che fa dell’uomo il centro e il protagonista di ogni relazione che, invece per la fede cristiana ha il suo inizio in Dio. Questa visione antropocentrica rischia, nei migliori dei casi, di ridurre la preghiera a una semplice attività di riflessione, in vista di un aggiustamento del proprio equilibrio psicologico. La preghiera non è un sedativo per le nostre paure o una risposta al nostro bisogno di protezione. La preghiera è invece anzitutto ascolto, non solo della natura, della storia, di se stessi, ma per il cristiano ascolto soprattutto della Parola di Dio. Si potrebbe dire che, se per Dio “in principio è la Parola” (cf. Gv 1,1), per l’uomo “in principio è l’ascolto”.

La prima esperienza di umanità che noi tutti facciamo è quella della “filialità”: noi esistiamo perché figli. Figli di un uomo e di una donna e del loro amore, figli di una storia, figli di Dio. La prima esperienza è l’essere generati, da altri, a una vita che non è mia, che viene da prima di me e che va oltre me. A una vita che è dono. La prima esperienza è che nessuno è figlio di se stesso. La prima parola del Padre nostro ci apre alla trascendenza; la preghiera è sempre apertura alla trascendenza, ad un “aldilà”, ad un “altrimenti”.

Se ritorniamo col pensiero ad alcuni snodi decisivi della nostra vita, ci accorgiamo che spesso è stata la parola di un amico, la lettura di un libro o l’incontro con qualcuno ad illuminare una scelta difficile che dovevamo prendere, una situazione che stavamo vivendo.

Per i cristiani la Bibbia è un libro amico, che raccoglie un millennio di esperienze-limite umane. In esso troviamo tutto il repertorio della storia umana: guerre, deportazioni, stermini, ma anche gioia, misericordia, perdono, e via dicendo.

La Bibbia è una biblioteca di 73 libri, divisi tra Antico Testamento e Nuovo Testamento. Possiamo dire che essa racconta l’alleanza che Dio stabilisce con gli uomini lungo il tempo. Nei diversi eventi raccontati dalla Bibbia troviamo le orme di questa alleanza che trova il suo momento culminante nell’evento di Cristo Gesù.

La Bibbia è stata scritta nel corso di 1600 anni circa. Gli uomini che l’hanno scritta sono vissuti in periodi diversi. Alcuni di loro erano molto istruiti, altri no. Alcuni erano agricoltori, altri pescatori, pastori, profeti, giudici o re. Ma dietro questi uomini, noi crediamo che c’è lo stesso Dio.

È vero che la Bibbia è un libro complesso, con alcuni brani difficili da leggere. Ma è anche vero che il messaggio fondamentale non è difficile da comprendere,

La Bibbia può diventare il libro delle nostre preghiere.

M. A.