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venerdì 3 novembre 2023

DOMENICA XXXI DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) - 5 Novembre 2023

 



 

 

Ml 1,14-2,2.8-10; Sal 130; 1Ts 2,7b-9.13; Mt 23,1-12

 

         

La prima lettura () riporta un richiamo accorato e minaccioso del profeta Malachia contro i sacerdoti del tempio di Gerusalemme del suo tempo, i quali non sono zelanti dell’amore di Dio, non osservano la sua legge ed agiscono con perfidia. La vita di quei sacerdoti dell’Antico Testamento era in stridente contrasto con il loro compito, anzi lo annullava del tutto. Il brano evangelico racconta che Gesù ha lo stesso atteggiamento con gli scribi ed i farisei, che pur essendo maestri della legge in Israele non sono coerenti tra quanto dicono e fanno. Impongono sugli altri pesanti fardelli che essi non portano minimamente, amano essere ammirati dalla gente ed essere chiamati maestro. E proprio Egli, Gesù l’unico nostro vero Maestro, si presenta ai suoi discepoli come colui che ha dato esempio, diventando il loro servo. San Paolo nella seconda lettura, dopo aver affermato di essere disposto a dare la sua stessa vita per amore dei fratelli, ricorda che egli ha lavorato notte e giorno per non essere di peso ad alcuno. In questo contesto di dedizione e di sacrificio personale dell’apostolo, i tessalonicesi possono veramente fare l’esperienza di una parola che non è più “parola di uomini” ma “parola di Dio”. San Paolo imita l’atteggiamento affettuoso di Dio, di cui parla il salmo responsoriale, nei riguardi della comunità, che ha generato alla fede, e che considera quasi come creatura da lui partorita (cfr. Gal 4,19).

 

Con il battesimo tutti siamo diventati corpo sacerdotale di Cristo, tutti siamo chiamati ad annunciare le meravigliose opere di Dio, e quindi le dure parole della Bibbia che abbiamo ascoltato oggi sono dirette a tutti indistintamente affinché la vita di ciascuno non diventi una controtestimonianza ma sia coerente. L’insidia dell’ipocrisia e del fariseismo minaccia continuamente ogni esperienza religiosa, compresa l’esperienza cristiana. La logica della vita cristiana richiede che non ci sia una frattura tra fede e vita, tra parola e azione; l’autenticità cristiana passa attraverso il costante superamento di questa dicotomia che tenta sempre di annidarsi nelle più diverse pieghe dell’agire umano. Recuperare l’unità coerente e interiore della fede e del comportamento è l’esigenza proclamata dal vangelo di questa domenica. Possiamo quindi domandarci: siamo impegnati a testimoniare con sincerità l’autentico messaggio di Cristo? La nostra testimonianza di fede cristiana si riduce a vuote parole o è in coerenza con la nostra vita?

mercoledì 1 novembre 2023

BREVE RIFLESSIONE SULLA MORTE

 



 

Come scriveva Seneca, bisogna “imparare a vivere finché si vive” (La brevità della vita VII, 3). E un grande cristiano Dietrich Bonhoeffer dirà che “l’uomo comprende veramente sé stesso solo a partire dal proprio limite”. Questa verità ci impone di leggere la nostra vita come segnata da un inizio e da una fine. Assumere il proprio limite vuol dire imparare a discernere le sue diverse forme ed espressioni riconoscendolo come tale, in relazione alla propria storia e ai propri vissuti esperienziali, e in questo modo si potranno trovare le strategie per renderlo terreno fecondo e per farne momento di crescita. Il limite è costitutivo della persona umana. Per l’uomo e la donna d’oggi, una delle espressioni più tipiche della difficoltà a raggiungere il senso di sé sembra essere la non accettazione del proprio limite.

 

Per il cristiano la morte è una nuova nascita: come il feto, attraverso una crisi formidabile, viene espulso dal grembo materno nel mondo, così la persona umana attraverso l’evento drammatico della morte viene espulso dal grembo di questa terra per un mondo nuovo più vasto e misterioso che è il mondo di Dio. Con la morte cadono tutti i limiti della nostra condizione terrena per essere liberi pienamente e definitivamente nella totalità della nostra esperienza, portando con noi la nostra storia che troveremo in Dio. Il mistero della morte, che si è compiuto nei nostri congiunti, ci invita ad approfondire il senso della vita da cui la morte ricava significato. Tutti abbiamo bisogno di un qualche punto di riferimento o, detto in altre parole, nessuno può vivere senza ideali. Alla luce di questi ideali cerchiamo di dare un senso alla vita. Per il credente il vangelo rappresenta l’ideale a cui far riferimento. La vita presente prepara quella futura e definitiva. Nell’aldilà ritroveremo ciò che abbiamo seminato qui. Il pensiero della morte è salutare quando ci incoraggia ad una vita vissuta consapevolmente, quando ci aiuta a non disperdere il dono di Dio che è in noi. 

 

 

lunedì 30 ottobre 2023

TUTTI I SANTI – 1 Novembre 2023

 



 

 

Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a

 

Nella festa di tutti i Santi, siamo invitati a contemplare l’assemblea festosa dei nostri fratelli che glorifica in eterno il Padre e, al tempo stesso, a prendere coscienza che anche noi siamo in cammino verso la casa del Padre. Nel nostro pellegrinaggio sulla terra, Dio ci ha dato come “amici e modelli di vita” i santi (prefazio).

 

Nelle letture bibliche e nelle preghiere della Messa di questa solennità possiamo cogliere alcuni temi che illustrano diversi aspetti della santità. La prima lettura, tratta dall’Apocalisse, ci offre lo spettacolo della Gerusalemme celeste, popolata dagli eletti: si tratta di una “moltitudine immensa… di ogni nazione, tribù, popolo e lingua” che sta “in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello”. Questa moltitudine di eletti è indicata dal testo in “centoquarantaquattromila”, dodici volte dodici moltiplicato per mille, un numero simbolico che esprime pienezza. Il regno di Dio non è a numero chiuso, ma aperto a quanti accettano di purificare i loro peccati nel sangue dell’Agnello. La santità non è impresa per pochi eroi, ma tutti nella Chiesa siamo chiamati ad una vita santa, secondo il detto dell’Apostolo: “questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” (1Ts 4,3). Tutti i fedeli di qualsiasi stato e grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità, “la pienezza dell’amore” (preghiera dopo la comunione). Ciascuno di noi è chiamato a diventare santo, cioè a realizzare in pieno la sua vocazione cristiana.

 

Il traguardo della santità è per tutti perché tutti siamo stati oggetto dell’amore di Dio. Infatti, la santità è anzitutto un dono che procede dal “Padre, unica fonte di ogni santità” (preghiera dopo la comunione). San Giovanni, nella seconda lettura, esalta il grande amore che ci ha dato il Padre fino a poter essere chiamati figli di Dio. Ecco, quindi, che il progetto del Padre è che noi siamo simili all’immagine del Figlio suo Gesù Cristo. La vicenda della santità, la cui radice è la filiazione divina, comprende per Giovanni due tappe, essendo progressiva: lo stadio iniziale, realizzato fin dagli inizi della vita cristiana, e il compimento futuro nella perfetta rassomiglianza col Figlio di Dio, quando “saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.

 

È santo quindi colui che assomiglia al Figlio di Dio. In questo contesto, le beatitudini proposte dal brano evangelico possono essere lette come il ritratto perfetto di Gesù Cristo. Egli ha vissuto l’ideale delle beatitudini e in lui uomo tutte le promesse di Dio si sono realizzate. Non siamo quindi di fronte a una pura utopia, ma a un programma di vita possibile per ogni discepolo di Gesù, che ha detto: “Imparate da me…” (Mt 11,29). Dietro ad ogni singola beatitudine si può cogliere l’identità di Cristo, uomo nuovo, che noi tutti siamo chiamati a seguire e a imitare.

 

Un nuovo interesse per la santità riaffiora nel nostro tempo. Ci si chiede come poter esprimere una profezia che parli attraverso l’autenticità della vita. Pur nella diffusa scristianizzazione, c’è una sete ardente di spiritualità. Per noi cristiani la santità è una condizione di esistenza che deriva dal rapporto con Dio, anzi è dono di Dio che ci accoglie come figli nel Figlio.

 

L’Eucaristia è la prefigurazione e l’anticipo del festoso banchetto del cielo. Essa è quindi anche un viatico cioè una provvista da viaggio. È come il pane che fortificò Elia  lungo il sentiero del deserto verso il monte di Dio.

 

venerdì 27 ottobre 2023

DOMENICA XXX DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 29 Ottobre 2023

 


 

Es 22,20-26; Sal 17; 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40

 

 

Se vogliamo sintetizzare le prescrizioni del brano dell’Esodo, riportate dalla prima lettura, possiamo dire che Dio si prende cura con molto amore e tenerezza del povero e del debole ed ascolta i loro giusti lamenti. Ecco perché il Signore condanna lo sfruttamento e l’oppressione delle persone deboli e indifese, e ricorda che il valore della persona è sempre superiore alle cose.

 

Nel brano del vangelo d’oggi alla domanda di un dottore della legge su quali sia il più grande comandamento della legge, Gesù risponde: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore...” Ma aggiunge subito dopo: “Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso”. E conclude affermando che da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti. Gesù parla quindi dell’amore come dimensione globale dell’esistenza, di un amore che abbraccia appunto tutta l’esistenza ed è proiettato in modo inseparabile verso Dio e verso i nostri simili. Questa unità dei due comandamenti non comporta certamente la loro totale identificazione, ma significa che essi sono intrinsecamente associati e interconnessi. Noi siamo tentati di scindere le due cose, dando talvolta il primato a Dio e trascurando il prossimo. Il messaggio evangelico invece ci invita a coniugare i due amori, anzi ad unirli in modo che diventino una medesima esperienza di vita. L’esperienza dell’amore di Dio deve passare attraverso l’amore del prossimo, e viceversa. Questa sintesi è la vera novità cristiana in rapporto al messaggio dell’Antico Testamento. Per il cristianesimo la legge dell’amore diventa la suprema norma a cui tutto va orientato e da cui tutto si fa dipendere.

 

Se Dio ama la creatura umana, chiunque voglia amare Dio deve collocarsi sulla sua stessa lunghezza d’onda, deve amare anche i suoi simili. D’altra parte, come la creatura umana è unitaria, così le sue scelte di fede e di amore devono essere realtà unitarie. Sulla stessa linea, san Paolo nella seconda lettura ci ricorda che accogliere la parola di Dio significa abbandonare ogni idolatria per diventare seguaci, imitatori di Cristo e testimoni della sua carità.

 

L’amore è fatto non solo di parole, ma di cose concrete, di attenzione e sensibilità verso l’altro, soprattutto se questo è in condizione di debolezza ed è indifeso e proprio per questo, esposto maggiormente all’ingiustizia, allo sfruttamento e alla povertà.

 

L’eucaristia a cui partecipiamo è memoriale del sacrificio di Cristo, ed è quindi segno concreto ed espressivo nel segno sacramentale di un Dio che ci ama: “Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore” (antifona alla comunione - Ef 5,2).

 

domenica 22 ottobre 2023

RIVALUTAZIONE DELLA RITUALITÀ NEL PROTESTANTESIMO

 



 

Il rito è legato a un fare, a un'azione che la liturgia rappresenta, espone e richiede i movimenti del nostro corpo. La liturgia è anche linguaggio del nostro corpo; è un'affermazione che trova ancora difficoltà ad essere consapevolmente assunta nella dimensione liturgica protestante.

 

Parola e rito. gesti e simboli, partecipano tutti alla costruzione di un ordine di senso nell'ambito liturgico. È noto che il linguaggio rituale si situa lungo un'asse pragmatico più che semantico; funziona al livello dei significanti e delle figure che esso forma, e non in primo luogo, al livello dei significati e dei “contenuti” “ideali”. La legge fondamentale della liturgia, come ricorda Chauvet è: “Non dite ciò che fate, fate ciò che dite”. Tanto più, dunque, è necessario che la comunità sappia ciò che sta facendo! In questa prospettiva una lettura protestante del rito richiede un’integrazione non secondaria: “Fate ciò che dite… ma capite ciò che fate!”. Il capire ciò che si fa tiene aperta la dimensione ermeneutica del fare e combatte i rischi insiti nella ripetitività rituale che funziona anche senza l’intelligibilità.

 

Il rito è però anche sempre legato a un sistema di valori, a un “plusvalore simbolico” (W. Jetter) che lo rende strumento di integrazione simbolica. Il rito stabilisce il confine tra appartenenza e non appartenenza; nell’ambito del culto cristiano il rito partecipa alla costruzione delle “notae ecclesiae” in quanto rende visibile la comunità di fede (Gv 17,16). In questo processo di integrazione comunitaria a cui partecipa il rito, si struttura anche l’io del singolo credente in un processo di autoidentificazione, di rassicurazione e di protezione. Ma perché non nascano delle false sicurezze, anche questo “plusvalore simbolico” del rito ha bisogno di essere costantemente interrogato dalla dimensione della parola.

 

 

Fonte: Ermanno Genre, Il culto cristiano. Una prospettiva protestante (Piccola Biblioteca Teologica 66), Claudiana, Torino 20222, pp. 163-164 (non sono riportate le note)..

 

 

venerdì 20 ottobre 2023

DOMENICA XXIX DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 22 Ottobre 2023

 



 

 

Is 45,1.4-6; Sal 95; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21

 

Dio ha scelto l’imperatore persiano Ciro il Grande per far ritornare gli Ebrei in patria (cf. prima lettura) ridando in questo modo libertà e dignità al popolo di Dio. Il re persiano Ciro, che era un despota e non conosceva il vero Dio, diventa in questo modo strumento della misericordia del Signore. Il profeta intende dimostrare che Dio è presente e agisce nella storia, facendo notare come operi in e per mezzo di persone che vivono al di fuori del suo popolo. Ciò ci insegna che Dio è alla guida della storia e sceglie con libertà le vie e i mezzi più opportuni per realizzare il suo progetto. In questo modo il profeta fa una interpretazione della storia alla luce della fede.

 

La fede però, pur avendo il diritto di contemplare l’intervento di Dio nella storia e di dare la propria valutazione dei fatti, non può per questo negare o sottovalutare la responsabilità e i compiti che spettano a ciascuno di noi. Nel vangelo d’oggi ce lo ricorda Gesù con la sua famosa affermazione: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, l’unico pronunciamento ‘politico’ esplicito di Gesù. Poche sentenze del Vangelo hanno avuto la fortuna di questa che ci viene oggi ricordata. Non sempre però è stata capita in modo giusto. Gesù, nella risposta al tranello che gli tendono i farisei e gli erodiani, non si schiera né con la reazione né con la rivoluzione. Un “sì” o un “no” sulla legittimità di pagare il tributo a Cesare poteva essere un valido pretesto per screditare Gesù presso l’autorità politica o presso quella religiosa su un tema molto dibattuto. Nella sua risposta, Gesù riconosce il potere romano come dominazione di fatto, anche se non entra in merito alla sua legittimità o meno. La risposta di Gesù suppone implicitamente che quando un cittadino paga le tasse non per questo sottrae qualcosa a Dio; anzi, proprio operando in questo modo egli obbedisce a Dio. Infatti, della volontà divina fa parte anche l’ordine economico, sociale, politico che è chiamato a governare secondo giustizia i rapporti tra gli uomini. Insomma, Dio e la politica si collocano su livelli diversi di esperienza, ma non si tratta di livelli contrapposti. Ciò non toglie la possibilità di conflitti che l’esperienza storica mostrerà ben frequenti. È compito di ogni credente discernere se un tipo di obbedienza richiestogli si collochi coerentemente entro la sua obbedienza a Dio oppure no. La persona umana non è un “animale” meramente politico, così come non è un “animale” meramente religioso. Le due dimensioni devono stare insieme per raggiungere i loro fini propri a beneficio della stessa persona umana, che è un essere indivisibile.

 

In ogni caso, non si può relegare Dio entro una sfera puramente interiore, tentazione frequente nei nostri giorni. Il cristiano deve far emergere nella sua vita personale e nei suoi rapporti con gli altri i valori in cui crede: la fede operosa, la carità matura e la speranza costante in Gesù Cristo. Così insegna san Paolo ai cristiani di Tessalonica (cf. seconda lettura). Come preghiamo nell’orazione colletta della Messa, dobbiamo sempre e in ogni circostanza servire il Signore “con cuore sincero”.




domenica 15 ottobre 2023

LITURGIE RIFORMATE: UN CANTIERE APERTO

 



Nel 1999, a cura del Moderamen del Reformierter Bund tedesco, è stato pubblicato un ampio e bel volume dal titolo Reformierte Liturgie. Gebete und Ordnungen für die unter dem Wort versammelte Gemeinde, sotto la direzione di Peter Bukowski. Può essere interessante sottolineare il fatto che si senta il bisogno, in occasione di questa nuova edizione della liturgia, dopo quella del 1983, di dire che si tratta di un “libro non-polemico”, un testo ecumenicamente aperto, e che cerca al tempo stesso un equilibrio fra sensibilità diverse nell'ambito riformato. Nell'introduzione si afferma di aver voluto accettare la sfida di un testo liturgico che ha cercato di mantenere un equilibrio tra la capacità di raggiungere un consenso e un'attitudine che vorrebbe affermare una propria posizione. L'uso della parola equilibrio significa - per fare un esempio concreto - che in questa liturgia si è dato spazio e si è tematizzato non soltanto la relazione d'amore tra uomo e donna, ma si è voluto dare spazio, nella preghiera di intercessione, anche alla relazione d’amore omosessuale. Non si è ritenuto però, proprio per non compromettere il consenso delle chiese, il dover introdurre una formula liturgica di benedizione di una coppia omosessuale, anche se alcune chiese sono entrate in questa ottica. Un ulteriore segno di innovazione di questa liturgia è la riformulazione della relazione tra ebrei e cristiani; si riconosce anche da un punto di vista liturgico, “una particolare colpa [Schuld] delle chiese tedesche verso gli ebrei”.

 

Fonte: Ermanno Genre, Il culto cristiano. Una prospettiva protestante (Piccola Biblioteca Teologica 66), Claudiana, Torino 20222, p. 42.