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domenica 15 gennaio 2023

BIBBIA E LITURGIA

 



 

Renato De Zan – Pierangelo Sequeri, Celebrare. Bibbia e Liturgia in dialogo (Perle 4), Gregorian & Biblical Press, Roma 2022. 153 pp. (€ 18,00).

Un piccolo libro senza indice del contenuto. Due autori noti: De Zan, biblista e liturgista; Sequeri, teologo. Più che due autori “in dialogo”, si tratta di due autorevoli autori che parlano di liturgia da due prospettive molto diverse.

Il titolo dell’intervento di De Zan è “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a Lui solo renderai culto. Panorama sintetico del culto vetero e neotestamentario” (pp. 7-69). L’autore avverte che la liturgia nella Bibbia non compare con una sua fisionomia completa ed esaustiva. I dati del culto nell’Antico Testamento sono frammentari e appartengono a più epoche; potrebbero abbracciare grosso modo l’arco di un millennio. Ci viene offerto in “forma minima” l’essenziale dell’esperienza cultuale dell’Antico Testamento. Nel Nuovo Testamento i dati cultuali sono modesti rispetto alle informazioni veterotestamentarie. Nel Nuovo testamento la centralità di Cristo è un assoluto. Il Prof. De Zan ci offre l’essenziale dell’esperienza cultuale nel Nuovo Testamento. Da apprezzare la chiarezza dell’esposizione nonché la breve bibliografia consigliata a p. 69 per una visione più dettagliata.

Il titolo dell’intervento di Sequeri è: “Ha ancora senso oggi parlare di liturgia? Riabilitazione dell’asse mistagogico della celebrazione ecclesiale” (pp. 73-153). L’autore afferma che non è un liturgista, ma si occupa di un comparto professionalmente affine. Secondo il noto teologo, la normalità della celebrazione è sostanzialmente in un cronico stato di rianimazione. La liturgia dovrebbe riprendere a parlare da sé (e non di sé, come accadde sino allo sfinimento). Dovrebbe essere riabilitata la comunità dell’altare – il pubblico della messa per intenderci – essa è la fotografia concreta della comunità reale radicata nella fede e attiva nell’appartenenza. L’autore si domanda per quale motivo la comunità dell’altare, nella moderna società secolare, è così poco valorizzata quale nucleo strutturale della comunità ecclesiale. La liturgia è la Chiesa che ferma la sua foga, le sue passioni, il suo movimento, per ascoltare il Signore, per toccare il Signore. Sequeri espone riassuntivamente quelli che, secondo il suo parere, sarebbero gli opportuni contrappesi per la riconquista di una forma mistica, misterica, mistagogica della celebrazione liturgica. 

 

 

venerdì 13 gennaio 2023

DOMENICA II DEL TEMPO ORDINARIO ( A ) – 15 Gennaio 2023

 



 

Is 49,3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

 

In questa domenica, che viene dopo le feste natalizie, siamo invitati a contemplare Gesù, all’inizio della sua missione, quale fedele esecutore della volontà del Padre.

 

La prima lettura parla profeticamente di un misterioso “servo”, scelto da Dio dal seno materno per salvare Israele, anzi la missione di questo servo del Signore, chiamato “luce delle nazioni”, ha il compito di portare la salvezza “fino all’estremità della terra”. I cristiani dei tempi apostolici non hanno faticato e riconoscere nella vita di Gesù Cristo e nella missione della Chiesa le caratteristiche del “Servo del Signore” donato per la salvezza dell’umanità. Le attese di Israele trovano in Cristo il loro compimento. Nella lingua aramaica (parlata da Gesù e da Giovanni Battista) la parola talya significa “servo” e “agnello”. Con questa parola usata da Isaia, nel vangelo d’oggi vediamo che Giovanni Battista indica Gesù, annunciando che egli è il “servo di Dio”, che libera il mondo dal peccato: Gesù è “l’agnello [servo] di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”, strumento perfettamente docile nelle mani del Padre per compiere la salvezza del mondo. Attraverso la testimonianza del Battista viene consolidata la nostra fede in Gesù che è stato consacrato dallo Spirito Santo come Messia e nel quale siamo invitati a porre ogni fiducia e speranza perché non c’è altra salvezza se non quella che lui ci offre.

 

Credere in Gesù non significa fare un’esperienza personale puramente interiore e intimista. La Chiesa chiama Giovanni Battista “testimone della luce” (Secondi vespri, Ant. al Magn.). Come Giovanni Battista, tutti i seguaci di Gesù siamo chiamati ad essere decisamente e senza ambiguità testimoni di Cristo “luce delle nazioni” davanti al mondo. La testimonianza di Giovanni è frutto del vedere e del conoscere: ciascuno di noi dà di Cristo una testimonianza proporzionata alla vita di fede e di relazione che intrattiene con lui. Per san Paolo, di cui abbiamo letto il brano iniziale della prima lettera ai Corinzi, l’esperienza che egli ha avuto della fede è stata contemporaneamente consapevolezza della chiamata ad “essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio”. Queste parole riassumono l’esperienza della vocazione di Paolo e riflettono la coscienza che egli ha della propria missione. San Paolo si considera chiamato da Dio con il compito di far conoscere Gesù Cristo. Come in Giovanni Battista e come in Paolo, la testimonianza non si esaurisce nell’annuncio, ma comporta una vita coerente con quanto si crede e si annuncia. L’opera della salvezza attuata da Gesù continua ora attraverso l’impegno e la testimonianza di noi tutti.

 

Quando ci avviciniamo alla comunione eucaristica, ci viene presentata l’ostia santa con le parole di Giovanni Battista: “...Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. L’eucaristia ci rende partecipi della salvezza portata a termine da Gesù nel sacrificio della croce, di cui la comunione e partecipazione sacramentale. Al tempo stesso, nella partecipazione all’eucaristia prendiamo coscienza di essere coinvolti con Cristo nella salvezza del mondo.

 

Un agnello è facile da prendere, non c’è bisogno di andare a caccia per catturarlo; poiché piccolo e fragile non pone grande resistenza; da sempre il suo aspetto candido evoca l’immagine della purezza, dell’innocenza; ma, allo stesso tempo, la sua carne tenera e gustosa è un cibo prelibato. Ed è proprio così che Dio ha scelto di presentarsi al mondo degli uomini consegnandosi per sempre nelle loro mani.

 

domenica 8 gennaio 2023

LA PORTA DELLA MORTE DI MANZÙ

 



 

Nella basilica di San Pietro a Roma Giovanni XXIII volle una porta di bronzo, opera artistica di Manzù: la Porta della morte. Nei diversi pannelli di questa porta sono rappresentate tutte le morti, dominate dalla morte di Cristo in croce e di quella di Maria sua madre portata in cielo. Ci sono la morte per omicidio di Abele, la morte per vecchiaia di Giuseppe, la morte di lapidazione di Stefano, protomartire, la morte in esilio di Gregorio VII, la morte violenta del giusto, la morte nell’aria di un precipitato dall’alto, la morte improvvisa di una madre di fronte al figlio che piange, la morte di Giovanni XXIII nella vigilante preghiera. Manca tra i pannelli la morte per suicidio, ma manca perché non è narrabile!

Ma sulla porta dell’aldilà, una porta aperta per tutti, sarà possibile il passaggio alla vita anche di chi l’ha rifiutata. E sarà comunione piena, danza mistica: “Non ci sarà più la morte, né lutto, né pianto, né disperazione perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 4).

 

Fonte: Enzo Bianchi, Cosa c’è di là. Inno alla vita (Intersezioni 588), il Mulino, Bologna 2022, 61-62.

 

venerdì 6 gennaio 2023

BATTESIMO DEL SIGNORE ( A ) 8 Gennaio 2023

 



 

 

Is 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17

 

La festa del Battesimo del Signore fa da ponte tra le feste natalizie e le domeniche del Tempo ordinario, ormai iniziato. Il battesimo per Gesù rappresenta la fine della vita nascosta di Nazaret e l’inizio della sua attività pubblica mediante l’investimento ufficiale del Padre che lo presenta alle folle come Figlio prediletto su cui si posa lo Spirito Santo. È una festa che ci invita quindi ad approfondire l’identità di Gesù e la sua missione.

 

Il battesimo di Giovanni era una confessione dei propri peccati e il tentativo di deporre una vecchia vita mal spesa per riceverne una nuova. Gesù non poteva confessare peccato alcuno; però sottomettendosi al rito del battesimo di Giovanni egli intende manifestare la sua disponibilità ad ascoltare la voce di Dio, la sua solidarietà con i peccatori e l’impegno per la loro conversione, e l’accettazione della vita come dedizione agli altri. La lettura evangelica narra l’evento: alle perplessità di Giovanni, Gesù risponde dicendo che occorre che “adempiamo ogni giustizia”. Con queste parole, Gesù afferma che c’è una giustizia da compiere, e cioè una volontà divina cui obbedire. Gesù afferma quindi la sua disponibilità a dedicarsi totalmente all’adempimento del volere salvifico divino, che d’ora in poi sarà la matrice di ogni sua azione fino al momento del battesimo di sangue sulla croce. A questa disponibilità di Gesù, il Padre risponde proclamandolo: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. Queste parole richiamano le parole d’Isaia che abbiamo letto nella prima lettura. Il Padre si compiace nel suo Figlio, lo guarda con benevolenza e con gioia. Segno di questa benevolenza è la presenza dello Spirito Santo che si posa su Gesù.

 

Alla domanda iniziale sull’identità di Gesù, possiamo rispondere con le stesse parole di san Pietro, riportate dalla seconda lettura: Gesù è un uomo consacrato “in Spirito Santo e potenza”, e cioè nella potenza dello Spirito, che ha percorso tutta la Palestina “beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo”. La sua azione è stata vittoriosa, “perché Dio era con lui”.

 

Il battesimo cristiano attraverso il segno dell’acqua versata manifesta e realizza la nostra personale immersione nella vita di Cristo per poter vivere come lui è vissuto, con la forza dello Spirito Santo. Così come per Gesù il battesimo è stato il momento decisivo della sua vocazione, in cui egli ha espresso la sua decisione di realizzare la missione affidatagli dal Padre, così anche per noi il battesimo rappresenta il punto di partenza di una vita donata a Cristo e al suo vangelo.

mercoledì 4 gennaio 2023

Mons. Georg Gänswein e “Traditionis custodes”

 



 

Dal giornale La Repubblica (4 gennaio 2023):

Monsignor Georg Gaenswein, storico segretario di Benedetto XVI, ha criticato Papa Francesco in merito alla cosiddetta "messa in latino", affermando che una decisione del Papa regnante aveva "spezzato il cuore" all'emerito.

Benedetto XVI nel 2007 aveva liberalizzato il ricorso al messale pre-conciliare con la lettera apostolica "Summorum Pontificum", pietra angolare di una strategia di appeasement con i lefebvriani, in rotta con il papato dal Concilio vaticano II in poi. Tanto è stato il plauso nell'arcipelago tradizionalista, quanto lo scorno quando, nel 2021, Francesco ha ribaltato quella decisione, con il motu proprio "Traditionis custodes". Riducendo all'eccezione il ricorso al Missale Romanum del 1962, condizionandolo all'autorizzazione della Sede apostolica, e criticandone un "uso strumentale" caratterizzato "da un rifiuto crescente non solo della riforma

La battaglia sulla messa

Ora monsignor Gaenswein afferma, prima ancora dei funerali di Benedetto XVI, che la decisione di Francesco ha "spezzato il cuore" al Papa emerito. La decisione del Papa regnante "l'ha colpito molto duramente", ha detto l'arcivescovo tedesco in una intervista a Guido Horst pubblicato in queste ore dal giornale tedesco Die Tagespost. "Credo che abbia spezzato il cuore di papa Benedetto leggere quel motu proprio. L'intenzione di papa Benedetto era stato quello di aiutare quelli che semplicemente avevano trovato una casa nella vecchia messa a trovare una pace interiore, trovare una pace liturgica e anche per sottrarli a Lefebvre. Se pensate per quanti secoli la vecchia messa è stata fonte di vita spirituale e nutrimento per molti santi è difficile immaginare che non abbia più nulla da offrire. È impossibile immaginare che non abbia più nulla da offrire. E non dimentichiamo tutti quei giovani che sono nati dopo il Concilio vaticano II e non sanno nulla dei drammi che hanno circondato il Concilio Vaticano II".

 

NOTA. Mi domando se Monsignor Georg Gänswein abbia letto le motivazioni che hanno indotto papa Francesco a pubblicare il Motu proprio Traditionis custodes.

 

 

EPIFANIA DEL SIGNORE – 6 Gennaio 2023

 



 

Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

 

Il Sal 71, di cui la prima parte è ripresa come salmo responsoriale, proiettando lo sguardo oltre gli orizzonti storici del tempo in cui fu scritto, annuncia una salvezza, che verrà offerta dal Messia, senza limiti geografici e sociali: la sua giustizia sarà perfetta, il suo dominio universale, il suo regno eterno, il cosmo intero sarà coinvolto nella pace offerta in abbondanza dal Signore. I Padri scorgono in questo salmo la preghiera con la quale la Chiesa invoca l’avvento del regno di Cristo, affinché tutte le nazioni possano essere partecipi della sua luce.

 

Isaia, nella prima lettura, proietta lo sguardo oltre gli orizzonti storici di quell’epoca e annuncia la vocazione universale di Gerusalemme. Vocazione di cui è erede la Chiesa, nuova Gerusalemme chiamata ad illuminare tutti gli uomini con la luce di Cristo. Paolo nella seconda lettura parla di un “mistero”, termine che nella sua radice greca indica qualcosa di “silenzioso” e segreto che è racchiuso nell’orizzonte invalicabile di Dio. L’Apostolo dichiara che questo silenzio è stato squarciato e il messaggio che era nascosto nella mente divina è stato rivelato e proclamato al mondo: i pagani di una volta e i giudei di un tempo sono ora a parità di diritti. Di fronte al Signore che viene, ciò che conta non è la razza o la cultura o la prudenza umana, ma la disponibilità della fede e l’attenzione ai segni dei tempi. Infatti, vediamo che la salvezza, offerta a tutti gli uomini, è accolta in primo luogo dai “lontani”. Gli “esperti”, scribi e farisei, che sapevano tutto riguardo alle Scritture, non hanno cercato e perciò non hanno trovato il Messia. I Magi, invece, si sono messi in cammino, hanno interrogato, cercato, hanno osservato i segni del cielo, si sono informato sulle Scritture e hanno trovato. I Magi insegnano che il credente non è un semplice possessore, ma un instancabile cercatore di Dio. Il senso dinamico della fede si esprime poi nella chiamata a rendere testimonianza, ad annunziare a tutti la salvezza sperimentata, come i Magi nel loro ritorno da Betlemme. La buona novella del vangelo è indirizzata a tutti e deve perciò essere annunciata a tutti.

 

Il nocciolo del messaggio dell’Epifania è quindi che Dio si manifesta, si fa uomo e chiama tutti a sé nel suo regno. Dice san Leone Magno: “Celebriamo nella gioia [...] l’inizio della chiamata alla fede di tutte le genti” (Liturgia delle Ore: Ufficio delle letture, seconda lettura). L’Epifania ci ricorda che Cristo è venuto per chiamare alla salvezza tutta l’umanità, simbolicamente rappresentata dai Magi di cui parla il vangelo. La Chiesa non può tenere per sé questo mistero, ma deve annunciarlo al mondo. Essa non può venir meno a questo compito che la rende insieme destinataria e serva della buona novella del vangelo. Ecco, dunque, che la solennità dell’Epifania diventa la logica e naturale conclusione del Natale e proietta tutti noi, come i pastori e come i Magi, sulle strade del mondo per annunciare a tutti gli uomini le meraviglie di Dio.

 

domenica 1 gennaio 2023

OTTO PRINCIPI PROGRAMMATICI DI RINNOVAMENTO DELL'ARCHITETTURA SACRA CONTEMPORANEA

 



- Come regola generale, l'edificio di culto è eretto secondo il duplice criterio della funzionalità liturgica e della promozione della partecipazione attiva dei fedeli (cfr. SC n. 124). Si intende quindi l'edificio sacro fondamentalmente come spazio celebrativo, in cui ad ogni funzione e ministero liturgico è tendenzialmente assegnato uno spazio diverso.

 - L'autonomia spaziale dell'altare maggiore, in modo che si possa concelebrare e celebrare versus populum, gli conferisce un indiscutibile protagnismo. La relazione dell'assemblea con l’altare è formulata in termini di "centro", introducendo così una certa idea di figura circolare per il luogo di culto.

- Nella linea di favorire la rilevanza simbolica dell'altare, gli oggetti del suo ornamento – la croce ed i candelabri – perdono importanza.  

- Si tende a ridurre il numero degli altari secondari e ad escluderli dall'aula liturgica principale, favorendo in questo modo l'unità formale della navata.

- Provocando la sconnessione simbolica tra l'altare (luogo del sacrificio) e il tabernacolo (conservazione del sacramento permanente) a beneficio del primo, e favorendo la collocazione del tabernacolo al di fuori della navata principale, la riserva eucaristica cessa di essere un elemento di riferimento per la definizione dello spazio della chiesa. L'obiettivo era quello di sottolineare il valore simbolico che altare e tabernacolo hanno in sé (nelle parole di EM n.  55, "in ragione del segno").

- Come fulcro della celebrazione della Parola di Dio, l'ambone acquisterà gradualmente importanza l’ambone unico come luogo ben visibile e stabile per la proclamazione delle letture bibliche.

- Il luogo della schola cantorum non è determinato in modo specifico. La tendenza sarà quella di collocarlo insieme al resto dei fedeli come parte della comunità, pur mantenendo una specificità spaziale in virtù della sua funzione. La questione non è completamente risolta e rimarrà aperta.

- Il criterio per la progettazione dello spazio dei fedeli nell'aula liturgica, in cui sono disposti banchi o sedie, è la buona visibilità dei riti sacri come modo per favorire la partecipazione.

 

Fonte: Fernando López-Arias, El Concilio Vaticano II y la arquitectura sagrada, pp. 301-302 (traduzione).