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mercoledì 4 gennaio 2023

EPIFANIA DEL SIGNORE – 6 Gennaio 2023

 



 

Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

 

Il Sal 71, di cui la prima parte è ripresa come salmo responsoriale, proiettando lo sguardo oltre gli orizzonti storici del tempo in cui fu scritto, annuncia una salvezza, che verrà offerta dal Messia, senza limiti geografici e sociali: la sua giustizia sarà perfetta, il suo dominio universale, il suo regno eterno, il cosmo intero sarà coinvolto nella pace offerta in abbondanza dal Signore. I Padri scorgono in questo salmo la preghiera con la quale la Chiesa invoca l’avvento del regno di Cristo, affinché tutte le nazioni possano essere partecipi della sua luce.

 

Isaia, nella prima lettura, proietta lo sguardo oltre gli orizzonti storici di quell’epoca e annuncia la vocazione universale di Gerusalemme. Vocazione di cui è erede la Chiesa, nuova Gerusalemme chiamata ad illuminare tutti gli uomini con la luce di Cristo. Paolo nella seconda lettura parla di un “mistero”, termine che nella sua radice greca indica qualcosa di “silenzioso” e segreto che è racchiuso nell’orizzonte invalicabile di Dio. L’Apostolo dichiara che questo silenzio è stato squarciato e il messaggio che era nascosto nella mente divina è stato rivelato e proclamato al mondo: i pagani di una volta e i giudei di un tempo sono ora a parità di diritti. Di fronte al Signore che viene, ciò che conta non è la razza o la cultura o la prudenza umana, ma la disponibilità della fede e l’attenzione ai segni dei tempi. Infatti, vediamo che la salvezza, offerta a tutti gli uomini, è accolta in primo luogo dai “lontani”. Gli “esperti”, scribi e farisei, che sapevano tutto riguardo alle Scritture, non hanno cercato e perciò non hanno trovato il Messia. I Magi, invece, si sono messi in cammino, hanno interrogato, cercato, hanno osservato i segni del cielo, si sono informato sulle Scritture e hanno trovato. I Magi insegnano che il credente non è un semplice possessore, ma un instancabile cercatore di Dio. Il senso dinamico della fede si esprime poi nella chiamata a rendere testimonianza, ad annunziare a tutti la salvezza sperimentata, come i Magi nel loro ritorno da Betlemme. La buona novella del vangelo è indirizzata a tutti e deve perciò essere annunciata a tutti.

 

Il nocciolo del messaggio dell’Epifania è quindi che Dio si manifesta, si fa uomo e chiama tutti a sé nel suo regno. Dice san Leone Magno: “Celebriamo nella gioia [...] l’inizio della chiamata alla fede di tutte le genti” (Liturgia delle Ore: Ufficio delle letture, seconda lettura). L’Epifania ci ricorda che Cristo è venuto per chiamare alla salvezza tutta l’umanità, simbolicamente rappresentata dai Magi di cui parla il vangelo. La Chiesa non può tenere per sé questo mistero, ma deve annunciarlo al mondo. Essa non può venir meno a questo compito che la rende insieme destinataria e serva della buona novella del vangelo. Ecco, dunque, che la solennità dell’Epifania diventa la logica e naturale conclusione del Natale e proietta tutti noi, come i pastori e come i Magi, sulle strade del mondo per annunciare a tutti gli uomini le meraviglie di Dio.

 

domenica 1 gennaio 2023

OTTO PRINCIPI PROGRAMMATICI DI RINNOVAMENTO DELL'ARCHITETTURA SACRA CONTEMPORANEA

 



- Come regola generale, l'edificio di culto è eretto secondo il duplice criterio della funzionalità liturgica e della promozione della partecipazione attiva dei fedeli (cfr. SC n. 124). Si intende quindi l'edificio sacro fondamentalmente come spazio celebrativo, in cui ad ogni funzione e ministero liturgico è tendenzialmente assegnato uno spazio diverso.

 - L'autonomia spaziale dell'altare maggiore, in modo che si possa concelebrare e celebrare versus populum, gli conferisce un indiscutibile protagnismo. La relazione dell'assemblea con l’altare è formulata in termini di "centro", introducendo così una certa idea di figura circolare per il luogo di culto.

- Nella linea di favorire la rilevanza simbolica dell'altare, gli oggetti del suo ornamento – la croce ed i candelabri – perdono importanza.  

- Si tende a ridurre il numero degli altari secondari e ad escluderli dall'aula liturgica principale, favorendo in questo modo l'unità formale della navata.

- Provocando la sconnessione simbolica tra l'altare (luogo del sacrificio) e il tabernacolo (conservazione del sacramento permanente) a beneficio del primo, e favorendo la collocazione del tabernacolo al di fuori della navata principale, la riserva eucaristica cessa di essere un elemento di riferimento per la definizione dello spazio della chiesa. L'obiettivo era quello di sottolineare il valore simbolico che altare e tabernacolo hanno in sé (nelle parole di EM n.  55, "in ragione del segno").

- Come fulcro della celebrazione della Parola di Dio, l'ambone acquisterà gradualmente importanza l’ambone unico come luogo ben visibile e stabile per la proclamazione delle letture bibliche.

- Il luogo della schola cantorum non è determinato in modo specifico. La tendenza sarà quella di collocarlo insieme al resto dei fedeli come parte della comunità, pur mantenendo una specificità spaziale in virtù della sua funzione. La questione non è completamente risolta e rimarrà aperta.

- Il criterio per la progettazione dello spazio dei fedeli nell'aula liturgica, in cui sono disposti banchi o sedie, è la buona visibilità dei riti sacri come modo per favorire la partecipazione.

 

Fonte: Fernando López-Arias, El Concilio Vaticano II y la arquitectura sagrada, pp. 301-302 (traduzione).

venerdì 30 dicembre 2022

MARIA SS. MADRE DI DIO – 1 Gennaio 2023

 



 

Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2, 16-21

 

Il Sal 66 esprime la gioia del contadino palestinese che, da una terra avara, ha ottenuto il dono delle messi, segno sperimentabile della benedizione divina. Il salmo diventa poi un inno di ringraziamento corale per i doni divini in genere. La liturgia del primo giorno dell’anno riprende questo inno nella sua parte più universalistica in cui si parla di una presenza benedicente di Dio che abbraccia tutti i popoli della terra: “…perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti”. La nostra vita, che oggi inizia una nuova tappa, è veramente benedetta da Dio nella misura in cui è illuminata dallo splendore del volto di Dio.

Il primo giorno dell’anno è carico di diversi significati: l’inizio dell’anno, l’ottava del Natale, la solennità di Maria SS. Madre di Dio e la giornata mondiale della pace. Nello sfondo di queste varie tematiche, la celebrazione della divina maternità di Maria appare più luminosa ed esaltante, dalle risonanze cosmiche. Generando il Salvatore, Maria si pone al centro della storia dell’umanità, tracciando per tutti noi gli itinerari non soltanto della nostra crescita spirituale, ma anche semplicemente umana. La benedetta fra tutte le donne, ci ha donato Gesù, frutto benedetto del suo seno, primogenito fra molti fratelli, Cristo “nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva” (Ef 2,14). In questo modo, anche noi siamo diventati, per opera dello Spirito, figli ed eredi, e la nostra vita è nel segno della benedizione divina di cui la pace è frutto prezioso.

 

La prima lettura riporta la formula di benedizione che il sommo sacerdote doveva pronunciare su Israele al termine delle grandi feste liturgiche e, particolarmente, della festa del nuovo anno. Quest’antica benedizione sacerdotale fa perno sul nome del Signore, richiamato per tre volte, e pone questo nome sugli Israeliti. “Porre il nome” vuol dire stabilire una relazione con la persona. La benedizione è il riconoscimento che ogni bene viene da Dio e dipende da una vita di comunione con lui. Segno manifestativo delle benedizioni divine è la pace: Dio benedice il suo popolo e lo conduce alla pace. Il pieno compimento della benedizione si ha in Gesù Cristo. Egli è la stessa benedizione: è il grande dono del Padre agli uomini, da cui vengono tutti gli altri doni. San Paolo lo illustra a modo suo nella seconda lettura quando afferma che in Cristo abbiamo ricevuto “l’adozione a figli”; non siamo quindi più schiavi, ma figli. Possiamo diventare consapevoli della nostra condizione filiale perché ci è stato donato lo Spirito Santo, che plasma interiormente in ognuno di noi i lineamenti del Cristo, il Figlio primogenito. Questo mistero è stato possibile ed è reso visibile perché, “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna”. In questo modo, la maternità di Maria accresce la propria realtà dandosi a vedere quale “madre del Cristo e di tutta la Chiesa” (orazione dopo la comunione). Maria viene poi proposta come esemplare di accoglienza delle benedizioni divine donateci in Cristo: nel brano del vangelo essa appare come colei che serba e medita nell’interiorità del cuore tutti gli eventi che riguardano il figlio. Da madre si fa anche prima discepola fin da ora, custodendo nel cuore il mistero del figlio.

 

Nel primo giorno dell’anno è naturale spingere lo sguardo in avanti, verso quel che ci aspetta, con le attese che ogni inizio porta con sé. L’eucaristia del primo giorno dell’anno al tempo stesso che ci pone in atteggiamento di riconoscenza per i doni ricevuti da Dio, di cui Cristo è il dono più prezioso, ci rassicura che ogni giorno del nuovo anno, ogni giorno della nostra vita sarà sempre un dono prezioso della grazia divina.

mercoledì 28 dicembre 2022

SANTA FAMIGLIA DI GESU’ MARIA E GIUSEPPE (A) – Festa 30 Dicembre 2022

 



 

Sir 3,2-6.12-14; Sal 127; opp. Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23

 

La parola che potrebbe sintetizzare l’insegnamento dei testi della Scrittura che abbiamo ascoltato è una parola che non è oggi di moda: “obbedienza”. La prima lettura è un brano del libro del Siracide che, rielaborando motivi di saggezza popolare, parla dei rapporti tra genitori e figli. Sulla stessa linea si muove l’esortazione di san Paolo ai Colossesi, da cui è tratta la seconda lettura: i figli devono onorare, obbedire i propri genitori, ed essi non devono esasperare i loro figli. C’è quindi anche un’obbedienza dei genitori che è obbedienza a Dio per il bene dei figli. Così vediamo nel racconto evangelico della fuga in Egitto che san Giuseppe fa quello che gli comanda Dio per mezzo dell’angelo e lo compie per la salvezza del bambino, perché ha paura di ciò che potrebbe capitargli di male. Nelle sue scelte, quindi, san Giuseppe è del tutto subordinato al bene del bambin Gesù di cui è padre putativo. Questi testi ci ricordano che paternità, maternità, figliolanza hanno tutte origine da Dio. Quando i rapporti familiari sono vissuti nell’ascolto della volontà di Dio, della sua parola, i vari ruoli familiari vengono liberati dai meccanismi dell’egoismo per lasciare spazio al vero amore. La famiglia cristiana dovrebbe essere un vangelo vivente, una buona notizia capace di trasmette un forte messaggio di speranza all’umanità.

 

La nostra cultura sembra oggi molto cambiata e ci appare più complessa rispetto alla visione dei rapporti familiari che emerge da questi antichi testi. C’è però nel messaggio biblico sull’obbedienza un aspetto di grande e perenne attualità. È stato notato, infatti, che nella lingua ebraica non esiste la parola “obbedire”. Per esprimere questa nozione si usa spesso il semplice verbo “ascoltare”. Obbedire nella Bibbia vuol dire quindi anzitutto dare ascolto. Solo chi dà ascolto all’altro è capace di capirlo, rispettarlo, aiutarlo, ed è quindi capace di crescere e costruire insieme con l’altro una vita armoniosa. Non si tratta di un ascolto semplicemente formale, ma di una vera accoglienza dell’altro nella propria vita. Dare ascolto a chi mi è vicino, ma soprattutto dare ascolto a Dio nel cui disegno posso in qualche modo capire il mistero dell’altro, di colui che come me è un figlio di Dio, amato e redento dal sangue di Cristo. Attraverso una comprensione sempre più piena dell’amore di Dio per noi, diventerà sempre più chiara la percezione della sua volontà di amore su di noi. 

 

Nella Sacra Famiglia la Chiesa ci propone un esemplare di vita familiare, anzi di vita in comune, non modellato sui criteri del benessere economico o del prestigio sociale ma sui valori che scaturiscono dalla fede in Dio. Il modello proposto, poi, trascende i limiti della famiglia come istituzione umana per proiettarsi sui rapporti interpersonali che intercorrono tra gli esseri umani nella vita sociale, nella Chiesa, in ogni singola comunità. La casa di Nazaret è una scuola di vita in comune valida per tutti i tempi e per tutte le culture.

 

lunedì 26 dicembre 2022

IL VATICANO II E L’ARCHITETTURA SACRA

 



 

Fernando López-Arias, El Concilio Vaticano II y la arquitectura sagrada. Origen y evolución de unos principios programáticos (1947-1970) (Bibliotheca “Ephemerides Liturgicae” – “Subsidia” 199), CLV Edizioni Liturgiche, Roma 2021. 430 pp. (€ 45,00).

 

Gli ultimi 60 anni sono stati testimoni di un cambiamento generale nella forma dell'edificio di culto cattolico in tutto il mondo. Questa trasformazione viene solitamente attribuita all'evento più significativo della Chiesa del secolo scorso: il Concilio Vaticano II (1962 1965). La nostra ricerca vuole avvicinarsi all'evento conciliare dal punto di vista del luogo di culto cercando di rispondere ad alcune domande a proposito delle quali si è scritto e detto molto negli ultimi decenni. Il Concilio ha avuto un’idea concreta di come dovrebbero essere le chiese? Intendeva che gli edifici di culto fossero costruiti in un certo modo? Nelle pagine di questa monografia ci concentreremo sul momento che consideriamo chiave di questo processo: il periodo tra il 1947 e il 1970, delimitato dall'enciclica Mediator Dei di Pio XII (1947) e dal Messale di Paolo VI (1970). La ricerca adotta un approccio multidisciplinare, considerando aspetti di natura storica, teologica, liturgica e artistica. La novità più rilevante di questo studio consiste nel lavorare direttamente con fondi d'archivio, molti dei quali inediti, che ci permetteranno di ricostruire l'iter di redazione dei principali documenti della Chiesa che saranno sottoposti al nostro esame. Un altro valore aggiunto è aver contato sulla preziosa testimonianza orale di alcuni dei protagonisti diretti di questa cronaca. In questo modo racconteremo una storia finora in gran parte sconosciuta, essendo in grado così di rispondere con rigorosità alla domanda sulla chiesa - edificio “che voleva il Vaticano II”.

 

(Quarta di copertina)

venerdì 23 dicembre 2022

NATALE DEL SIGNORE – 25 Dicembre 2022 Messa del giorno

 




 

Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18

 

Nel Natale di Cristo, la Chiesa ci invita a lodare con le parole profetiche del salmo 97 il Signore che ha compiuto prodigi e ha manifestato la sua salvezza e il suo amore per la casa d’Israele. Nel bambino di Betlemme questa salvezza si è manifestata, non solo ad Israele, ma a tutti gli uomini e donne della terra che possono ormai contemplarla e accoglierla. L’ingresso del Salvatore nel mondo e nella storia provoca un sussulto di felicità in tutti e in tutto. La gioia del Natale però sarebbe superficiale se non fosse fondata sulla contemplazione del mistero natalizio alla luce della fede. Ecco perché in questa messa del giorno siamo invitati a contemplare, guidati dalla parola di Dio, le profondità di questo mistero.

 

La prima lettura riporta un brano del Secondo Isaia, l’anonimo annunziatore del ritorno di Israele dall’esilio di Babilonia. Il profeta parla di un messaggero che annunzia pace, felicità, salvezza. Questa missione, nel Nuovo Testamento, Gesù l’attribuirà a se stesso (cf. Lc 4,43). La seconda lettura conferma che Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio. La lettura evangelica è presa dal grandioso prologo al vangelo di Giovanni. Vale la pena di concentrare la nostra attenzione su questo sublime brano. Giovanni annunzia che il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi; ma al tempo stesso annunzia che tutti coloro che accolgono questo bambino, il Figlio di Dio fatto carne, ricevono anch’essi il potere di diventare figli di Dio. In Cristo ci viene offerta la possibilità di una nuova origine, non più fondata sul sangue e sulla carne, ma su Dio stesso. Il mistero del Natale riguarda quindi anche noi. Il mistero di un Dio fatto uomo ci immerge nel mistero dell’uomo che diventa figlio di Dio. Si tratta di quel “misterioso scambio” di cui parla il III prefazio di Natale: il Verbo di Dio assume la nostra natura umana nella sua debolezza e fragilità, e noi, uniti a lui in comunione mirabile, condividiamo la sua vita immortale (cf. anche la preghiera dopo la comunione). La stessa dottrina esprime san Paolo in un brano che viene proposto oggi alla nostra attenzione: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Primi vespri, lettura breve - Gal 4,4-5). Nel Natale noi contempliamo gli inizi della nostra salvezza. L’antifona alla comunione, annuncia profeticamente questo evento quando dice: “tutti i confini della terra hanno veduto la salvezza del nostro Dio” (cf. Sal 97,3).

 

Il grande padre della Chiesa romana, san Leone Magno, contemplando il mistero dell’Incarnazione, esclama: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna” (Ufficio delle letture, seconda lettura). Questa stessa esortazione è implicita nel testo del prologo di Giovanni quando si dice che a colui che accoglie il Figlio di Dio fatto carne, viene dato potere di “diventare” figlio di Dio: la nostra identità di figli di Dio è inserita dentro un processo dinamico che si apre ad una crescita progressiva e senza sosta e ci conduce verso gli spazi della vita divina.

 

L’eucaristia che oggi celebriamo è per eccellenza il sacrificio della nuova alleanza, il rito della nuova umanità, che ci introduce progressivamente alla partecipazione della vita divina. Celebrare in Natale significa celebrare l’umanità come luogo in cui il divino trova la sua massima manifestazione 

 

 

domenica 18 dicembre 2022

L’ORIENTAMENTO NELLA CELEBRAZIONE

 



Quando ci parla dell’orientamento versus populum nella celebrazione liturgica, in particolare nella celebrazione eucaristica, si afferma tal volta che si tratta di una novità nata con la riforma liturgica promossa dal Vaticano II. Ci sono invece delle testimonianze secondo cui questo argomento è stato oggetto di attenzione molti anni prima. Ecco un testo in qualche modo “profetico”:  

“Certi segni fanno intravedere che, nella Chiesa futura, il prete si terrà come un tempo dietro l’altare e celebrerà col viso volto verso il popolo, come si fa ancora oggi in certe basiliche romane; l’augurio, che si solleva dappertutto, di veder più chiaramente espressa la comunione al tavolo eucaristico, sembra esigere questa soluzione”.

Questo testo è stato redatto nel 1949 da Theodor Klauser e da un gruppo di esperti su incarico della Commissione per la liturgia dell’Episcopato tedesco, e pubblicato a stampa in numerose edizioni successive (vedi, ad esempio: T. Klauser, Richtlinien für die Gestaltung des Gotteshauses aus dem Geist der römischen Liturgie, Aschendorff, Münster 1954)