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lunedì 6 gennaio 2020

GESÙ E IL SACRIFICIO




Gesù parla del sacrificio due volte, soltanto due volte nel vangelo, e lo cita per chiederne l’abolizione. I versetti del testo riprendono l’espressione della volontà di Dio già attestata nel libro del profeta Osea (6,6); Gesù rende manifesta la volontà del Padre con le stesse parole: “Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt 9,13 e 12,7). Va precisato che il riferimento all’ “io” non riguarda la persona di Gesù stesso, egli sta parlando a nome del Padre. L’io qui è Dio. Inoltre è chiaro che questa affermazione non dà spazio per alcuna significazione del sacrificio. Gesù non ne sta proponendo una nuova versione, ne sta annunciando l’abolizione. Esso va sostituito con la misericordia, cioè con l’amore materno, generativo, indistruttibile, gratuito, fedele nei confronti degli amabili e anche dei non amabili, degli innocenti e dei colpevoli.

Una simile sostituzione si pone alla sorgente del senso del vangelo, la cui prospettiva è sempre quella dell’amore così qualificato, più umano della nostra umanità. Restare sordi all’invito di Gesù significa travisare completamente il cristianesimo. E purtroppo si deve ammettere che buona parte della teologia, della liturgia e delle pratiche religiose della cristianità si sia mossa come se Gesù avesse detto il contrario: sacrificio io voglio e non misericordia.

[…]

Ciò che evochiamo con il temine “sacrificio” possiamo dirlo, e molto meglio, con parole che vengono dalla stessa testimonianza custodita nelle scritture cristiane. Mi riferisco specificamente al termine “pazienza” e al termine “passione” […] Pazienza e passione sono le parole che rendono giustizia all’esperienza del patire e dell’amare nella condizione umana senza riproporre il lessico del sacrificio.

Va poi chiarito che a queste due parole si aggiunge la parola “rinuncia”, che non è affatto sinonimo di “sacrificio”. Semmai indica il contrario. Mentre infatti il sacrificio è mortificazione, la rinuncia è liberazione.


Fonte: Roberto Mancini, Dal sacrificio alla misericordia. Un approccio filosofico, in Roberto Mancini – Enrico Mazza – Giuseppe Pulcinelli, Il cristiano e l’idea di sacrificio, a cura di Brunetto Salvarani, EDB 2019, pp. 97-108.

domenica 5 gennaio 2020

EPIFANIA DEL SIGNORE – 6 Gennaio 2020





Is 60,1-6; Sal 71 (72); Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12


Gesù è nato in un piccolo paese, la Palestina sottomessa al potere dell’Impero romano. La sua nascita è annunciata ad un gruppo di pastori che rappresentano gli umili, gli ultimi di quel umile e insignificante paese: “Oggi è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” è l’annuncio dell’angelo ai pastori. Apparentemente il mistero della notte del Natale finisce qui entro i limiti di questo piccolo popolo e di questi pochi pastori a cui l’evento è annunciato. Invece ecco che oggi questo annuncio acquista delle dimensioni universali, che vanno oltre i limiti del popolo palestinese: “Alcuni Magi vengono dall’oriente” ad adorare questo neonato e gli offrono in dono “oro, incenso e mirra”: l’oro, metallo prezioso per eccellenza, simbolo della regalità di Cristo; l’incenso, un profumo da bruciare usato nei riti religiosi, simbolo della sua divinità; la mirra, adoperata tra l’altro per scopi medicinali, simbolo dell’umanità di Gesù.

Vediamo quindi che gli umili di Israele e i lontani dell’oriente accolgono il Salvatore. I pastori dopo aver visto il bambino, dice san Matteo, annunciano agli altri ciò che è stato detto loro e hanno visto. I Magi ritornano alla loro terra e la tradizione cii dice che diventeranno i primi evangelizzatori del lontano oriente. Invece, abbiamo sentito che i capi dei sacerdoti e gli scribi, interrogati da Erode, sanno che il Messia deve nascere a Betlemme, ma rimangono indifferenti all’evento. Sanno e possono informarsi con sicurezza dove deve nascere il Messia, ma si tratta di una  conoscenza astratta, che non tocca la vita.

Quando Gesù rimane nell’orizzonte del puro sapere, non è riconosciuto come Salvatore. Per avvertire efficacemente la presenza  salvifica di Cristo, bisogna che il cuore sia sempre disponibile e in attesa. Allora le tracce del Signore si rivelano e conducono fino a lui. Diversamente sembrano opache e lasciano nel distacco. Il Verbo di Dio che appare “nella nostra carne mortale” fissa e attrae chi ha gli occhi della fede, e la fede è esattamente disponibilità e attenzione, desiderio e domanda. I Magi si sono messi in cammino, hanno interrogato, cercato, hanno osservato i segni del cielo, si sono informati sulle Scritture e hanno trovato.

L’Epifania è una festa di luce, una luce che guida tutti i popoli a Cristo. Di fronte a Cristo che viene, ciò che conta non è la razza, la cultura o la prudenza umana, ma la disponibilità del cuore ad accoglierlo e annunciarlo agli altri. L’Epifania diventa la logica e naturale conclusione del Natale e proietta tutti noi, come i pastori e come i Magi, sulle strade del mondo per annunciare a tutti gli uomini le meraviglie di Dio.



 


venerdì 3 gennaio 2020

II DOMENICA DOPO NATALE – 05.01.2020




Sir 24,1-2.3-4; Sal 247; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

In questa domenica non celebriamo nessuna festa particolare; viene riproposto alla nostra attenzione ancora il mistero del Natale.

Il tema ricorrente nelle letture bibliche d’oggi è quello della Sapienza: essa è elogiata nel brano della prima lettura, dove esprime il concreto agire di Dio nella storia della salvezza del Popolo eletto che ha raggiunto il suo massimo culmine nel Verbo - Sapienza di Dio fatto carne, di cui parla il vangelo d’oggi, e continua in tutti i credenti nel Signore Gesù attraverso il dono dello Spirito “di sapienza e di rivelazione”, di cui parla la seconda lettura. Nel suo misterioso disegno Dio ha rivelato se stesso attraverso la storia dell’antico popolo d’Israele ed infine ha piantato stabilmente la sua tenda in mezzo a noi per mezzo del Verbo fatto carne, la Sapienza di Dio fatta persona umana. A partire dal Natale, “abita” definitivamente in noi Cristo, “Sapienza” che ci rivela il Padre e dona la “benedizione” dello Spirito. In Cristo ci viene rivelato non solo il mistero di Dio ma anche il mistero dell’uomo.

Ci interessa veramente conoscere chi è Dio? Per noi cristiani, Dio non è un principio cosmico anonimo, un’entità astratta, ma è entrato nel nostro orizzonte storico in modo concreto nella figura di Gesù. Conoscere Dio vuol dire riconoscerlo come colui che invia il Figlio, Gesù il Cristo; vuol dire accettarlo come colui che si dona a noi mediante il Figlio; vuol dire, infine, scoprire Dio come Padre dell’Unigenito e come nostro Padre. In definitiva, è la coscienza filiale di Gesù che costituisce la norma della fede cristiana in Dio, nel Padre. Perciò il nostro rapporto con Dio è principalmente con il Padre di Gesù Cristo. San Giovanni dice: “Sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio” (1Gv 5,10 - Primi vespri, lettura breve). L’evento del Natale ci permette di comprendere il mistero di Dio attraverso i tratti umani di Gesù. Egli è l’immagine visibile e il volto umano di Dio Padre.

Chi è l’uomo? L’uomo moderno è spesso disorientato: non sa bene chi sia e dove vada. Di qui la sua angoscia, la sua insicurezza, o le false sicurezze a cui si affida. Alla luce della fede, sappiamo che la nostra esistenza non è un vagare senza meta. In Cristo, nel suo modo di vivere, nei principi che hanno regolato la sua esistenza, possiamo cogliere non solo chi è Dio per noi ma anche che cosa siamo noi per Dio. Il nostro vuoto esistenziale può essere riempito solo da Cristo, Sapienza di Dio. Gesù è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). 




lunedì 30 dicembre 2019

MARIA SS. MADRE DI DIO – 1 Gennaio 2020




Nm 6,22-27; Sal 66 (67); Gal 4,4-7; Lc 2, 16-21

Il Sal 66 esprime la gioia del contadino palestinese che, da una terra avara, ha ottenuto il dono delle messi, segno sperimentabile della benedizione divina. Il salmo diventa poi un inno di ringraziamento corale per i doni divini in genere. La liturgia del primo giorno dell’anno riprende questo inno nella sua parte più universalistica in cui si parla di una presenza benedicente di Dio che abbraccia tutti i popoli della terra: “…perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti”. La nostra vita, che oggi inizia una nuova tappa, è veramente benedetta da Dio nella misura in cui è illuminata dallo splendore del volto di Dio.

Il primo giorno dell’anno è carico di diversi significati: l’inizio dell’anno, l’ottava del Natale, la solennità di Maria SS. Madre di Dio e la giornata mondiale della pace. Nello sfondo di queste varie tematiche, la celebrazione della divina maternità di Maria appare più luminosa ed esaltante, dalle risonanze cosmiche. Generando il Salvatore, Maria si pone al centro della storia dell’umanità, tracciando per tutti noi gli itinerari non soltanto della nostra crescita spirituale, ma anche semplicemente umana. La benedetta fra tutte le donne, ci ha donato Gesù, frutto benedetto del suo seno, primogenito fra molti fratelli, Cristo “nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva” (Ef 2,14). In questo modo, anche noi siamo diventati, per opera dello Spirito, figli ed eredi, e la nostra vita è nel segno della benedizione divina di cui la pace è frutto prezioso.

La prima lettura riporta la formula di benedizione che il sommo sacerdote doveva pronunciare su Israele al termine delle grandi feste liturgiche e, particolarmente, della festa del nuovo anno. Quest’antica benedizione sacerdotale fa perno sul nome del Signore, richiamato per tre volte, e pone questo nome sugli Israeliti. “Porre il nome” vuol dire stabilire una relazione con la persona. La benedizione è il riconoscimento che ogni bene viene da Dio e dipende da una vita di comunione con lui. Segno manifestativo delle benedizioni divine è la pace: Dio benedice il suo popolo e lo conduce alla pace. Il pieno compimento della benedizione si ha in Gesù Cristo. Egli è la stessa benedizione: è il grande dono del Padre agli uomini, da cui vengono tutti gli altri doni. San Paolo lo illustra a modo suo nella seconda lettura quando afferma che in Cristo abbiamo ricevuto “l’adozione a figli”; non siamo quindi più schiavi, ma figli. Possiamo diventare consapevoli della nostra condizione filiale perché ci è stato donato lo Spirito Santo, che plasma interiormente in ognuno di noi i lineamenti del Cristo, il Figlio primogenito. Questo mistero è stato possibile ed è reso visibile perché, “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna”. In questo modo, la maternità di Maria accresce la propria realtà dandosi a vedere quale “madre del Cristo e di tutta la Chiesa” (orazione dopo la comunione). Maria viene poi proposta come esemplare di accoglienza delle benedizioni divine donateci in Cristo: nel brano del vangelo essa appare come colei che serba e medita nell’interiorità del cuore tutti gli eventi che riguardano il figlio. Da madre si fa anche prima discepola fin da ora, custodendo nel cuore il mistero del figlio.

L’eucaristia del primo giorno dell’anno al tempo stesso che ci pone in atteggiamento di riconoscenza per i doni ricevuti da Dio, di cui Cristo è il dono più prezioso, ci rassicura che ogni giorno del nuovo anno, ogni giorno della nostra vita sarà sempre un dono prezioso della grazia divina.






domenica 29 dicembre 2019

LA BIBBIA COME “FORESTA”



Uno dei più fini esegeti di questi anni, Jean Louis Ska, ha usato due magnifiche espressioni per definire l’approccio alla Bibbia. La si può pensare come una “sfera” oppure come una “foresta”. Per alcuni, l’immagine con cui si rappresentano la Bibbia è quella di una “sfera”. “La forma perfetta, secondo gli antichi, era precisamente la sfera poiché non vi è più alcuna differenza fra i diversi punti della sua superficie. Ogni parte della sfera può sostituire un’altra. Ogni parte può stare in alto, in basso, dietro, davanti, a sinistra o a destra. Si può girare la sfera in tutti i sensi ed essa rimane sempre uguale a se stessa” (Jean Louis Ska, Sacra Scrittura e Parola di Dio, in “Studia Patavina” 49 (2002), p. 2). Così accade anche alla verità che la sfera esprime, uguale a sé stessa, non ammette salti, contraddizioni, difformità, enigmi. E là dove essi inevitabilmente si presentano si è costretti a fare silenzio, costruirsi verità fittizie, risolvere i problemi con una lettura menzognera. È da una lettura di questo tipo che scaturisce una lettura fondamentalistica del testo, che tutti devono accettare, che non ammette variazioni o dubbi. Non dobbiamo pensare solo all’islam, ma per esempio a come il cristianesimo si è preteso religione “mondiale”.

La lettura della Bibbia come “foresta” spalanca invece un’altra prospettiva. “La Bibbia è come una foresta, con le sue valli, i suoi fiumi, i suoi colli e le sue radure. Vi si trovano alberi di differenti essenze, e si passa dal bosco ceduo alla fustaia, dalla macchia a una pineta, da una faggeta a un querceto, o ancora a un’ontaneta nei fondi umidi. La varietà dei paesaggi e delle prospettive è infinita. Perciò, come non si può mai scoprire tutta la foresta in un solo colpo d’occhio, non si può mai avere una conoscenza complessiva di tutta la Bibbia. La foresta va scoperta gradualmente e sempre parzialmente e lo stesso vale per la Bibbia. La nostra conoscenza è fatta di una somma di scoperte ristrette e limitate” (ibid., p. 3).

Il fascino di entrare dentro una foresta è dunque quello di trovarsi all’interno di una varietà infinita di forme, dentro chiaroscuri che ci possono sorprendere, dentro un groviglio di tracce e sentieri di cui bisogna individuare l’approdo, raccordarli tra loro, scovare una via d’uscita o ricominciare daccapo, essere sferzati da una bellezza sfolgorante e inattesa, oppure terrorizzati da improvvise apparizioni. Avventurarsi nella foresta è il solo modo per sfuggire al cieco fondamentalismo della sfera.

Fonte: Gabriella Cararmore, La parola Dio (Vele 155), Einaudi, Torino 2019, pp. 58-60.     

sabato 28 dicembre 2019

SANTA FAMIGLIA DI GESU’ MARIA E GIUSEPPE (A) - 29 Dicembre 2019



Sir 3,2-6.12-14; Sal 127 (128); Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23

Il salmo responsoriale odierno dipinge un idillio di pace, di serenità e di felicità, quella situazione che, secondo il salmista, si realizza nella casa “dell’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie”. Questo grazioso quadretto familiare ci viene proposto oggi nella Festa della Santa Famiglia di Nazaret, in cui l’ideale tracciato dal salmo è stato una sublime realtà. La vita familiare, vissuta alla luce della fede, nell’armonia dei suoi componenti e nella fatica del lavoro quotidiano, può e deve diventare fonte di felicità e di pace.

La parola che potrebbe sintetizzare l’insegnamento dei testi della Scrittura che abbiamo ascoltato è una parola che non è oggi di moda: “obbedienza”. La prima lettura è un brano del libro del Siracide che, rielaborando motivi di saggezza popolare, parla dei rapporti tra genitori e figli. Sulla stessa linea si muove l’esortazione di san Paolo ai Colossesi, da cui è tratta la seconda lettura: i figli devono onorare, obbedire i propri genitori, ed essi non devono esasperare i loro figli. C’è quindi anche un’obbedienza dei genitori che è obbedienza a Dio per il bene dei figli. Così vediamo nel racconto evangelico della fuga in Egitto che san Giuseppe fa quello che gli comanda Dio per mezzo dell’angelo e lo compie per la salvezza del bambino, perché ha paura di ciò che potrebbe capitargli di male. Nelle sue scelte, quindi, san  Giuseppe è del tutto subordinato al bene del bambin Gesù di cui è padre putativo. Questi testi ci ricordano che paternità, maternità, figliolanza hanno tutte origine da Dio. Quando i rapporti familiari sono vissuti nell’ascolto della volontà di Dio, della sua parola, i vari ruoli familiari vengono liberati dai meccanismi dell’egoismo per lasciare spazio al vero amore. La famiglia cristiana dovrebbe essere un vangelo vivente, una buona notizia capace di trasmette un forte messaggio di speranza all’umanità.

La nostra cultura sembra oggi molto cambiata e ci appare più complessa rispetto alla visione dei rapporti familiari che emerge da questi antichi testi. C’è però nel messaggio biblico sull’obbedienza un aspetto di grande e perenne attualità. E’ stato notato, infatti, che nella lingua ebraica non esiste la parola “obbedire”. Per esprimere questa nozione si usa spesso il semplice verbo “ascoltare”. Obbedire nella Bibbia vuol dire quindi anzitutto dare ascolto. Solo chi dà ascolto all’altro è capace di capirlo, rispettarlo, aiutarlo, ed è quindi capace di crescere e costruire insieme con l’altro una vita armoniosa. Non si tratta di un ascolto semplicemente formale, ma di una vera accoglienza dell’altro nella propria vita. Dare ascolto a chi mi è vicino, ma soprattutto dare ascolto a Dio nel cui disegno posso in qualche modo capire il mistero dell’altro, di colui che come me è un figlio di Dio, amato e redento dal sangue di Cristo. Attraverso una comprensione sempre più piena dell’amore di Dio per noi, diventerà sempre più chiara la percezione della sua volontà di amore su di noi. 

Nella Sacra Famiglia la Chiesa ci propone un esemplare di vita familiare, anzi di vita in comune, non modellato sui criteri del benessere economico o del prestigio sociale ma sui valori che scaturiscono dalla fede in Dio. Il modello proposto, poi, trascende i limiti della famiglia come istituzione umana per proiettarsi sui rapporti interpersonali che intercorrono tra gli esseri umani nella vita sociale, nella Chiesa, in ogni singola comunità. La casa di Nazaret è una scuola di vita in comune valida per tutti i tempi e per tutte le culture.






lunedì 23 dicembre 2019

IL NATALE DEL SIGNORE





NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2019
Messa della notte

Is 9,1-3.5-6; Sal 95 (96); Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

Il progetto di salvezza che Dio ha da tutta l’eternità sull’uomo e sul mondo trova nella nascita di Gesù il momento culminante della sua attuazione. La Chiesa, riprendendo il Sal 95 nella sua liturgia natalizia (lo troviamo come salmo responsoriale anche nei giorni 29, 30, 31 dicembre), vede in esso una profezia dell’incarnazione del Verbo e della vocazione di tutti i popoli della terra dall’idolatria alla fede in lui, venuto per salvare tutte le nazioni. Tutta la creazione è invitata a partecipare alla danza di gioia, perché il Signore governerà tutte le genti del mondo con giustizia. Il bambino nato a Betlemme è quindi il nostro Salvatore: “Oggi è nato per noi il Salvatore”. E’ un annuncio che si ripete più volte in questa santissima notte di Natale (antifona d’ingresso, canto al vangelo, lettura evangelica, antifona alla comunione).

Il tema predominante nei testi di questa notte è la luce (colletta, prima lettura, vangelo, orazione sulle offerte). La prima lettura ci ricorda che come è stato per l’antico popolo d’Israele, così pure è per tutta la storia dell’umanità che cammina nelle tenebre e nell’oppressione alla ricerca di luce, di verità, di speranza e di  pace. Gesù, il “Principe della pace”, di cui parla il profeta Isaia, è la risposta definitiva di Dio alle attese dell’umanità. Anche per noi è offerta la visione della grande luce che fa fiorire la gioia. In Gesù - dice san Paolo nella seconda lettura – “è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini”.

Questo messaggio di salvezza viene comunicato non ai potenti della terra, ma a un gruppo di umili pastorali, rozzi, affaticati dalle lunghe e gelide notti di Palestina. ai quali l’angelo del Signore dice: “oggi, nella città di Davide, è nato per voi un salvatore, che è Cristo Signore”. Poi, con l’angelo, appare una moltitudine di spiriti celesti che al tempo stesso che annunciano “sulla terra pace agli uomini”, proclamano “gloria a Dio nel più alto dei cieli”. La gloria di Dio è Dio stesso in quanto si rivela nella sua maestà, nella sua potenza, nello splendore della sua santità. La “pace in terra” quindi è la manifestazione storica della gloria di Dio, la manifestazione della volontà salvifica di Dio in Cristo per noi. Possiamo quindi affermare anche che quando gli uomini siamo nella pace, viviamo in pace, Dio è glorificato in noi: la gloria di Dio è l’uomo redento, l’uomo che ha accolto Gesù come Salvatore. Gesù, “Principe della pace”, appare nella storia dell’umanità come segno di riconciliazione con Dio e con gli uomini. Con lui “la vera pace è scesa a noi dal cielo” (antifona d’ingresso). Incarnazione e mistero pasquale sono misteri indissolubili e mentre si celebra uno, non si può non associarlo all’altro: “Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità” (seconda lettura).

La nascita di Gesù da Maria a Betlemme segna l’inizio della nostra era indicando in questo modo che ciò che in quella notte accadde è stato fondamentale per la storia degli uomini. La nostra storia, la nostra vita, le sorti dell’umanità dipendono da questo fatto e trovano in esso ispirazione e senso. La storia dell’uomo ha senso perché Cristo ne è parte integrante, perché egli ne è anzi il personaggio centrale. Sulla scia di Gesù noi camminiamo per le strade del mondo certi di non andare allo sbaraglio, ma di avere un traguardo di salvezza. Tutti i nostri limiti, tutte le nostre sofferenze, tutte le nostre paure, tutte le nostre miserie sono state redente dal momento che Dio stesso le ha assunte nell’umanità di Gesù.




NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2019
Messa dell’aurora

Is 62,11-12; Sal 96 (97); Tt 3,4-7; Lc 2,15-20

Come nella messa di mezzanotte, anche in quella dell’aurora riappare il tema della luce (antifona d’inizio, colletta, salmo responsoriale) abbinato a quello della gioia (salmo responsoriale, antifona alla comunione, preghiera dopo la comunione). Il Sal 96 presenta il regno di Dio come un’apparizione sconvolgente, nella quale saranno travolte le potenze del male che dominano il mondo. I versetti del salmo ripresi dall’odierna liturgia fanno riferimento in modo particolare ai temi della luce e della gioia, che sono temi squisitamente natalizi: Jhwh, re della luce, appare nella cornice di una gloriosa teofania a cui assiste tutta la sfilata delle creature e tutta l’umanità. Con questo testo la Chiesa celebra la manifestazione di Cristo nella carne come una luce soprannaturale, che si è levata per il giusto e ha recato gioia ai retti di cuore.         

Nella prima lettura, ci viene proposto un breve oracolo del Terzo Isaia. Al popolo ebreo umiliato dall’esilio, il profeta annuncia la liberazione: “Arriva il tuo Salvatore”. Il popolo liberato acquista una fisionomia diversa: diventa “popolo santo”, “redento dal Signore”, “ricercato” e “non abbandonato”. Alla luce di questo oracolo, il mistero del Natale appare come la manifestazione dell’amore di Dio che salva. Anche la lettura apostolica parla della manifestazione della bontà di Dio, Salvatore nostro, che effonde la sua misericordia: san Paolo, rivolgendosi al suo discepolo Tito, afferma che la prova massima della sua bontà e del suo amore Dio ce lo ha fornito donandoci il suo proprio Figlio. Il Natale celebra il dono dell’amore divino nel Cristo, rivelazione del Padre e salvezza del mondo.

Nella lettura evangelica continua la narrazione dell’annunciazione ai pastori, aperta nella messa della notte. Il brano odierno mette in evidenza la risposta dei pastori alle parole dell’angelo, una risposta coerente e immediata: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere...” E san Luca aggiunge: “E dopo averlo visto riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”. L’evangelista parla anche di Maria, la madre di Gesù, la quale raccoglie queste parole (così letteralmente) e le medita nel suo cuore, cioè cerca di penetrarne il senso. Fin d’ora Maria è il tipo di ogni vero uditore della parola di Dio. I pastori se ne sono andati “glorificando e lodando Dio”. Il loro andare diventerà, nel corso del Vangelo e degli Atti degli Apostoli, paradigma della diffusione della Buona Novella tra le genti.

La salvezza di Dio ci viene offerta in forma umana, nella povertà e debolezza, nel “segno” di un bambino, che assume la nostra debolezza: “la nostra debolezza è assunta dal Verbo” (prefazio III del Natale). Perciò la tradizione cristiana ha fatto del Natale una festa di profonda solidarietà umana.

Anche l’eucaristia del Natale rievoca e ripresenta la morte e la risurrezione del Cristo, ma, con il mistero della Pasqua, e in ordine ad esso, ricorda e rinnova, in certo modo, tutta la storia della salvezza, di cui l’incarnazione e la nascita di Gesù sono gli inizi. Il Natale del Signore segna l’inizio di quel cammino salvifico che porta Gesù a farsi in tutto simile agli uomini, fuorché nel peccato, fino alla morte di croce: è il cammino che, da una parte, prepara la Pasqua e ad essa conduce e, dall’altra, riceve significato salvifico proprio dalla Pasqua.




NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2019
Messa del giorno

Is 52,7-10; Sal 97 (98); Eb 1,1-6; Gv 1,1-18

Il Sal 97 ripete pensieri già espressi in altri salmi regali, in particolare nel Sal 95 proposto come salmo responsoriale nella messa dell’aurora. Nel Natale di Cristo, la Chiesa ci invita a lodare con le parole profetiche di questo salmo il Signore che ha compiuto prodigi e ha manifestato la sua salvezza e il suo amore per la casa d’Israele. Nel bambino di Betlemme questa salvezza si è manifestata, non solo ad Israele, ma a tutti gli uomini della terra che possono ormai contemplarla e accoglierla. L’ingresso del Salvatore nel mondo e nella storia provoca un sussulto di felicità in tutti e in tutto. La gioia del Natale però sarebbe superficiale se non fosse fondata sulla contemplazione  del mistero natalizio alla luce della fede. Ecco perché in questa messa del giorno siamo invitati a contemplare, guidati dalla parola di Dio, le profondità di questo mistero.

La prima lettura riporta un brano del Secondo Isaia, l’anonimo annunziatore del ritorno di Israele dall’esilio di Babilonia. Il profeta parla di un messaggero che annunzia pace, felicità, salvezza. Questa missione, nel Nuovo Testamento, Gesù l’attribuirà a se stesso (cf. Lc 4,43). La seconda lettura conferma che Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio. La lettura evangelica è presa dal grandioso prologo al vangelo di Giovanni. Vale la pena di concentrare la nostra attenzione su questo sublime brano. Giovanni annunzia che il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi; ma al tempo stesso annunzia che tutti coloro che accolgono questo bambino, il Figlio di Dio fatto carne, ricevono anch’essi il potere di diventare figli di Dio. In Cristo ci viene offerta la possibilità di una nuova origine, non più fondata sul sangue e sulla carne, ma su Dio stesso. Il mistero del Natale riguarda quindi anche noi. Il mistero di un Dio fatto uomo ci immerge nel mistero dell’uomo che diventa figlio di Dio. Si tratta di quel “misterioso scambio” di cui parla il III prefazio di Natale: il Verbo di Dio assume la nostra natura umana nella sua debolezza e fragilità, e noi, uniti a lui in comunione mirabile, condividiamo la sua vita immortale (cf. anche la preghiera dopo la comunione). La stessa dottrina esprime san Paolo in un brano che viene proposto oggi alla nostra attenzione: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Primi vespri, lettura breve - Gal 4,4-5). Nel Natale noi contempliamo gli inizi della nostra salvezza. L’antifona alla comunione, annuncia profeticamente questo evento quando dice: “tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio” (cf. Sal 97,3).

Il grande padre della Chiesa romana, san Leone Magno, contemplando il mistero dell’Incarnazione, esclama: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna” (Ufficio delle letture, seconda lettura). Questa stessa esortazione è implicita nel testo del prologo di Giovanni quando si dice che a colui che accoglie il Figlio di Dio fatto carne, viene dato potere di “diventare” figlio di Dio: la nostra identità di figli di Dio è inserita dentro un processo dinamico che si apre ad una crescita progressiva e senza sosta che ci conduce verso gli spazi della vita divina.

L’eucaristia che oggi celebriamo è per eccellenza il sacrificio della nuova alleanza, i rito della nuova umanità, che ci introduce progressivamente alla partecipazione della vita divina.