1Sam 16,1b.6-7.10-13; Sal 22 (23); Ef 5,8-14; Gv
9,1-41
Gesù
e i discepoli incontrano un uomo cieco, ma lo guardano con occhi molto diversi.
I discepoli, seguendo la mentalità del tempo, vedono in lui un uomo punito per
i suoi peccati, mentre Gesù vede nella malattia di quell’uomo una occasione
perché si manifesti l’azione salvifica di Dio. Stessa persona, sguardo
diametralmente opposto. Chi vediamo vedendo un malato? Che cosa vediamo nella
sofferenza dell’altro o dell’altra? Lo sguardo colpevolizzante dei discepoli si
oppone allo sguardo di solidarietà di Gesù.
Il
racconto della guarigione del cieco nato operata da Gesù è un miracolo in due
tempi caratterizzati da due incontri dell’uomo cieco con Gesù: nel primo
incontro Gesù, dopo aver spalmato del fango sugli occhi del cieco, lo invia a
lavarsi alla piscina di Siloe. Quegli va, si lava e torna che ci vede. L’uomo
ormai guarito della cecità ha un secondo incontro con Gesù. Questo nuovo
incontro è collocato alla fine di un itinerario di prove e di incomprensioni
che porta il nostro uomo a riscoprire un’altra luce, quella di Cristo che egli
esprime con la professione di fede: “Credo, Signore”, e con il gesto
dell’adorazione: “E si prostrò dinanzi a lui”. Nel racconto di san Giovanni, il
dono della vista del corpo è simbolo del dono della fede. Notiamo che nei due casi
è Gesù che ha l’iniziativa: è lui che, passando, vede il cieco; ed è ancora lui
che, avendo saputo che era stato cacciato dai farisei, lo incontra per guidarlo
alla fede.
Il
racconto della guarigione miracolosa del cieco nato, ci fa capire che la fede è
un itinerario. Il cieco, come il catecumeno, arriverà ad essa per tappe. Il
progressivo avvicinarsi del cieco alla luce è in parallelo contrasto con la
progressiva cecità dei farisei. Il cieco dichiara di non sapere chi sia Gesù
(v. 25). I farisei invece dichiarano di sapere che Gesù “non viene da Dio” (v.
16), anzi affermano che è un peccatore: è questa pretesa di sapere che
giustifica il duro giudizio nei loro confronti (v. 41). I farisei presumono di
sé, sono chiusi nella loro verità, credono di avere già la luce: per questo non
sono aperti alla novità di Gesù.
Come
il cieco del racconto, possiamo e dobbiamo approfondire sempre di più il nostro
incontro con Cristo. Si tratta di un itinerario impegnativo. Confessare la
propria adesione a Cristo può comportare l’opposizione del mondo, come nel caso
del cieco nato, che non viene difeso neppure dai suoi parenti ed è escluso
dalla comunità. Questo itinerario laborioso e impegnativo lo si compie guidati
dallo stesso Cristo che, per primo, si rivela a noi. Illuminati dalla luce che
è Cristo, la nostra esistenza diventa luminosa e siamo capaci di interpretare
le vicende della vita con gli occhi della fede. L’eucaristia a cui partecipiamo
è “mistero della fede”. Il cammino di fede iniziato nel battesimo ci conduce
all’eucaristia, come al suo termine logico. È nell’eucaristia che viviamo in
pienezza il nostro incontro con Cristo e con i fratelli.
