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lunedì 13 settembre 2021

NUVO PRESIDENTE DEL PONTIFICIO COMITATO PER I CONGRESSI EUCARISTICI INTERNAZIONALI




Il Santo Padre ha nominato Presidente del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali il Rev.mo P. Corrado Maggioni, S.M.M., finora Sotto-Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Auguriamo al nuovo Presidente un buon lavoro.


domenica 12 settembre 2021

DIGIUNO E ASTINENZA

 



 

Claudio Ferlan, Venerdì pesce. Digiuno e cristianesimo (Intersezioni 555), Il Mulino, Bologna 2021. 192 pp. (€ 15,00).

 

Mangiare e non mangiare, cosa mangiare e cosa non mangiare, sono problemi che accompagnano tutta la storia del cristianesimo (e non solo). Digiuno e astinenza sono pratiche che affrancano lo spirito degli appetiti corporali e avvicinano a Dio. Papi, cardinali, vescovi, teologi, canonisti hanno dunque scritto, predicato e sentenziato sul mangiare, ma spesso in maniera contraddittoria, perché il concetto stesso di cibo cambia nel tempo e nei luoghi. Astenersi dalla carne, bere: ma l’iguana è carne o pesce?

E la vipera? E il cocomero è un cibo, ed è dunque proibito nel digiuno, oppure una bevanda? E il cioccolato? E sarà lecito annusare gli effluvi di una carne che viene cucinata? Nella confusione, i credenti si sono comportati seguendo la necessità, la coscienza, l’appetito. Una storia da meditare, oggi che il comandamento del digiuno e dell’astinenza è vitale più che mai, seppure in una dimensione non più religiosa, nella nostra società

(Testo nel risvolto).

venerdì 10 settembre 2021

DOMENICA XXIV DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 12 Settembre 2021

 



 

Is 50,5-9°; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

 

Il messaggio di questa domenica lo possiamo riassumere con le parole di san Paolo, riproposte dal canto al Vangelo: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (cf. Gal 6,14). Ciò che per l’apostolo Paolo è un motivo di vanto e di gloria, è stato un tempo per san Pietro motivo di scandalo. Infatti, nel brano evangelico odierno vediamo come dinanzi alle parole di Gesù che annuncia il destino di sofferenza e di morte che lo attende, Pietro non accetta che questa sia la sorte del Messia e cerca in ogni modo di dissuaderlo dall’abbracciare questo cammino di croce. Quante volte anche noi siamo dalla parte di Pietro con i nostri criteri e con le nostre valutazioni! Infatti siamo inclini a pensare che il successo escluda la sofferenza. Gesù invece propone una visione dell’esistenza molto diversa, anzi sconcertante, in cui morte e vita, sconfitta e vittoria vanno misteriosamente insieme.

 

Anche la prima lettura propone lo sconcertante cammino della croce. Il profeta Isaia parla di un misterioso personaggio, il “Servo di Dio”, incrollabilmente fedele alla sua vocazione e alla sua missione nonostante le persecuzioni e gli oltraggi, figura profetica che annuncia Gesù. Questo personaggio, oggetto di persecuzione e umiliazione, risponde con la fermezza e la sicurezza di chi è sicuro della vittoria: “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato”. I criteri con i cui noi misuriamo la riuscita di una vita devono cedere di fronte al criterio primo e assoluto: il misterioso disegno di Dio su di noi. E’ quello che Gesù ricorda a san Pietro: “tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

 

In modo simile, nella seconda lettura l’apostolo Giacomo parlando di una fede operosa ci ricorda che il regno di Dio non giunge nel clamore nel trionfalismo, ma nel sacrificio, nella dedizione, nella fedeltà quotidiana ai propri doveri, nella disponibilità a donare la propria vita per gli altri. E quanto insegna Gesù, rivolgendosi a tutti coloro che vogliono far strada con lui: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Ma poi egli aggiunge: “chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”. Parole che, nella loro paradossalità, hanno un significato assai netto: chi vuole essere realmente discepolo di Gesù deve smettere di considerare se stesso come misura di ogni cosa; deve rinunciare a difendersi e accettare di portare lo strumento della propria condanna a morte; deve uscire dai meccanismi di autogiustificazione e abbandonarsi totalmente al Signore. Se accettiamo di condividere la scelta di fedeltà estrema del nostro Maestro e Signore parteciperemo anche alla sua vittoria finale sulla morte. 

 

domenica 5 settembre 2021

IL SILENZIO E LA PAROLA

 



 

La solitudine si distingue dall’isolamento, come il silenzio si distingue dal mutismo. Nel mutismo si diviene monadi dalle porte e dalle finestre chiuse, non si ha nulla da dire, non si hanno parole, e nemmeno emozioni, da comunicare agli altri, e non se ne ha il desiderio. Il silenzio ha invece un suo linguaggio, che dovremmo sapere ascoltare e interpretare, anche se non è facile coglierne gli orizzonti di senso. Sono molte le radici del silenzio: quella che nasce dal desiderio di una parola che non arriva, quella che dice la nostra tristezza, o la nostra angoscia, le nostre attese inespresse, i nostri timori, e le nostre speranze. Sono molti i modi con cui il silenzio e la parola si intrecciano. C’è il silenzio che rende viva la parola, dilatandone le emozioni; c’è il silenzio che si sostituisce alla parola nel dire la gioia e il dolore, la speranza e la disperazione; c’è il silenzio del cuore che nasce dagli abissi dell’interiorità, e che testimonia della condizione umana, ma c’è anche il silenzio che si chiude in se stesso, e non sa ridestare risonanze emozionali. Ogni silenzio ha un suo linguaggio che in psichiatria ma anche nella vita di ogni giorno, dovremmo saper analizzare e decifrare nei suoi significati, senza interromperlo con parole leggere e dissonanti. Quante volte […] non si tollera il silenzio, non si sa accoglierlo nel suo mistero.

 

Eugenio Borgna, In dialogo con la solitudine (Vele 180), Giulio Einaudi Editore, Torino 2021, pp. 23-24.

venerdì 3 settembre 2021

DOMENICA XXIII DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 05 Settembre 2021

 



 

Is 35,4-7°; Sal 145; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

 

Il messaggio racchiuso nelle letture bibliche odierne può essere riassunto con le parole della lettera di san Giacomo, ascoltate alla fine della seconda lettura: “Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?”

In un momento in cui i figli d’Israele in esilio si sentivano dimenticati da Dio, oppressi dal potere straniero e abbandonati alla loro sfortuna, Isaia (cf. prima lettura) rivolge ad essi parole di speranza: “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio […] viene a salvarvi”. E tra le opere meravigliose di Dio che viene a salvare, il profeta include: “si schiuderanno gli orecchi dei sordi”. Queste promesse di salvezza si compiranno pienamente solo con l’avvento di Gesù Cristo. Egli stesso si è riferito a questo passaggio di Is 35 per spiegare la sua missione ai discepoli inviati da Giovanni Battista (cf. Mt 11,4-6). La guarigione del sordomuto, di cui parla il brano evangelico odierno è uno dei segni con i quali Gesù si manifesta alle folle come colui che adempie gli annunci di Isaia e degli altri profeti. Notiamo i dettagli del racconto: Gesù prende il sordomuto in disparte, gli pone le dita negli orecchi e con la saliva gli tocca la lingua; poi, teso verso il cielo, emette un sospiro e dice: “Effatà”, cioè “Apriti”. I gesti compiuti da Gesù assumono qui un ruolo sacramentale, indicano e vogliono produrre quella salvezza che è dono del cielo, è annuncio di quanto avverrà ai discepoli, sui quali verrà pronunciata quella parola “Effatà”. Marco si premura subito di tradurla per farci capire che Gesù non è un mago che pronuncia parole strane, ma è portatore di salvezza. La guarigione non passa attraverso gesti strani, esoterici, magici, ma semplicemente attraverso un contatto che esprime la compassione, l’amore, la tenerezza di Dio verso colui che soffre. L’evangelista conclude il racconto della guarigione del sordomuto con queste parole: “…pieni di stupore, dicevano: ‘Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti’!”. Di fronte al gesto di Gesù la folla non può trattenersi dal riconoscervi i segni dell’azione di Dio. Nelle opere e nelle parole di Gesù si manifesta la pienezza dell’amore salvifico di Dio.

Nel mondo attuale, nonostante il moltiplicarsi del benessere, c’è gente stanca, sfiduciata, disorientata, gente in cerca di felicità, gente che ha smarrito il senso della vita. Nessuno può vivere senza speranza. Tutti abbiamo bisogno di un ideale che dia senso alla nostra vita. Ognuno di noi attende dal futuro qualcosa che sia migliore del presente. Come Israele nel momento duro della prova, come il sordomuto di cui parla il vangelo, anche noi siamo chiamati a rivolgere lo sguardo a Dio che manda all’uomo un messaggio di speranza. Nonostante le apparenze contrarie e l’apparente trionfo della prepotenza, Dio rende giustizia agli oppressi (cf. salmo responsoriale). Questo messaggio di ottimismo ci invita a superare tutto ciò che sa di rassegnazione a quanto mortifica e opprime l’uomo, e ad essere protagonisti di questa speranza nell’ambiente in cui viviamo: in famiglia, nel lavoro, nella società. Chiediamo al Signore di poter dire anche noi una parola di coraggio a tutti gli smarriti di cuore che incontriamo sulla nostra strada, perché possiamo ripetere con loro le parole del ritornello del salmo responsoriale che abbiamo pregato: “Loda il Signore anima mia”.

 

 

domenica 29 agosto 2021

LA LITURGIA LETTA CON SGUARDI DI DONNE

 



 

Paula Depalma, Donne e teologia liturgica. Riesaminare il passato, trasformare il presente, disegnare il futuro, Edizione italiana a cura di Andrea Grillo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2021. 175 pp. (€ 18,00).


L’opera è divisa in quattro capitoli. Dopo una Introduzione, il primo capitolo illustra alcune chiavi metodologiche per descrivere adeguatamente gli spazi liturgici delle donne in vista di una valorizzazione della differenza di genere nella teologia liturgica. Il secondo capitolo fa un’ampia e suggestiva rilettura storiografica del rapporto donne e liturgia nel passato, che mostra come in tutti i tempi sono esistite donne che hanno fatto della liturgia il perno della loro esperienza religiosa. Il terzo capitolo indaga alcuni modelli attuali di teologia liturgica elaborata dalle donne. Il quarto capitolo intende disegnare il futuro, e vi si indaga quali siano le linee di probabile sviluppo del pensiero delle donne.

Nella cultura teologica italiana, animata da una giusta e crescente attenzione alla rilettura teologica in prospettiva di genere, il volume di Paula Depalma può trovare una ricezione aperta e promettente.

venerdì 27 agosto 2021

DOMENICA XXII DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 29 Agosto 2021

 



 

Dt 4,1-2.6-8; Sal 14 (15); Gc 1,17-18.21b-22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23

 

La parola di Dio questa domenica ci invita al discernimento tra ciò che è essenziale e ciò che è periferico, ciò che è prioritario e ciò che è secondario nella nostra vita. Così, ad esempio, nella nostra relazione con Dio siamo tentati talvolta di aggrapparci a facili sicurezze, a una religiosità fondata su regole chiare e precise che dispensino da una più profonda responsabilità personale. Alla tentazione del legalismo e del formalismo, le letture bibliche odierne rispondono invitandoci ad un rapporto con Dio fondato su scelte maturate consapevolmente nel profondo della nostra coscienza, del nostro cuore, e attuate poi con piena responsabilità.

 

Nella prima lettura vediamo che Mosè, alla fine del lungo pellegrinaggio attraverso il deserto verso la terra promessa, invita il popolo d’Israele ad “ascoltare” e a mettere “in pratica” le leggi e le norme che egli stesso ha trasmesso a nome del Signore: “perché, dice, viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi”. La legge di Dio quindi va anzitutto ascoltata, recepita, personalizzata affinché la sua osservanza sia veramente sorgente di rinnovamento nella nostra vita. Il carattere immutabile della legge, che Gesù è venuto non ad abolire, ma a portare a compimento, non conduce al fondamentalismo, poiché si tratta di una legge viva, affidata ad un popolo responsabile di questo dono. Essa instaura tra Dio e noi una relazione di amicizia fiduciosa, la cui osservanza rende testimonianza “agli occhi dei popoli”, come dice Mosè. In modo simile, san Giacomo nella seconda lettura, ci insegna che dobbiamo accogliere “con docilità” la parola di Dio, che è stata piantata in noi. “Piantata” in noi, deve crescere e dare frutti concreti di vita cristiana.

 

Il brano evangelico aggiunge alcuni ulteriori elementi a questo insegnamento. che hanno come valore centrale il richiamo all’essenziale, cioè alla dimensione del cuore, sede delle decisioni umane. Gesù polemizza contro le tradizioni dei farisei, che appesantiscono la legge, svuotandola del suo contenuto autentico e, riprendendo parole del profeta Isaia, il Signore afferma: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. Dio ci chiede il cuore! Chi ha il cuore puro, cioè semplice, cerca sinceramente Dio, la sua volontà, il suo amore; e cerca anche sinceramente il prossimo, perché creatura amata da Dio. Chi invece ha il cuore impuro, cioè egoista, cerca se stesso al di sopra di tutto, allora questo tale pur osservando esternamente le leggi è un ipocrita perché dà a Dio non se stesso ma solo qualcosa di se, il suo cuore è lontano dal Signore. Per Gesù l’essenziale nella vita etica non è l’osservanza della norma in sé, ma il “cuore”, cioè la consapevolezza e l’amore con cui si osserva la norma. Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, il cuore “è il luogo della decisione, che sta nel più profondo delle nostre facoltà psichiche. E’ il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte. E’ il luogo dell’incontro, poiché, ad immagine di Dio, viviamo in relazione: è il luogo dell’Alleanza” (n. 2563).

 

Certamente, Gesù non condanna l’esteriorità a favore unilateralmente di una astratta e vaga interiorità del cuore. Siamo corpo e anima, esteriorità e interiorità, due dimensioni del nostro essere non opposte, ma complementari. Possiamo applicare questo insegnamento al nostro modo di partecipare alla santa Messa: ogni nostra preghiera, ogni nostro gesto durante il rito della Messa ha senso in quanto proviene dal cuore e informa la nostra esistenza. Non sia che il Signore possa rimproverare anche noi con le parole del profeta: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”.