La nobiltà esprime il senso
del rispetto dell’uomo nei confronti del divino, che si disvela nell’esperienza
rituale. Quando quella è, invece, nell’ordine della sciatteria o della
pomposità esteriore, non viene colta nella sua essenzialità, che è appunto il rimando
all’Altro.
Se, da una parte, “il rito
esprime, a livello fenomenologico una logica dell’attesa, dell’indugiare, del ‘l’asciar
essere gli esseri’, in quanto concede una dilazione al mondo, trattenendo il tempo”,
dall’altra, però, l’uomo vive e gestisce il proprio tempo, che è sempre limitato,
e non gli è permesso quindi di abusarne.
La brevità, che nelle
orazioni latine era garantita dal cursus e dalla concinnitas o
armonia del periodo, esprime un’altra caratteristica essenziale della simbolicità.
Se quest’ultima, infatti, è un “mettere insieme”, allora l’esperienza liturgica
deve possedere i connotati della concentrazione, cioè dell’intensità
dell’esperienza, e perciò del gusto, del pathos, senza lungaggini e
inutili stiracchiature.
Si può allora affermare che la
vera bellezza è il gusto dell’amore salvifico: “Li amò sino alla fine… Prese il
pane”. Per questo il gesto è bello. La Chiesa, nel ripetere il gesto di Cristo,
lo trova bello perché riconosce nel gesto l’amore del suo Signore. Il
senso estetico, il senso del bello nella liturgia non dipende in primo luogo
dall’arte, ma dall’amore. In quest’ottica si comprende ancora meglio il
riferimento di SC alla nobile semplicità, indice della “verità” dell’amore con
cui si celebra.
Fonte: Gianni Cavagnoli, Bellezza
e stupore dell’evento liturgico, Centro eucaristico, Ponteranica 2025, pp.
104-105 (senza le note a piè pagina).