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domenica 8 marzo 2026

LA NOBILE SEMPLICITÀ (SC, n. 34)

 



 

La nobiltà esprime il senso del rispetto dell’uomo nei confronti del divino, che si disvela nell’esperienza rituale. Quando quella è, invece, nell’ordine della sciatteria o della pomposità esteriore, non viene colta nella sua essenzialità, che è appunto il rimando all’Altro.

Se, da una parte, “il rito esprime, a livello fenomenologico una logica dell’attesa, dell’indugiare, del ‘l’asciar essere gli esseri’, in quanto concede una dilazione al mondo, trattenendo il tempo”, dall’altra, però, l’uomo vive e gestisce il proprio tempo, che è sempre limitato, e non gli è permesso quindi di abusarne.

La brevità, che nelle orazioni latine era garantita dal cursus e dalla concinnitas o armonia del periodo, esprime un’altra caratteristica essenziale della simbolicità. Se quest’ultima, infatti, è un “mettere insieme”, allora l’esperienza liturgica deve possedere i connotati della concentrazione, cioè dell’intensità dell’esperienza, e perciò del gusto, del pathos, senza lungaggini e inutili stiracchiature.

Si può allora affermare che la vera bellezza è il gusto dell’amore salvifico: “Li amò sino alla fine… Prese il pane”. Per questo il gesto è bello. La Chiesa, nel ripetere il gesto di Cristo, lo trova bello perché riconosce nel gesto l’amore del suo Signore. Il senso estetico, il senso del bello nella liturgia non dipende in primo luogo dall’arte, ma dall’amore. In quest’ottica si comprende ancora meglio il riferimento di SC alla nobile semplicità, indice della “verità” dell’amore con cui si celebra.

 

Fonte: Gianni Cavagnoli, Bellezza e stupore dell’evento liturgico, Centro eucaristico, Ponteranica 2025, pp. 104-105 (senza le note a piè pagina).