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domenica 31 gennaio 2021

Memoria di sant’Agata, Vergine e Martire (5 febbraio)

 



 

Agata subì il martirio a Catania, probabilmente sotto Decio (251). Nel canone romano il suo nome è associato a quello di santa Lucia. L’antico Martirologio geronimiano (secolo V) colloca la sua “deposizione” al 5 febbraio, data in cui la memoria della santa è stata sempre celebrata nella liturgia romana. Nei secoli V/VI sant’Agata era venerata sia in Occidente che in Oriente.

 

Colletta del Messale del 1962:

Deus, qui inter cetera potentiae tuae miracula etiam in sexu fragili victoriam martyrii contulisti: concede propitius; ut, qui beatae Agathae Virginis et Martyris tuae natalicia colimus, per eius ad te exempla gradiamur.

 

Colletta dei Messali del 1970 e del 2002:

Indulgentiam nobis, quaesumus, Domine, beata Agatha virgo et martyr imploret, quae tibi grata semper exstitit et virtute martyrii et merito castitatis.

 

“Donaci, Signore, la tua misericordia, per intercessione di sant’Agata, che risplende nella Chiesa per la gloria della verginità e del martirio” (Messale italiano 1983).

“Donaci, o Signore, la tua misericordia per intercessione di sant’Agata, vergine e martire, che sempre ti fu gradita per la forza del martirio e la gloria della verginità” (Messale italiano 2020).

 

La colletta del Messale del 1962 fa un generico riferimento all’imitazione degli esempi della santa. La nuova colletta dei Messali del 1970 del 2002 è presa con qualche leggera variante redazionale dal Sacramentario Gregoriano Adrianeo, n. 131: “Indulgentiam nobis, domine, beata agathe martyr imploret, quae tibi semper existit et merito castitatis et tuae professione virtutis”. Notiamo che la traduzione italiana del 1983 non distingue tra la “virtus” del martirio e il “merito” della castità del testo latino, cosa che invece fa la traduzione del 2020 quando rende “virtus” con la parola “forza”. Giustamente, poi, i Messali del 1970 e del 2002 hanno cancellato il riferimento al sesso fragile (“sexu fragili”) del Messale del 1962; si tratta di una espressione che non corrisponde all’attuale visione che si ha della donna. 

venerdì 29 gennaio 2021

DOMENICA IV DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 31 Gennaio 2021

 


 

 

Dt 18,15-20; Sal 94; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28.

 

Come Israele nel deserto, anche noi siamo in cammino verso una terra promessa. In tutte le circostanze della vita, nelle gioie e nelle privazioni, nel lavoro e nel riposo, nel rischio e nella tentazione, soltanto la luce e la forza della fede possono aiutarci a realizzare pienamente il nostro esodo verso la nuova Gerusalemme, verso la patria celeste. Ecco perché proclamiamo che il Signore è “la roccia della nostra salvezza”. La parola di Dio illumina i sentieri del nostro pellegrinaggio. Per questo, il salmo responsoriale ci invita a non chiudere il cuore alla voce del Padre che conduce e protegge “il popolo del suo pascolo” nel cammino della vita.

 

La prima lettura contiene una promessa divina annunziata da Mosè: Dio non farà mai venir meno il dono della profezia in Israele attraverso la parola di molti nei quali questo dono s’incarnerà. Il profeta promesso è il Messia che porterà a Israele la parola definitiva di Dio, una parola detta con autorità, con la stessa efficace di quella di Dio. Quindi dopo Mosè e gli altri profeti Dio invierà il suo profeta per eccellenza, Cristo Gesù: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2).

 

Il brano evangelico parlando degli inizi del ministero di Gesù a Galilea, nota lo stupore suscitato dal suo insegnamento. L’evangelista ci invita ad accompagnare, per una intera giornata, Gesù e i discepoli che egli ha appena scelto. E’ un giorno di sabato, a Cafarnao. Gesù va alla sinagoga e si mette ad insegnare. Marco non riferisce nessuna parola del predicatore, ma annota che parla come uno dotato di una sorprendente autorità e che fin da quel primo giorno, guarisce un uomo “posseduto da uno spirito impuro”. La missione di Gesù è come quella dei profeti, che insegnavano a nome di Dio e quindi con l’autorità che veniva da lui. L’autorità con cui parla Gesù si manifesta nell’efficacia della sua parola. Se ne ha una conferma nell’episodio di liberazione dell’indemoniato. L’effetto della parola di Gesù è immediato: “E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui”. Dunque l’autorità di Gesù coincide con l’efficacia della sua parola che libera e risana. Gesù si mostra potente e vincitore contro le forze che schiavizzano l’uomo.

 

Gesù è venuto a strapparci dalle forze del male. In Gesù ci viene offerto un segno chiaro: Dio impegna se stesso fino in fondo per la nostra felicità. Per questo il suo Figlio si è fatto uomo. Per questo non esiterà a lottare a mani nude contro ogni cattiveria e contro ogni odio, contro ogni banalità e contro ogni menzogna. Fino a venir condannato a morte. Fino a versare il suo sangue. Una storia di amore che per noi si rende presente in ogni celebrazione eucaristica. 

lunedì 25 gennaio 2021

I VESCOVI FRANCESI SULL’APPLICAZIONE DI “SUMMORUM PONTIFICUM”





Il blog Paix-liturgique.org ha reso noto un documento della Conferenza dei vescovi di Francia. Si tratta della Sintesi dei risultati della Consultazione sull’applicazione del Motu proprio “Summorum Pontificum chiesta dalla Congregazione per la dottrina della fede in aprile dell’anno 2020.

 

Riproduco in seguito la traduzione dell’ultima “sintesi” del documento:

 

“La pubblicazione del Motu proprio “Summorum Pontificum” è espressione di una lodevole intenzione che, però, non ha dato i frutti attesi. Se il documento fa onore a un principio di realtà, oggi appare sempre più necessario un instancabile lavoro di unità. Le promesse di un vicendevole arricchimento delle due forme dell’unico rito romano sono rimaste largamente rudimentali. La reciproca diffidenza ha avuto un effetto sterilizzante. 

L’applicazione del Motu proprio non ha onorato pienamente la cura per l’unità della Chiesa. La sua attuazione pone dei problemi ecclesiologici più che liturgici”. 

Vedi il testo completo in:

https://www.paix-liturgique.org/securefilesystem/202012SyntheseCEFSummorumPontificium.pdf

 

 



domenica 24 gennaio 2021

FORMARSI ALLA LITURGIA O ESSERE FORMATI DALLA LITURGIA?

 



Le due prospettive non possono diventare alternative, ma chiedono una integrazione reciproca. Di fatto, dalla prassi pastorale risultano entrambe necessarie, anche se bisognerebbe sempre tener ben presente che è il celebrare secondo la forma rituale e le sue esigenze che “forma” il credente e la comunità dei credenti. Non si può formare alla celebrazione se non facendola sperimentare, facendola vivere dall’interno. Anche perché il rito, e di conseguenza la liturgia, non esiste al di fuori dalla celebrazione celebrata, cioè dalla sua messa in atto – “messa in scena”.

Ma tale processo di “formazione” della comunità può avvenire solo se si è introdotti a questo celebrare, a questa forma di vita che è il rito, se si diventa “competenti” rispetto a ciò che il rito richiede per essere sperimentato. Si tratta infatti di una partecipazione secondo la forma rituale, la quale è composta di sequenze di azioni simboliche da ripetersi, prescritte/ricevute da una tradizione, da un contesto che supera i singoli, frutto di una dinamica intersoggettiva che si estende nel tempo e nello spazio.

 

(Bruno Baratto, “Come educare alle competenze rituali? Una provocazione per le comunità celebranti, nell’oggi e nel qui”, in Roberto Tagliaferri (ed.), Competenza rituale. La “messa in scena” della fede come ars celebrandi, CLV – Edizioni Liturgiche, Roma – Abbazia di Santa Giustina, Padova 2020, 151-183, qui p. 154. Le note non sono riportate).   


venerdì 22 gennaio 2021

DOMENICA III DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 24 Gennaio 2021 Domenica della Parola

 


 

 

 

Gn 3,1-5.10; Sal 24; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20.

 

Domenica scorsa abbiamo visto che Dio ci si manifesta e chiama ciascuno di noi per nome. Oggi ci viene proposto il contenuto fondamentale di questa chiamata. Nel brano evangelico, san Marco riassume la predicazione di Gesù con queste parole: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo”. La chiamata che Dio rivolge a tutti noi è un pressante invito alla conversione e alla fede. Le altre due letture d’oggi illustrano i due motivi per cui è necessaria questa conversione. San Paolo fa un forte richiamo alla precarietà della condizione terrestre delle cose: “il tempo si è fatto breve”. Da parte sua, il profeta Giona ci ricorda che la conversione è necessaria per evitare il giudizio di condanna da parte di Dio. L’invito di Dio a mutare vita non è caduto invano per i niniviti che ascoltarono le parole del profeta, fecero penitenza e furono salvi. Così pure l’invito di Gesù è stato prontamente accolto da Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni che, lasciate le reti e il loro padre, “andarono dietro a lui”.

 

Gesù introduce l’invito alla conversione con le parole “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”. Abbiamo visto che anche san Paolo parla di un tempo ormai fattosi breve. Ci possiamo domandare cosa significano queste affermazioni e perché sono presentate come qualcosa che invita alla conversione. L’affermazione di Gesù sul tempo compiuto presuppone un progetto di Dio che si compie appunto nel tempo: c’è quindi un tempo dell’attesa o della preparazione, ed un tempo del compimento o della realizzazione. Ebbene, con l’incarnazione del Figlio di Dio, il progetto del Padre annunciato dai profeti dell’Antico Testamento si è compiuto: il “regno di Dio” è vicino. Vicino è ciò che incomincia già a influire sulla vita dell’uomo e con cui egli si deve misurare. Il progetto che Dio ha nella storia è il “regno di Dio”, il quale intende ristabilire la sovranità di Dio e quindi un nuovo rapporto tra Dio e l’uomo. Ciò significa che non possiamo vivere secondo una scala di pseudo-valori. Il messaggio viene rivolto a tutti noi: dobbiamo cambiare di rotta e indirizzare la nostra vita verso i valori di vita proposti dalla Parola di Dio. L’invito a “convertirsi” e a “credere” al vangelo non sono due realtà separate: non c’è fede senza vita morale e non c’è morale cristiana che non sia fondata nella fede. Credere vuol dire abbracciare l’intero messaggio portato da Cristo e renderlo programma del proprio pensare, del proprio amare e del proprio agire. Questo messaggio è contenuto nella Scrittura, la Parola di Dio che ci guida verso la patria celeste. Proprio questa domenica è dedicata alla Parola di Dio. Non basta leggerla, bisogna che penetri nel nostro cuore e trasformi la nostra vita.

 

L’eucaristia a cui partecipiamo ogni domenica è un traguardo della conversione e della fede. Essa è però anche un rilancio su questa via perché è “sorgente inesauribile di vita nuova” (preghiera dopo la comunione).


Nota della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sulla Domenica della Parola di Dio: 

https://drive.google.com/file/d/1iZMgovql_9pRXPoERU2fOusYbGKXOMob/view


 

 

domenica 17 gennaio 2021

Memoria di sant’Antonio, Abate (17 gennaio)


 


La memoria di Sant’Antonio abate (250-356) si celebra il 17 gennaio, sia nel Messale del 1962 che in quelli del 1970-2002. In Oriente, era già celebrata in questa data agli inizi del secolo V.

 

Colletta del Messale del 1962:

Intercessio nos, quaesumus, Domine, beati Antonii Abbatis commendet: ut, quod nostris meritis non valemus, eius patrocinio assequamur.

 

Colletta dei Messali del 1970-2002:

Deus, qui beato Antonio abbati tribuisti mira tibi in deserto conversatione servire, eius nobis interventione concede, ut, abnegantes nosmetipsos, te iugiter super omnia diligamus.

 

“O Dio, che hai ispirato a sant’Antonio abate di ritirarsi nel deserto, per servirti in un nuovo modello di vita cristiana, concedi anche a noi per sua intercessione di superare i nostri egoismi per amare te sopra ogni cosa” (Messale italiano del 1983).

 

“O Dio, che a sant’Antonio abate hai dato la grazia di servirti nel deserto seguendo un mirabile modello di vita cristiana, per sua intercessione donaci la grazia di rinnegare noi stessi e di amare te sopra ogni cosa” (Messale italiano del 2020).

 

La colletta del Messale del 1962 è molto generica; non esprime nulla di specifico della biografia di Antonio, di cui abbiamo notizie attraverso la famosa Vita che del santo eremita scrisse sant’Atanasio di Alessandria. Invece la colletta dei Messali del 1970-2002 fa riferimento alla scelta di ritirarsi nel deserto fatta da Antonio per ispirazione divina. Infatti egli si sentì chiamato a seguire il Signore nel deserto udendo nella liturgia le parole di Gesù: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, e vieni!” (Mt 19,21). La libera traduzione italiana della colletta aggiunge che in questo modo Antonio ha inaugurato “un nuovo modello (“mirabile” nella traduzione del 2020) di vita cristiana”. Infatti la tradizione considera Antonio il “padre del monachesimo”. Il messaggio che da questa vita austera e ritirata arriva fino a noi, l’orazione colletta lo esprime chiedendo a Dio che, per intercessione del santo, possiamo “superare i nostri egoismi per amare Dio sopra ogni cosa”. Il Messale italiano del 2020 traduce più fedelmente “abnegantes nosmetipsos” con l’espressione “rinnegare noi stessi” (cf. Mt 16,24). Questa supplica illustra bene la dottrina di Antonio che considerava il deserto lo strumento per arrivare ad una vita orientata verso Dio. Uno dei detti di Antonio si esprime in questi termini: “Chi siede nel deserto per custodire la quiete con Dio è liberato da tre guerre: quella dell’udire, quella del parlare, e quella del vedere. Gliene rimane una sola: quella del cuore”.

 

venerdì 15 gennaio 2021

DOMENICA II DEL TEMPO ORDINARIO ( B ) – 17 Gennaio 2021

 


 

1Sam 3,3b-10.19; Sal 39; 1Cor 6,13c-15a.17-20; Gv 1,35-42.

 

Dio si presenta nella nostra vita come un vero interlocutore che ci chiama per nome. Questo è il messaggio che emerge dalle letture odierne. La prima lettura racconta la vocazione di Samuele alla missione profetica e sacerdotale. Vediamo che il giovane Samuele viene chiamato di notte. Aiutato dal suo maestro Eli, egli discerne in quella voce la chiamata di Dio. L’atteggiamento del giovane è di piena disponibilità: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”. Tutta la vita di Samuele sarà poi contrassegnata da questa apertura alla parola di Dio: egli “non lasciò andare a vuoto una sola delle sue [del Signore] parole”.

 

Il brano evangelico ci parla della vocazione di due discepoli di Giovanni Battista che, spronati dalle parole del Precursore che indica in Gesù il Messia atteso, si mettono alla sequela di Gesù. Uno di questi due, Andrea, si fa portavoce dell’avvenuto incontro con Pietro, che diviene anch’egli discepolo di Gesù. Anche qui c’è prontezza nella risposta alla chiamata, la quale arriva attraverso delle mediazioni, quella di Giovanni prima e quella di Andrea poi.

 

La Lettera agli Ebrei interpreta i vv.7-9 del salmo responsoriale come riferiti a Gesù, il quale all’inizio della sua esistenza esprime con le parole del salmo una totale disponibilità a portare a termine il disegno che il Padre ha su di lui a servizio degli uomini. Anche noi, sulle orme di Samuele, degli apostoli e, soprattutto, di Gesù, siamo chiamati a vivere in atteggiamento di continua disponibilità al volere di Dio: “Ecco, io vengo, Signore, per fare la tua volontà”. San Paolo ci ricorda nella seconda lettura che apparteniamo a Cristo, anzi siamo “tempio dello Spirito Santo”. L’apostolo aggiunge che non si deve tradire la propria vocazione cristiana alienando al Cristo la nostra esistenza e vendendola all’impudicizia. La vocazione cristiana abbraccia e coinvolge non solo l’anima e lo spirito ma anche il nostro corpo. Il corpo, infatti, non è altro che la persona stessa in quanto vive e opera nel mondo ed è questa persona che è toccata dalla redenzione di Cristo.

 

La chiamata di Gesù non si esaurisce nel primo incontro con lui attraverso l’atto di fede. Egli ci parla continuamente attraverso molteplici mediazioni. Quindi la fedeltà alla prima chiamata dev’essere continuamente confermata e si deve manifestare anche nella concreta disponibilità a testimoniare la nostra fede. Abbiamo visto che colui che sceglie di seguire Cristo diventa anche suo testimone. Chi ascolta solo se stesso o i miti del mondo, chi pensa di avere già trovato la verità, di sapere tutto sul senso della vita, chi pensa solo ai soldi, alla carriera, alla salute, certamente costui non afferra che ci possa essere una parola diversa, superiore, capace di cambiare e arricchire sempre più la sua esistenza.