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domenica 6 settembre 2026

MULTICULTURALISMO E LITURGIA



 

In senso ampio, per cultura si intende l'insieme delle conoscenze, dei valori, delle tradizioni e dei costumi nonché dei linguaggi e dei simboli che un gruppo umano condivide e trasmette da una generazione all'altra. Negli ultimi decenni, nel contesto del fenomeno migratorio, si è parlato molto di multiculturalismo in ordine a costruire una società formata da una molteplicità di culture su un piede di parità. Recentemente, Ernesto Galli della Loggia in un intervento sul Corriere della Sera (27.08.26) ha indicato i limiti di questa visione di società multiculturale.

Mutatis mutandis, non mi sembra insensato (senza senso) leggere la storia della liturgia romana di queste ultimi decenni nel contesto del multiculturalismo e della sua crisi. Benedetto XVI col suo motu proprio Summorum Pontificum (07.07.2007) introduceva accanto alla “forma ordinaria” del rito romano (la riforma di Paolo VI) una “forma straordinaria” dello stesso rito romano (la liturgia del 1962). Affermava inoltre che “le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda”.  

La Congregazione per la dottrina della fede in aprile del 2020 avviò una Consultazione sull’applicazione del Motu proprio SP. Le risposte delle diverse Conferenze episcopale non sono state rese note. Il blog Paix-liturgique.org pubblicò la risposta della Conferenza dei vescovi di Francia, in cui si afferma tra l’altro: “La pubblicazione del Motu proprio SP è espressione di una lodevole intenzione che, però, non ha dato i frutti attesi. Se il documento fa onore a un principio di realtà, oggi appare sempre più necessario un instancabile lavoro di unità. Le promesse di un vicendevole arricchimento delle due forme dell’unico rito romano sono rimaste largamente rudimentali. La reciproca diffidenza ha avuto un effetto sterilizzante. L’applicazione del Motu proprio non ha onorato pienamente la cura per l’unità della Chiesa. La sua attuazione pone dei problemi ecclesiologici più che liturgici”. 

Finalmente, papa Francesco col Motu proprio Traditionis custodes (16.07.  2021) scompare la terminologia “forma ordinaria” e “forma straordinaria del rito romano”. Infatti, si afferma che l’unica espressione della lex orandi del Rito romano sono i libri liturgici promulgati dopo il Vaticano II. Bisogna precisare che Francesco col suo MP non proibisce la Mesa in latino, ma regola e limita l’uso del Messale Romano edito da san Giovanni XXIII nell’anno 1962. Si può celebrare la Messa in latino sempre e dovunque col Messale di san Paolo VI.

È incomprensibile come due Liturgie, con ordinamento di letture diverso, calendari differenti, testi diversi nei Tempi centrali dell’Anno liturgico, come cioè due forme espressive diverse della lex orandi possano realmente armonizzarsi con una lex credendi della Chiesa. La “vigenza contemporanea” di due forme rituali diverse (due “culture” diverse), mina l’unità della Chiesa.

  

venerdì 4 settembre 2026

DOMENICA XXIII DEL TEMPO ORDINARIO (A) – 6 settembre 2026

 

 

Ez 33,1.7-9; Sal 94 (95); Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

 

 

Nella nostra riflessione, partiamo dalla seconda lettura, in cui abbiamo ascoltato un pressante appello di san Paolo all’amore vicendevole, “perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge”. Con queste parole, l’Apostolo riconduce tutti gli obblighi e tutti i rapporti con i propri simili all’amore (cf. anche 1Cor 13,1-8; Gal 5,14). Il messaggio è chiaro: alla base di ogni rapporto personale, famigliare, ecclesiale o sociale ci deve essere una logica di amore. La morale cristiana non è fondata su una serie di precetti, più o meno negativi, ma sulla responsabilità di ognuno per l’altro.

Questo amore per il prossimo si manifesta anche con la correzione fraterna. Un amore permissivo, incapace di denunciare il male che affligge i nostri simili, è un falso amore. Ce lo ricordano le altre due letture bibliche. Il profeta Ezechiele, viene affermato nella prima lettura, è stato costituito dal Signore “sentinella per la casa d’Israele”: egli ha il compito di denunciare la mancanza di fede del popolo, di smascherare gli ingiusti, di richiamare il peccatore perché si converta. Se non lo facesse sarebbe corresponsabile della sua perversione. Sappiamo bene che la presenza del male non riguarda soltanto la società di altri tempi; è un problema con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni. Esso ci coinvolge sempre personalmente.

Il brano evangelico riprende le stesse idee della prima lettura ed espone in modo dettagliato le tappe del processo di ricupero dell’errante, l’atteggiamento di avere nei confronti del fratello o sorella che ha sbagliato. Non si tratta di norme disciplinari in senso proprio, ma di una pressante esortazione a fare tutto il possibile per riportare il colpevole sul giusto cammino. Assumendo una posizione passiva davanti agli errori del nostro prossimo noi non perseguiamo la via dell’amore, della solidarietà e della corresponsabilità. La correzione fraterna raccomandata da Gesù comporta un atteggiamento di comprensione e di coraggio al fine di consentire al fratello o sorella che è in errore di ravvedersi. Una tale correzione non ha il carattere di azione punitiva ma è volta alla conversione del fratello. Possiamo ben dire che la correzione fraterna è anzitutto un grande esercizio di amicizia e perciò suppone che si ami l’altro come un “altro me stesso” nella consapevolezza di essere assieme fragili ma anche forti, se e in quanto uniti nella carità. Se il fratello o sorella non ci ascolta, dice Gesù: “sia per te come il pagano e il pubblicano”. Notiamo peró che nel Vangelo il pagano e il pubblicano sono quelli da amare anche quando non ascoltano, quelli per cui si dà la vita perché è l’unico modo per toccare il loro cuore. Come Cristo ha fatto per noi.

Il brano evangelico riporta alla fine le parole di Gesù sull’efficacia della preghiera comune: la comunità riunita nella carità gode della presenza di Cristo e, in lui, ottiene dal Padre che progredisca la riconciliazione universale. Il Signore è presente là dove c’è un’autentica concordia nella preghiera. La partecipazione all’eucaristia ha come frutto il rafforzamento della “fedeltà e della concordia” dei figli di Dio (cf. preghiera sulle offerte).

 

domenica 30 agosto 2026

LEONE XIV E LA RIFORMA LITURGICA 26 agosto 2026

 



 

Cari fratelli e sorelle,

in questa ultima catechesi sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium, desidero oggi soffermarmi sulle ragioni per le quali i Padri conciliari vollero promuovere una riforma della liturgia. È illuminante, in tal senso, la terza Lettera dal Concilio che il Cardinale Giovanni Battista Montini, allora Arcivescovo di Milano, inviò il 28 ottobre 1962 ai fedeli della propria Chiesa. La liturgia – scriveva – «è espressione sincera sia del divino che dell’umano. È linguaggio. È veicolo d’insegnamento divino da un lato, è voce di colloquio con Dio. È chiaro che essa non può rinunciare alla sua funzione didattica, e non può non offrire alla fede e alla pietà la possibilità di esprimersi con spontanea intelligibilità». [1] Mosso da queste convinzioni, il futuro Papa San Paolo VI affermava che i fedeli «non possono e non devono più rimanere muti e passivi. La loro materiale presenza non può accordarsi con la loro spirituale assenza». [2]

È evidente la consonanza di queste dichiarazioni con quelle che appariranno al n. 48 della Costituzione conciliare: «La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene mediante i riti e le preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino a offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro». Si coglie in queste parole una rinnovata consapevolezza del valore della liturgia. Attraverso le azioni rituali della Chiesa, mentre si attua il memoriale dell’opera di salvezza, è data la possibilità di vivere la vera relazione con Dio, entrando in contatto con l’evento salvifico. Poiché i gesti, le parole della sacra liturgia sono decisivi per realizzare questa esperienza, la partecipazione dei fedeli non può essere passiva.

La riforma conciliare, nel mettere al centro ciò che costituisce il cuore dell’esperienza ecclesiale, ha voluto far risplendere la liturgia come «la fonte primaria di quel divino scambio nel quale ci viene comunicata la vita di Dio» [3]. Da tale convinzione nacque l’esigenza di rendere maggiormente disponibile a tutti i fedeli la ricchezza dei testi biblici e delle orazioni, e di rendere più lineare l’ordinamento celebrativo rispetto a quello previsto nei libri liturgici allora vigenti.

La liturgia, infatti, essendo una realtà viva, è sempre stata soggetta lungo i secoli a sviluppi e cambiamenti. Il Magistero ne ha adattato le forme alle esigenze delle diverse epoche. Non sorprende allora che anche il Concilio Vaticano II, con il massimo rispetto per il patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderlo maggiormente fruibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici.

L’obiettivo che i Padri avevano a cuore è esplicitato nel n. 21 della Costituzione Sacrosanctum Concilium: «Perché il popolo cristiano ottenga più sicuramente le grazie abbondanti che la sacra liturgia racchiude, la santa madre Chiesa desidera fare un’accurata riforma generale della liturgia. Questa, infatti, consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o addirittura devono variare, qualora si siano introdotti in esse elementi meno rispondenti all’intima natura della liturgia stessa, oppure queste parti siano diventate non più idonee. In tale riforma l’ordinamento dei testi e dei riti dev’essere condotto in modo che le sante realtà che essi significano siano espresse più chiaramente e il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria». Risale all’Enciclica Mediator Dei di Papa Pio XII la distinzione, nella liturgia, tra elementi divini, immutabili, ed elementi umani, che invece «possono subire varie modifiche, approvate dalla sacra Gerarchia assistita dallo Spirito Santo, secondo le esigenze dei tempi, delle cose e delle anime» (Acta Apostolicae Sedis 39, 1947, 541-542).

Del resto, il desiderio di una “riforma generale” non nasceva all’improvviso, ma si era manifestato nell’azione dei Papi succedutisi fin dall’inizio del XX secolo, in sintonia con le istanze del Movimento liturgico. L’affermazione della necessità che i fedeli non assistessero alle celebrazioni «come estranei o muti spettatori» era già stata ripresa dalla Costituzione apostolica Divini Cultus di Papa Pio XI. Inoltre, si possono ricordare gli interventi di Pio XII sull’ordinamento dei riti della Settimana Santa, da lui ricollocati nelle ore corrispondenti agli eventi pasquali, dopo che per secoli erano stati anticipati alle ore mattutine. Non si deve poi dimenticare che San Giovanni XXIII ritenne necessaria una semplificazione delle rubriche del Breviario e del Messale, approvandola con il Motu proprio Rubricarum instructum, del 25 luglio 1960, nel quale rimandava all’annunciato Concilio Ecumenico la proposta dei principi fondamentali per una riforma della liturgia.

La riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II si pone, dunque, nel solco della tradizione vivente della Chiesa. La sua retta comprensione permette anche di rigettare gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano, assolutizzando o mal comprendendo alcuni dei principi che stavano alla base della riforma stessa.

A questo proposito, vale la pena di ricordare come la Costituzione conciliare affermi che «le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento dell’unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano» (Sacrosanctum Concilium n. 26).

È pertanto responsabilità precipua dei pastori, dei vescovi ma anche di ogni singolo sacerdote, custodire e promuovere una liturgia che, nel rispetto delle norme liturgiche, risplenda per nobile semplicità (cfr n. 34) e manifesti così la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica. Una tale liturgia sarà anche un fondamentale veicolo di evangelizzazione, lo strumento di grazia attraverso il quale, come insegna il Concilio, potremo apprendere ad offrire noi stessi e, per la mediazione di Cristo, saremo perfezionati nell’unità con Dio e tra di noi (cfr n. 48).

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[1] G. B. Montini, «Terza lettera dal Concilio», Rivista Diocesana Milanese 51 (1962) 921-923: 922.

[2] Ibid.

[3] Solenne Chiusura della II Sessione del Concilio, Allocuzione del Santo Padre Paolo VI (4 dicembre 1963).

domenica 26 luglio 2026

RITUALITÀ E ALTRO

 



Vasco Brondi, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte (Vele 269), Giulio Einaudi editore, Torino 2026. 160 pp. (€ 13,00).

 

Una cosa spirituale è un viaggio tra terreno e ultraterreno, una visione su come fare arte ai tempi del materialismo. Vasco Brondi ci racconta la sua esperienza con la creatività, i momenti in cui ha sentito che il flusso creativo non scorreva piú e i momenti in cui l'ha ritrovato. Esplora e mette in relazione le esperienze e le pratiche creative e spirituali di grandi artisti e di grandi mistici e tradizioni contemplative: Nick Cave e i sufi, le cartomanti e Federico Fellini, i padri del deserto e i CCCP, Marina Abramovic e i monaci tibetani, i sadhu e David Lynch, Simone Weil e il regno dei cieli. Per scoprire e lasciarsi ispirare dai processi creativi di registi, musicisti, scrittori, artisti visivi e dal loro rapporto con l'invisibile. Vasco Brondi, che con le sue canzoni è arrivato a tanti, ci suggerisce che l'arte, in quest'epoca materialista, non è solo intrattenimento ma può metterci in contatto con le magie e i misteri del nostro transito terrestre. In questo senso la creatività è una cosa spirituale.

(Quarta di copertina)

venerdì 24 luglio 2026

DOMENICA XVII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 26 luglio 2026

 

 

 

1Re 3,5.7-12; Sal 118 (119); Rm 8,28-30; Mt 13,44-52

 

Il Sal 118, il più lungo del Salterio, conserva tracce indubbie di un amore profondo, quasi saporoso della legge, un vero e proprio culto. Il salmista proclama beato colui che è fedele agli insegnamenti del Signore “e lo cerca con tutto il cuore” (v.2). Il termine cuore appare più volte nel testo salmico. Questo cuore è un cuore pronto a custodire i precetti del Signore e appunto per questo è un cuore sapiente: “insegnami il gusto del bene e la conoscenza, perché ho fiducia nei tuoi comandi” (v.66).

 

Non tutte le cose hanno la stessa importanza. Nella nostra vita quindi ci sono delle priorità da difendere. Lo ha capito Salomone, di cui parla la prima lettura. Egli, diventato re in giovane età, si sente inadeguato al grande compito di governare il popolo di Dio. Nella sua preghiera al Signore, Salomone non chiede né lunga vita, né ricchezze, né il trionfo personale, ma ciò che egli crede sia più importante: “un cuore docile perché sappia rendere giustizia” al popolo e “sappia distinguere il bene dal male”. Salomone chiede insomma la “saggezza nel governare”. Il giovane re ha fatto una scelta giusta, ha saputo discernere e scegliere ciò che è veramente prioritario.  

 

Tutta la nostra vita è una continua ricerca di qualcosa di appagante e di stabile che non riusciamo però mai a trovare pienamente e definitivamente. Tutto è precario e tutto invecchia assai rapidamente. Cosa cerca veramente il nostro cuore? Nella prima parte del brano evangelico d’oggi, Gesù parla di un bracciante che sta lavorando un campo e vi trova un tesoro; e di un mercante, appassionato di perle, che trova la pietra preziosa che aveva sognato per tutta la vita. Due esperienze diverse; la prima casuale, la seconda preparata con una lunga ricerca. Ma l’effetto è lo stesso: “va… vende tutti i suoi averi e compra quel campo…, compra la perla”. Sono immagini eloquenti che intendono dare una risposta alla ricerca di senso che pervade la nostra vita. Come l’uomo che ha trovato un tesoro nascosto o il mercante che ha trovato una perla preziosa, il cristiano è collocato dalla sua fede di fronte all’unico Salvatore di tutti, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini, l’unico Nome nel quale è dato agli uomini di essere salvi.

  

La parola di Dio in questa domenica ci invita a scegliere la strada che conduce al tesoro nascosto, a quella perla il cui grande valore non verrà mai meno per l’eternità. Come il re Salomone, anche noi siamo incoraggiati a chiedere al Signore che ci dia un “cuore saggio e intelligente” per saper discernere e scegliere i veri valori della vita, quelli che non invecchiano mai. Si tratta di dire sì al Signore che, come afferma la lettera ai Romani, vuol salvare gli uomini predestinandoli, chiamandoli, giustificandoli e glorificandoli. Nella ricerca di Dio e del suo regno tanti sono gli smarrimenti e tante le nostre debolezze. Ma san Paolo ci ricorda che per chi ama Dio e lo cerca con cuore sincero, tutto finisce per concorrere al bene di quella vita piena alla quale siamo chiamati in Cristo. Non si tratta di una affermazione ottimistica di chi vuol vedere tutte le cose sotto un’angolazione serena; è l’affermazione di fede di chi sa che la storia non sfugge al controllo di Dio e, d’altra parte, sa che Dio ci ha amato fino a donare per noi il suo Figlio.

 

L’eucaristia è dono di sapienza, certo superiore a quello chiesto da Salomone. È “memoriale perpetuo” della passione di Cristo, “dono del suo ineffabile amore… per la nostra salvezza” (preghiera dopo la comunione).

 

domenica 19 luglio 2026

LA PAROLA DI DIO E L’EUCARISTIA


 


Il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione sottolinea il legame tra la Parola di Dio e l’Eucaristia adoperando sia per l’una che per l’altra lo stesso verbo “venerare”: “La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore …” (DV 21). Il Lezionario della Messa afferma, come fa anche la DV, che alla parola di Dio e al mistero eucaristico la Chiesa tributa la stessa “venerazione”, ma aggiunge precisando maggiormente il concetto: “anche se non lo stesso culto” (OLM 10: “Dei verbum et eucharisticum mysterium eadem veneratione etsi non eodem cultu …”). Quando in seguito si parla dei riti che accompagnano la proclamazione del Vangelo, si adopera sempre il sostantivo “venerazione”.

  

venerdì 17 luglio 2026

DOMENICA XVI DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) –19 luglio 2026

 

 

 

Sap 12,13.16 –19; Sal 85 (86); Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

 

La preghiera è un atteggiamento del cuore che si apre al mistero di Dio. Pregare significa quindi cercare il volto di Dio. Il Sal 85 è una preghiera piana e scorrevole, calda di fede e di senso religioso, con cui il pio salmista ci conduce alla scoperta di un Dio grande e potente che compie meraviglie, ma che soprattutto è lento all’ira, pieno di amore e pronto nell’offrire il suo perdono a quanti si rivolgono a lui con cuore pentito. In questa preghiera si sente già il dialogo amoroso e confidente del Vangelo: chiedete ed otterrete. La tradizione cristiana ha interpretato questo salmo come preghiera rivolta da Gesù al Padre, sia per sé, sia per le membra di quel corpo mistico, di cui egli è il capo.

 

La prima lettura biblica, tratta dal libro della Sapienza, parla di un Dio che pur essendo “padrone della forza”, governa “con molta indulgenza” e concede dopo i peccati la possibilità di pentirsi. Sulla stessa linea, la parabola del grano e della zizzania (gramigna), riportata dalla lettura evangelica, ci mostra il volto di un Dio paziente, capace di aspettare, pronto a darci la possibilità di scegliere, di crescere, di maturare, e disposto sempre a perdonare. Dio rispetta la nostra libertà e i nostri ritmi. Egli non vuole dei burattini, docili strumenti senza cuore. Dio vuole l’amore della sua creatura e perciò rispetta la sua libertà. Le altre due brevi parabole del granello di senape e del lievito, riportate dalla pagina evangelica, adombrano la potenza di espansione del regno di Dio.

 

Siamo invitati a prendere coscienza con realismo della presenza del male nel mondo e in ognuno di noi: “Tutti i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, dobbiamo riconoscerci peccatori. In tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 827). Dinanzi a questa realtà bisogna evitare due estremi: l’esserne succubi o il volerlo stroncare ad ogni costo e in tutte le sue manifestazioni. Pretendere di cancellare radicalmente tutto il male che c’è nel mondo è lo stesso che sopprimere la libertà dell’uomo con il rischio di uccidere l’uomo stesso. Certamente la libertà non equivale al diritto di fare il male, ma apre all’uomo la possibilità di orizzonti di bene. In ogni modo, Dio non vuole limitare la nostra libertà anche se alla fine del nostro pellegrinaggio chiederà conto dell’uso che ne avremo fatto. Gesù con le sue parabole ci fa capire che il regno di Dio ha un inizio (il momento in cui il seme viene seminato nel campo del cuore dell’uomo), una fine (il tempo della mietitura), separati da un tempo di crescita. Non dobbiamo quindi essere precipitosi, fare delle discriminazioni premature.

 

La tolleranza del padrone della messe stimola anche noi a un comportamento di comprensione. La vera forza dell’uomo non si manifesta nella vendetta, ma nel perdono. I sistemi del puritanesimo, dell’integralismo, del rigorismo e del massimalismo sono estranei allo spirito del Vangelo di Gesù. Se Dio è buono e perdona (cf. salmo responsoriale), anche noi dobbiamo avere il coraggio del perdono. Come ci ricorda san Paolo nella seconda lettura, nei nostri rapporti con Dio e con gli altri dobbiamo affidarci allo Spirito che “viene in aiuto alla nostra debolezza”. Lo Spirito Santo opera in modo continuo nel nostro cuore e orienta il nostro spirito perché sappiamo crescere nella vitalità che viene dall’alto. Fonte di ogni bontà, Dio non è direttamente né indirettamente causa del male. Rispettando la libertà della sua creatura, Dio lo permette e, misteriosamente, egli sa trarre il bene anche dal male.

 

domenica 12 luglio 2026

DIACONESSE

 




Preghiera per l’”ordinazione” di una diaconessa (Costituzioni Apostoliche, VIII, 19-20)

“O Dio eterno, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

Creatore dell’uomo e della donna,

che hai riempito di Spirito Maria, Debora, Anna e Hulda,
che non hai disdegnato che il tuo Figlio unigenito nascesse da una donna,
tu che nella tenda della testimonianza e nel tempio
hai stabilito donne custodi delle tue porte sante:

guarda ora anche questa tua serva,
destinata al ministero diaconale,
e donale lo Spirito Santo,
purificala da ogni impurità della carne e dello spirito,
affinché compia degnamente l’ufficio che le è affidato,
a tua gloria e lode del tuo Cristo,
con il quale a te sia gloria e adorazione,
nello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.”

 

In Rm 16,1 si legge: “Vi raccomando Febe che è al servizio (diakonos) della Chiesa di Cencre”. Abbiamo testimonianza della loro presenza soprattutto nei secoli III e IV, in particolare in Oriente. Le diaconesse svolgevano diversi ruoli nel servizio pastorale, in particolare nell’assistenza e cura verso altre donne.

 

 

venerdì 10 luglio 2026

DOMENICA XV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 12 luglio 2026

 



 

 

Is 55,10-11; Sal 64 (65); Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

 

 

Il discorso centrale delle letture bibliche odierne verte sulla parola di Dio. Il breve brano della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, esalta la potenza della parola del Signore. Essa opera ciò che il Signore desidera e compie ciò per cui egli l’ha mandata. Le parole umane sono spesso vane e inconsistenti, non impegnano sempre chi le pronuncia, non resistono alla prova del tempo. La parola di Dio, invece, non risuona mai inutilmente sulla terra, non cade a vuoto, ma realizza qualcosa in chi si dispone a riceverla. Venendo da Dio, porta la vitalità infinita di Dio ed è capace di fecondare il mondo. Il profeta compara l’azione della Parola con quella della pioggia e della neve che irrigano, fecondano e fanno germogliare la terra. Non si tratta però di una parola magica. La parola di Dio non funziona in modo automatico. Lo insegna Gesù nella parabola del seminatore che uscì a seminare, parabola con la quale iniziamo la lettura del discorso sulle parabole del Regno che ci accompagnerà anche nelle due domeniche seguenti. Gesù afferma che le sorti della Parola sono anche legate alla nostra responsabilità e collaborazione: occorrono certe condizioni di disponibilità, di attenzione; occorre un terreno adatto, un cuore capace di ascolto perché la parola di Dio dia frutto. Se il nostro cuore è come un terreno arido, la nostra vita sarà sterile e incapace di essere rinnovata col messaggio della parola di Dio.

 

La seconda lettura ci ricorda che la parola di Dio seminata abbondantemente nel decorso della storia, ne subisce tutti i condizionamenti. Il brano paolino può aiutarci a comprendere l’attuale travaglio della crescita del regno di Dio, e quindi anche della Parola che di questo regno è annuncio. San Paolo ci invita alla speranza: la potenza della parola di Dio apparirà in tutto il suo fulgore quando in ogni discepolo si rivelerà la “gloria futura”, quando anche il corpo mortale dell’uomo sarà trasfigurato e reso conforme al corpo glorioso del Signore. L’eventuale incredulità degli ascoltatoti non farà fallire il progetto di Dio. La salvezza in Cristo è una realtà presente (cf. 1Cor 15,1-2), ma la sua realizzazione piena attraverso la risurrezione dei corpi deve ancora venire (cf. 1Cor 15,13-34). Con il nostro corpo l’uomo è in rapporto con tutto il creato. Entrambi, noi e il cosmo, gemono nell’attesa di una manifestazione piena della salvezza.

 

La parola di Dio, se accolta e custodita nel cuore, è luce che ci guida a capire e interpretare il significato della nostra vita nella scena di questo mondo. Questa parola, che ascoltiamo così sovente nel decorso delle nostre celebrazioni liturgiche, in particolare ogni domenica nella prima parte della celebrazione della messa, è come una semente che Dio stesso sparge nel cuore d’ognuno di noi e che porta frutto a seconda dell’ascolto e dell’accoglienza che ad essa noi offriamo. Como dice il canto al vangelo, nella celebrazione eucaristica è Cristo stesso che semina il buon seme della sua Parola.

 

 

domenica 5 luglio 2026

QUANDO IL SAGGIO INDICA LA LUNA LO STOLTO GUARDA IL DITO

 



 

Lo scorso 1° luglio, la Fraternità sacerdotale Pio X ha ordinato, senza mandato apostolico, quattro nuovi vescovi. Le reazioni a questo evento sono state numerose. Vorrei ricordare qui brevemente quanto hanno detto tre personaggi del tradizionalismo cattolico. Mons. Athanasius Schneider ha affermato che non si tratta di un atto scismatico perché non lo è nelle intenzioni. Mons. Georg Gänswein, in una intervista pubblicata sul Corriere della Sera, ha detto che papa Francesco con la pubblicazione della Lettera Apostolica Traditionis custodes (16.07.2021) non ha forse capito le conseguenze che le misure restrittive sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, potevano produrre. Mons. Nicola Bux si è augurato che il papa Leone XIV liberalizzi l’uso del Messale anteriore alla riforma del Vaticano II; sarebbe un gesto accolto con favore dai Lefebvriani.

L’ordinazione, senza mandato apostolico, dei quattro vescovi non è altro che la logica conseguenza delle posizioni dottrinali dei Lefebvriani che rifiutano le Dichiarazioni del Vaticano II : Dignitatis humanae sulla libertà religiosa; Nostra aetate sul rapporto della Chiesa con le altre religioni non cristiane; e criticano l’impostazione dottrinale della Costituzione Lumen Gentium. Bisogna poi aggiungere il rifiuto della riforma liturgica di Paolo VI nonché di diversi documenti magisteriali, in particolare di papa Francesco. Finalmente, nel rito della celebrazione dell’ordinazione, la risposta alla domanda del rituale: “Avete il mandato apostolico?”, è stata praticamente un atto di scomunica della Chiesa cattolica quando si è affermato tra l’altro: “…Tenendo presente che dal Concilio Vaticano II fino ai giorni nostri le autorità della Chiesa sono impregnate di uno spirito contrario a quello della fede...”

Non guardare solo l’atto scismatico, ma guardare tutto ciò che lo precede e l’accompagna. Le intenzioni dei Lefebvriani sono chiare e non si tratta solo di offrire un uso maggiore del Messale anteriore alla riforma di Paolo VI. Si potrebbe dire: “Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito”.

 


venerdì 3 luglio 2026

DOMENICA XIV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 5 luglio 2026

 



 

 

Zc 9,9-10; Sal 144 (145); Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

 

 

Il salmo responsoriale (Sal 144) è una celebrazione solenne della regalità di Dio. Il salmista celebra l’onnipotenza del Signore svelata nelle grandi gesta della storia della salvezza. Ma la potenza di Dio si manifesta nella bontà paziente, la sua forza nella tenerezza compassionevole, la sua grandezza nel chinarsi sul bisognoso.

 

Il breve brano dell’Antico Testamento, proposto come prima lettura, annuncia la venuta del Re di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re”. In queste parole emerge la promessa del nuovo Davide. Le parole profetiche evocano anche qui l’immagine mite e umile di Gesù che cavalcando un asino fa il suo trionfale ingresso in Gerusalemme. Come in altri scritti della tradizione profetica, il Messia viene annunciato non come un potente guerriero, ma come un messaggero umile e giusto che spezzerà i simboli di guerra e l’orgoglio dell’umana superbia con la forza dirompente dell’amore che si manifesta nella debolezza della croce.

 

Nel brano evangelico, Gesù si presenta come colui che realizza in pienezza le promesse profetiche. Egli si propone alle folle come alternativa di liberazione rispetto al potere opprimente dei loro capi. Al posto dell’insopportabile peso della legge e dell’oppressivo potere dei suoi interpreti, egli propone il proprio “giogo”, facile da portare. Gesù promette di dare ristoro a tutti coloro che sono affaticati e oppressi, e li invita a imparare da lui che è “mite e umile di cuore”. Gesù si presenta quindi come colui che cammina davanti a noi invitandoci a mettere i nostri piedi sulle sue orme. Dio si manifesta nel suo Figlio incarnato come un Dio umile che si rivela agli umili abbassandosi sino alle dimensioni infime dell’umanità per dare all’uomo stima di se stesso, nonché impulso e speranza di liberazione di quanto ci umilia, ci disonora e ci opprime.

 

La seconda lettura spiega in cosa consista seguire Gesù e portare il suo giogo. Paolo lo fa richiamando le due possibilità di vita che si prospettano alla libertà dell’uomo: “vivere secondo la carne” o “vivere secondo lo Spirito”. Carne e Spirito sono due principi contrapposti di vita. La carne è l’uomo nella sua debolezza, caducità e fragilità. Non possiamo pretendere di costruire la propria vita sulla nostra fragilità; abbiamo bisogno dello Spirito di Dio. L’uomo che vive secondo la carne cerca se stesso e rifiuta il giogo di Cristo. Invece, l’uomo che vive secondo lo Spirito si lascia condurre dallo Spirito divino che lo libera dall’orgoglio accecante e dall’egoismo paralizzante. Assoggettarsi al giogo di Cristo significa vivere secondo lo Spirito. Infatti, la vita nello Spirito si configura come una crescente esperienza della nostra progressiva trasfigurazione nel Signore, della nostra appartenenza a Cristo, del dono della vita divina che, nel Risorto, ci è stata comunicata. Questa esperienza raggiungerà il suo compimento solo quando la potenza dello Spirito Santo trasfigurerà il nostro corpo mortale per renderlo conforme al corpo glorioso del Signore. 

 

lunedì 29 giugno 2026

IL RUOLO DELLE RUBRICHHE

 



Se da un lato il movimento liturgico ha messo in luce i limiti di una tradizione latina – che molto aveva concesso a una visione formale, razionale e intellettualistica del sacramento – e la riforma liturgica ha introdotto di nuovo, nell’esperienza possibile della chiesa cattolica, un programma rituale non in conflitto strutturale con la domanda di concretezza e di attuazione vitale e vivace, era necessario pervenire a un ulteriore passaggio, per notare la singolare coincidenza tra questo programma di “ritorno alle fonti” e il recupero di una ragione plurale. Il passaggio decisivo, in questa terza fase della coscienza liturgica comune, può essere rappresentato dal modo di comprendere le rubriche. Una lunga stagione ha pensato che queste ultime potessero essere lette come i “doveri del prete”: un’intelligenza troppo semplificata le appiattiva sul versante giuridico-disciplinare.

La rilettura proposta dagli sviluppi del movimento liturgico, mediante la riforma liturgica, fino alla stagione del XXI secolo, può rielaborare l’esperienza della rubrica in una nuova consapevolezza: si tratta di “attivare tutti i linguaggi della celebrazione”.

La rubrica non è altro che un “ponte rosso”, tra il linguaggio verbale (in nero) e i linguaggi non-verbali (le azioni del corpo). I linguaggi non verbali non sono semplicemente “espressioni aggiuntive” di ciò che la parola comunica; sono bensì esperienze diverse, altre forme d’intelligenza del mistero. Le rubriche sono precisamente i segnali, le spie, di questa esigenza costitutiva di ogni celebrazione: offrire una pluralità di mediazioni per arricchire l’esperienza del mistero e la sua intelligenza.

 

Fonte: Andrea Grillo, Un’intelligenza liturgica al plurale, in “Rivista di Pastorale Liturgica", n. 374 (1/2026), pp. 10-15, qui pp. 12-13.  

   

domenica 28 giugno 2026

SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI – 29 giugno 2026 Messa del giorno

 



 

At 12,1-11; Sal 33; 2Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

 

I santi Pietro e Paolo non sono soltanto degli Apostoli e perciò, come tali, da venerare quale “fondamento” (cf. Ef 2,20) della nostra fede al pari di tutti gli altri; ma sono i “principi degli Apostoli” per le specifiche funzioni che Cristo ha loro affidato nella fondazione e consolidamento della Chiesa: Pietro come “roccia” fondamentale della Chiesa, Paolo come “maestro delle genti”. Nel prefazio della Messa sono enumerati con parallelismo integrativo i tratti dei due apostoli Pietro e Paolo, che con diversi doni hanno edificato l’unica Chiesa: “Pietro, che per primo confessò la fede nel Cristo, Paolo, che illuminò le profondità del mistero; il pescatore di Galilea, che costituì la Chiesa delle origini con i giusti di Israele, il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti”.  

 

Nel brano di Paolo riportato nella seconda lettura, l’Apostolo, abbandonato da tutti e al tramonto della vita, si rivolge al suo discepolo Timoteo e con parole toccanti fa un bilancio della sua esistenza. Paolo disegna l’itinerario della sua esperienza di vita cristiana: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. E guardando al futuro, si affida fiducioso al “Signore, il giudice giusto”, a quel Signore che gli è stato sempre vicino perché potessi portare a compimento la sua missione evangelizzatrice e da cui ora attende “la corona di giustizia”. Ma le parole più importanti di questo brano si trovano all’inizio quando l’Apostolo afferma: “io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita”. Queste parole alludono chiaramente alla morte violenta, che tra non molto gli verrà inflitta per ordine di Nerone. Paolo ne parla adoperando un’immagine cultuale che richiama il rito della “libagione”, quale si usava nei sacrifici ebraici e pagani sui quali si spargevano vino, acqua ed olio, quasi per renderli più graditi alla divinità. Paolo vede quindi la sua vita coronata dal martirio come una libagione sacrificale offerta al Signore.

 

Il brano evangelico di Matteo propone la confessione di Pietro. Le parole dell’Apostolo, in risposta alla domanda di Gesù: “Voi chi dite che io sia?”, sono solenni: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Questa confessione di fede in Cristo è preceduta da una serie di risposte che alcuni, tra la gente, danno all’identità di Gesù, che sarebbe Giovanni il Battista, Elia, Geremia o qualcuno dei profeti. Dopo la confessione di fede di Pietro troviamo, invece, un discorso di Gesù di carattere ecclesiologico, costruito su tre simboli principali. Il primo è rappresentato dalla pietra: Simone diviene la roccia sulla quale Gesù getta le basi di quell’edificio che è la Chiesa. Il secondo simbolo sono le chiavi, segno di responsabilità e di dominio su una casa: Pietro diventa il vicario di Cristo, il suo fiduciario. Il terzo simbolo è presente nel binomio legare e sciogliere, espressione che riguarda soprattutto ai permessi e alle proibizioni nell’ambito dell’insegnamento e della prassi morale.

 

Pietro e Paolo, giustamente considerati le “colonne” della Chiesa, testimoniano entrambi la ricchezza della grazia di Dio, che si serve di persone diverse per origine, per formazione, per cultura, per stile, e le invoglia alla realizzazione dello stesso progetto di salvezza. La diversità di temperamenti e di culture, di tradizioni e di stili, rende viva e vivace la comunità cristiana. È una grazia, non un pericolo. A patto che ci sia unità nell’amore per Cristo e nell’impegno per il vangelo.

 

 

venerdì 26 giugno 2026

DOMENICA XIII DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 28 giugno 2026

 



 

2Re 4,8-11.14-16a; Sal 88 (89); Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42

 

Dei brani della Scrittura proposti oggi alla nostra attenzione si possono fare diverse letture. Cercheremo di leggere i testi unitariamente sviluppando il tema del camminare alla luce del volto del Signore, tema emerso già nel salmo responsoriale. Nella prima lettura (2Re 4,8-11.14-16) si parla di un cammino che va dalla sterilità alla fecondità: la vita di colui che accoglie il fratello, e con lui la visita di Dio, diventa una vita feconda. Nella seconda lettura (Rm 6,3-4.8-11) san Paolo ci propone un cammino che va dalla morte alla vita: nel battesimo siamo stati sepolti con Cristo per camminare in una vita nuova, quella di Cristo risorto. Si tratta di una partecipazione alla vita del Risorto che si sviluppa nel pellegrinaggio terreno per giungere al suo definitivo compimento nella gloria.

 

È però sulla lettura evangelica che vorrei soffermarmi. Le parole di Gesù raccolte in questo brano sono particolarmente dure ed esigenti. Il Signore ci propone il cammino paradossale della croce, quello che egli stesso ha percorso: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”.  Di fronte alla radicalità di queste parole, è giusto domandarsi quale sia il loro vero significato. Gesù non chiede di “sentire” più affetto per lui che per i propri familiari. Non si tratta di sentimenti, ma di valori, di porre cioè Cristo e la sua volontà prima di ogni altro valore e di ogni altra volontà. Non sarebbe un buon figlio chi, per far contenti i propri genitori, diventasse un ladro o un criminale. Anzi, questa maniera di agire sarebbe proprio il modo di disprezzare quella vita e quella dignità che i genitori ci hanno dato come valore da custodire. San Benedetto ha sintetizzato in modo giusto questa dottrina quando indirizzandosi ai monaci, che hanno fatto una scelta radicale di Cristo, dice nella sua Regola: “Nulla anteporre all’amore di Cristo” (4,21), e poi, quando più avanti afferma, parlando dell’obbedienza: “Essa è propria di coloro che ritengono di non avere assolutamente nulla più caro di Cristo” (5,2). Nessun vincolo umano e nessuna illusoria tentazione deve quindi sottrarci dalla fedeltà al Signore. Il legame con Gesù e, attraverso lui con il Padre deve costituire la priorità rispetto a tutti gli altri tipi di legami umani e la sua sequela deve essere più importante della vita stessa.

 

Il nostro passaggio sulla terra non è una passeggiata turistica, ma un faticoso cammino, che tuttavia nasconde e nello stesso tempo rivela un grande mistero, quello del Cristo morto e risorto. Alla fine del cammino c’è la partecipazione piena e definitiva alla vita del Risorto.

 

domenica 21 giugno 2026

EVANGELIZZARE

 



 

Il Vangelo va annunciato ai mondi reali che sono i vissuti concreti delle persone concrete così come sono. Ci si pone quindi nella posizione opposta a quella difesa dal cardinal Ottaviani davanti alla minaccia del pericoloso “andazzo” del Concilio Vaticano II: Quod non est in codice non est in mundo / ciò che non si trova nel codice non esiste nel mondo. Al contrario, tutto ciò che troviamo nel vissuto delle persone dovrà, prima o poi, entrare e non solo essere tollerato, ma persino codificato.

Non c’è nessun mondo, e nessun modo di stare al mondo che non sia capace di Vangelo.

Fonte: Fratel MichaelDavide, La Chiesa che morirà. L’arte di raccogliere i frammenti per impastare nuovo pane, San Paolo, Cinisello Balsamo 202, p. 60.

venerdì 19 giugno 2026

DOMENICA XII DEL TEMPO ORDINARIO (A) – 21 giugno 2026

 

 

 

Ger 20,10-13; Sal 68 (69); Rm 5,12-15; Mt 10,26 - 33

 

 

Possiamo riassumere il contenuto delle letture bibliche odierne con queste parole: la nostra fedeltà a Dio e al suo vangelo esige talvolta un caro prezzo che, però, possiamo affrontare se abbiamo fiducia nel Signore. La fede è un’attiva lotta contro la paura. La fede esige coraggio. Infatti, nella prima lettura, vediamo che la parola del profeta Geremia è scomoda a molti dei suoi contemporanei, incontra l’ostilità addirittura dei suoi parenti e amici. Il profeta sente tutto il peso della trama ordita contro di lui. Ciò nonostante, egli è fedele alla sua missione, perché sa che il Signore non lo abbandona. Perciò affida a lui la sua causa, anzi esprime la riconoscenza per l’aiuto ricevuto. L’insegnamento del brano del vangelo s’inquadra perfettamente nel contesto della prima lettura. Per ben tre volte Gesù ripete ai suoi discepoli inviati in missione il comando: “Non abbiate paura degli uomini... non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo... non abbiate dunque paura”. Ci possiamo domandare che senso abbiano oggi le parole di Gesù? Infatti, noi viviamo in un ambiente che in genere non è minaccioso nei confronti del testimone di Cristo, ma è semplicemente distratto e disinteressato ai grandi ideali proclamati dal cristianesimo. In queste circostanze ci vuole coraggio per testimoniare valori “forti”. Oggi le parole di Gesù sono quindi un invito a non scoraggiarsi, a non gettare la spugna, a continuare con fiducia la nostra testimonianza di vita cristiana anche quando il messaggio che la nostra parola e le nostre opere intendono proclamare sembra essere insignificante e lontano dagli interessi dei nostri simili. Dio ci sostiene con la forza del suo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede.

 

Si potrebbe dire che il cristiano si distingue dal non cristiano dal modo in cui vince la paura. L’alternativa cristiana al dubbio, all’incertezza e alla paura si chiama fiducia in Dio. Il vero discepolo di Gesù non cede alla tentazione di considerarsi dimenticato, di sentirsi insignificante, ma impara piuttosto da Gesù a fidarsi del Padre, il quale se provvede agli uccelli del cielo tanto più provvederà ai discepoli di Gesù. Questa fiducia in Dio viene incoraggiata anche da san Paolo nel brano della seconda lettura. Cristo non rimedia solo a una situazione catastrofica, conseguenza del peccato che si è moltiplicato nel mondo. Infatti, in questo mondo immerso nel peccato, sovrabbonda la grazia di Dio. Con Gesù Cristo, afferma l’Apostolo, i doni di Dio “si sono riversati in abbondanza su tutti”. Si tratta di una visione ottimistica dell’umanità, visione tipicamente cristiana. È l’umanità ideale, quella del futuro, quella che nella storia, pur non essendo mai pienamente raggiunta, deve rappresentare già ora il costante obiettivo del nostro impegno quotidiano.

 

La partecipazione eucaristica, “sacrifico di espiazione…” ci purifica dai nostri peccati e ci rinnova, perché tutta la nostra vita sia accetta alla volontà del Signore (orazione sulle offerte).

 

domenica 14 giugno 2026

LITURGIA DELLA MORTE

 





 

Alexander Schmemann, Liturgia della morte Rivelazione della Vita, Lipa, Roma 2025. XXVII +119 pp. (€ 15,00).

Il libro presenta alcune conferenze di Alexander Schme­mann che, partendo da considerazioni di ordine culturale e storico-liturgico, vogliono essere una provocazione alla pastorale e ai fedeli in genere riguardo all’evento della morte e al rapporto con essa nella loro esistenza quotidiana, costatando come spesso nella visione cristiana della vita vengano assunti la mentalità e l’ethos di una civiltà post-cristiana.

Introduzione (Maria Campatelli)

1. Lo sviluppo dei riti funebri cristiani.

2. Riti e pratiche funerarie.

3. La liturgia della morte e la cultura contemporanea.

Appendice: il Rito delle Esequie.

venerdì 12 giugno 2026

DOMENICA XI DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 14 giugno 2026

 



 

 

Es 19,2-6a; Sal 99 (100); Rm 5,6-11; Mt 9,36 -10,8

 

In questa domenica la parola di Dio ci invita a contemplare alcuni aspetti del mistero della Chiesa, precisamente la sua dimensione di “nuovo popolo di Dio” raccolto dall’amore di Gesù con la cooperazione dei suoi discepoli. Prefigurata dall’elezione sinaitica, la Chiesa è definita dalla comunione che vincola a Cristo i credenti in lui. A tal fine, Gesù chiama a sé i dodici e li invia (apostoli appunto, cioè inviati) ad annunciare il Vangelo e ad operare segni visibili che confermano la reale presenza del regno di Dio tra gli uomini. 

 

Vale la pena soffermarsi in modo particolare sul racconto evangelico ed esaminare le parole e i sentimenti di Gesù. Anzitutto, vediamo che Gesù sente “compassione”, non rimane indifferente di fronte alle folle che lo seguono. Dio aveva provato compassione per il popolo d’Israele quando, in Egitto, era sotto il peso dell’oppressione; Gesù prova ora compassione per le folle che sono stanche e senza una guida. La compassione è un’espressione dell’amore che vuole la vita dell’altro. Gesù poi invita a pregare. In questo modo, egli fa capire ai suoi discepoli che solo Dio è in grado di rispondere efficacemente ai bisogni dell’uomo. Finalmente, Gesù manda i dodici apostoli in missione a guarire le infermità e ad annunziare che il regno di Dio è vicino. In questo modo, Gesù fa capire che ormai il ruolo di Israele è compiuto. Alle dodici tribù di Israele subentrano i dodici apostoli scelti da Cristo e inviati a raccogliere gli uomini nel nuovo popolo di Dio. All’inizio di questo nuovo popolo non stanno dodici fratelli legati tra loro da vincoli di sangue, ma dodici persone unite solo dai vincoli della fede in Cristo. Il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, non è una realtà etnica, ma una realtà di fede. Attraverso la fede si stabilisce un forte legame con Gesù che diventa un fortissimo legame con gli altri credenti. Nasce così la Chiesa, nuovo popolo di Dio. Tutto ciò che nella prima lettura si afferma del popolo di Israele, “regno di sacerdoti”, “nazione santa”, si compie pienamente nella Chiesa. Ciò significa che la Chiesa è chiamata ad esprimere una presenza profetica tra gli uomini, a testimoniare dentro alla storia le opere della giustizia e della pace, frutto della riconciliazione con Dio ottenuta per mezzo di Gesù Cristo morto e risorto per noi (cf. seconda lettura).

 

In sintesi, possiamo affermare che la risurrezione di Cristo è il compimento della missione di Israele, perché nel Signore risorto Dio offre a tutti gli uomini di partecipare al banchetto del regno dei cieli. Di questa grazia i discepoli sono testimoni e dispensatori con la gratuità stessa dell’amore di Dio. Cristo “chiama” ma per “inviare”; non vuole creare gruppi elitari, sette di perfetti, ma un fermento per le masse, una comunità di persone impegnate a lottare contro ogni forma di male. Questa è stata la sua vita e così deve essere quella dei suoi discepoli.

         

L’eucaristia prefigura l’unione con Cristo e realizza l’unità nella Chiesa (cf. l’orazione dopo la comunione).

 

domenica 7 giugno 2026

LA DUPLICE TRADIZIONE SINOTTICA E GIOVANNEA DELL’EUCARISTIA

 


Dell’istituzione eucaristica abbiamo nel Nuovo Testamento due tradizioni: quella dei vangeli sinottici più Paolo e quella del vangelo di Giovanni. Il gesto di Gesù che lava i piedi ai discepoli (Gv 13,1-17) svolge nella trama del quarto vangelo un ruolo simile a quello dell’eucaristia dell’ultima cena nei vangeli sinottici. La lavanda dei piedi avveniva sempre prima della cena. Invece Gesù lava i piedi durante la cena. Si tratta di un gesto del tutto insolito che suggerisce di osservarlo in modo del tutto nuovo. Si tratta di un gesto di rivelazione, non di un semplice servizio o di un gesto di ospitalità. Neppure si tratta semplicemente di un gesto di umiltà o di un buon esempio che insegna ai discepoli ad amarsi l’un l’altro. Con il suo gesto Gesù rende visibile la logica di amore e di dono che ha guidato tutta la sua vita; è servendo e donandosi che Cristo si rende disponibile nelle mani del Padre, divenendone l’immagine e la trasparenza. Anche nel racconto dell’ultima cena, Luca parla dell’eucaristia come dono: Gesù spezza il pane e lo offre ai discepoli dicendo: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi”, e dopo la cena prende il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi” (Lc 22,19-20). Il fatto che Gesù, alla vigilia della sua passione, abbia preso del pane e del vino e/o si sia cinto di un grembiule per lavare i piedi dei suoi discepoli è una memoria unica. In che senso?

L’attestazione evangelica della duplice tradizione sinottica e giovannea del gesto con cui Gesù ha voluto significare il suo dono pasquale deve lasciare aperta una sana tensione sacramentale e di conversione pastorale. I due racconti si interpretano e si autenticano a vicenda come liturgicamente la liturgia romana afferma con la scelta del vangelo della lavanda dei piedi nella Messa in Coena Domini del Giovedì santo. Non va dimenticato che il gesto del pane e del vino rischia di far regredire l’eucaristia ai suoi precedenti riti ebraici.  Proprio la memoria dell’altro gesto – quello della lavanda dei piedi – ci aiuta a mantenere vivo il senso proprio dell’intero mistero pasquale. Il duplice gesto di Gesù per dire il segno del suo dono pasquale è la chiave per rinnovare il nostro stile eucaristico, perché la celebrazione nutra l’esistenza credente e ne renda affidabile la testimonianza.