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martedì 31 marzo 2026

GIOVEDI SANTO: MESSA VESPERTINA “IN CENA DOMINI” 2 aprile 2026

 





 

 

Es 12,1-8.11-14; Sal 115 (116); 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

 

Il brano evangelico d’oggi inizia con queste parole: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”.  La sera del Giovedì Santo celebriamo l’ora di Gesù, l’ora in cui egli manifesta pienamente sé stesso facendosi dono per noi. Nell’eucaristia facciamo memoria di Gesù, del suo dono personale in nostro favore e siamo inviati ai nostri fratelli per farli partecipi della “pienezza di carità e di vita” (cf. colletta della messa) attinta dal mistero eucaristico.

 

Nel racconto fondatore dell’eucaristia riportato da san Paolo (cf. seconda lettura) si pone nelle labbra di Gesù per ben due volte, dopo le parole sul pane e quelle sul calice, l’ordine: “fate questo in memoria di me”. Cosa significa fare, ripetere questi gesti “in memoria” di Gesù? Per cogliere il significato di questa espressione bisogna risalire all’istituzione della Pasqua ebraica, di cui ci parla la prima lettura; dopo le prescrizioni rituali riportate dal testo, il brano conclude con queste parole: “Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore…” Nella cultura giudeo-cristiana, ricordare o fare memoria esprime la convinzione che l’evento salvifico si attualizza nella storia. In questo senso, l’eucaristia non è un ricordo solo interiore o un segno senza riscontro nella realtà, ma ripresentazione efficace nel sacramento del sacrificio di Cristo nell’oggi della Chiesa in tensione verso la realtà gloriosa del Cristo risorto.  

 

La memoria di Gesù è dinamica: essa proietta in avanti la Chiesa che in questo modo ha preso contatto con il suo Signore e che deve esprimere nell’esistenza ordinaria quello che Gesù ha vissuto sulla terra, vale a dire l’amore a Dio a agli uomini “sino alla fine”. Questo è il senso della lavanda dei piedi (cf. vangelo), tramandata solo da Giovani al posto dell’istituzione eucaristica. In questo modo, san Giovanni presenta l’eucaristia come il sacramento dell’abbassamento, dell’obbedienza, del sacrificio spirituale e dell’amore di Cristo, del dono totale di sé per la salvezza di noi tutti.

 

Possiamo concludere affermando che il messaggio del Giovedì Santo è tutto qui: vivere, ad esempio di Cristo, la nostra fede come dono di noi stessi al servizio dei nostri fratelli, nella obbedienza a Dio Padre. Questo è il senso dell’eucaristia, questa è la missione fondamentale del sacerdozio ministeriale nella Chiesa e questo è il nocciolo della vita cristiana sintetizzata nel comandamento nuovo dato da Gesù quando dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Gv 15,12).

 

venerdì 27 marzo 2026

DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE (A) 29 marzo 2026

 


 

Is 50,4-7; Sal 21(22); Fil 2,6-11; Mt 26,14 – 27,66

 

 

Questa domenica introduce nella celebrazione del mistero pasquale di Gesù, mistero di morte e di vita. Ecco perché la liturgia ci presenta questi due quadri: l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme in cui la folla lo acclama re benedetto dal Signore e le ore tragiche del tradimento, della solitudine e della passione e morte in croce. Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione. Al tempo stesso che noi commemoriamo questo evento, chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per partecipare della sua risurrezione (cf. colletta).

 

La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, parla di un giusto sempre disponibile all’ascolto della parola di Dio e alla proclamazione del messaggio di salvezza a favore degli oppressi, e quindi proprio per questo perseguitato. Questo servo giusto e fedele di Dio trova il suo pieno riscontro nel Cristo che deve pagare con la morte la sua volontà di liberare l’uomo dalla oppressione che lo tiene in soggezione. Il racconto della passione, che leggiamo nel vangelo di Matteo, descrive questo dramma. Infine, san Paolo nella seconda lettura ci ricorda che in questo modo Cristo è giunto alla vita e ha aperto a noi le porte della vita. Il prefazio della messa proclama sinteticamente: “Con la sua morte lavò le nostre colpe e con la sua risurrezione ci acquistò la salvezza”.

 

La passione e morte di Gesù è raccontata dai quattro evangelisti con diversità di accentuazioni. Ogni evangelista pur raccontando lo stesso avvenimento, esprime la propria personalità, soffermandosi sull’uno o sull’altro particolare, cosicché i quattro racconti presi insieme offrono una visione plurima e diversificata dell’unico evento.

 

Le caratteristiche fondamentali del modo con cui Matteo presenta la figura di Gesù negli eventi della passione si possono riassumere attorno a tre temi fondamentali: - Gesù subisce l’oltraggio degli uomini, ma lo fa in modo pienamente consapevole e non passivo, rimanendo pieno padrone della propria sorte. La morte non è stata per lui una fatalità ineluttabile a cui rassegnarsi, ma una scelta sofferta e consapevole di coerente fedeltà. Alla luce di questa consapevolezza vengono ridimensionati gli sforzi di Giuda e i complotti dei suoi avversari per arrestarlo – In verità, ciò che nella passione si compie è il disegno di Dio manifestato nelle Scritture. La passione e morte di Gesù è il compimento delle Scritture e quindi delle promesse di salvezza fatte da Dio al popolo d’Israele. Matteo, insistendo sulla realizzazione delle Scritture, ci fa capire che il progetto di Dio e l’obbedienza del Figlio a Lui vanno avanti nonostante l’incomprensione e l’ostilità dell’uomo, anzi, paradossalmente proprio attraverso di esse. La morte di Gesù è presentata come un evento definitivo nella storia dell’umanità. Con il suo sacrificio, Gesù inaugura un nuovo periodo della storia, i cosiddetti tempi ultimi, i tempi in cui ha inizio il dominio di Dio sul mondo. Gli sconvolgimenti tellurici, la terra che trema e le rocce che si spezzano, ne sono un segno. Tutto viene sconvolto da quell’ultimo respiro che, invece di dire morte, ridona la vita e apre alla totale comunione con Dio, dato che non c’è più un velo che separa la dimora di Dio da quella degli uomini.

 

Nel dramma di Gesù si compie il dramma di ciascuno di noi. La sofferenza che proviene dalla coerenza e dalla fedeltà a Dio, alla verità, alla giustizia, apparentemente porta alla sconfitta, al fallimento, addirittura alla morte; in realtà però, essa conduce alla vita. Così è stato in Cristo, e così è in noi.

 

 

domenica 22 marzo 2026

GESU’ CRISTO NEL CORANO

 



Il Corano parla frequentemente di Gesù. Lo chiama “figlio di Maria” (Sura II, III, IV, V, XXIII, XLIII, LVII, LXI), “Cristo” (Sura III, IV, IX), “Messaggero di Dio” (Sura IV), “Messia” (Sura IV, V, IX).

Nella Sura IV, si afferma, parlando degli Ebrei, “li abbiamo maledetti per via della loro incredulità e perché dissero contro Maria: Abbiamo ucciso il Cristo Gesù figlio di Maria, il Messaggero di Dio! Invece non lo uccisero né lo crocifissero, ma così parve loro”.  Più avanti si dice: “il Messia Gesù figlio di Maria non è altro che un Messaggero di Dio, una Sua parola che Egli depose in Maria, uno Spirito da Lui proveniente”. E nella Sura V si aggiunge: “Sono certamente infedeli quelli che dicono: Dio è il Messia figlio di Maria”. E più avanti: “il Cristo, figlio di Maria, non era che un Messaggero. Altri ve ne furono prima di lui, e sua madre era una santa”. Nella Sura IX si parla dello stesso tema: “I cristiani dicono: Il Messia è figlio di Dio. Questo dicono con le loro bocche. Ripetono le parole di quanti già prima di loro furono miscredenti. Li maledica Dio. Quanto sono fuorvianti! Hanno preso i loro dottori, i loro monaci e il Cristo figlio di Maria, come signori all’infuori di Dio, mentre era stato loro ordinato di adorare un Dio solo”.

 

Fonte: Il Corano (Grandi classici), Crescere Edizioni, Vedano Olona (VA) 2024

venerdì 20 marzo 2026

DOMENICA V DI QUARESIMA ( A ) – 22 marzo 2026

 



 

Ez 37,12-14; Sal 129 (130); Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

 

 

Questa domenica contiene un messaggio unitario, un messaggio di vita, di quella vita nuova che, ricevuta nel battesimo, si rinnova continuamente nel processo di conversione e nel segno sacramentale della riconciliazione. La vita promessa da Dio agli esuli a Babilonia attraverso gli oracoli del profeta Ezechiele, di cui parla la prima lettura, e concretamente offerta a Lazzaro nell’ultimo dei miracoli di Gesù narrato da san Giovanni nel vangelo d’oggi, è simbolo e profezia di questa vita nuova. Si tratta della stessa vita di cui parla san Paolo nella seconda lettura, una vita che è frutto della giustificazione. È questa l’interpretazione che fa il testo del prefazio della messa: Cristo, Dio Signore della vita, che richiamò Lazzaro dal sepolcro, “oggi estende a tutta l’umanità la sua misericordia, e con i suoi sacramenti ci fa passare dalla morte alla vita”.

 

Nel lungo brano del vangelo d’oggi, il centro di tutto il racconto non è tanto la descrizione del miracolo della risurrezione di Lazzaro, quanto l’autoproclamazione di Gesù che dice: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. La risurrezione di Lazzaro è quindi segno e garanzia di una realtà di vita più sublime: Gesù promette una vita che va aldilà della morte. Anche Lazzaro, dopo la risurrezione miracolosa operata da Gesù, rimarrà sottoposto alla legge della morte biologica. Non è questa però che ci deve spaventare. La vera morte è quella di colui che non accoglie il messaggio di Gesù e, chiudendosi nel suo peccato, rende vana l’azione di Dio che offre la salvezza attraverso suo Figlio. Oltre la morte del nostro corpo, c’è ancora la vita, c’è la risurrezione. Questa vita definitiva non è solo una realtà futura, è già inizialmente presente in noi e cresce nella misura in cui siamo fedeli agli impegni del battesimo col quale siamo stati introdotti nel regno della vita vera e definitiva.

 

La Scrittura compara il peccato alla morte. Così anche san Paolo ci ricorda oggi che il “corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia”. Possiamo spiegare questa affermazione con altre parole: nel corpo morto a causa del peccato viene ad abitare mediante la fede e il battesimo lo Spirito che è vita, cioè un nuovo dinamismo interiore che attinge alla forza di Dio e ci libera dalla tirannide del peccato e della morte. Dobbiamo quindi interrogarci su questa “vita” che è in noi, la vita dello Spirito, la quale è già vita definitiva e risorta che culminerà alla fine nella risurrezione dei nostri corpi. Se veramente crediamo in questo mistero che è in noi, la nostra esistenza si aprirà al dono di Dio e cercherà di sintonizzare sulla sua santa volontà. La parola di Dio in questa domenica di Quaresima ci invita ad aprire il sepolcro dei nostri egoismi, delle nostre cattiverie, del nostro peccato, affinché possa irrompere in noi la vita di Cristo.

 

L’eucaristia è nutrimento e garanzia di questa vita. Ha detto Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54).

domenica 15 marzo 2026

 


IL CULTO DEI SANTI

 

Ci sono alcune reliquie di improbabile autenticità esposte alla devozione dei fedeli, come: Il  Velo della Madonna (conservato in diverse località, come Assisi e Roma) e la Sana Cintola (a Prato, Italia); la reliquia del piede di Maria Maddalena, tradizionalmente identificato come il piede sinistro, è conservata a Roma nella Basilica di San Giovanni dei Fiorentini; la reliquia del dito di San Tommaso apostolo è tradizionalmente conservata a Roma nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme; ecc.

Non possiamo fare a meno di notare la grande differenza che spesso esiste tra la concezione che molti cristiani hanno della venerazione dei santi e delle loro reliquie e le motivazioni teologiche autentiche che sono alla base di questa venerazione. Osservando il modo concreto in cui il culto dei Santi è tal volta praticato nelle nostre comunità, è ragionevole chiedersi fino a che punto si comprenda l'eccezionale ricchezza di mediazione spirituale che questi eroi della fede possono esercitare come modelli di vita autenticamente cristiana nel cammino del Popolo di Dio verso il compimento del Regno. I Santi sono coloro che hanno vissuto pienamente il mistero pasquale di Cristo e, per questo motivo, sono esempi di vita cristiana e validi intercessori del Popolo di Dio. Le feste liturgiche dei santi, con i loro ritmi celebrativi e i loro testi, possono essere uno strumento pedagogico efficace per recuperare una solida devozione ai Santi, libera da pratiche superstiziose o semplicemente di sapore folcloristico e ricca, invece, di frutti di vita cristiana.   

 

venerdì 13 marzo 2026

DOMENICA IV DI QUARESIMA ( A ) – 15 marzo 2026

 



 

 

1Sam 16,1b.6-7.10-13; Sal 22 (23); Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

 

 

Gesù e i discepoli incontrano un uomo cieco, ma lo guardano con occhi molto diversi. I discepoli, seguendo la mentalità del tempo, vedono in lui un uomo punito per i suoi peccati, mentre Gesù vede nella malattia di quell’uomo una occasione perché si manifesti l’azione salvifica di Dio. Stessa persona, sguardo diametralmente opposto. Chi vediamo vedendo un malato? Che cosa vediamo nella sofferenza dell’altro o dell’altra? Lo sguardo colpevolizzante dei discepoli si oppone allo sguardo di solidarietà di Gesù.

 

Il racconto della guarigione del cieco nato operata da Gesù è un miracolo in due tempi caratterizzati da due incontri dell’uomo cieco con Gesù: nel primo incontro Gesù, dopo aver spalmato del fango sugli occhi del cieco, lo invia a lavarsi alla piscina di Siloe. Quegli va, si lava e torna che ci vede. L’uomo ormai guarito della cecità ha un secondo incontro con Gesù. Questo nuovo incontro è collocato alla fine di un itinerario di prove e di incomprensioni che porta il nostro uomo a riscoprire un’altra luce, quella di Cristo che egli esprime con la professione di fede: “Credo, Signore”, e con il gesto dell’adorazione: “E si prostrò dinanzi a lui”. Nel racconto di san Giovanni, il dono della vista del corpo è simbolo del dono della fede. Notiamo che nei due casi è Gesù che ha l’iniziativa: è lui che, passando, vede il cieco; ed è ancora lui che, avendo saputo che era stato cacciato dai farisei, lo incontra per guidarlo alla fede.

 

Il racconto della guarigione miracolosa del cieco nato, ci fa capire che la fede è un itinerario. Il cieco, come il catecumeno, arriverà ad essa per tappe. Il progressivo avvicinarsi del cieco alla luce è in parallelo contrasto con la progressiva cecità dei farisei. Il cieco dichiara di non sapere chi sia Gesù (v. 25). I farisei invece dichiarano di sapere che Gesù “non viene da Dio” (v. 16), anzi affermano che è un peccatore: è questa pretesa di sapere che giustifica il duro giudizio nei loro confronti (v. 41). I farisei presumono di sé, sono chiusi nella loro verità, credono di avere già la luce: per questo non sono aperti alla novità di Gesù.

 

Come il cieco del racconto, possiamo e dobbiamo approfondire sempre di più il nostro incontro con Cristo. Si tratta di un itinerario impegnativo. Confessare la propria adesione a Cristo può comportare l’opposizione del mondo, come nel caso del cieco nato, che non viene difeso neppure dai suoi parenti ed è escluso dalla comunità. Questo itinerario laborioso e impegnativo lo si compie guidati dallo stesso Cristo che, per primo, si rivela a noi. Illuminati dalla luce che è Cristo, la nostra esistenza diventa luminosa e siamo capaci di interpretare le vicende della vita con gli occhi della fede. L’eucaristia a cui partecipiamo è “mistero della fede”. Il cammino di fede iniziato nel battesimo ci conduce all’eucaristia, come al suo termine logico. È nell’eucaristia che viviamo in pienezza il nostro incontro con Cristo e con i fratelli.

 

 

domenica 8 marzo 2026

LA NOBILE SEMPLICITÀ (SC, n. 34)

 



 

La nobiltà esprime il senso del rispetto dell’uomo nei confronti del divino, che si disvela nell’esperienza rituale. Quando quella è, invece, nell’ordine della sciatteria o della pomposità esteriore, non viene colta nella sua essenzialità, che è appunto il rimando all’Altro.

Se, da una parte, “il rito esprime, a livello fenomenologico una logica dell’attesa, dell’indugiare, del ‘l’asciar essere gli esseri’, in quanto concede una dilazione al mondo, trattenendo il tempo”, dall’altra, però, l’uomo vive e gestisce il proprio tempo, che è sempre limitato, e non gli è permesso quindi di abusarne.

La brevità, che nelle orazioni latine era garantita dal cursus e dalla concinnitas o armonia del periodo, esprime un’altra caratteristica essenziale della simbolicità. Se quest’ultima, infatti, è un “mettere insieme”, allora l’esperienza liturgica deve possedere i connotati della concentrazione, cioè dell’intensità dell’esperienza, e perciò del gusto, del pathos, senza lungaggini e inutili stiracchiature.

Si può allora affermare che la vera bellezza è il gusto dell’amore salvifico: “Li amò sino alla fine… Prese il pane”. Per questo il gesto è bello. La Chiesa, nel ripetere il gesto di Cristo, lo trova bello perché riconosce nel gesto l’amore del suo Signore. Il senso estetico, il senso del bello nella liturgia non dipende in primo luogo dall’arte, ma dall’amore. In quest’ottica si comprende ancora meglio il riferimento di SC alla nobile semplicità, indice della “verità” dell’amore con cui si celebra.

 

Fonte: Gianni Cavagnoli, Bellezza e stupore dell’evento liturgico, Centro eucaristico, Ponteranica 2025, pp. 104-105 (senza le note a piè pagina).  

 

 

venerdì 6 marzo 2026

DOMENICA III DI QUARESIMA ( A ) – 8 marzo 2026

 



 

Es 17,3-7; Sal 94 (95); Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

 

 

La liturgia di questa domenica e delle due successive ci invita a rivivere le grandi tappe attraverso le quali i catecumeni erano (e sono) condotti alla riscoperta delle esigenze profonde della conversione a Cristo per mezzo dei simboli dell’acqua, della luce e della vita. In questa domenica ci viene proposta l’immagine di Gesù come acqua viva capace di dissetare ogni desiderio umano e di donare la vita piena ed eterna a coloro che chiedono di attingere alla sua fonte.

 

La sete di Israele nel deserto, di cui parla la prima lettura, e la sete di Gesù a Sicar, di cui parla il brano evangelico, ci illustrano il tormento dell’umanità che cerca la verità, che cerca Dio. Nel dialogo con la Samaritana Gesù promette un’acqua che disseta per sempre. Attraverso l’immagine dell’acqua viva, cioè di sorgente, Gesù intende sottolineare la sua capacità di comunicare all’uomo reali valori di vita, che siano in grado di salvarlo. Infatti, la sete, come la fame e forse di più, oltre ad essere uno specifico bisogno corporale dell’uomo, rappresenta un “simbolo” totalizzante dei diversi e numerosi desideri e aspirazioni uomane. In ciascuno di noi ci sono molteplici desideri, bisogni, aspirazioni. Si potrebbe dire che la nostra vita è fatta più da desideri che da realtà possedute. Ci portiamo dentro un vuoto che non riusciamo a riempire. Naturalmente, non è sbagliato avere dei desideri; sbagliato è restringere i desideri del nostro cuore a oggetti troppo limitati, meschini. Dio ci offre un dono, l’unico in grado di appagare la nostra sete di felicità.

 

Gesù ci toglie la nostra sete rinnovando i rapporti interpersonali, insegnandoci la verità del nostro rapporto con Dio e donandoci lo Spirito che rende autentici l’uno e gli altri. La vita e la salvezza che dona Gesù crescono in noi nella misura in cui accogliamo la sua parola. D’altra parte, l’Apostolo Paolo ci ricorda, nella seconda lettura, il carattere assolutamente gratuito del dono della salvezza, da noi immeritata, ma ora a nostra piena disposizione se accolta nella fede. Nel dialogo con la Samaritana, Gesù cerca di condurre la sua interlocutrice a questa stessa consapevolezza quando le dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: dammi da bere!” Conoscere il dono di Dio significa che al di là dei nostri bisogni immediati e dei nostri desideri c’è qualcosa di più grande che possiamo solo ricevere come un dono dalla mano di Dio.

 

La sete di salvezza si soddisfa nell’eucaristia. San Giovanni Crisostomo afferma: “Mosè percosse la roccia e ne ricavò torrenti d’acqua, (Cristo) tocca la mensa eucaristica, batte la tavola spirituale e fa scaturire le fonti dello Spirito” (Catechesi II).

 

domenica 1 marzo 2026

L’OBBEDIENZA AL’ORDO

 



 

Nella celebrazione liturgica, l’obbedienza all’Ordo custodisce la relazione comunionale tra i fedeli partecipanti. Osservando disciplinatamente l’Ordo non mettiamo davanti le nostre opere, la nostra volontà, ma dischiudiamo uno spazio al farsi presente e sperimentabile del Mistero: “La forma rituale è insostituibile proprio perché ha come nota qualificante la sospensione dell’agire a partire da se stessi. In forza di tale interruzione si crea un posto per l’agire di Colui che proviene dall’Alto e si libera lo spazio per la presenza attiva di altri oltre a noi stessi”.

Quanto questo sia salutare per trovare vie pratiche per camminare insieme, per vivere la sinodalità, per la partecipazione di tutti alla missione evangelizzatrice della Chiesa, è evidente da sé.


Fonte: Elena Massimi, Liturgia e sinodalità. La celebrazione cristiana: fonte e culmine della Chiesa sinodale (Dinamiche), Queriniana, Brescia 2025, p. 42. Il testo tra virgolette, l’autrice lo prende da uno studio di G. Basani, La liturgia forma la comunità ed è forma della comunità.



venerdì 27 febbraio 2026

DOMENICA II DI QUARESIMA ( A ) – 1 marzo 2026

 



Gen 12,1-4a; Sal 32 (33); 2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9.

 

La Bibbia non vede l’universo come semplice “natura” ma come realtà “creata”, e la storia non la considera come ineluttabile “destino” ma come “progetto” di Dio in cui l’uomo è chiamato a collaborare. Dio è fedele alle sue promesse. Chi confida in lui non deve temere il caos, perché “egli è nostro aiuto e nostro scudo”. Perciò il ritornello del salmo responsoriale ci invita a ripetere: “Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo”. Nel cammino di conversione iniziato con la Quaresima, questo salmo ci esorta ad aprire il cuore alla speranza fondata sulla certezza che Dio è con noi per confortare i nostri passi incerti e timorosi sulla strada del vangelo di Gesù e liberarci da tutto ciò che conduce alla morte.

 

La prima lettura ci propone la figura del patriarca Abramo, chiamato da san Paolo “padre di tutti i credenti” (Rm 4,11). Il Signore si rivolge al santo patriarca e gli dice: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò...” Abramo obbedisce all’ordine divino. Egli ha il coraggio di rompere con le proprie sicurezze per rischiare un futuro umanamente incerto. La Lettera agli Ebrei dice che Abramo partì per fede “senza sapere dove andava” (Eb 11,8). La forza per intraprendere questo cammino di fede, nel quale non sono assenti le oscurità, gli viene dalla fiducia che ha nella parola di Dio. Anche noi, come Abramo, siamo chiamati a manifestare la nostra fiducia nel Signore sradicandoci giorno per giorno dalla terra del nostro egoismo, dalle proprie idolatrie, per metterci sulla strada di un’altra terra, quella indicata da Dio. Possiamo dire che è anche questo il senso del digiuno a cui la Chiesa ci invita durante la Quaresima: siamo chiamati a compiere dei gesti che ci liberino dalle nostre debolezze e ci rendano più disponibili a compiere nuovi passi nel cammino della coerenza evangelica.

 

Il brano del vangelo può essere interpretato nella stessa prospettiva. Domenica scorsa abbiamo visto Gesù uscire vittorioso dalle insidie del tentatore perché si è fidato di suo Padre, perché non ha avuto paura di sottomettere la propria libertà, i propri progetti alla volontà e al progetto che Dio ha su di lui. Tutto questo significa, implicitamente, per Gesù iniziare il cammino verso la passione. L’esperienza della trasfigurazione che ci narra il vangelo è da leggersi in questo contesto. La meta del cammino intrapreso da Gesù è la risurrezione, di cui la trasfigurazione è anticipo, ma la strada passa attraverso l’esperienza dolorosa della passione e della morte. Questa è la verità che Gesù intende far capire ai tre discepoli che l’hanno accompagnato. Perciò, dopo averli resi testimoni della gloria della trasfigurazione, Egli annuncia la sua morte e risurrezione. Nella seconda lettura, san Paolo ci rassicura: nella vita dobbiamo fare i conti con la sofferenza e anche con la morte, ma non sono queste le realtà che avranno il sopravvento. Grazie a Cristo, Dio ci chiama e ci dona l’immortalità: Cristo Gesù “ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità...”  E in un’altra parte, lo stesso Apostolo ritiene che “le sofferenze del momento presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi” (Rm 8,18 – cf. Ufficio delle letture, seconda lettura tratta dai Discorsi di san Leone Magno).

 

La conversione è un cammino verso una vita rinnovata ad immagine di Cristo risorto. In questo cammino ci guida la luce della stessa parola di Gesù, a cui il Padre ci ha detto di ascoltare: “Questi è il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!” (canto al vangelo - cf. Mc 9,7), e ci nutre l’eucaristia cibo del nostro pellegrinaggio.

domenica 22 febbraio 2026

LITURGIA: BELLEZZA E STUPORE

 



Gianni Cavagnoli, Bellezza e stupore dell’evento liturgico (Preghiera e liturgia 269), Centro eucaristico, Ponteranica 2025. 121 pp. (€ 13,00).

Il volume raccoglie una serie de studi sulla Lettera Apostolica Desiderio desideravi che papa Francesco ha dedicato alla formazione liturgica del popolo di Dio. Tale preoccupazione viene qui declinata alla luce dei componenti essenziali della celebrazione, così come è scaturita dalla riforma del Vaticano II: oggi della salvezza; forma dell’esistenza cristiana; culmine e fonte della vita cristiana; luogo dell’incontro con Cristo e con la Chiesa… Il tutto, alla luce delle due chiavi interpretative: la bellezza della verità celebrativa e lo stupore che inonda l’evento donato.

 

(Quarta di copertina)

venerdì 20 febbraio 2026

DOMENICA I DI QUARESIMA ( A ) – 22 febbraio 2026



Gen 2,7-9; 3,1-7; Sal 50 (51); Rm 5,12-19; Mt 4,1-11

 

Nella prima domenica di Quaresima, recitiamo il Sal 50, salmo penitenziale per eccellenza, che abbiamo trovato già nel Mercoledì delle Ceneri e ritroveremo ancora in seguito. Si tratta di una delle più belle suppliche del salterio per la spontaneità e la profondità dei sentimenti che in esso sono espressi. All’inizio del cammino quaresimale, questo salmo diventa il segno della nostra sincera volontà di conversione. Se il senso della colpa che il testo esprime è vivissimo, più intensa è, però, l’esperienza del perdono, della novità dello spirito, della gioia di sentirsi salvato dal Dio misericordioso. Perciò si potrebbe ben dire che più che un canto penitenziale, il Sal 50 è la celebrazione della risurrezione alla vita nello spirito della parabola del figlio prodigo che ritorna alla casa del padre.

 

La prima lettura racconta il peccato di Adamo ed Eva, i quali disobbediscono al progetto che Dio ha su di loro. Il brano del vangelo, invece, ci propone l’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto secondo la versione di san Matteo. Dalle tentazioni Gesù esce vittorioso accettando fino in fondo la volontà del Padre. Ecco, quindi, che alla disobbedienza di Adamo si contrappone l’obbedienza di Cristo, due personaggi che fanno scelte opposte; scelte nelle quali noi tutti siamo coinvolti. Ce lo fa capire san Paolo nella seconda lettura, quando stabilisce un confronto fra Adamo, responsabile della prima caduta umana che ha scatenato nel mondo la forza ostile del peccato, e Gesù Cristo, grazie al quale si riversa su tutti gli uomini la giustificazione. Gesù ha il potere di salvare l’uomo, perché ha, nella sua umanità, la capacità di ricollegare validamente l’uomo con Dio.

 

Come in Adamo e come in Gesù, la tentazione ci pone di fronte alla continua necessità di decidere e di scegliere. Le tre tentazioni subite da Gesù nel deserto possono essere considerate paradigmatiche di quelle a cui noi tutti siamo continuamente esposti. Gesù è tentato dal potere, dal successo e dal desiderio di usare per il proprio vantaggio le doti che ha ricevuto per il servizio degli altri e, in questo modo, sganciarsi dalla propria missione. Egli vince le tentazioni contrapponendo al tentatore la parola di Dio, e cioè il progetto che il Padre ha su di lui: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (canto al vangelo - Mt 4,4). Adamo ha voluto gestire in proprio, in assoluta autonomia il suo destino, e ha incontrato la morte. Cristo invece ha riconosciuto la propria dipendenza da Dio, e ha incontrato la vita: Egli non ha avuto paura di sottomettere la sua libertà al volere di Dio, perché ha capito che la sottomissione a Dio libera l’uomo della sottomissione agli idoli.

 

“La Scrittura e la Tradizione della Chiesa richiamano continuamente la presenza e l’universalità del peccato nella storia dell’uomo” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 401). Infatti, in ciascuno di noi c’è l’eredità del fallimento di Adamo ed Eva, ma c’è anche il dono della giustificazione operata da Cristo, di cui il battesimo è segno efficace. Convertirsi vuol dire prendere coscienza del progetto che Dio ha su di noi e fare delle scelte secondo questo progetto, fidarsi più di Dio che delle lusinghe del tentatore. In altre parole, convertirsi significa entrare nella corrente salvifica che ci trasforma da Adamo – uomo peccatore in Adamo uomo – fedele. La Quaresima, “segno sacramentale della nostra conversione” (colletta) è il tempo favorevole per tale progetto (cfr. orazione sulle offerte). 

lunedì 16 febbraio 2026

MERCOLEDI DELLE CENERI – 18 febbraio 2026

 



 

 

Gl 2,12-18; Sal 50 (51); 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18

 

Il salmo responsoriale riprende alcuni versetti del Sal 50, una delle più belle e profonde suppliche del salterio. Il Miserere, grande salmo penitenziale, accompagna la Chiesa nell’esercizio della penitenza quaresimale e nella preparazione alla Pasqua. Il salmista si rivolge a Dio supplicandogli che intervenga attuando una nuova creazione nel cuore del credente, purificato dal suo peccato, affinché questi possa proclamare la lode del Signore. All’inizio della Quaresima, questo salmo ci colloca nel giusto atteggiamento penitenziale per intraprendere “un cammino di conversione” (colletta della messa) che ci conduca a celebrare con “cuore puro” e “spirito saldo” la Pasqua del Signore.

 

Le due prime letture della messa d’oggi parlano della conversione. Le calamità che ai tempi di Gioele hanno colpito la terra di Giuda (la siccità e l’invasione delle cavallette) diventano per il profeta un segno per invitare il popolo alla conversione: “Così dice il Signore: ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti” (prima lettura). San Paolo, nella seconda lettura, ci ricorda che la conversione, nella prospettiva cristiana, non è il cammino che noi dobbiamo fare per andare a Dio, ma piuttosto il cammino di riscoperta di quanto Dio in Cristo Gesù ha fatto per noi: “lasciatevi riconciliare con Dio”. Notiamo inoltre che il verbo greco (kattalàssô) usato per indicare la riconciliazione è quello usato per la riconciliazione tra due sposi dopo una infedeltà. Ritorna così un simbolismo caro ai profeti: la relazione che intercorre tra Dio e la sua creatura è analoga a quella che unisce due persone innamorate. L’Apostolo ci invita a non perdere l’occasione per riallacciare questo legame di intimità con Dio. La Quaresima è il “momento favorevole” per ritrovare o rinsaldare tale legame.

 

Il brano evangelico illustra il significato delle pratiche quaresimali tradizionali: l’elemosina, la preghiera e il digiuno, con un continuo richiamo a superare il formalismo. Gesù ne parla nel contesto del discorso sulla nuova giustizia, superiore all’antica; egli illustra le caratteristiche di questa nuova giustizia e le applica alle tre pratiche fondamentali della pietà giudaica: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. Gesù non elimina queste pratiche; egli vuole solo che le compiamo con sincerità, senza ipocrisia di sorta. Siamo chiamati a vivere ogni giorno una continua lotta contro l’ipocrisia, per non falsare la nostra relazione con il Padre, che dev’essere vissuta nell’intimità del cuore.

         

La Quaresima, che iniziamo oggi, è un tempo propizio per la maturazione individuale e collettiva della fede. Fuori di una prospettiva di fede, essa corre il pericolo di svilirsi in un periodo di tempo in cui lo sforzo morale e le pratiche ascetiche rischiano di diventare fine a se stesse e pertanto possono condizionare negativamente l’approfondimento di una autentica esperienza di vita cristiana. La Chiesa non insiste più, come ha fatto in tempi passati, nelle pratiche penitenziali in sé come gesti puntuali da compiere. Mutati i tempi, possono e debbono cambiare anche i modi concreti di esprimere l’ascesi; non può scomparire però il sincero slancio di conversione verso Dio. L’austero rito delle ceneri, che sostituisce oggi l’atto penitenziale dell’inizio della messa, è un invito a intraprendere l’itinerario spirituale della Quaresima per giungere completamente rinnovati a celebrare la Pasqua di Cristo Signore (cf preghiera di benedizione delle ceneri). La partecipazione all’eucaristia ci è di sostegno in questo cammino (cf orazione dopo la comunione).

venerdì 13 febbraio 2026

DOMENICA VI DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 15 febbraio 2026

 


 

Sir 15,16-21 (nv 15-20); Sal 118 (119); 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

 

Come dice il brano del libro del Siracide che abbiamo ascoltato come prima lettura, “davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male”. Ognuno è libero di scegliere la strada che preferisce nella, ma soltanto chi cammina alla luce della legge del Signore può raggiungere il traguardo della vita. Ecco il messaggio di questa domenica.  

Nel brano evangelico, Gesù afferma che non è venuto ad abolire la Legge, ma a dare pieno compimento ad essa. Cosa significa “dare compimento”? Il termine usato nella lingua greca evoca l’idea della pienezza e, in questo caso, della pienezza di senso. Tra l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento c’è continuità ma c’è anche progresso, anzi tra i due Testamenti ci sono pure delle vere e proprie rotture. Infatti, Gesù dopo aver affermato che non è venuto ad abolire ma a dare compimento, continua il suo discorso dicendo “Avete inteso che fu detto agli antichi … Ma io vi dico …” Gesù non distrugge il passato, ma lo completa definitivamente nel campo della conoscenza di Dio e in quello morale. Con il suo ripetuto “ma io vi dico”, Gesù manifesta una consapevolezza che va oltre quella dei profeti dell’Antico Testamento: la sua è l’autorità del Messia, superiore a Mosè. La legge di Mosè e la legge di Cristo non sono quindi leggi in contrasto fra loro, ma bisogna pure coglierne le diversità anche profonde. Più in concreto, possiamo domandarci in che cosa consiste lo specifico della legge cristiana e come può dirsi in continuità e al tempo stesso in una certa rottura con la legge degli antichi?

Il brano del vangelo odierno ci pone di fronte ad una serie di antitesi che toccano diversi punti della Legge anticotestamentaria, scelti evidentemente tra i molti altri possibili. Non è però una scelta fatta a caso: tre riguardano il comportamento verso il prossimo e tutti e tre mettono in luce la carità. Possiamo dire che ad un’etica del “lecito” viene sostituita un’etica dell’“amore”. In Cristo il regno di Dio si è fatto vicino, l’amore di Dio si è rivelato con una più grande chiarezza, il perdono ci è offerto con una misericordia gratuita e senza limiti, allora il nostro comportamento deve esprimersi con una generosità nuova, anzi con la generosità dell’amore. Ci viene rivelata in modo nuovo la paternità di Dio e ci viene quindi chiesta con maggiore enfasi un’etica filiale. Più che preoccuparci di determinare fino a che punto possiamo spingerci per non cadere sotto il giudizio di condanna, occorre chiederci che cosa ci faccia crescere con maggiore vigore nell’amore di Dio e del prossimo.

Come i profeti dell’Antico Testamento che l’hanno preceduto, anche Gesù si è sforzato di ricuperare il centro della volontà di Dio, e cioè il primato della carità. Tutto deve essere letto alla luce di questo centro, e tutto deve essere valutato in base ad esso. Nel Nuovo Testamento il comportamento morale diventa maggiormente opera dell’uomo integrale e si unifica assai più nella legge suprema dell’amore di Dio e degli uomini. Nella Nuova Alleanza l’amore diventa quindi il principio che ispira tutta la vita dei discepoli di Cristo. Come dice l’orazione colletta della messa, Dio ha promesso di abitare in coloro che lo amano con cuore retto e sincero.

domenica 8 febbraio 2026

LA LUCE NELLA CELEBRAZIONE LITURGICA

 



Dosare la luce nella celebrazione liturgica non è la stessa cosa che illuminare una chiesa. L’assemblea, protagonista della celebrazione, deve essere illuminata con la sapienza della penombra. Nella giusta penombra le vicinanze si saldano con meno remore. L’assemblea trova unità con maggiore naturalezza, il corpo a corpo non ha più nulla di insidioso. Invece un’illuminazione piena e indifferenziata irrigidisce i corpi, disorienta lo sguardo e disperde lo spirito.

Se una luce deve sopravanzare, se un punto focale deve acquisire risalto, questo è solo l’altare. L’altare nella liturgia cristiana è la forma per eccellenza della presenza. In quel punto, la chiarezza sull’immagine cristiana di Dio è massima, precisamente nel rimemorare il morire e il risorgere, il sacrificio e il dono, il prendere e il condividere. Persino l’ambone, respingendo tiepide allegorie sulla parola come luce, se restasse in una discreta penombra, lasciando relativamente indistinguibile il volto del lettore, aprirebbe alla voce lo spiraglio di una potenza timbrica che noi abbiamo tutto l’interesse di recuperare. Colui che proclama la parola deve ovviamente vedere e deve poter essere visto, ma mai con una presenza eccessivamente esaltata, come fosse un attore sotto i riflettori.

Finalmente, dove si può, si deve far valere il protagonismo della luce naturale. Non solo la luce delle candele, ma anche la luce che la sapienza costruttiva dell’architettura riesce a convogliare dall’esterno fin dentro lo spazio liturgico.

 

Fonte: Giuliano Zanchi, Dare luogo alla grazia. Sugli spazi della liturgia, Vita e Pensiero, Milano 2025, sintesi delle pp. 109-124.

 

 

venerdì 6 febbraio 2026

DOMENICA V DEL TEMPO ORDINARIO (A) 8 Febbraio 2026

 



 

 

Is 58,7-10; Sal 111 (112); 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

 

Il brano del vangelo d’oggi inizia con queste impegnative parole di Gesù: “Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo”. I discepoli di Gesù siamo chiamati ad essere sale della terra e luce del mondo e come tali dobbiamo apparire apertamente e pubblicamente agli occhi degli uomini. Come discepoli del Signore dobbiamo vivere le beatitudini in questo mondo. Perciò siamo chiamati a testimoniare ciò in cui crediamo per il bene degli uomini di questo mondo. Essere luce, essere sale. Due immagini semplici che danno però il senso di ciò che intendono esprimere: sapore e luminosità. I discepoli di Gesù siamo uomini e donne come tutti gli altri, viviamo e operiamo in mezzo alla società. Eppure, Gesù afferma che qualcosa ci deve distinguere dagli altri: dovremmo essere capaci di conferire alla vita della nostra società il vero sapore delle cose, fare gustare ai nostri simili i veri valori del Vangelo, e dovremmo essere capaci di illuminarli col buon esempio della nostra vita. In queste due immagini evangeliche l’accento è posto sull’essere più che sul fare. Gesù ci invita ad “essere” sale, ad “essere” luce. Come dice san Tommaso d’Aquino, “l’agire è conseguenza dell’essere” (agere sequitur esse). Si può far luce o si può dare sapore solo se si è luce e sale.

 

Siamo quindi chiamati ad essere sale della terra e luce del mondo attraverso il nostro modo di vivere. Gesù lo dice esplicitamente quando esige che gli uomini possano vedere “le nostre opere buone”. La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, specifica questa esigenza della vita cristiana attraverso l’elenco di quelle che la tradizione ha chiamato “opere di misericordia”. Attraverso queste opere di misericordia, la luce dell’amore di Dio si diffonde nel mondo. Non si è luce del mondo perché messaggeri di una dottrina sublime o propagatori di un grande movimento religioso, ma perché il vangelo delle beatitudini, incarnato nella nostra vita, diventa segno luminoso in mezzo al mondo.

 

I cristiani abbiamo ricevuto un compito da eseguire. Un compito a servizio del mondo. Lo possiamo riassumere dicendo che siamo chiamati a dare senso al vivere, il vero senso alle cose. La vita è fatta da piccole cose, in famiglia, nel lavoro, nel riposo, nell’amicizia. È in queste piccole cose che si deve trovare il senso dell’esistere. Così come non è difficile per chi è innamorato dare alle piccole cose un valore grande, così non dovrebbe essere difficile per chi è innamorato di Cristo e ha una fede viva dare ad ogni piccolo impegno della sua esistenza un riferimento essenziale a Dio. In questo modo ogni cosa acquisterebbe sapore. Cristo insapora l’esistenza umana con il suo Vangelo, e noi saremo sale della terra se la nostra vita diventerà tuta compenetrata del Vangelo di Cristo.

 

La preghiera che recitiamo alla fine della messa riassume bene il messaggio della parola di Dio di questa domenica, adoperando un’altra immagine cara al Vangelo: chiediamo di essere uniti a Cristo per portare “frutti di vita eterna per la salvezza del mondo” (preghiera dopo la comunione).

 

domenica 1 febbraio 2026

IL LEZIONARIO DELLA MESSA

 



 

Il Lezionario della Messa (Ordo Lectionum Missae [OLM]) va venerato come la Parola di Dio: la liturgia stessa ce lo insegna, quando circonda il libro dei Vangeli con tanti segni di venerazione (incenso, bacio, intronizzazione sull’altare e sull’ambone).

Il Lezionario contiene la Parola che Dio rivolge a tutta l’assemblea. “I libri, dal quale si desumono le letture della Parola di Dio […] devono suscitare negli ascoltatori il senso della presenza di Dio che parla al suo popolo. Si deve quindi procurare che anche i libri, essendo nell’azione liturgica segni e simboli di realtà superiori, siano davvero degni, decorosi e belli” (OLM 35).

Il Lezionario è un mezzo in più, tra i gesti simbolici, per mostrare la nostra comprensione e stima della Parola di Dio. “Poiché la proclamazione del Vangelo costituisce sempre l’apice della Liturgia della Parola, la tradizione liturgica, sia occidentale che orientale, ha sempre fatto una certa distinzione fra i libri delle letture. Il libro dei Vangeli veniva infatti preparato e ornato con massina cura, ed era oggetto di venerazione più di ogni altro libro destinato alle letture” (OLM 36).

All’inizio della celebrazione della Messa il diacono porta solennemente il libro dei Vangeli. Questo gesto indica che la Parola di Dio convoca l’assemblea e illumina la sua fede. L’Evangeliario viene, poi, deposto, chiuso, sull’altare. Il vescovo che presiede bacia l’altare e l’Evangeliario al termine della processione di ingresso. Altare e libro: il nostro duplice incontro con Cristo, parola e alimento della comunità cristiana. Duplice mensa alla quale siamo invitati.

Al momento della proclamazione del Vangelo, il diacono prende l’Evangeliario dall’altare: come il pane e il vino eucaristici sono presi dall’altare perché i fedeli si nutrano del corpo di Cristo, così anche il Vangelo è preso dall’altare affinché i fedeli si nutrano dalla parola di Cristo. Poi, accompagnato da accoliti con incenso e candelieri, si pone in marcia la processione verso l’ambone. Lì il diacono apre il libro. Prima di proclamare la lettura, il libro del Vangelo viene incensato. La proclamazione inizia con il triplice segno della croce. Il diacono tocca prima il libro, tracciandovi un piccolo segno di croce. E poi lo fa su sé stesso: sulla fronte, sulle labbra e sul petto, a significare l’accesso della parola evangelica nelle facoltà fondamentali della persona (intelletto, linguaggio e volontà). È l’espressione di un desiderio: che questa Parola che risuona in mezzo a noi penetri nella nostra persona, e illumini veramente i nostri pensieri, le nostre parole, i nostri sentimenti e le nostre azioni. Finita la proclamazione, colui che ha proclamato il Vangelo prende il libro nelle sue mani e lo bacia: un bacio a Cristo che ci ha parlato. Nel frattempo, dice sottovoce: “la parola del Vangelo cancelli i nostri peccati”, chiede cioè che questo Vangelo sia strumento di salvezza per noi, distruggendo il male che sempre ci insidia. Nelle celebrazioni più solenni, il vescovo può impartire la benedizione al popolo con l’Evangeliario (cfr. Ordinamento generale del Messale Romano, n. 175).

Il Lezionario o l’Evangeliario rimane aperto sull’ambone. Chiuderlo non avrebbe significato. Il libro aperto, alla vista del popolo, continua ad illuminare il resto della celebrazione eucaristica e tutta la vita della comunità.

Il Messale italiano affianca all’antifona alla comunione dell’edizione tipica latina un’antifona proveniente dal vangelo del giorno. In questo modo si ricorda l’unicità della tavola del Cristo pane di vita che si offre come nutrimento ai credenti nel suo corpo scritturistico e nel suo corpo eucaristico.

Accanto all’altare, abbiamo l’ambone (che significa “luogo elevato”, da anabaínein, “salire”), luogo della proclamazione della Parola. Dopo secoli di oblio, il ritorno dell’ambone all’interno dello spazio liturgico è segno della riscoperta del valore della Parola di Dio nella vita della Chiesa. L’ambone è, nella prima parte della celebrazione – come l’altare nella seconda – il centro dell’attenzione di tutta l’assemblea.

venerdì 30 gennaio 2026

DOMENICA IV DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 1 Febbraio 2026

 



 

 

Sof 2,3; 3,12-13; Sal 145 (149; 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12a

 

         

Nella prima lettura, il profeta Sofonia ci ricorda che il resto fedele di Israele sarà un popolo umile e povero capace di cercare il Signore. Nella seconda lettura san Paolo, invitando i Corinzi a considerare la vocazione cristiana, dice a loro, riferendosi alla croce di Cristo, che Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Infine, la lettura evangelica riporta il testo delle beatitudini che iniziano proclamando “beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Due concetti dobbiamo chiarire: che significato hanno le beatitudini nel vangelo e, in particolare, chi sono questi “poveri in spirito” proclamati beati.

 

Il brano del vangelo odierno inizia così: “vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo...” In questo modo solenne viene introdotto il cosiddetto discorso della montagna che rappresenta il cuore del vangelo di san Matteo e il modello di vita del cristiano. Come Mosè sul Sinai ricevette da Dio la legge fondamentale del suo popolo, così Gesù sale sulla montagna per proclamare la nuova legge che dà compimento alla legge antica. Le beatitudini sono il sunto di questa nuova legge, vera carta costituzionale del nuovo popolo di Dio. Esse hanno trovato in Cristo la perfetta attuazione. Le beatitudini diventano allora l’identikit del discepolo di Gesù che cerca di seguire il suo Maestro. Più che le singole affermazioni del testo delle beatitudini interessa rilevare il movimento che orienta la vita secondo un itinerario che va da un presente di croce verso un futuro di gloria: “Beati... perché saranno consolati... avranno in eredità la terra... saranno saziati... troveranno misericordia... vedranno Dio... saranno chiamati figli di Dio”. Questo programma trova riscontro nella vita di Gesù, soprattutto nella sua passione, morte e risurrezione. In sintesi, possiamo affermare che le beatitudini ci collocano di fronte alla presenza di Dio affinché riusciamo a misurare la nostra vita non secondo i valori del mondo e le possibilità di successo ad essi collegate ma secondo i valori di Dio e i doni che da lui ci vengono gratuitamente elargiti e che hanno trovato nell’esistenza di Gesù perfetta realizzazione.

 

La “povertà in spirito” è la prima beatitudine del vangelo, animatrice di ogni altra beatitudine. “Beati i poveri in spirito - dice Gesù - perché di essi è il regno dei cieli”. Che s’intende qui per poveri? I poveri non sono persone particolarmente virtuose, ma semplicemente persone particolarmente bisognose. La loro beatitudine significa quindi risposta al loro bisogno da parte di Dio che è ricco di misericordia. La condizione di povertà, poi, pone l’uomo davanti a Dio nella condizione del bisognoso. La povertà così intesa apre l’uomo alla fiducia semplice e docile nel Signore. A questo punto, è lecito dire che la povertà può diventare addirittura un ideale di vita, perché apre degli spazi per Dio, strappa dalle sicurezze mondane e orienta verso altri traguardi, altre gioie. In poche parole, la povertà in spirito significa una disposizione interiore globale di abbandono, di disponibilità a Dio, alla sua volontà, alla sua provvidenza.

 

domenica 25 gennaio 2026

LA PAROLA DI DIO NON È UN LIBRO

 



La Parola di Dio non è un libro, la Parola di Dio è Gesù. Quando sentiamo l’espressione “Parola i Dio” non dobbiamo pensare alla Bibbia, ma a Gesù. Papa Francesco, parlando ai membri della Pontificia commissione biblica, ha espresso in maniera semplice questa fede: “La Parola di Dio precede ed eccede la Bibbia. È per questo che la nostra fede non ha al centro soltanto un libro, ma una storia di salvezza e soprattutto una Persona, Gesù Cristo, Parola di Dio fatta carne”.

Cosa significa? Significa che la Bibbia va capita nella cornice della Rivelazione divina […] Per il cristianesimo Dio non ci ha dato una legge o delle norme: Dio ci ha dato sé stesso perché desidera farsi conoscere e vuole entrare in comunione con noi. Ecco, la Bibbia fa parte di questa rivelazione, ma non la esaurisce. Che vuol dire allora che “La Parola di Dio precede ed eccede la Bibbia?” Nel senso che esistono: una rivelazione naturale e cosmica che Dio offre agli uomini nelle cose create (il tramonto, le montagne, il mare, gli abissi, gli animali, i pianeti, il vento, il sole che scalda, la pioggia che bagna, tutta la meraviglia del creato sono Parola di Dio); una rivelazione di Dio nella storia, la quale segna le sorti di un dialogo tra Dio e gli uomini, fatta di tradizione orale, e tutta la Tradizione della Chiesa; infine, il punto più importante, la Parola di Dio è Gesù, una persona viva, incarnato, morto e risorto per me.

In questo c’è una grandissima differenza con gli ebrei, i musulmani e le altre religioni. Come spiega il teologo Henri Marie De Lubac: “Mani e Maometto hanno scritto dei libri, Gesù, invece, non ha scritto niente; Mosè e gli altri profeti hanno scritto di lui […] Il cristianesimo, propriamente parlando, non è affatto una religione del Libro: è la religione della Parola – ma non unicamente né principalmente della Parola sotto la sua forma scritta. Esso è la religione del Verbo, non di un verbo scritto e muto, ma di un Verbo incarnato e vivo. La Parola di Dio adesso è qui tra noi, in maniera tale che la si vede e la si tocca: Parola viva ed efficace, unica e personale, che unifica e sublima tutte le parole che le rendono testimonianza”.

 

Fonte: Nicola Commisso, Manco le basi. Piccolo manuale di introduzione alla fede cattolica. Prefazione di Costanza Mariano, Il Timone, Milano 2025, pp. 179-181.

venerdì 23 gennaio 2026

DOMENICA III DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 25 Gennaio 2026 Domenica della Parola

 



 

 

Is 8,23b-9,3; Sal 26 (27); 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

  

Il simbolismo della luce, che abbiamo già trovato nella domenica precedente nonché nella liturgia natalizia e ritroveremo in quella pasquale, esprime, nella Bibbia, la realtà della salvezza donata dal Signore per mezzo di Cristo. San Matteo, nel brano evangelico d’oggi, racconta gli inizi del ministero pubblico di Gesù che comincia dalla Galilea, dopo l’arresto di Giovanni. Gesù sceglie come punto di partenza della sua predicazione una regione religiosamente sottosviluppata, dove la religione d’Israele era a stretto contatto col paganesimo. Nel secolo VIII a. C. gli abitanti di Galilea erano stati deportati in esilio, “immersi nelle tenebre della schiavitù”. Ricordiamo che uno degli argomenti che verranno portati contro la messianicità di Gesù è appunto questo: “Il Cristo viene forse dalla Galilea?” (Gv 7,41). In questa scelta fatta da Gesù per iniziare l’annuncio del Regno di Dio e l’invito alla conversione, l’evangelista Matteo vede il compimento delle parole del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “...il popolo che cammina nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. La Galilea, terra di tenebra da dove la predicazione di Gesù inizia a irradiarsi come luce, è il simbolo del buio che avvolge la vita dell’uomo che non è stato illuminato dalla luce del Vangelo di Gesù.

 

La lieta novella che Gesù reca all’uomo è un messaggio di liberazione morale e fisica, perché rinnova l’uomo. Gesù predica il vangelo del Regno e guarisce ogni malattia e infermità mettendo l’uomo in grado di individuare e percorrere la strada che lo può realizzare, che è capace di dare senso alla propria vita, come i fratelli Simone e Andrea e Giacomo e Giovanni che, lasciata ogni cosa, seguono Gesù e trovano in lui il senso della loro esistenza. San Matteo sottolinea che i primi discepoli sono fratelli nel sangue per indicare l’effetto della conversione che conduce oltre, verso la fraternità in Cristo, la sola capace di non divenire mai esclusiva, ma comprensiva di ogni uomo. Convertirsi al Regno di Dio significa quindi scoprire anche i profondi rapporti che ci uniscono gli uni gli altri. Fare di Cristo il centro della vita vuol dire spezzare ogni barriera e ogni divisione. Perciò nella comunità di coloro che sono stati illuminati dal Vangelo di Gesù non hanno senso le discordie, le divisioni. È quanto ricorda san Paolo nella seconda lettura quando esorta i fratelli della comunità di Corinto ad essere “in perfetta unione di pensiero e di sentire”. Se Cristo non può essere diviso, nemmeno la comunità di Cristo, che è vero “corpo di Cristo”, può essere divisa. Le divisioni nella Chiesa sono lacerazioni di Cristo.

 

Riassumendo, possiamo affermare che negli inizi della sua predicazione Gesù annuncia la liberazione dall’oppressione in cui si trovano gli uomini che vivono nelle tenebre e nella schiavitù del peccato, perché essi, “illuminati” dalla luce che è Cristo, possano ritrovare il senso della loro esistenza nella comunione e solidarietà reciproca. Questo messaggio trova una sua realizzazione vera e paradigmatica nella partecipazione all’eucaristia, in cui per opera dello Spirito “diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito” (preghiera eucaristica III).