La liturgia è “l’esercizio della funzione (munus) sacerdotale di Cristo” (SC 7); è anche opera della Chiesa, in cui “ciascuno, svolge il proprio ufficio (munus)” (SC 28). I pastori “esercitano in essa la funzione (munus) di dispensatori dei misteri di Dio” (SC 19). Partecipando alla liturgia il Signore “fa di noi stessi un’offerta (munus) eterna a lui” (SC 12). “Munus” può esprimere bene il mistero liturgico nella sua globalità.
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domenica 25 febbraio 2024
IL SACRO
Ho incontrato il sacro, gli
sono andato incontro, in Bosnia. Erano pietre: di moschee, di chiese cattoliche
e ortodosse, scombinate a terra a mucchio, là dove erano cadute. La materia di
fabbrica spezzata conteneva l’intero, perché il residuo, il rimasuglio assorbe
in sé il perduto. L’odio che abbatte il sacro in fondo lo restaura. Le solenni
architetture che non mi avevano procurato l’accidente dell’incontro, ridotte in
rovina dalle artiglierie, senza più polvere di crollo, lustrate dalle piogge e
dalla neve, diventavano sacre. I sensi di un passante, uno straniero lento alle
chiamate, avvisavano questo: che il sacro è crollo e poi risurrezione, non
permanenza eterna di solidità, stabilità di luoghi e procedure. Abramo doveva
alzare il coltello sulla nuda gola del figlio e Gesù non poteva morire di
vecchiaia. Solo dopo i sensi, che hanno incontrato le macerie dei culti, si fa
nitido il verso del profeta Michea/Micà che scrive: “Ki nafàlti kàmti” (7,8):
“quando sono caduto mi sono alzato”. Dentro il frattempo dei crolli esiste e
resiste il sacro, anche per uno senza credo, e che soltanto legge.
Fonte: Erri De Luca, Cercatori
d’acqua (Le perline), Giuntina, Firenze 2023, pp. 70-71.
venerdì 23 febbraio 2024
DOMENICA II DI QUARESIMA (B) – 25 Febbraio 2024
Gen 22,1-2.9a.10-13.15-18; Sal 115; Rm 8,31b-34; Mc
9,2-10
Dio
promette ad Abram una terra e una discendenza numerosa, però egli dovrà
iniziare un cammino di obbedienza: Vattene dal tuo paese verso il paese che io
ti indicherò. Dopo qualche tempo, Dio stesso gli cambierà il nome per indicare
che Dio conferisce ad Abram una nuova personalità: non si chiamerà più Abram,
ma Abramo, che significa “padre di una moltitudine di popoli”. Abramo si è
fidato di Dio ed è partito per una terra sconosciuta. Ma dove l’obbedienza di
Abramo appare in tutta la sua grandezza è quando si dispone, in obbedienza al
comando di Dio, a rinunciare al suo unico figlio Isacco. Il sacrificio del
proprio figlio è profezia del sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo.
Abramo non si ribella a Dio, non si mette a discutere, non dubita, si fida di
Lui. Quando poi sta per immolare il proprio figlio Isacco, la sua mano è
fermata dall’angelo e sente la voce di Dio che gli dice: Ora so che tu temi Dio
e non mi hai rifiutato il tuo unico figlio. Abramo chiamò quel luogo “Il
Signore provvede”. Anche Cristo, obbediente al disegno del Padre, si offre
sulla croce fiducioso che Dio provvede.
La
storia di Abramo illumina il racconto del brano evangelico d’oggi, in cui ci
viene raccontato l’episodio della trasfigurazione. San Marco colloca questo
racconto tra due predizioni della passione. È per far capire ai discepoli che
la sua morte e la sua risurrezione costituiscono un mistero unitario, il
mistero della nostra salvezza. Il momento culminante del brano evangelico, il
vertice del racconto della trasfigurazione sono le parole del Padre ascoltate
dai tre discepoli presenti: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo”.
Noi,
come Abramo e come Gesù siamo invitati a percorrere un cammino di obbedienza
nella certezza che Dio provvede. Anche se ci viene chiesto talvolta un cammino
di sofferenza e di rinuncia, siamo invitati ad ascoltare la voce del Signore e
ad aver fiducia in colui che ha “parole di vita eterna”.
Come
sintesi di questo messaggio che la Parola di Dio oggi ci trasmette, possiamo
ripetere nel nostro cuore più volte durante la giornata il versetto del salmo
responsoriale di questa Messa: “Ho creduto anche quando dicevo: sono troppo
infelice”. L’autore del salmo canta la sua totale fiducia nell’amore divino
anche quando l’infelicità occupa l’orizzonte della sua vita. Ancora all’inizio
della Quaresima, riaffermiamo la volontà di percorrere il nostro cammino
battesimale fatto soprattutto di fede e di umile accettazione del progetto di
Dio su di noi anche quando non riusciamo a comprendere sempre la logica dei
percorsi che ci vengono proposti.
domenica 18 febbraio 2024
LA CHIESA HA BISOGNO DI SACERDOTI?
Martin Ebner, La Chiesa
ha bisogno di sacerdoti? (Giornale di Teologia 454), Prefazione all’edizione
italiana di Flavio Dalla Vecchia, Queriniana, Brescia 2023. 124 pp. (€ 15,00).
Riproduco in seguito le due
prime pagine (5-6) della lunga prefazione (pp. 5-20).
È noto che fin dai primi
secoli è invalso nelle chiese l’utilizzo di un vocabolario sacerdotale per
designare il ministero dei vescovi e dei presbiteri nel senso ben riassunto da Lumen
Gentium 28, mentre uno sguardo al Nuovo Testamento prospetta una situazione
assai diversa: in esso la terminologia sacerdotale non è applicata ai ministeri
ecclesiali, ed è riservata invece al solo Gesù Cristo (così la Lettera agli
Ebrei) e al sacerdozio del popolo di Dio (1Pt 2,5.9; Ap 1,6; 5,10; 20,6).
In effetti il vocabolo ἱερεύς occorre 31 volte nel Nuovo Testamento, per designare anzitutto i
sacerdoti ebrei (Mt 8,4; 12,4.5; Mc 1,44; 2,26; Lc 1,5; 5,14; 6,4; 10,31;
17,14; Gv 1,19; At 4,1; 6,7) e in un caso il sacerdote del culto pagano (At
14,13); è inoltre applicato a Cristo (Eb 5,6; 7,1.3.11.14.15.17.20.21.23; 8,4;
9,6; 10,11.21) e al popolo di Dio (Ap 1,6; 5,10; 20,6); risalta infine la
totale assenza del vocabolo nell’epistolario paolino, che pure dedica ampio spazio
all’apostolato e ad altre funzioni esercitate nella chiesa. Si spiega in tal
modo perché i Riformatori, appellandosi all’autorità della sola Scriptura,
abbiano avanzato riserve e contestato la tradizione ecclesiale che attribuiva
al ministero cristiano qualità sacerdotali. In dialogo con quanto Ebner propone
in questa breve disanima non mi propongo di contestare una tradizione, ma di illustrare
le tendenze in atto nei primi tempi della chiesa, per rendere ragione dei
silenzi del Nuovo Testamento.
venerdì 16 febbraio 2024
DOMENICA I DI QUARESIMA ( B ) – 18 Febbraio 2024
Gen
9,8-15; Sal 24; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15
Al
brevissimo racconto che fa san Marco dell’episodio delle tentazioni di Gesù nel
deserto, il brano evangelico di questa prima domenica di Quaresima aggiunge il
primo annuncio pubblico del vangelo: “...Gesù andò nella Galilea, proclamando
il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino;
convertitevi e credete al vangelo»”. Le tentazioni di Gesù nel deserto e il suo
primo annuncio programmatico in Galilea formano un tutto coerente: la vittoria
di Gesù sul tentatore è segno che il tempo messianico della salvezza è
cominciato e il regno di Dio è già un fatto presente. Con Gesù la regalità di
Dio, promessa dai profeti e anticipata negli eventi biblici dell’Antico Testamento,
irrompe nella storia umana. Gli uomini non siamo più costretti a subire il
dominio di satana, la schiavitù del peccato, la paura della morte; possiamo
ormai sottometterci alla forza liberante e consolante di Dio che si manifesta
in modo efficace in Gesù Cristo. “Credere al vangelo” significa rompere con le
paure e le schiavitù del passato e aprirsi con fiducia al nuovo futuro offerto
da Dio in Cristo. San Pietro nella seconda lettura ribadisce la stessa verità
ricordandoci l’ultima vittoria di Gesù su satana nel momento decisivo della
croce: “Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli
ingiusti, per ricondurvi a Dio...” Annuncio efficace e credibile del vangelo,
dunque, fondato sull’obbedienza di Gesù che è diventata vittoria su satana.
Solo
la grazia meritata da Cristo, e comunicata a noi attraverso il sacramento del
battesimo, può operare quella trasformazione interiore che ci rende “uomini e
donne nuovi” in Cristo. Ma, come ricorda san Paolo, questa grazia deve essere
accolta e corrisposta: “Fratelli, vi esortiamo a non accogliere invano la
grazia di Dio...” (Primi Vespri, lettura breve: 2Cor 6,1-4ª). La tradizione
cristiana ha comparato l’acqua del battesimo alle acque del diluvio, di cui parla
la prima lettura: Dio ha purificato l’umanità con il diluvio per ristabilire
l’alleanza con il giusto Noè e la sua famiglia, principio di una nuova umanità.
Così anche il battesimo ci purifica dal peccato e, rinati a una vita nuova, ci
offre la possibilità di ristabilire saldi rapporti di amicizia con Dio. Il
battesimo è quindi il segno visibile dell’alleanza nuova e definitiva che Dio
sancisce con gli uomini nel sangue di suo Figlio.
Il
Tempo quaresimale che stiamo iniziando è un periodo propizio per prendere
coscienza della realtà profonda del nostro battesimo e rinsaldare così la
nostra alleanza con il Signore. Dio rinnova nei secoli la sua alleanza con tutte
le generazioni. L’alleanza è la spina dorsale di tutta la storia della salvezza,
tanto nella fase di preparazione che in quella di compimento. Si può dire anzi
che tutti i rapporti fra Dio e l’umanità, fra Dio e la Chiesa e fra Dio e
ciascuno di noi si fondino sull’alleanza.
martedì 13 febbraio 2024
MERCOLEDI DELLE CENERI – 14 Febbraio 2024
Gl
2,12-18; Sal 50; 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18
La
Quaresima che oggi iniziamo non propone nulla di straordinario rispetto alle
esigenze fondamentali della vita cristiana. Esse vengono solo richiamate con
insistenza perché ci si sforzi, sul piano personale e comunitario, di
integrarle o reintegrarle meglio nella vita quotidiana. Possiamo dire con san
Paolo che la Quaresima è semplicemente un “momento favorevole” per fare una
verifica attenta della nostra vita e renderla così sempre più conforme alle
esigenze del nostro battesimo.
La grazia del battesimo non libera la nostra natura dalla sua debolezza, né dall’inclinazione al peccato che la tradizione chiama “concupiscenza”, la quale rimane in noi anche dopo il battesimo perché sosteniamo le prove quotidiane nel combattimento della vita cristiana, aiutati dalla grazia di Cristo. Nelle invocazioni delle Lodi mattutine di questo Mercoledì delle Ceneri l’itinerario quaresimale viene presentato come un tempo per “ricuperare pienamente il senso penitenziale e battesimale della vita cristiana”. Questo itinerario è fatto d’un “morire” e d’un “risorgere”.
Si tratta di un “cammino di conversione”. “Convertirsi” è una scelta che comporta un cambiamento radicale del modo di pensare e di vivere, si tratta cioè di acquisire un modo di pensare e di vivere secondo il vangelo, come ci ricordano le parole con cui viene imposta su ciascuno di noi la cenere all’inizio della Quaresima: “Convertitevi, e credete al vangelo” (Mc 1,15).
Nel
nostro cammino quaresimale siamo quindi chiamati a prendere una più lucida
coscienza della realtà e delle esigenze del proprio battesimo. Seguendo la
dottrina dei Padri, pratiche quaresimali tradizionali atte a raggiungere questo
scopo sono il digiuno, l’elemosina e la preghiera. La preghiera nutre la nostra
fede; il digiuno è espressione della speranza nei beni futuri; l’elemosina ci invita
ad approfondire la virtù della carità.
Le
tradizionali pratiche quaresimali vanno accompagnate dall’ascolto assiduo della
parola di Dio Il cammino quaresimale è quindi un cammino di fede, che non può
essere fatto senza un costante riferimento alla parola di Dio.
domenica 11 febbraio 2024
LA CRISI DI CREDIBILITA’ DELLA CHIESA
Non mancano coloro che credono
che la soluzione alla crisi di credibilità che la Chiesa attraversa stia in un
ritorno al passato, ossia a una Chiesa forte e potente, ammantata di quell’alone
sacrale di cui si soffrirebbe la perdita. Una Chiesa di nuovo aperta al divino,
ben distinta all’interno in chierici e laici e, soprattutto, ben appariscente
nelle forme di un culto incomprensibile e proprio per questo pieno di fascino.
Va detto che alla schiera dei
cristiani che rimpiangono le forme del passato si uniscono anche i cosiddetti “atei
devoti”, pronti a protestare se, ad esempio, la formula del “Padre nostro”
cambia, e non perché hanno a cuore la teologia che eventualmente vi soggiace,
ma solo per amore di continuità nostalgica e romantica.
Il che cosa fare insomma è
quanto mai urgente. Occorre acquisire la lingua della cultura corrente e d’altra
parte tenere fermo il messaggio in quello che ha di essenziale.
Fonte: cfr. Cettina Militello, Le chiese alla svolta.
Ripensare i ministeri, EDB 2023, p. 103.
sabato 10 febbraio 2024
DOMENICA VI DEL TEMPO ORDINARIO (B) – 11 Febbraio 2024
Lv
13,1-2.45-46; Sal 31; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45
Dopo
l’intensa giornata di Cafarnao, narrata dal brano evangelico nelle domeniche
anteriori, ecco ora Gesù davanti a un lebbroso, che lo supplica in ginocchio:
“Se vuoi puoi purificarmi!”. Nessuna indicazione di luogo, in questo caso. La
folla sembra improvvisamente scomparsa. Evidentemente Marco ha voluto fissare
solo il faccia a faccia fra Gesù e questo malato anonimo, in rappresentanza di
tutti gli altri. Secondo le usanze dell’antico Vicino Oriente, riprese dalla
legge dell’Antico Testamento, colui che era colpito dalla lebbra era segregato,
separato dal contatto con gli altri. Si può ben dire che il malato di lebbra
era considerato fuori dell’area della salvezza, uno scomunicato, un cadavere
ambulante. La lebbra costituiva un simbolo attorno al quale si addensavano
paure, tabù, dogmi scientifici e religiosi. Ne è testimone il frammento della
legislazione del Levitico circa la lebbra che abbiamo ascoltato come prima lettura. L’incubo legale e religioso di questa
malattia è decisivo per comprendere il dramma umano e religioso del lebbroso,
di cui parla il vangelo di questa domenica, e al tempo stesso l’originalità e
la forza provocatoria del gesto compiuto da Gesù. Il lebbroso del vangelo sfida
la segregazione in cui era costretto a vivere, va con fede davanti a Gesù, il
quale mosso a compassione lo guarisce e poi lo manda dal sacerdote perché egli
possa essere reinserito ufficialmente nel contesto sociale. Il gesto e la
parola efficace di Gesù restituiscono all’uomo quello statuto di purità, integrità
e salute che gli consentiranno di vivere in maniera libera con gli altri
davanti a Dio.
Cristo
è venuto ad instaurare un nuovo atteggiamento verso la sofferenza dell’uomo e,
in particolare, verso coloro che sono emarginati. Guarendo il lebbroso, Gesù si
rivela come colui nel quale Dio si fa prossimo agli uomini: a tutti gli uomini,
anche a coloro che sono esclusi ed emarginati. Gesù è una prossimità che supera
le distanze e le barriere costruite dal nostro egoismo. In questo modo, Gesù ci
insegna ad agire anche noi in modo simile. Ciò è possibile, come dice san Paolo
nella seconda lettura, solo se ci si impegna a cercare non il proprio interesse
“ma quello di molti, perché giungano alla salvezza”. Siamo quindi chiamati a
controllare l’atteggiamento verso i nostri simili per eliminare ogni forma di
esclusione, di emarginazione anche sottile presente talvolta nel nostro modo di
pensare e di operare. Ci possiamo domandare: chi sono i “lebbrosi” oggi, i
diversi? Chi sono gli esclusi della nostra società? Quale tipo di comportamento
abbiamo di fronte ad essi? Abbiamo dei pregiudizi? Ci lasciamo trascinare
talvolta da un egoismo mascherato di perbenismo, di buon senso? L’azione di
Gesù è una testimonianza contro tutto questo.
Chi
si avvicina con fede a Gesù, come il lebbroso del vangelo, viene “purificato”.
Così pure chi si avvicina con fede all’eucaristia, viene purificato dal peccato
e ritrova la vera vita.





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